Riti in emergenza e riti di commemorazione: un mio articolo su Lavoro Culturale

5 aprile 2017:

Essere pubblicati la vigilia dell’ottavo anniversario del terremoto dell’Aquila è una responsabilità e un onore. Quel sisma ha provocato immenso dolore e innumerevoli fratture ancora non riassorbite, eppure – come sostengono alcune studiose che ammiro molto – la catastrofe è anche generativa, infatti, almeno per le scienze sociali italiane, quel terremoto ha rappresentato un punto di svolta: sociologi, antropologi, geografi, storici, linguisti hanno cominciato a porre il disastro al centro delle loro analisi, producendo in pochi anni riflessioni preziose. Una generazione di ricercatori – impegnati e a vocazione internazionale – sta costruendo un sapere che spero venga ascoltato dalle istituzioni del nostro Paese per migliorare la preparazione agli eventi nefasti, la prevenzione, la mitigazione, la risposta, la comunicazione, la ricostruzione.
Partendo dai miei studi intorno al Vesuvio, in questo contributo nella sezione “Sismografie” di “Lavoro Culturale” spiego le ragioni dei “riti in emergenza”, che non sono pratiche di superstizione, bensì concrete strategie di sopravvivenza.

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Dopo circa un’ora dalla pubblicazione del testo, sono stato contattato da Valentina Risi di “Radio MPA” per invitarmi in diretta durante la sua trasmissione del mattino. Ebbene, il mio intervento è ascoltabile qui:

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Segnalo, inoltre, che l’articolo è corredato di un abstract esteso in inglese: “Protecting ourselves from earthquakes: emergency rituals and seismic memory“.

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Anche in questo caso l’articolo è stato molto condiviso su Fb. Riporto alcune presentazioni che ne hanno fatto i miei contatti:

Lavoro Culturale:
A otto anni dal terremoto dell’Aquila, Giogg si interroga sui “riti in emergenza”, ovvero quei dispositivi folklorici utili a riassorbire lo shock causato da un disastro e, allo stesso tempo, a tentare di tenere insieme una collettività dopo un trauma.

Sismografie:
Alla vigilia dell’ottavo anniversario del terremoto dell’Aquila, pubblichiamo una riflessione di Giogg sul ruolo dei riti di emergenza e di commemorazione prima, durante e dopo i disastri, a partire dall’analisi del caso Vesuviano e dei recenti terremoti che hanno colpito alcune aree del Centro Italia.
Per la prima volta, qui su “Sismografie”, anche un lungo abstract in inglese.

Giuseppe Forino:
Alla vigilia dell’ottavo anniversario del terremoto dell’Aquila, pubblichiamo su Sismografie la bella e approfondita riflessione di Giogg sul ruolo dei riti di emergenza e di commemorazione prima, durante e dopo i disastri, a partire dall’analisi del caso Vesuviano e dei recenti terremoti che hanno colpito alcune aree del Centro Italia.
Per la prima volta nella sezione di approfondimento dei disastri anche la versione inglese!

Massimiliano Coviello:
Riti in emergenza. Il folklore nella gestione dei traumi sismici.

Silvia Jop:
Su “Lavoro Culturale”, alla vigilia dell’ottavo anniversario del terremoto dell’Aquila: proteggersi dai terremoti: riti in emergenza e memoria sismica. Di Giogg.

Stefano Ventura‎:
Su “Sismografie” – il focus al quale contribuisco su “Lavoro culturale” – c’è un articolo molto interessante scritto dal bravo studioso Giogg in cui si parla dei riti collettivi che hanno accompagnato le emergenze nel corso della storia. Da leggere!

Fabio Carnelli:
This is a first attempt to publish articles in English by “Sismografie”, the section focusing on risk and disaster within “Lavoro Culturale”, a human science blog edited by a growing network of Italian social scientists. The “Sismografie” section has collected more than 60 articles on risks and disasters issues over 5 years. Giuseppe Forino (University of Newcastle), Stefano Ventura (University of Siena) and me (University of Milano-Bicocca) feel the urgency to promote a knowledge exchange between international and Italian scholars around risks and disasters issues. Our goal is that of reaching a large audience and promoting a public debate by using academic research in an interdisciplinary and applied perspective on a blog.
Today, you will find an extendend abstract of the article by the anthropologist Giogg on emergency rituals and seismic memory in Central Italy.
You can also contribute to Sismografie by submitting your article (3 pages) which will have an extended abstract in Italian.
“Protecting ourselves from earthquakes: emergency rituals and seismic memory” by Giogg.

Radio MPA:
A Radio MPA abbiamo ospitato il Professore Giogg dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e, a partire dal suo articolo pubblicato su “Lavoro Culturale”, abbiamo parlato dell’importanza dei riti di emergenza e di commemorazione per le comunità che subiscono un terremoto o altri eventi disastrosi.

Simone Valitutto:
I riti del rischio, quelli di ieri e quelli di oggi. Un altro fondamentale tassello della comprensione dell’attuale a firma di Giogg.

Altre condivisioni sono in alcuni gruppi-Fb, ad esempio: qui, qui e qui. Infine, tra i commenti ricevuti, segnalo questo di Alessandro Chiappanuvoli:

Dalle arrostate comunitarie nei giorni immediatamente successivi al 6 aprile 2009 (riti sacrificali per forzato scongelamento, soprattutto di agnelli e pecore) al rito di commemorazione per eccellenza che si riconfermerà questa notte nella fiaccolata, quanto c’è di sacro anche dove non sembra apparentemente. Ottimo articolo. Bello averlo letto proprio in questo giorno.
(E che bello vedere tante persone taggate! Già siamo una piccola comunità che può muovere grandi passi. Attiviamo una mailing list per discutere insieme eventuali idee per costituire una rete o un gruppo di pressione?).

I riti in emergenza

I “riti in emergenza” sono dispositivi folklorici utili a riassorbire lo shock causato da un disastro e, allo stesso tempo, a tenere insieme la collettività dopo un trauma. L’esperienza di un medesimo modo di sentire, durante una crisi profonda, permette ai membri di una specifica comunità di pensare alla loro identità collettiva e di esprimerla secondo procedure che sono, appunto, culturali. Entro l’ampia categoria dei “riti in emergenza” vi sono molteplici tipologie rituali, spesso molto differenti tra loro: da quelle penitenziali e simboliche a quelle formali e propiziatorie, prendendo spesso la forma della processione, delle preghiere collettive o dei digiuni.
Come ho scritto altrove, i “riti in emergenza”

«sono, al contempo, cerimonia liturgica e manifestazione di socialità volte al contenere l’angoscia: un tentativo di dominare ciò che è indomabile, ma anche una modalità per esprimere il senso di shock, la rabbia, l’incredulità e il dolore. In altre parole, i riti in emergenza sono il modo in cui i sopravvissuti cercano conforto stringendosi gli uni agli altri al fine di restare uniti e vincere la disperazione e la disgregazione».

Ne ho studiati vari casi per quanto riguarda il Vesuvio, specie in occasione dell’eruzione del 1631, ma particolarmente noto, tra le esplosioni recenti, è il rito riportato da Norman Lewis in “Napoli ’44“, in cui descrive una singolare processione volta a fermare la colata lavica (di cui, tuttavia, nelle modalità esposte, non si hanno altre testimonianze):

«Su tutto dominava, un po’ per le dimensioni stesse e un po’ per la quantità di persone che ne sorreggevano il basamento fronteggiando l’eruzione, l’effigie di san Sebastiano. Imboccando una stradina laterale, tuttavia, ho scoperto un’altra statua, anch’essa circondata da molti devoti e coperta da un lenzuolo bianco. Uno dei carabinieri che perlustravano i dintorni a caccia di sciacalli mi ha detto che si trattava della statua di san Gennaro, fatta arrivare di nascosto da Napoli come ultima risorsa qualora tutto il resto fosse fallito. L’avevano coperta con un lenzuolo per evitare di offendere la confraternita di san Sebastiano e il santo stesso, che avrebbe potuto risentirsi per quell’intrusione nel suo territorio. Solo come estremo rimedio avrebbero portato allo scoperto san Gennaro, implorandolo di fare il miracolo. Il carabiniere non credeva che sarebbe stato necessario, perché secondo lui era evidente che la colata stava rallentando».

Presentati spesso come manifestazioni superstiziose, esternazioni dell’irrazionalità o dimostrazioni dell’impreparazione napoletana, in realtà, come osserva Jean Cazeneuve, i riti «quanto meno appaiono ragionevoli, tanto più rivelano la loro necessità». I “riti in emergenza” sono sia una forma di culto che un’espressione collettiva attraverso cui la comunità può riconoscersi in un percorso spaziale, come nelle processioni, e interiore, come nelle preghiere e litanie. Naturalmente, tali pratiche rappresentano anche di più, perché spesso rivelano un vero e proprio uso politico del disastro: osservarle significa aprire una finestra critica sulla dialettica che una determinata comunità ha saputo e voluto impostare con se stessa e col proprio ambiente. Dai resoconti d’epoca di determinate eruzioni vesuviane, ad esempio, tali riti sono esplicitamente approvati, se non sollecitati e organizzati, dalle gerarchie ecclesiastiche, tuttavia non mancano casi in cui i promotori sono stati gli amministratori e i politici (o, per la precisione, gli aristocratici), con una evidente strategia volta a radicarsi presso il popolo.

Gli ultimi mesi di scosse sismiche nell’Italia Centrale sono stati drammatici e spossanti, per cui le varie forme di religiosità emerse durante questo periodo andrebbero considerate sotto diversi punti di vista. Di seguito farò una breve carrellata di casi che mostrano la polisemicità del fenomeno.
All’indomani del terremoto del 30 ottobre 2016 molti abitanti di Ascoli Piceno si sono raccolti spontaneamente davanti alla cattedrale di sant’Emidio, rimasta chiusa per precauzione, per celebrare comunque la messa davanti al tempio di colui che è considerato il protettore dai terremoti. Lo stesso è accaduto a Norcia, dinnanzi alle macerie della basilica di san Benedetto. In quei giorni ne scrissi qui.
Nello stesso periodo, però, il ricorso al sacro non è emerso solo in modo “istintivo” o “impulsivo”, perché anzi è stato manifestamente sollecitato da figure specifiche, sia laiche che ecclesiastiche. Ad esempio, a Castel del Rio (Bologna) il sindaco Alberto Baldazzi ha inteso recuperare un rito risalente al 1725, quando furono tenute delle preghiere collettive dopo alcuni eventi calamitosi in zona, stabilendo che questo in futuro diverrà un appuntamento fisso (si chiamano “riti di commemorazione” e ne parlerò un po’ di più alla fine del post):

«ogni anno, in occasione dell’antivigilia di Ognissanti, ci sarà la Santa Messa nella chiesa di Sant’Ambrogio e la recita del rosario nell’oratorio della Beata Vergine del Sudore» (28 ottobre 2016).

L’altro giorno, invece, a Spoleto (Perugia) il vescovo Renato Boccardo ha invitato a digiunare durante tutta la giornata di venerdì 27 gennaio 2017 e poi ha indetto una processione penitenziale per l’indomani, sabato 28, intorno alle mura di Norcia con l’immagine della Madonna Addolorata estratta dai Vigili del Fuoco dalla chiesa di San Benedetto, crollata nel centro cittadino due mesi fa:

«nella tradizione cristiana il digiuno ha un posto molto importante e particolare: è una privazione che si offre per rendere gradita a Dio la preghiera. Non facciamo digiuno per raccogliere soldi, ma per chiedere al Signore, creatore dell’universo, di intervenire anche sulle forze della natura. Non è Dio che manda il terremoto: ma Lui, che ha dato origine al mondo, regolato poi dalle leggi della natura che fanno il loro corso, può intervenire per il bene del creato. Con questo gesto vogliamo allora chiedere al Signore di avere misericordia di queste popolazioni e di questa terra ferite dal terremoto. Sarà anche un momento che ci aiuta a capire l’essenziale e a renderci conto che non tutto quello che facciamo è necessario. […] Riporteremo l’immagine della Madonna, molto venerata a Norcia e invocata anche come protettrice dai terremoti] per qualche ora nella sua terra per chiederle protezione sulla gente della Valnerina e liberazione dalla persecuzione del sisma» (26 gennaio 2017).

Sempre in Umbria, la settimana scorsa, il presidente della Conferenza episcopale umbra e arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, cardinale Gualtiero Bassetti, ha inviato un messaggio alle 600 parrocchie della regione perché domenica 29 gennaio ci si organizzasse per una preghiera corale, così da invocare

«il cessare dei terremoti e un tempo di serenità per tanti fratelli e sorelle provati dalle forze della natura. […] Il protrarsi del sisma che tormenta da mesi la nostra regione, specialmente la Valnerina, sollecita la nostra solidarietà e richiede la nostra preghiera» (26 gennaio 2017).

Se in futuro il “rito in emergenza” verrà riconosciuto come efficace e, dunque, se l’intervento divino verrà ritenuto decisivo per la risoluzione dell’evento drammatico, allora è possibile che nei prossimi anni tale miracolo verrà ricordato attraverso un rito simile, ma di natura piuttosto diversa: il cosiddetto “rito di commemorazione”. Questo va considerato innanzitutto come una forma di memoria collettiva di quanto accaduto, una vera e propria macchina per risalire il tempo, cioè un modo per selezionare il passato e ripresentificare solo ciò che è ritenuto esemplare.
Al momento non possiamo sapere se i “riti in emergenza” brevemente illustrati in questo post daranno effettivamente luogo a specifici “riti di commemorazione”, ciò verrà chiarito solo da una costante e puntuale osservazione etnografica. Tuttavia, se ciò accadrà, ci troveremo dinnanzi ad una pratica sociale che, svolgendosi ripetutamente, creerà un insieme di convenzioni e routine che, per questioni di convenienza ed efficienza, daranno l’illusione di una sua perennità ed immutabilità. In una parola: identità.

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INTEGRAZIONE del 28 febbraio 2017:
Cercando aggiornamenti sui “riti in emergenza“, in giro per il web mi sono imbattuto in varie preghiere cattoliche da recitare in tempo di calamità. Le riproduco di seguito:

Dal website “Preghiere per la famiglia“:

Preghiera nel tempo di terremoto
O Dio creatore, / noi crediamo che tu sei nostro Padre / e che ci vuoi bene / anche se la terra trema / e le nostre famiglie sono state sconvolte / dall’angoscia. / Non lasciarci soli nel momento della sventura. / Apri il cuore di molti nostri fratelli / alla generosità e all’aiuto. / A noi dona la forza e il coraggio / necessari per la ricostruzione / e l’amore per non abbandonare / chi è rimasto senza nessuno. / Così, liberati dal pericolo / e iniziata una vita nuova, / canteremo la tua lode.

In tempo di pubbliche calamità
O Gesù, Dio di pace, gettate uno sguardo di misericordia / su questa terra infelice; mirate quante lacrime si versano / nelle famiglie anche più innocenti. / Se avete scritto nei vostri decreti questo dolore, / ricordatevi che siamo figli, che per questo vi fermaste / in mezzo a noi sull’altare. / Pronunciate, o Signore, un’altra volta quella parola potente / che nel furore della tempesta fece tacere i venti, / ricompose le onde agitate, rese tranquillo e sereno il cielo. / Allora vedremo rifiorire questa terra e, mossi da viva gratitudine, / verremo al vostro altare per ringraziarvi con fede più viva, / più sicura speranza ed amore più riconoscente.

In tempo di tribolazioni
Vergine Santa, conforto degli afflitti e madre di consolazione, / a voi gridiamo dal fondo delle nostre tribolazioni: / Abbiate pietà di noi poveri infelici, che a voi la domandiamo. / O Maria, questo è il momento di mostrare, come è giusto il nome, / con cui vi invochiamo nostra madre. / Dimenticaste voi quelle ultime parole del vostro Gesù dalla Croce, / quella voce moribonda, quegli estremi sospiri, / coi quali a voi ci consegnava come figli? / O cara Madre udite il gemito di noi poveri peccatori sì, / ma figli vostri. Se voi non ci consolate, / a chi potremo noi domandare soccorso? / Deh voi dunque parlate di noi al vostro Gesù con quell’amore / che sempre lo vince. / Nel vostro seno deponiamo le nostre lacrime: / da voi aspettiamo la nostra consolazione; / e quando pure sapessimo che voi ce la negaste, / ancora rimarremo ai vostri piedi gridando: / Madre, consolateci, che siamo vostri figli.

Dal website “Ognissanti San Barnaba“:

Preghiera alla Madonna del terremoto
(A questa Madonna è dedicata una piccola chiesa di Mantova, in piazza Canossa, che «fu edificata nel 1754 a ricordo della protezione data dalla Madonna in occasione del terremoto del 1693»)
:
O beatissima Regina del cielo e della terra, / che mentre stavi sotto la croce di Gesù, tuo Figlio, / e la spada del dolore ti trapassava l’anima / per diventare la Madre di tutti i viventi, / hai sentito sotto i tuoi piedi tremare la terra, / soccorri i tuoi figli che gemono spaventati dal terremoto. / La terra rimbomba di un sordo boato, / attorno a noi crollano il presente e il passato / e le nostre anime smarrite si chiedono: / che cos’è l’uomo, perchè Tu, o Signore, te ne ricordi? / Fatto a immagine e somiglianza di Dio e circondato di gloria, / eppure ha divorato come un figlio dissoluto i doni del Padre, / ha tradito l’Amore di Gesù, ha spento lo Spirito Santo, / fino a meritare il castigo di Dio. / O Madre Santissima, piena di Grazia e di Misericordia, / intercedi per noi presso tuo Figlio: / prendi le nostre mani e guidaci a Lui, / perchè converta i nostri cuori e perdoni i nostri peccati. / Liberi dall’inquetitudine e dalla disperazione, / seguiremo la via della salvezza e canteremo / in eterno con te le meraviglie di Dio. / Amen

Dal website “Papaboys“:

Preghiera del cuore a Gesù Salvatore per tutte le famiglie coinvolte nel terremoto
(«Rivolgiamo questa preghiera al Signore del tempo e della storia, per tutte le popolazioni colpite dal terremoto del centro-Italia. Ti chiediamo Signore di avere pietà di tutti noi, di concedere conforto ai cuori di tutti coloro che sono in difficoltà e che vedono la propria casa di strutta. Per i bambini, per gli anziani e per tutti coloro che soffrono»)
O Dio creatore, noi crediamo che tu sei nostro Padre e che ci vuoi bene / anche se la terra trema e le nostre famiglie sono state sconvolte dall’angoscia / Non lasciarci soli nel momento della sventura. / Apri il cuore di molti nostri fratelli alla generosità e all’aiuto. A noi dona la forza e il coraggio necessari per la ricostruzione e l’amore per non abbandonare chi è rimasto senza nessuno. / Così, liberati dal pericolo e iniziata una vita nuova, canteremo la tua lode.

Dal website “Donna 10“:

Preghiere contro i terremoti: affidiamoci a Sant’Emidio d’Ascoli!
(«Ecco la preghiera che tutti dovremmo intonare, affinché Sant’Emidio ci protegga dal flagello dei terremoti»)
Sant’Emidio, accogli benigno la preghiera che fiduciosi ti rivolgiamo. Intercedi per noi presso il Signore affinché, a tua imitazione, la nostra fede, vivificata dalle opere, sia testimonianza di filiale amore a Dio e di fraterna carità per il prossimo. Spronati dal tuo esempio, promettiamo di vivere col cuore staccato dai beni della terra e disposti a sacrificare tutto pur di restare fedeli a Dio e alla Chiesa. Estendi su di noi, sulle nostre famiglie e sulla nostra città e diocesi la tua protezione affinché, preservati dal terremoto e da ogni altro flagello, possiamo trascorrere una vita quieta e tranquilla, tutta intesa a daregloria a Dio e a rendere più sicura la salvezza delle nostre anime.

Un video che raccoglie varie preghiere collettive dopo il sisma del 30 ottobre 2016:

San Gennaro e il prodigio parziale

Ieri a Meta, in Penisola Sorrentina, ho partecipato alla presentazione dell’ultimo libro di Maurizio Ponticello, “Un giorno a Napoli con san Gennaro“. E’ stato un appuntamento molto interessante, anche perché vigilia del terzo prodigio annuale del patrono di Napoli, quello del 16 dicembre, anniversario della grande eruzione del 1631. Come il sabato precedente la prima domenica di maggio e il 19 settembre, il sangue di san Gennaro si scioglie anche il 16 dicembre, appunto, data della cosiddetta “Festa del Patrocinio“. Stamattina, però, il sangue non si è sciolto, per cui si è atteso il pomeriggio per verificare nuovamente l’ampolla e, da quanto ho letto, pare che il prodigio sia avvenuto solo parzialmente. In serata, tuttavia, “Il Mattino” ha spiegato che il cosiddetto “miracolo laico” non c’è stato, aggiungendo le parole pronunciate da monsignor Vincenzo De Gregorio, abate della Cappella del Tesoro di san Gennaro, mentre chiudeva la teca: «Non dobbiamo pensare a sciagure e disgrazie. Noi siamo uomini di fede e dobbiamo continuare a pregare» [*].

Contrariamente a quanto si tramanda, non c’è alcuna evidenza storica che attesti il martirio del vescovo Gennaro per decapitazione il 19 settembre del 305 d.C., per cui è piuttosto controversa anche l’autenticità del liquido (sangue?) custodito nell’ampolla, del cui scioglimento, in ogni caso, si ha la prima notizia oltre mille anni dopo, nel 1389. Nei corso dei secoli, c’è chi ha elencato i vari tipi di pronostici legati alle differenti modalità con cui si liquefa il sangue [1] e chi ha addirittura calcolato le percentuali di effettivo accadimento di tali presagi [2]. Per questi ultimi, nel 76% dei casi di “miracoli infausti” si sono effettivamente verificati degli “avvenimenti tristi”, il ché porta Ponticello a fare la seguente osservazione: «San Gennaro, quindi, può sbagliarsi nel 24% dei casi? Asserito da un uomo di Chiesa, tra l’altro colto com’era Alfano, questa dichiarazione non può non lasciare esterrefatti» (pp. 283-284).
Personalmente, è un po’ di tempo ormai che chiedo a san Gennaro di fare il miracolo di non fare il miracolo, cosicché un tarlo entri nelle coscienze di tutti. Ma, naturalmente, comprendo bene l’esortazione di chi chiede un evento portentoso, anche – in maniera molto napoletana – sollecitando il patrono con qualche insulto: «Faccia Gialla, squaglialo! / Fallo, fallo ‘stu miracolo. / Faccia Gialla, squaglialo! / Fallo, fallo pe’ ‘stu popolo» [3].

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[1] G. Radente, “Segni della prodigiosa liquefazione del sangue“, 1760.
[2] G. B. Alfano – A. Amitrano, “Le scienze occulte e il miracolo di S. Gennaro“, 1922.
[3] Enzo Avitabile, “Faccia Gialla“.

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PS: Oggi la pagina Fb “Napoli nel Cinema” ha pubblicato il breve documentario “Il miracolo di san Gennaro” di Luciano Emmer e Enrico Gras (1948); dura 8’30” ed è molto suggestivo.

PPS: Ho pubblicato questo post anche sul mio Fb.

[*] Le dichiarazioni del sacerdote contengono una contraddizione: se il mancato miracolo non è un cattivo presagio, a che serve pregare?

385 anni fa, l’EMA vesuviano del futuro

Oggi ricorre il 385° anniversario della più grande eruzione vesuviana dell’ultimo millennio. Quell’evento del 16 dicembre 1631 cambiò il panorama e la rappresentazione di Napoli, diede avvio alla vulcanologia moderna e consacrò definitivamente san Gennaro patrono della città. In mattinata, infatti, ci sarà la prodigiosa terza liquefazione annuale del sangue del santo, mentre nel pomeriggio si terrà una rappresentazione storica presso il Museo del suo Tesoro. Ulteriori informazioni sono sulla pagina Fb “Rischio Vesuvio“:

Oggi, 385 anni fa, si ebbe la più grande eruzione vesuviana del secondo millennio, quella che diede avvio al più recente dei cicli eruttivi del nostro vulcano, conclusosi nel marzo del 1944. L’eruzione del 16 dicembre 1631, classificata “subpliniana” dagli scienziati, fu catastrofica: uccise almeno 4.000 persone (su una popolazione di circa 50.000 abitanti della fascia vesuviana), coinvolse 30 paesi, distrusse gli acquedotti (con grave crisi idrica per i sopravvissuti), decimò il bestiame e per anni i campi agricoli furono impraticabili. Con quell’esplosione cambiò non solo il comportamento del Vesuvio e la sua morfologia, ma anche l’atteggiamento che gli abitanti dell’area avrebbero avuto in seguito nei suoi confronti: il bisogno di capire quell’incredibile fenomeno della natura contribuì alla nascita della vulcanologia moderna, mentre la necessità di dargli una misura “gestibile” culturalmente favorì la definitiva consacrazione di san Gennaro come protettore di Napoli [1]. Quell’eruzione, inoltre, determinò anche un mutamento nella rappresentazione della città, che da allora, appunto, è ritratta adagiata sul golfo e col vulcano sullo sfondo a dominare la scena.
Ricordare l’eruzione del 16 dicembre 1631, tuttavia, non è semplicemente una forma di rispetto verso il passato, bensì un modo di pensare al futuro: negli ultimi anni, infatti, quello è stato ritenuto l’evento di riferimento [EMA: evento massimo atteso] per l’elaborazione degli attuali Piani di Emergenza e di Evacuazione. In altre parole, considerando l’attuale stato di quiescenza del vulcano, gli studiosi hanno calcolato che l’eruzione futura più probabile (di cui però ignoriamo il quando) potrebbe sprigionare un’energia simile a quella del XVII secolo.
D’altronde, il futuro è il tempo a cui si rivolse già il Viceré di Napoli nel 1632, quando a Portici fece erigere un’iscrizione di marmo che alcuni considerano la prima espressione di protezione civile della storia. Il cosiddetto “Epitaffio del Granatello”, infatti, invita i posteri (ovvero noi tutti) a fare attenzione al vulcano e a prepararsi per tempo, perché, quando si manifesta, la potenza del Vesuvio è incontrollabile: «Allora, se hai giudizio, presta ascolto a questa lapide eloquente. Non curarti della casa, non badare ai bagagli: Fuggi, senza alcuna esitazione!».
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[1] Dal punto di vista religioso, stamattina alle 9h00 si terrà una celebrazione liturgica in occasione del terzo miracolo annuale della liquefazione del sangue, presso la Cappella del Tesoro di san Gennaro. Nel pomeriggio alle 17h00, inoltre, presso il Museo del Tesoro di san Gennaro ci sarà una rievocazione storica dell’eruzione del 1631.

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L’immagine ritrae l’epitaffio eretto nel 1632 al Granatello di Portici, di cui si può leggere il testo e la traduzione QUI.

PS: l’acronimo “EMA” riportato nel titolo di questo post sta per “Evento Massimo Atteso“, che è l’espressione usata dalla Protezione Civile per riferirsi allo scenario eruttivo futuro più probabile, il quale, tuttavia, non è certo, perché l’evento massimo “possibile” potrebbe essere molto più forte.

Novità editoriale: “Linguaggi della devozione”, con saggio sulla religiosità vesuviana

E’ uscito per le Edizioni di Pagina il libro “Linguaggi della devozione. Forme espressive del patrimonio sacro“, a cura di Gianfranca Ranisio e Domenica Borriello (scheda). Tra gli autori ci sono anche Paola Elisabetta Simeoni, Susanna Romano ed io. Il mio contributo si intitola “«Mettici la mano Tu!». Emergenza e commemorazione: vecchi e nuovi riti vesuviani” (abstract).

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Clicca sull’immagine per accedere alla scheda del libro.

Come strenna natalizia abbiamo fatto tardi, ma potete regalare/regalarvi il testo anche per altre ricorrenze, come compleanni, onomastici, feste di Carnevale, celebrazioni di sant’Antonio Abate, sant’Antonino, san Valentino e Pasqua, per ricordare la Liberazione… oppure perché vi appassiona il tema o per pura curiosità. Insomma, lo trovate via-web o in libreria (e se non c’è, ordinatelo!).

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INTEGRAZIONE del 13 gennaio 2015:
Angie Cafiero ha dedicato un articolo su “Corso Italia News” al volume “Linguaggi della devozione”: QUI (e tra i commenti di questo post).

Mettici la mano tua

Oggi, 19 settembre, festa di San Gennaro Martire, patrono di Napoli, tutto è andato secondo copione: «Si è ripetuto alle 9,41 il prodigio dello scioglimento del sangue di San Gennaro. L’annuncio è stato dato ai fedeli in preghiera nel Duomo di Napoli dal cardinale Crescenzio Sepe che ha sventolato, secondo l’antica tradizione, il fazzoletto bianco ed è stato accolto dai fedeli, giunti nella cattedrale di Napoli sin dalle prime ore del mattino, da un lungo e liberatorio applauso. Il ripetersi del miracolo è letto dai napoletani come un segno di buon auspicio per la città» (ANSA).
Per questa occasione, Leonardo Tondelli ha scritto un lungo post agiografico in cui, però, il santo non è protagonista, ma al centro del testo c’è il Vesuvio. Il legame tra il vulcano napoletano e la religiosità dei suoi abitanti è leggendaria, ma in generale ogni territorio “a rischio”, così come ogni disastro avvenuto, catalizzano e producono bisogni e sensibilità legate al trascendente. Il ragionamento di Tondelli, invece, si concentra sul tangibile, ovvero sulla (im)preparazione al rischio vulcanico. L’articolo si intitola “L’opzione San Gennaro” (su «Il Post» e sul suo blog) e, in merito all’eventualità di un’eruzione, tocca i seguenti dieci punti:

  1. L’intervento di Nakada Setsuya circa la possibilità che il Vesuvio torni ad eruttare: «un segreto di Pulcinella» che nemmeno l’ex capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, negava o sminuiva, ma che anzi riteneva «il più grande problema di Protezione Civile che c’è in Italia» (e per il quale bisognava «predisporre piani di evacuazione per almeno un milione di cittadini, tra cui molti di Napoli»).
  2. Il coinvolgimento attivo delle altre regioni italiane che dovranno accogliere le centinaia di migliaia di persone evacuate dalla “zona rossa vesuviana”. Queste regioni lo sanno? Sono pronte?
  3. Le modalità e i mezzi con cui gli sfollati vesuviani dovrebbero raggiungere le regioni ospitanti. (Attualmente è in progetto un adeguamento della SS 268).
  4. La monitorizzazione scientifica del vulcano: «il Vesuvio è costantemente monitorato. È il vulcano più studiato del mondo».
  5. La storia eruttiva del Vesuvio degli ultimi due millenni e il legame col culto di San Gennaro (che diventa stretto solo dal Seicento).
  6. La memoria dell’ultima eruzione: 1944.
  7. I tre (principali) scenari possibili: [a] «potrebbe risolversi tutto con una sboffata di fumo e la solita colata lavica stile Etna»; [b] «Un’altra possibilità è che la terra cominci a tremare e vada avanti per mesi, come nel 1631. A quel punto avremmo un po’ di tempo per evacuare»; [c] «La terza possibilità è che le cose vadano veramente male: un’eruzione esplosiva senza molto preavviso».
  8. Il progetto “VesuVia” e il suo fallimento.
  9. Un’idea goliardica: girare un film catastrofico, anzi un vero e proprio kolossal con un cast hollywoodiano, che permetta di recuperare consapevolezza sulla natura del territorio di cui stiamo parlando: «Potremmo persino recuperare l’investimento: e sarebbero altri soldi per la statale e per gli svincoli e per i rifugi a prova di nubi tossiche. Ma soprattutto, dopo aver visto un film così, non avremmo più alibi. Sapremmo che viviamo alla pendici del più grande disastro possibile».
  10. La cruda realtà, ovvero il punto di vista di un politico: «Prevenire i disastri naturali costa troppo. Qualcuno potrebbe obiettare che ricostruire dopo un disastro costa ancora di più, ma non è detto che sia così. Mettiamoci dal punto di vista di un politico. Per lui la prevenzione significa tasse: tasse significa perdere le elezioni. Quindi la prevenzione ha un costo inaccettabile. Viceversa il disastro significa solidarietà. Significa gesti incredibili, che solo un’emergenza può suggerire o giustificare. […] Lasciare che il Vesuvio erutti o esploda può sembrarvi una pazzia, ma a un certo livello di responsabilità diventa un’opzione più praticabile, più conveniente di altre».

Leonardo Tondelli (che ha scritto del Vesuvio anche altre volte: ne ho raccolto i testi in questi miei post) coglie l’aspetto fondamentale di ogni discorso sul rischio: la questione politica che esso porta con sé. Allo stato attuale, la catastrofe annunciata causata da una futura eruzione vesuviana non sarà naturale, bensì prettamente antropica.

Colgo lo spunto di questo articolo di Leonardo per raccogliere tra i commenti di questo post le notizie che in futuro incontrerò sul legame tra rischio e religiosità.

  • Torre Annunziata, fine ottobre 2013: canto alla Madonna della Neve contro la camorra e l’inquinamento, QUI. La Vergine è commemorata sia il 5 agosto (giorno della Madonna della Neve, appunto), sia il 22 ottobre (giorno che rievoca il 22 ottobre 1822, quando la divinità, invocata dai cittadini torresi, fermò miracolosamente la lava del Vesuvio): QUI.
  • San Sebastiano al Vesuvio, il 20 gennaio 2011 il maltempo non ha permesso lo svolgimento della processione del santo patrono: è stato un cattivo presagio? Ne scrissi QUI.
  • Monte Somma, ogni sabato dopo Pasqua si svolge un pellegrinaggio chiamato “Il Sabato dei Fuochi” e ogni 3 maggio si festeggia il cosiddetto “Tre della Croce”. Ne scrissi QUI.
  • San Giorgio a Cremano, il 19 maggio viene celebrata la “Festa della lava“, in ricordo di San Giorgio Martire che nel 1872 salvò miracolosamente la città dalla colata lavica. Altre info: QUI (o qui)

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Su “Repubblica.it” del 15 agosto 2011, c’è una galleria fotografica intitolata “Java: ex-voto nel cratere per ringraziare gli dei“.
La didascalia recita: “Indonesia, per ringraziare le divinità indu della prosperità, la salute e il buon raccolto si svolge a Java la tradizionale cerimonia Kasada nel corso della quale i fedeli gettano nel cratere del Monte Bromo ogni genere di offerte: animali vivi, frutta, verdura“.

Clicca sull’immagine per accedere alle 18 fotografie dell’intero reportage.

Approfondimenti sulla cerimonia Kasada sono QUI, QUI e QUI.

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“Il Post” ha pubblicato una foto notevole: è una processione di donne filippine che portano delle effigi sacre sulle macerie lasciate dal tifone Haiyan. Quel sentimento non ha confini: né spaziali, né temporali. Potrebbe essere, infatti, San Sebastiano al Vesuvio nel marzo 1944. O la Sardegna di queste ore.

“Sopravvissuti al tifone Haiyan durante una processione religiosa a Tolosa, nella parte orientale dell’isola di Leyte, nelle Filippine. Secondo le Nazioni Unite 1,9 milioni di persone hanno perso le loro case a causa del tifone”.
Clicca sulla foto per accedere alla pagina originale.

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AGGIORNAMENTO del 4 febbraio 2014:
“RaiNew24” ha pubblicato una galleria fotografica con immagini di preghiere per placare l’eruzione del vulcano Sinabung, nel Nord di Sumatra, in Indonesia: «Una colonna di fumo alta due chilometri e mezzo si alza dal vulcano Sinabung dopo l’ennesima violenta eruzione che ha trasformato la regione circostante in un paesaggio apocalittico».

Clicca sull’immagine per accedere alla galleria fotografica.

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AGGIORNAMENTO del 6 aprile 2014:
Antonio Cimmino riferisce di un musical su San Gennaro e Napoli in scena in questi primi giorni di aprile 2014 presso la Mostra d’Oltremare: Sangue Vivo: il primo musical su San Gennaro (“Il Mediano”, 6 aprile 2014, QUI).

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AGGIORNAMENTO del 19 maggio 2014:
Come scrivevo più su, nel mese di maggio a San Giorgio a Cremano viene celebrata la “Festa della lava“, in ricordo di San Giorgio Martire che nel 1872 salvò miracolosamente la città dalla colata lavica, ma anche in ricordo della processione con cui il santo fu portato dinnanzi al fronte lavico nel 1944, anno dell’ultima eruzione vesuviana. Ieri la celebrazione si è conclusa con l’incontro tra San Giorgio e San Sebastiano nel santuario di quest’ultimo. Ne ha scritto “San Sebastiano al Vesuvio News” sulla sua pagina facebook:

San Sebastiano al Vesuvio, 18 maggio 2014, incontro tra le statue di San Sebastiano e San Giorgio in ricordo dell’eruzione del 1944.

L’incontro di ieri sera, in un emozionante clima di festa, ha riacceso i riflettori sull’ultima eruzione del 1944. Allora erano in gioco il futuro e la sopravvivenza dei paesi vesuviani stretti nella morsa della lava. Divisi in costumi e tradizioni, sospettosi e competitivi, i rispettivi cittadini si trovarono così uniti nel richiamo alla provvidenza divina.
L’esigenza del ricordo si lega alla immutata e complessa natura del nostro territorio, diventando monito per le coscienze: occorre che le istituzioni locali lavorino in sinergia al fine di minimizzare ogni potenziale rischio connesso al Vesuvio.
L’abbraccio fra San Giorgio e San Sebastiano rappresenta, a mio avviso, un importante passo in questa direzione.

Un reportage fotografico dell’evento è stato pubblicato da Anna Esposito sul suo spazio facebook:

Foto di Anna Esposito. Clicca sull’immagine per accedere all’intero reportage pubblicato su fb.

AGGIORNAMENTO del 21 maggio 2014:
La pagina fb di “San Sebastiano al Vesuvio News” ha diffusouna nota storica per meglio comprendere l’incontro fra San Giorgio e San Sebastiano della scorsa domenica“:

Era il 22 marzo del 1944. San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma erano già in parte distrutte dal principale torrente di fuoco ed anche Cercola era minacciata. Norman Lewis, ufficiale alleato a seguito dell’esercito americano, nel suo libro-diario “Napoli44″, descrive così il suo arrivo a San Sebastiano:”Al momento del mio arrivo la lava stava avanzando piano piano lungo la strada principale del paese, e a cinquanta metri dalla grande massa di detriti in lento movimento, alcune centinaia di persone, per lo più in nero, stavano inginocchiate in preghiera.”
Si pregava affinchè un intervento divino giungesse a placare la furia del Vesuvio. Anche i cittadini di San Giorgio a Cremano si raccolsero in preghiera alla notizia che la lava minacciava l’abitato. San Giorgio Martire, secondo la tradizione, aveva salvato la cittadina vesuviana già in occasione dell’eruzione del 1872 – era il 19 maggio – arrestando il fiume di lava proprio al confine con San Sebastiano. Un precedente ci fu anche durante l’eruzione del 1855 quando i san giorgesi invocarono San Giorgio e la Madonna dell’Immacolata promettendo di portare le statue in processione qualora fosse salvo il paese.
Memore di quella promessa, il 22 marzo del 1944, il parroco, mons. Giorgio Tarallo, raccolse a suon di campane la popolazione nella chiesa di S. Maria del Principio. Da questa plevò la statua di San Giorgio Martire mentre dalla contigua Arciconfraternita, quella di Maria SS. Immacolata.
Alle 14 partiva la processione guidata dall’allora Sindaco Salvatore Ambrosio che innalzava un crocifisso. Da Corso Roma, proseguendo per via Pittore, si giunse in corrispondenza del fronte lavico presso le Novelle di Resina. Le statue dei Santi protettori furono poste in prima fila mentre i fedeli intonavano canti e preghiere.
Di li a poco, tra la generale commozione della folla, la lava arrestò il suo cammino risparmiando il paese.

La statua di San Giorgio sul fronte lavico del 1944

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AGGIORNAMENTO del 20 agosto 2014:
Li ho definiti “riti in emergenza”, quelli cioè che si effettuano durante una crisi o un disastro. “Il Post” riferisce che in Liberia i fedeli di una chiesa cristiana locale pregano in riva all’oceano per invocare la fine dell’epidemia di ebola, come documentano le fotografie di John Moore:

INTEGRAZIONE del 20 ottobre 2014:
Anna Momigliano riferisce su “Studio” come gli antropologi aiutano a combattere l’epidemia di ebola in Africa: “Come si ferma un’epidemia in paesi dove c’è chi è convinto che le epidemie siano causate dalle streghe, non dai virus? Per questo a fianco dei medici alcune organizzazioni internazionali hanno voluto anche antropologi“.

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AGGIORNAMENTO del 12 settembre 2014:
Durante le proteste anti-discarica dell’ottobre 2010, tra Terzigno e Boscoreale una manifestante espose un cartello-invocazione: “Madonna della Neve ferma la monnezza come fermasti la lava” [qui].
Nel corso delle varie emergenze dei rifiuti, nel napoletano si è fatto largo uso del sacro per ritagliare spazi puliti nel mare di spazzatura che aveva invaso le strade. Tra i tanti casi, nel 2008 una statua di Padre Pio ha “salvato” una strada tra Pompei e Scafati [qui]; l’anno scorso un’immagine di “san Rifiuto” ha “liberato” un garage a San Giovanni a Tedduccio [qui]; oggi è uscita la notizia di un Padre Pio che sta “proteggendo” un vicolo di Capodimonte a Napoli [qui].
Sebbene sparita dai giornali, sembra proprio che l’emergenza tra le strade del napoletano non sia affatto finita.

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AGGIORNAMENTO del 20 settembre 2014:
Anche ieri san Gennaro ha compiuto il miracolo: il sangue si è sciolto alle 10h11 e tutti hanno gioito. Ne ho raccolto un paio di articoli QUI. Il commento più divertente, ma al contempo stimolante, che ho letto è di Luca Fiorentino: “per quanto io possa odiare tutta quella serie di scaramanzie, feticci e devianze ridicole chiamata religione, provo la massima stima nei confronti di chi bell e buono ha messo in mezzo la storia del sangue di san gennaro […]” (continua QUI o tra i commenti).

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AGGIORNAMENTO del 22 novembre 2014:
Chiara Spagnolo riferisce su “Repubblica TV” di un video di 3 minuti in cui è inscenata una processione e dei funerali per la “peste degli ulivi” in Salento. Si tratta di una vera e propria risposta culturale ad un disastro in corso, un rituale in emergenza in cui, tuttavia, non è facile distinguere l’uso mediatico del sacro dallo spirito religioso vero e proprio. Tra i promotori dell’iniziativa c’è anche la Diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca: “Un mesto corteo funebre in campagna, preghiere recitate con gli occhi pieni di lacrime, donne vestite a lutto e persino il parroco che effonde l’incenso nell’aria: è il funerale degli ulivi, immortalato in un video commissionato dalla Diocesi di Ugento – Santa Maria di Leuca, che da giorni spopola sul web. Un’iniziativa che la curia ha voluto e promosso attraverso la Fondazione monsignor Vito De Grisantis, per promuovere il dibattito sulla Xylella fastidiosa, “il cancro degli ulivi”, “che si è già diffuso su 40.000 ettari, ha colpito un milione di alberi in Salento – tanti, troppi” come è scritto nei titoli di coda del mini-cortometraggio realizzato da Antonio Scarcella e Michele Rizzo con l’aiuto di Laura Campanile per Iorec produzione. Il video è girato tra il paese di Tiggiano e l’agro di Gallipoli, ovvero le zone più colpite dal batterio killer, e mostra scene di vita quotidiana di anziani salentini, per i quali la morte dell’ulivo è come quella di una persona cara. Di fronte alle foglie seccate dalla xylella le lacrime scendono copiose e bagnano i visi segnati dalla fatica, negli abbracci le donne cercano consolazione per la perdita e ai piedi dell’albero viene infine posta una corona di fiori, per salutarlo come se fosse un figlio“.

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