La crisi è un’occasione per imparare

2 febbraio 2017

Le crisi, per quanto devastanti e logoranti, sono dei momenti che svelano e, pertanto, che insegnano. Le crisi, in altre parole, possono rivelarsi anche delle opportunità, ad esempio per chi ha responsabilità di governo, che potrebbe cogliere l’occasione della crisi – poniamo, un terremoto – per comprendere come aiutare meglio, come intervenire prima, come essere più efficiente, come prevenire, come mitigare, come cambiare talune condizioni per evitare che in futuro si ripresenti l’evento nefasto. E’ soprattutto su questo piano che agiscono le scienze sociali che si occupano di rischi e di disastri. Ora, nelle ultime 24 ore, ho incrociato almeno tre articoli che rendono manifesta la necessità di trasformare la crisi in un insegnamento.

Il primo articolo riguarda l’arresto di Enzo Rendina, un abitante di Arquata del Tronto che ieri, rifiutandosi di evacuare il suo paese raso al suolo dalla scossa del 24 agosto scorso, è stato arrestato. Ecco, per voi questo è il modo di relazionarsi ad una persona traumatizzata, che ha perso tutto e a cui non resta che il legame coi propri luoghi?

Il secondo pezzo, sebbene scollegato dalla notizia precedente, è, in un certo senso, una risposta all’arresto riportato qui sopra: una lettrice di “Info Aut” ha inviato una lettera al sen. D’Anna, il quale aveva definito i terremotati «troppo pretenziosi». Tra l’altro, vi è scritto: «Mi pare comprensibile anche il perché le persone non siano disposte a “deportazioni forzate” in luoghi sconosciuti e poco ameni, abbandonando la propria casa, i propri luoghi, la propria vita. Se i politici avessero una minima preparazione “culturale”, non avrebbero difficoltà a capire cosa significa, dopo un trauma che ha distrutto tutti gli affetti materiali ed emotivi, non avere più riferimenti, sentirsi persi, umiliati, traditi, devastati. Ma nonostante questo determinati a non cedere al vuoto, attaccandosi all’ultimo appiglio di umanità, ripartire dai cocci senza abbandonate il proprio “luogo culturale”, per dare un senso alla propria esperienza, seppur traumatica, e andare avanti».

Il terzo testo, infine è un post di Nicola Casagli, professore ordinario di Geologia applicata all’università di Firenze, che, nei giorni dei soccorsi all’albergo Rigopiano, è stato chiamato dalla Protezione Civile per installare un radar che monitorasse le valanghe e proteggesse i soccorritori che stavano intervenendo. Nel suo resoconto il professore racconta i problemi che ha avuto e come la burocrazia italiana sia diventata, anche in quell’occasione, un ostacolo al suo lavoro.

L’angoscia territoriale e la crisi della presenza colpiscono gli individui, ma sono fenomeni sociali e possono essere superate e riscattate solo in maniera collettiva: costruendo un umanesimo moderno, diceva Ernesto de Martino, ovvero ascoltando, incontrando, coinvolgendo, “sentendo”.

Recuperare l’intimità col Vesuvio

Al momento, il rischio Vesuvio è affrontato unicamente in termini di fuga (piano di emergenza, piano di evacuazione, gemellaggi…), ma alcuni cominciano a declinarlo anche in maniera più lungimirante, ovvero in termini di mitigazione. Il problema, però, è che questa seconda accezione rischia di essere ridotta ad una mera questione di travasi: svuotare la “zona rossa” per riempire altre aree non meglio identificate. In realtà, la sfida che ci pone il vulcano napoletano è ancora più profonda e riguarda il recupero di una relazione, anche intima, con il territorio vesuviano.

Dalla pagina-Fb “Rischio Vesuvio:

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Stamani Vittorio Sgarbi, che ha oltre un milione e mezzo di follower su Fb, ha condiviso un post del website “Tike.News”: “E quando di sveglierà il Vesuvio cosa faremo?“.
L’articolo non è firmato, ma ha un’immagine di Mel Gibson nei panni di William Wallace, l’eroe medievale scozzese reso celebre dal film “Braveheart”, probabilmente per alludere al “coraggio” mostrato dal redatorre per aver espresso “verità scomode”. Nel testo, infatti, è scritto:

«Se si vuole salvare la “zona rossa” del Vesuvio e i suoi abitanti, bisogna elaborare per tempo un Piano di demolizioni che sfoltisca l’inverecondo, anche paesaggisticamente, ginepraio di edifici del 25 Comuni a rischio. Altrimenti, non servirà a nulla nemmeno il migliore e il più costoso Piano di Evacuazione».

L’articolo, poi, fa un elogio delle cosiddette “new town”, ma a nostro avviso l’argomentazione si impoverisce molto e meriterebbe, piuttosto, di maggiori approfondimenti. Al di là di ciò, invitiamo a leggere anche i commenti alla condivisione di Sgarbi, perché forniscono un’idea di come il rischio Vesuvio sia visto in Italia, tra stereotipi, banalità e altre manifestazioni da webeti.

Su un altro website, “Napoli Monitor”, proprio ieri Maria Pace Ottieri ha pubblicato “Brevi viaggi intorno al Vesuvio. Appunti per un reportage“, una serie di stimoli su un lavoro più ampio cui si sta dedicando da qualche tempo, e il suo contributo comincia riportando le parole di Giogg, antropologo, il quale sostiene:

«Fuggire in caso di allarme è ovvio, ed è chiaro che bisogna organizzare al meglio un’enorme operazione di evacuazione con il miglior piano possibile, ma il rischio vesuviano è molto di più, [perché riguarda] temi arditi come il de-cementificare, de-congestionare, de-urbanizzare e lavorare al coinvolgimento sociale, rione per rione, condominio per condominio».

Quello di Ottieri è un vero e proprio reportage intorno al Vesuvio e riporta la complessità del territorio, le sue problematiche e le sue ricchezze, le sue potenzialità e le sue trascuratezze. Occuparsi del rischio Vesuvio non riguarda solo l’organizzazione della fuga in caso di allarme, né semplicemente immaginare svuotamenti della “zona rossa” al fine di riempire altri territori, come se fosse una mera questione di travaso, ma è un tema che riguarda la visione della regione, il perseguimento di politiche eque e sostenibili, la lungimiranza di una convivenza con la natura che va del tutto ricostruita. Come afferma un testimone di Maria Pace Ottieri,

«A noi da piccoli non ci raccontavano “Pinocchio”, ma la lava, l’eruzione, la storia di mio padre che si rifugiò in un pozzo. Ora la terra è mia, a mia sorella non interessa, io invece ci tengo moltissimo, non mi so staccare, faccio i pomodori, i cavoli, i friarielli, le scarole, li vendo, li regalo a mio figlio, agli amici».

La vera sfida è recuperare questa relazione, anche intima, con il territorio vesuviano.

Visitate Napoli prima che sia troppo tardi. Ma tardi per chi?

Dalla pagina Fb “Rischio Vesuvio:

Per la sezione britannica di “Blasting News”, il 2017 è cominciato con una singolare esortazione a visitare Napoli: «fatelo prima che sia troppo tardi». L’articolo del 2 gennaio scorso, firmato da John McCormick, si riferisce al vulcano dei Campi Flegrei che, dice l’articolo, potrebbe causare un disastro di proporzioni mondiali, ben più grande dei noti rischi sismici della California. Il testo fa riferimento ai recenti studi sull’area flegrea, ripercorre brevemente la storia geologica del territorio in esame e, qua e là, usa espressioni sensazionalistiche, tipo: «il vulcano urbano dei Campi Flegrei potrebbe essere sul punto di esplodere nelle adiacenze di una delle zone più densamente popolate del pianeta, uccidendo milioni di persone quasi istantaneamente». Questi toni enfatici vanno presi per quel che sono: lo scimmiottamento di una sceneggiatura cinematografica hollywoodiana. Ma ciò non significa che il rischio non sussista e che non sia alto, perché, in realtà, il rischio cui sono esposti gli abitanti flegrei e napoletani esiste ed è serio. Come abbiamo ripetuto più volte negli ultimi mesi, però, in questo momento non c’è alcun allarme: la situazione è monitorata e degli strumenti di pianificazione dell’emergenza futura sono stati predisposti; ora bisogna necessariamente comunicarli alla popolazione, testarli tra gli operatori dell’emergenza, aggiornarli periodicamente e, soprattutto, bisogna attivarsi politicamente e istituzionalmente per una sostanziale mitigazione del rischio vulcanico e bradisismico.
A nostro avviso, dunque, la morale della storia è: Napoli, Pozzuoli, Cuma e l’area vesuviana sono un territorio abitato da millenni e la ricchezza culturale che vi è stratificata è impareggiabile; in questa regione la scansione del tempo segue ritmi plurisecolari, ovvero va ben oltre il tempo biologico umano, per cui l’invito è: sì, visitate Napoli prima che sia troppo tardi, ma per voi.

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Radio Anch’io sul Vesuvio

Stamattina ho condiviso sul mio fb una breve lezione di filosofia della scienza tenuta per TED da Naomi Oreskes, che in premessa esprime un concetto fondamentale:

«Non possiamo quasi mai giudicare gli assunti scientifici da soli. E questo è vero anche per gli scienziati fuori dall’ambito delle loro specializzazioni. Se ci pensate, un geologo non può dirvi se un vaccino sia sicuro oppure no. La maggior parte dei chimici non è esperto di teoria evolutiva. Un fisico non può dirvi se il tabacco provochi o meno il cancro».

Nella mia presentazione su fb ho usato il plurale, “scienze”, perché appunto esistono numerosi ambiti e tante specialità. Sembra un’ovvietà, eppure non è così, allora continuo: tra le tante discipline scientifiche ci sono anche quelle sociali (apertamente disprezzate dal quel genio di Sheldon Cooper, certo), che a loro volta hanno ulteriori specializzazioni: sociologia, psicologia sociale, antropologia culturale e sociale e così via.
Ora, oggi ho recuperato una puntata di due giorni fa della trasmissione “Radio Anch’io” (Rai Radio 1) dedicata al Vesuvio e ad altri vulcani italiani, diffusa in diretta dalla sede storica dell’Osservatorio Vesuviano, con ospiti vulcanologi, esponenti della Protezione Civile e politici regionali. La si può ascoltare in streaming, dura 1h15′.

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Clicca sulla foto per accedere al tweet da cui è tratta.

Tra l’altro, si è parlato anche del rischio vulcanico e della sua prevenzione in area napoletana. Al di là della retorica sull’esistenza del piano di emergenza, dei tempi di preavviso e delle modalità di evacuazione, le difficoltà di attuazione che tutti intuiamo sono dovute, secondo gli intervenuti, sostanzialmente a due fattori: ad un deficit di comunicazione con la popolazione e ad una impreparazione (talvolta definita “inconsapevolezza”) degli abitanti della zona rossa vesuviana. Posto che ciò sia vero (a mio avviso i motivi di preoccupazione sull’efficacia di una fuga di massa organizzata sono anche altri e, comunque, va sottolineato che l’evacuazione non mitiga il rischio, che è una questione del tutto taciuta), ebbene queste non sono cause, bensì prodotti storici.
Ogni disastro (anche se solo annunciato) è tale perché risulta dalla combinazione di tre elementi: l’evento calamitoso (una scossa sismica, un’alluvione, un’eruzione vulcanica…), la propensione al danneggiamento (la vulnerabilità, cioè, ad esempio, come sono state costruite le abitazioni) e la presenza umana (che rimanda alla sfera sociale, psicologica e culturale). Questi fattori hanno solo in parte attinenza con la vulcanologia, perché poi riguardano altri ambiti, come l’ingegneria e, appunto, le scienze sociali. Fa un certo effetto, dunque, sentir parlare di “consapevolezza” o di “fatalismo” chi non ha dimestichezza con tali concetti, col risultato che la puntata riproduce ancora una volta una stigmatizzazione degli “ignoranti” da parte dei “sapienti” (che sapienti non sono in determinati campi), veicolando un’idea della scienza per “fede” e non per “autorevolezza” che continuerà ad erodere la fiducia della gente.
Sarà un problema degli scienziati sociali, evidentemente, che devono partecipare al dibattito pubblico con maggior spirito di servizio, ma è anche vero che sia all’Osservatorio Vesuviano che alla Protezione Civile sono a conoscenza di studi socio-antropologici sul caso vesuviano e sul rischio in generale (a settembre uscirà un numero monografico di una nuova rivista di antropologia applicata, interamente dedicato al rischio e ai disastri). Allora perché continuare ad ignorarli? Davvero possiamo continuare a raccontarci la favola che la gente è indifferente alla natura del territorio in cui vive? Che c’è bisogno di maggiore “cultura del rischio”? Che bisogna comunicare di più? Ma la lingua del posto la conoscono? E le voci locali le hanno mai ascoltate?
La trasmissione avrebbe dovuto prevedere l’intervento di qualcuno che spiegasse perché reagiamo come reagiamo dinnanzi ad un pericolo, perché sembra che ci sia disinteresse rispetto ai catastrofici scenari prospettati, perché il piano di emergenza non è conosciuto (e dunque inapplicabile) e così via. Solo il geologo Fosco d’Amelio, intervenuto telefonicamente sul finire della puntata, ha posto attenzione al “fattore umano”, ma ormai il tempo era in scadenza e, allora, ancora una volta sarà per la prossima volta.

Vesuvio 70: vesuviani che parlano del vulcano

Sabato 20 dicembre 2014 alle ore 19:00 si terrà un convegno-tavola rotonda intitolato “Vesuvio, settant’anni dall’ultima eruzione“, presso la Sala del Refettorio del Convento delle suore francescane “R. Verolino”, in via Principessa Margherita 18 a San Sebastiano al Vesuvio (NA).
Sono previsti interventi di Giuseppe Rolandi, Angelo Pesce, Giovanni Gugg, Bernardo Cozzolino, Umberto Saetta. La seconda parte dell’incontro si svolgerà nella forma di “tavola rotonda” e saranno invitati a intervenire i sindaci di San Sebastiano e di Massa di Somma, Giuseppe Capasso e Antonio Zeno.
L’organizzazione è di GV70, Gruppo Vesuvio 70 (Gaetano Cella, Bernardo Cozzolino, Giovanni Gugg, Gino Scarpato, Ciro Teodonno).

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L’ultima eruzione vesuviana, da cui la colata lavica che ha distrutto nel 1944 i due paesi attigui di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma, è nota, raccontata e analizzata in un gran numero di pubblicazioni, da quelle storico-locali ai saggi accademici di scienze naturali, dagli atti dei convegni sul rischio vulcanico fino alle guide turistiche e ai romanzi, come quelli famosi di Norman Lewis, Curzio Malaparte ed Emmanuel Roblès.
Quest’anno, per il 70esimo anniversario di quell’esplosione, sono state organizzate varie iniziative in provincia di Napoli. Presso l’Accademia di Scienze Fisiche e Matematiche,ad esempio, è stata organizzata una giornata di studio storico-scientifico in cui, tra l’altro, è stato ricordato Giuseppe Mercalli a 100 anni dalla morte; presso il Museo Archeologico Virtuale di Ercolano, il Centro Studi Storici “Nicolò d’Alagno” di Torre Annunziata e, ancora, la Biblioteca Universitaria di Napoli, invece, sono state proposte manifestazioni più spettacolari, con proiezioni di materiale audiovisivo d’epoca.
In questi giorni, un gruppo di abitanti di San Sebastiano al Vesuvio e di Massa di Somma propone un’ulteriore occasione d’incontro in cui, oltre alla rievocazione di quanto accadde nel marzo del 1944 nelle due cittadine, viene allargato il focus a ciò che è avvenuto dopo, cioè durante gli ultimi sette decenni, quelli della ricostruzione post-lavica e post-bellica, ma soprattutto quelli di una vasta urbanizzazione che, oltre ad una vera e propria città vesuviana, ha “costruito” anche l’attuale vulnerabilità dell’area. Si tratta, in altre parole, di una circostanza per riflettere non solo sul rischio vulcanico e sulla sua possibile mitigazione (e, a questo proposito, c’è da dire che il lavoro è ancora molto, tra la definizione dei piani di evacuazione comunali, il potenziamento delle vie di fuga, la comunicazione capillare dei comportamenti da tenere in caso di allarme e così via), ma più in generale sulla gestione ordinaria del territorio, segnato da ferite ambientali, cementizie e criminali, e con un potenziale turistico-culturale inespresso e un patrimonio naturalistico occultato.
Contrariamente ad un luogo comune piuttosto diffuso sulla presunta “insensibilità” locale a qualsiasi forma di prevenzione e precauzione, ci sono vari esempi dell’interesse che, tra una parte della popolazione vesuviana, assumono i discorsi sui rischi territoriali e sul futuro dell’area. Questo convegno si pone tra tali esempi: alcuni residenti di due paesi della zona rossa hanno organizzato, in autonomia, un’occasione per ragionare collettivamente sul proprio territorio, alla luce delle sue minacce geologiche e dei danni ecologici che gli sono stati perpetrati, e che nonostante ciò ha delle grandi possibilità di sviluppo compatibile e sostenibile. Questa occasione, in altre parole, evidenzia una necessità di partecipazione, un bisogno di apertura democratica dei processi di pianificazione sia dell’emergenza, sia dell’amministrazione quotidiana della regione, nella ricerca di nuove forme di costruzione della convivenza col vulcano.

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Rassegna stampa:

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AGGIORNAMENTO:
L’AGI, l’Agenzia Giornalistica Italia, il 22 dicembre 2014 ha lanciato una notizia sui risultati del convegno di sabato scorso per i 70 anni dell’ultima eruzione del Vesuvio:

Vulcani: rischio Vesuvio, piano evacuazione sotto lente residenti
(AGI) – Napoli, 22 dic. – Gli abitanti di San Sebastiano al Vesuvio, nel Napoletano, si mobilitano per valutare e capire, grazie a un pool di esperti, come migliorare il piano di evacuazione in caso di un’eruzione del Vesuvio. L’incontro,organizzato da un gruppo di residenti della ‘zona rossa’ vesuviana, e’ legato dal 70esimo anniversario dell’ultima eruzione del vulcano napoletano, che colpi’ soprattutto San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma. Interventi di rappresentanti di più discipline: vulcanologia (Giuseppe Rolandi), antropologia (Giovanni Gugg), storia (Angelo Pesce e Bernardo Cozzolino), botanica e ambientalismo (Umberto Saetta). Per Gugg il dibattito ha fatto emergere aspetti di una certa rilevanza per quanto riguarda il rischio Vesuvio. “Innanzitutto la necessita’ di una maggiore attenzione da parte delle istituzioni per affrontare ancora più a fondo, con coerenza e costanza, il rischio eruzione”, dice Gugg, ricordando come “al momento, sussiste una sostanziale assenza di comunicazione tra le istituzioni e la popolazione in merito al rischio vulcanico e sismico nell’area. Poi una richiesta di correzione all’attuale Piano di Emergenza Nazionale, sia per quanto riguarda le modalità di perimetrazione della ‘zona rossa’, sia per ciò che concerne i gemellaggi dei comuni più esposti con le altre regioni d’Italia”. “Aspettiamo risposte – conclude – come vivrebbero le decine di migliaia di famiglie di sfollati lontani dal lavoro. Per quanto tempo e dove? Le regioni italiane lo sanno? Per quel che attiene alle infrastrutture sul territorio, le vie di fuga radiali e non circolari come, ad esempio, la statale 268, sono rare, spesso di difficile scorrimento e senza alcun tipo di segnalazione, così come mancano punti informativi e di raccolta, censimenti delle case disabitate nel resto della Campania e delle persone con particolari necessita’”. (AGI)

Il lancio dell’Agi è stato ripreso da molti webjournal; alcuni linkano direttamente l’agenzia, mentre altri inseriscono la notizia sulle proprie pagine:

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Sul “Mattino” di oggi, 23 dicembre 2014, Antonio Cimmino ha dedicato un articolo (ma il titolo non gli rende giustizia) al convegno per i 70 anni dell’ultima eruzione del Vesuvio:

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INTEGRAZIONE del 22 febbraio 2015:
Pannello espositivo per il Convegno “Vesuvio, 70 anni dall’ultima eruzione“, tenutosi a San Sebastiano al Vesuvio il 20 dicembre scorso, organizzato dal Gruppo Vesuvio 70:

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Le mappe del rischio nelle scuole, per cominciare

In vista di un convegno del Consiglio Nazionale dei Geologi, lo studioso Giovanni Calcagnì ha affermato: «L’Italia è un paese sismico, molto pericoloso. 26 milioni di italiani vivono in aree ad altissimo rischio sismico e altri 25 in zone a medio rischio. […] Su 791 Kmq di località abitate in Italia, la quasi totalità dei territori analizzati (l’83%) presenta potenziali amplificazioni forti e ben il 12%, presenta anche fenomeni di instabilità cosismiche, come frane, liquefazioni e cedimenti in caso di sismi intensi» [QUI].
Sono numeri impressionanti, quasi tutti gli italiani (51 milioni su 60 dell’intera popolazione) vivono in zone sismiche. Per la verità, però, due anni fa i numeri erano minori e, sebbene sempre nell’ordine di grandezza di milioni, non si capisce come sia possibile una tale sfasatura: «Ben 3 milioni di persone abitano in zone ad alto rischio sismico, 21 milioni quelle che abitano in zone a rischio medio. Le zone ad elevato rischio sismico sono circa il 50% del territorio nazionale. I comuni potenzialmente interessati da un alto rischio sismico sono 725, quelli a rischio medio sono 2.344. Gli edifici che si trovano in zone a rischio sismico sono poco più di 6 milioni mentre le abitazioni sono più di 12 milioni» [Fonte: rapporto “Terra e Sviluppo” del Consiglio Nazionale dei Geologi, diffusi il 20 maggio 2012 da Gian Vito Graziano, allora presidente del Cng: QUI].
Ma le preoccupazioni, in Italia, non provengono solo dai terremoti, al contrario, le varie tipologie di rischio naturale si sommano tra loro e – come evidenziato sopra – frane, allagamenti, inondazioni, liquefazioni, cedimenti e così via sono rischi che coinvolgono un numero esorbitante di persone. Secondo le stime della Coldiretti, l’82% dei comuni del Paese si trova in zone a rischio idrogeologico, ovvero ne sono interessati più di 5 milioni di italiani: «a causa delle frane e delle alluvioni sono morte oltre 4mila persone dal 1960 ad oggi, mentre gli sfollati e i senzatetto per le sole inondazioni superano rispettivamente i 200 mila e i 45 mila» [QUI]. In questo caso si è propensi a individuare la principale responsabilità nei cambiamenti climatici che stanno provocando precipitazioni pluviali sempre più intense e frequenti, con trombe d’aria, grandinate e vere e proprie “bombe d’acqua”. Tuttavia l’incuria può essere più matrigna della natura: come osserva Fausto Guzzetti, direttore dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Cnr, «quello che ci differenzia rispetto agli stati europei confinanti non è tanto la geologia quanto la disattenzione al territorio. [La soluzione, dunque, starebbe nel prevenire e mitigare anziché nel riparare e piangere i danni, ma per fare ciò bisognerebbe] innanzitutto investire sui piccoli progetti di manutenzione anziché sulle grandi opere» [QUI].
Vi sono tre leve che devono essere mosse contemporaneamente per mitigare il rischio e aumentare la resilienza:

  1. la conoscenza scientifica dei fenomeni, dunque la capacità previsionale di un evento e la sua gestione sociale;
  2. l’adeguamento delle infrastrutture: essenzialmente la gestione del territorio, con piani urbanistici rispettosi dei luoghi, edifici resistenti, vie di fuga, segnaletica, sistema informativo esteso e un corpo di protezione civile sempre più capillare e reattivo;
  3. la preparazione della popolazione, ovvero la capacità di far fronte ad un’emergenza, di riconoscerne i segnali e di comprenderne le risposte più efficaci, in buona sostanza una maggiore consapevolezza.

Ciascuno di questi tre ambiti è, in sé, enorme e, probabilmente, l’unico che fa sensibili passi in avanti è il primo, quello scientifico (inteso non solo come corpus di discipline “tecniche”, ma anche “sociali”). Il problema è che questo sapere fa fatica a diventare forma mentis diffusa e, di conseguenza, ad alimentare il pensiero e le azioni politiche.
Forse, come auspica Marco Cattaneo per il caso vesuviano, bisognerebbe affiggere la mappa della zona rossa del vulcano napoletano in ogni aula scolastica, ma probabilmente anche in ogni ufficio, ospedale, condominio…

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Rischio vesuviano: zona rossa.

Ma, con tanti rischi, le mappe sono numerose e riguardano tutta Italia, per cui diffonderle sarebbe un primo passo nel lungo percorso di (ri)costruzione della conoscenza del territorio. Per cominciare, i ministri dell’Ambiente e dell’Istruzione, insieme al capo della Protezione Civile, dovrebbero far appendere in tutti i luoghi pubblici, comprese appunto le scuole proprio adesso che comincia l’anno di studio, la mappa dei terremoti degli ultimi 30 anni e quella del rischio idrogeologico: