L’incendio che ha bruciato un terzo del Vesuvio

L’11 luglio 2017, un mese fa, sul Vesuvio infuriava uno degli incendi più disastrosi della sua storia, profondamente diverso da quelli che sono stati descritti nelle cronache dei secoli scorsi. Gli incendi d’un tempo – così venivano chiamate le eruzioni succedutesi dal 1631 al 1944 – erano certamente spaventosi e, talvolta, distruttivi, ma comunque sempre opera della natura. L’incendio che un mese fa ha bruciato un terzo dell’area del Parco Nazionale istituito nel 1995 intorno al vulcano napoletano, invece, è un atto totalmente umano. Non ne conosciamo ancora le cause, né i colpevoli, infatti le piste investigative sono molte, tutte con una loro quota di verosimiglianza, nonché tutte contemporaneamente possibili: business dell’emergenza, della bonifica e della riforestazione; economia dei rifiuti e dell’abusivismo; espressioni della criminalità spicciola in ascesa o della criminalità organizzata in radicamento; vandalismo urbano e turbe psichiatriche, disattenzione e noncuranza. Ciò su cui insistiamo noi, invece, riguarda il ruolo delle istituzioni: ciò che i roghi vesuviani hanno reso lampante è l’inadeguatezza, l’impreparazione, l’insufficienza, il ritardo della pianificazione, della prevenzione, dell’assunzione di responsabilità da parte degli amministratori pubblici, dall’Ente Parco alla Regione, passando per i Comuni e la Città Metropolitana.
Per tenere memoria di un evento che riteniamo uno spartiacque nella gestione (ordinaria) del nostro territorio, così come nella prevenzione dei rischi (tutti), abbiamo messo insieme dei dati che Natale De Gregorio ha trasformato in tre infografiche: la cronologia delle fiamme sul Vesuvio, i numero del disastro, gli effetti della distruzione (con, alla fine, un piccolo lume di speranza).

RischioVesuvioRoghi

RischioVesuvioNumeri

RischioVesuvioEffetti

E’ bene ricordare, infine, che l’incendio dell’11 luglio non è arrivato all’improvviso, perché il Vesuvio bruciava già da un mese. Pertanto, riproponiamo qui i nostri interventi pubblicati sulla pagina-Fb “Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci“, nonché i contributi di altri studiosi e attivisti particolarmente utili per una corretta lettura degli eventi.

Un approfondimento interessante è stato pubblicato su “Napoli Monitor”, con vari contributi:

Altre analisi e testimonianze che consigliamo sono le seguenti:

  • 16 luglio, Luigi Vitiello sui volontari che distribuiscono cibo agli animali sopravvissuti.
  • 23 luglio, Giovanni Marino, coordinatore del Movimento “Cittadini per il Parco”, sulla fiducia al Presidente del Parco Nazionale.
  • 26 luglio, Marco Manna sulla Mobilitazione “Vesuvio Basta Fiamme”.
  • 28 luglio, Giuseppe Borrelli, procuratore aggiunto della DDA di Napoli, sul pericolo di infiltrazioni criminali nel business del rimboschimento e della bonifica.
  • 6 agosto, Giovanni Marino, coordinatore del Movimento “Cittadini per il Parco”, sul piano di rilancio del Parco da parte del Presidente.
  • 7 agosto, Giovanni Gugg sulla visione d’insieme del fenomeno degli incendi.

PS: questo post è una versione estesa dello status pubblicato su Fb dalla pagina “Rischio Vesuvio”: QUI.

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La Campania finanzia i Piani Comunali di protezione civile

Il Piano di Emergenza Nazionale del Vesuvio è decisamente controverso (e altrove se ne è scritto diffusamente). Altrettanto problematici, però, sono i Piani Comunali di Evacuazione della “zona rossa”: si sa quali sono i punti d’incontro in caso di allarme? e dove fuggire o ripararsi? per quali vie? gli abitanti sanno dove reperire maschere antigas?
Le lacune locali, tuttavia, si inseriscono in un quadro di inadeguatezza più ampio e diffuso. In Campania, infatti, «al 17 dicembre 2013, solo 214 Comuni su 551, pari al 39%, disponevano di un piano di protezione civile comunale», ha dichiarato l’assessore Edoardo Cosenza.
Ieri la Giunta Regionale ha emesso un bando di finanziamento per 15 milioni di euro: le richieste devono pervenire entro 60 giorni. E’ data priorità ai comuni vesuviani e a quelli ad alto rischio idrogeologico: Bando Regione Campania per il finanziamento dei Piani Comunali di protezione civile (oppure QUI, pdf).

Ne ha scritto “Il Giornale della Protezione Civile”: “Campania: dalla Regione 15 milioni di euro per i piani comunali di protezione civile” (3 febbraio 2014).

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Sui costi dei disastri e sulla “convenienza” ad investire in prevenzione, ho scritto due post: QUESTO e QUESTO.

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AGGIORNAMENTO del 20 aprile 2014:
In merito al finanziamento dei piani comunali d’emergenza, MalKo ha pubblicato l’articolo seguente: Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: soldi per i piani d’emergenza (“Hyde Park”, 20 aprile 2014).

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AGGIORNAMENTO del 17 settembre 2014:
Il “Corriere del Mezzogiorno” del 16 febbraio 2014 riferisce che il comune di Terzigno riceverà 1,4 milioni di euro per migliorare una via di fuga in caso di allarme vulcanico. L’assessore regionale alla Protezione Civile Edoardo Cosenza ha dichiarato: «Avanti con azioni concrete per la sicurezza dei cittadini della “zona rossa”», QUI.

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AGGIORNAMENTO del 7 dicembre 2014:
MalKo spiega il ruolo dei comuni nella pianificazione dell’emergenza in caso di allarme vesuviano: “Il sindaco è l’autorità locale di protezione civile ed ha il compito di garantire la sicurezza ad ogni cittadino residente o di transito sul territorio amministrato a prescindere dalla nazionalità e dallo stato giuridico“. I comuni della zona rossa dovranno pubblicare entro il 31 dicembre 2015 i piani di protezione civile (anche online), così da permettere alla popolazione di venirne a conoscenza.

Camorra vesuviana

Ne ho accennato in qualche post precedente, soprattutto in merito alla gestione dei rifiuti e delle discariche (abusive e non), ma la presenza della camorra in area vesuviana è molto più estesa e pervasiva.
In particolare, a SSV la presenza camorristica è ben visibile nella megavilla appartenuta al boss Luigi Vollaro, detto ‘o Califfo, confiscata da decenni e non ancora convertita ad usi sociali.

In questo post raccolgo le notizie riguardanti le commistioni tra politica, economia e camorra in area vesuviana. Comincio con la storia del clan Vollaro, disponibile su una pagina di wikipedia in italiano:

«Il clan Vollaro è un clan camorristico operante nella zona est di Napoli, più precisamente nell’area del Comune di Portici, zona completamente messa a tappeto dalle estorsioni, l’organizzazione è stata definita dalle autorità competenti clan di accattoni, infatti per la venalità dei suoi affiliati non vengono risparmiati alla richiesta di pizzo anche modesti ambulanti che in prevalenza sono cittadini extracomunitari.
Fondato da Luigi Vollaro, detto ‘o califfo, per la sua grande fecondità: 27 figli avuti da una decina di relazioni. Il clan ha combattuto due guerre di camorra: la prima, tra il 1977 ed il 1997, fu una guerra intestina scandita da una ventina di omicidi e l’altra, negli ultimi mesi del 2001 ed i primi del 2002, contro il clan Cozzolino.
Uno dei primi clan a schierarsi con Carmine Alfieri ora pentito, nella lotta alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo ed è all’interno della Nuova Famiglia, che i Vollaro stringono le proprie alleanze.
Nel 1982 ‘o califfo viene arrestato dopo tre anni di latitanza, sospettato dell’omicidio di un suo affiliato, il ventiquattrenne Giuseppe Mutillo ucciso nel 1980. Omicidio per il quale Luigi Vollaro riceve la condanna per ergastolo, condanna passata in definitiva. A questa si affiancherà, nel 2003, il secondo ergastolo per l’omicidio di Carlo Lardone, altro gregario dei Vollaro.
Nel 1992 Luigi Vollaro viene sottoposto al regime del carcere duro, uno dei primi boss di camorra per il quale si dispone il 41 bis. Da questo momento la gestione degli affari illeciti passa ai suoi figli Pietro, Giuseppe e Raffaele [fonte]. Antonio Vollaro (altro figlio del Califfo) è sempre stato estraneo agli affari di famiglia, è stato ingiustamente detenuto per anni per un omicidio commesso dal fratello Ciro, ora collaboratore di giustizia che, con le sue confessioni ha contribuito a dare un duro colpo alla famiglia.
I continui arresti operati dagli agenti agli affiliati delle cosche locali rischia di rompere gli equilibri della criminalità organizzata locale. L’indebolimento delle famiglie locali rischia di aprire la strada al clan Sarno.
Il 10 giugno 2009 vengono arrestati 5 dei 27 figli del califfo, tra cui anche il reggente Antonio Vollaro. Utilizzati anche due plotoni dell’esercito nell’operazione [fonte]».

AGGIORNAMENTO del 29 gennaio 2014
“Napoli Today” riferisce di due arresti in area vesuviana per spaccio di stupefacenti: “Droga, in manette affiliati al clan Abate. I due arrestati sono accusati di detenzione di droga ai fini di spaccio. Sono un 45enne di San Giorgio a Cremano ed un 35enne di San Sebastiano al Vesuvio“.

Le scienze sociali nell’analisi del rischio

Sono stato a Genova, vi mancavo da molti anni; è una città che non conosco, vi ho giusto trascorso una notte di capodanno alcune vite fa, un’altra volta vi ho preso un traghetto per la Sardegna e sporadicamente vi ho effettuato qualche scambio ferroviario.
L’altra mattina, appena sceso alla stazione di Brignole (♪♫♪), ho incontrato la città facendo colazione in un bar; al banco, alle spalle del barista, tra i liquori e la macchina del caffè era appesa una t-shirt bianca con uno slogan scarno ma intrigante: “Non c’è fango che tenga”, firmato: “I genovesi”. Il riferimento è alla drammatica alluvione dello scorso 4 novembre 2011, in seguito alla quale qualcuno ha realizzato decine di migliaia di copie di quel gadget al fine di raccogliere fondi da destinare ai commercianti sinistrati del quartiere maggiormente colpito. Avevo voglia di scattare una foto, ma poi ho rinunciato, pentendomene comunque. Bevevo il cappuccino, fissavo quella semplice frase e per qualche strana sinapsi mi sentivo a SSV. “Non c’è fango che tenga” va ben oltre la reazione collettiva ad una calamità e mi fa presumere che rappresenti anche la caparbietà di chi non intende spostarsi, di chi non concepisce la propria vita in un luogo diverso. Ciò non significa che si tratti di un ragionamento razionale e condivisibile: costruire sulle pendici di un vulcano, così come nell’alveo di un fiume o su una frana in lento movimento ha come conseguenza verosimile quella di trasferirsi, di reimpiantare altrove la propria vita, prima o poi; pertanto sembra del tutto giudizioso colui che chiede di evitare di mettersi in tali situazioni pericolose. L’osservazione razionale, però, è solo idealmente logica e, soprattutto, è anche la più facile, la più carica di (pre)giudizi quando si guarda a distanza.
Quella maglietta, dunque, mi è sembrata la premessa perfetta della giornata che stavo per cominciare nel vicino Teatro della Gioventù, essa ha rappresentato una sorta di parola-chiave del workshop che mi accingevo a seguire: “Pericoli naturali e percezione del rischio”, organizzato dalle regioni transfrontaliere italo-francesi e da altri enti pubblici dell’area.
Dopo il drammatico autunno vissuto dal capoluogo ligure e dai paesini dello spezzino e della Versilia, un “laboratorio” come questo non poteva che essere svolto a Genova. Ed è per tale ragione che mercoledì 8 febbraio 2012 mi ci sono recato per ascoltare ingegneri, geologi, economisti e funzionari di vari enti, in quello che intendeva essere innanzitutto un workshop divulgativo.
La formula, in effetti, è stata molto efficace: un presentatore ha introdotto cinque temi, ciascuno dei quali esposto da tre o quattro relatori attraverso slide e fotografie, con una durata massima di quattro minuti per ogni intervento. Questo modello, per quanto veloce e “televisivo”, ha favorito la chiarezza e la comprensione; con un unico limite rappresentato dalla impossibilità di porre delle domande (i tempi dell’intera mattinata erano tutti rigorosamente stabiliti da una scaletta molto serrata). Dopo la pausa pranzo immaginavo che potesse esserci maggior spazio per l’interazione con il pubblico intervenuto (piuttosto numeroso, considerato il tema “scientifico”), invece la tavola rotonda pomeridiana si è rivelata anch’essa una discussione a numero chiuso tra otto specialisti ed un moderatore, il quale – di tanto in tanto – ha chiesto qualche breve intervento a due o tre esperti di sua conoscenza (essenzialmente professori d’ingegneria e politici) che aveva riconosciuto in sala.
La sessione mattutina è stata più densa e interessante, snocciolata attraverso i seguenti cinque argomenti: 1) Rischio e pericolo; 2) Chi gestisce il rischio?; 3) Come ridurre i rischi?; 4) Rischi naturali e sistemi socio-economici; 5) Le attività sviluppate dal Progetto RiskNat.
Al di là di una certa “passerella” per ciascun ente chiamato a relazionare (sono andato via con la sensazione che tutti facciano molto e che, anzi, vorrebbero fare ancora di più, se solo ci fossero fondi sufficienti e maggior fiducia da parte dei politici e delle popolazioni), io ho scorto tre momenti particolari che mi avrebbe fatto piacere evidenziare pubblicamente per impostare in maniera diversa e, a mio avviso, ancor più costruttiva la giornata di studio.
Il primo riguarda il caso di Entrèves e La Palud, due frazioni del comune di Courmayeur interessate da una frana di 18 milioni di metri cubi di montagna che rischiano di staccarsi dal Mont de La Saxe (qui e qui). Gli abitanti implicati sono 500, che possono arrivare a 2500 con i turisti. L’attinenza con l’incubo eruttivo (repentinità del cataclisma) e lavico (stravolgimento del territorio) mi ha spinto a chiedere maggiori informazioni alla relatrice che aveva citato questo caso. Durante la pausa, costei mi ha presentato l’assessore alla protezione civile del comune valdostano, che gentilmente si è intrattenuta a spiegarmi la situazione. Con mia sorpresa, ho ascoltato le medesime parole che generalmente vengono pronunciate in area vesuviana: gli abitanti non hanno intenzione di allontanarsi per varie ragioni: perché lì sono nati e dunque hanno un legame molto stretto col territorio, perché il paesaggio è indubbiamente affascinante e, non da ultimo, perché le abitazioni hanno un valore molto alto. Sebbene la frana sia attentamente monitorata con sofisticati strumenti scientifici, la preoccupazione dell’amministrazione è duplice: da una parte, tenere informata la cittadinanza (è stata effettuata un’esercitazione di evacuazione e la comunicazione dei rischi è formulata per target sociali) e, dall’altra parte, non creare allarmismo (innanzitutto per difendere l’economia locale: nella frazione più esposta vi sono ben 12 alberghi). Su quest’ultimo punto mi sembra particolarmente importante il modo in cui l’assessore ha concluso la spiegazione che mi ha concesso: «Siamo attenti a come questa storia viene raccontata sulla stampa: vogliamo un’informazione seria e che non si faccia terrorismo». Mi sembra comprensibile e capisco bene l’angoscia della situazione, ma mi domando quale sia l’informazione seria. Forse quella sottovoce che non allarma i turisti? Non saprei e non voglio avanzare dubbi sulla buona fede e sull’impegno dell’amministrazione, d’altra parte l’assessore mi ha anche riferito che gli hotel sono obbligati ad informare i propri clienti sul rischio della frana. Certo, è un’affermazione piuttosto difficile da credere e meriterebbe una verifica diretta, ma comunque sia la situazione, ritengo che questo caso sia molto utile per inquadrare il primo assunto che ho elaborato durante la giornata: lungi dall’essere un mero calcolo probabilistico, l’analisi del rischio non può non tener conto delle ragioni degli abitanti locali, ovvero della specifica elaborazione storica che costoro hanno del proprio luogo e del rischio che vi è connesso.
Il secondo momento di particolare interesse è stato l’intervento dell’economista, il quale ha spiegato le modalità di un possibile mercato assicurativo sugli immobili in caso di calamità naturali e le ragioni per cui, secondo la sua analisi, fino ad ora tale sistema non si è sviluppato nel nostro Paese. Quello sull’opportunità di introdurre in Italia «un sistema di coperture assicurative contro le catastrofi naturali per il patrimonio abitativo civile» è un dibattito che va avanti da molti anni e governi d’ogni colore hanno provato – invano – a legiferare in tal senso. Considerando che da due decenni il danno economico globale da disastri naturali è in costante aumento, il relatore ha spiegato che economicamente una calamità ha tre tipi di conseguenze: provoca danni alla ricchezza personale (gli immobili in rovina, ad esempio), danni alla produzione (ovvero la perdita economica sopportata dagli imprenditori) e danni sistemici (un disastro impone il dislocamento di ingenti risorse). Tutto lascerebbe intuire, dunque, che il ricorso ad una pratica assicurativa sia urgente e ampiamente richiesta, ma invece questa azione non riesce a decollare e il sistema resta un puro esercizio di ipotesi. Perché? Per varie ragioni, è stato spiegato, strettamente intrecciate tra loro:
  • in primo luogo, l’offerta soffre di due ostacoli: dell’elevata rischiosità (vulnerabilità, direi più esattamente) del territorio italiano (per cui le coperture assicurative risultano particolarmente impegnative) e della varietà di cause possibili (vulcanismo, frane, flash floods, maremoti, mareggiate, acqua alta, terremoti, alluvioni e così via), ovvero della mancanza di modellistica predittiva e di dati attendibili;
  • in secondo luogo, la domanda è condizionata da svariati fattori: dai “limiti di opzione” (cioè, se i cittadini ritengono che la prevenzione costerà meno in futuro, tendono a rinviarla), dalle complicazioni relative ai titoli di proprietà (raramente si interviene su un immobile di cui non si detiene il titolo di proprietà), dalle difficoltà di accesso ai mercati e alla tecnologia che permetterebbero la prevenzione (a causa di costi elevati, tasse, burocrazia, tempi lunghi…) e, infine, dalla convinzione che comunque vada i danni verranno pagati dallo Stato (un’indolenza, verrebbe da dire, dovuta ad una sorta di “assistenzialismo degenerato”).
Anche altri fattori influenzano negativamente lo sviluppo di questo sistema assicurativo, come ad esempio le annose questioni fiscali per le aree sinistrate e i problemi nel definire da un lato gli eventi dannosi (cosa significano esattamente le parole disastro, catastrofe, calamità, incidente…?) e dall’altro l’entità del danno (cioè, implicitamente, il valore della ricostruzione). Come si intuisce, dei sistemi legislativi ed economici di livello macro influenzano fortemente la capacità locale di cautelarsi nei confronti di un possibile disastro naturale. Ma tale dimensione coinvolge anche altri settori, come ad esempio la comunità scientifica che con la sempre più accurata monitorizzazione del territorio può, paradossalmente, rassicurare al punto di indurre gli abitanti di una zona pericolosa ad abbassare la soglia di attenzione.
Anche in questo caso ho chiesto maggiori dettagli ed ho ricevuto un interessante documento dell’Ania (pdf) in cui due specifici passaggi sembrano confermare la necessità di una lettura sociologica del fenomeno: «In generale, nel nostro Paese non esiste alcun diritto al risarcimento dei danni causati ai beni dalle catastrofi naturali, tuttavia si può dire che, sulla base dell’esperienza, i vari Governi  sono  intervenuti con provvedimenti ad hoc per erogare finanziamenti ai cittadini per il ristoro, almeno parziale, dei danni patiti a seguito delle maggiori catastrofi accadute» [p.19]; «lo status quo non rappresenta una situazione ottimale per il fatto che disincentiva la responsabilizzazione individuale, non fornisce i giusti stimoli alle politiche di prevenzione e alle buone pratiche costruttive per limitare gli eventuali danni» [p.21].
Pertanto, il secondo assunto della giornata è il seguente: per quanto il rischio sia sempre culturalmente localizzato, la sua elaborazione da parte del gruppo sociale interessato dipende anche da condizioni di ordine macroscopico: nazionale, sovranazionale o addirittura sistemico.
Infine, il terzo momento della giornata che mi ha indotto a compiere delle riflessioni è stato l’intervento dell’ospite principale, il prof. Mario Tozzi. Il geologo ha detto molte cose condivisibili e, da qualcuno, ritenute addirittura “forti”: non esiste alcuna “frana assassina” o “valanga killer” (la natura non è cattiva, al massimo è indifferente alla sorte degli esseri umani: quindi, giornalisti fate attenzione a come raccontate gli eventi); non c’è nessuna “catastrofe naturale”, ma solo uomini che si mettono in condizioni di pericolo (l’unica catastrofe davvero naturale potrebbe essere la caduta di un meteorite); non abbiamo una classe dirigente preparata (pochi giorni prima il sindaco di Roma aveva dato ampia prova di non saper leggere un bollettino meteorologico; e sull’ignoranza dei politici ne aveva scritto già nel novembre scorso Giuseppina Ciuffreda: qui). Insomma, «siamo impreparati culturalmente e disorganizzati tecnicamente». Eccola, la parola magica ha finalmente fatto capolino! È una questione culturale. Personalmente non so che cosa voglia dire, ma per fortuna il professore ha fatto degli esempi. Anzi, un solo esempio: il Vesuvio.
Nel 1944, ha spiegato Tozzi, durante l’eruzione del vulcano napoletano i soldati americani sapevano benissimo cosa fare, mentre la popolazione locale portava in processione la statua di San Giorgio, tenendo pronta anche quella di San Gennaro, ma bendata, cosicché non si offendesse della preferenza accordata all’altra divinità. Oppure, ha esemplificato ancora Tozzi, l’Italia è il Paese in cui quando si effettua una (rara) esercitazione di evacuazione, molti fanno gli scongiuri e cacciano il cornetto, come è successo a Somma Vesuviana qualche anno fa. Noi italiani, ha concluso Tozzi (ma ha parlato solo di vesuviani), non siamo come i giapponesi: loro, anche se si spiegano i terremoti con il mito di Namazu – l’enorme pescegatto che, vivendo al di sotto della terra, dà origine ai terremoti – sono preparatissimi e, in caso di emergenza, sanno esattamente cosa fare.
Ora, fermo restando che in Italia (e, a maggior ragione, nei comuni della zona rossa vesuviana) non si effettua praticamente mai alcuna esercitazione e che il rigore giapponese è un modello da imitare urgentemente, gli episodi citati dal geologo sono una banalizzazione della realtà, oltre che una forma di paternalismo scientifico. In particolare, per quanto riguarda il caso del 1944, le testimonianze che ho raccolto a SSV trasmettono una consapevolezza molto più spiccata di quel che appare dal racconto di Norman Lewis, un inglese che non è detto che abbia capito davvero ciò di cui era testimone. La famosa processione di San Giorgio raccontataci dall’ex-soldato britannico, infatti, fu effettuata quando la colata lavica si era già fermata, cioè dopo aver messo in sicurezza se stessi e i propri beni, per quanto possibile (del San Gennaro bendato, invece, non ho trovato alcuna traccia attendibile). La questione non è di poco conto perché la cultura tradizionale e la religiosità popolare non sono saperi secondari o, addirittura, degli ostacoli alla prevenzione del rischio. Al contrario, possono essere il fattore coagulante di una consapevolezza locale, il motore di una partecipazione assolutamente necessaria per prepararsi opportunamente ad affrontare il pericolo incombente. Per spiegarmi meglio e per stare alla leggenda citata dallo stesso Tozzi, i giapponesi sono ammirevoli per il loro grado di preparazione e di disciplina nelle esercitazioni non “malgrado” il mito di Namazu, ma “grazie” ad esso: è proprio per mezzo della rappresentazione del pescegatto che si mantiene la memoria del terremoto e si favorisce la presa di coscienza individuale e collettiva, dunque l’attivazione e la partecipazione alle esercitazioni. Il problema, dunque, va completamente ribaltato, per cui diventa necessario domandarsi che fine abbia fatto, in Italia (e intorno al Vesuvio), il legame culturale col territorio: in che modo le comunità locali raccontano se stesse e il proprio spazio? cosa viene trasmesso da una generazione all’altra? Con ogni evidenza, nel secondo dopoguerra la cultura popolare italiana (mi verrebbe da scrivere: le culture subalterne legate ai luoghi) ha subìto parecchi traumi, numerose fratture. A mio avviso è proprio in questo sfilacciamento dei saperi locali e della memoria (minuta ed emozionale) che può individuarsi la difficoltà attuale a recepire adeguatamente l’invito (sempre che venisse realmente formulato, sempre che fosse preso seriamente in considerazione già dall’alto) ad aumentare la consapevolezza del rischio e a prepararsi in maniera appropriata ad esso.
Il terzo assunto emerso dalle relazioni del workshop genovese, dunque, è il seguente: per la formulazione di un piano di emergenza efficace è necessaria una relativizzazione dei saperi, ovvero un dialogo che favorisca la partecipazione e l’incontro tra sguardi e logiche diversificate, ciascuna per la quota di conoscenza che le è propria (conoscenza del fenomeno: prospettiva scientifica; conoscenza delle modalità del soccorso: prospettiva dell’early warning; conoscenza della reazione sociale: prospettiva antropologica e folklorica; conoscenza del contesto generale: prospettiva socio-economica…).
Si tratta di spunti di riflessione in divenire, semplici occasioni e parziali argomentazioni per ribadire la necessità di approcci antropologici, sociologici e folklorici anche in quello che appare – e, ad oggi, è trattato – come un tema puramente “tecnico” (nell’accezione di tecnologico). Studiare il rischio ed elaborare adeguati modelli di risposta è sì una questione culturale, ma a patto che venga declinata al plurale e che vengano coinvolti quanti più sguardi possibile.
PS: l’altro ieri all’università di Nizza ho seguito una conferenza per il “grand public” intitolata “Prédire les catastrophes?”. Al di là del titolo sbagliato (o forse era volutamente eclatante: catastrofe è un termine troppo ampio e generico, se non lo si accompagna ad una tipologia precisa), la relazione è stata molto numerica (piena di grafici, calcoli e rimandi a modelli fisici e matematici), ma una cosa l’ho imparata (e riguarda l’etologia): gli elefanti comunicano tramite delle vibrazioni nel terreno assimilabili alle onde sismiche, pertanto è forse per questa ragione che sono in grado di predire un terremoto (qui, qui e qui).
PPS: aggiornamento (18 maggio 2012): Una calamità distrugge la casa? Da oggi lo Stato non paga i danni: QUI.
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AGGIORNAMENTO
: A proposito di valutazioni (economiche) del rischio, nel 2010 WRN (Willis Research Network) – una società di Willis Group Holdings, uno dei broker assicurativi mondiali – effettuò una “previsione” delle conseguenze di un’eruzione vesuviana, la quale «potrebbe causare 8.000 vittime, 13.000 feriti gravi e danni totali per oltre 24 miliardi di dollari». In tale studio, «il Vesuvio appare al primo posto nell’elenco dei 10 vulcani più pericolosi del nostro continente». (Mount Vesuvius eruption could cause 21,000 casualties. Volcano Ranks Number One on Willis List of Europe’s 10 Most Dangerous, in «WRN News», 15 aprile 2010, QUI; un estratto in italiano è QUI).
Il paper originale dello studio – effettuato da ricercatori delle Università di Cambridge e “Federico II” di Napoli, oltre che dalla società Willis Re – è disponibile online in pdf: “Insurance Risks From Volcanic Eruptions in Europe” (questo studio prende in considerazione i 10 vulcani europei (non tutti in Europa) intorno ai quali vivono più di 10mila persone e che hanno un valore economico esposto al rischio di complessivi 85 miliardi di dollari. «Over 87% of this property value in concentrated in the Neapolitan region, around Vesuvius and Campi Flegrei»).

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AGGIORNAMENTO del 27 marzo 2014:
Il 27 marzo 2014 il “Corriere della Sera” ha pubblicato una galleria fotografica sulle 10 città più a rischio di catastrofi naturali del mondo, elenco stilato dalla compagnia riassicurativa “Swiss Re” nel 2013 con il paper “Mind the risk. A global ranking of cities under threat from natural disasters” (pdf). La notizia è ripresa dal sito web del “Guardian”.

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AGGIORNAMENTO del 19 aprile 2014:
Come ad Entreves, in Valle d’Aosta, anche in Liguria c’è una località a rischio frana. Si tratta di Castagnola, nel comune di Framura, nei pressi delle Cinque Terre, dove un radar – recentemente finanziato dalla Regione – monitorerà costantemente, e per tre anni, la frana che minaccia l’abitato. Ne ha scritto “Il Giornale della Protezione Civile“.

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AGGIORNAMENTO del 20 aprile 2014:
La frana del monte La Saxe, ad Entrèves e La Palud, nel comune di Courmayeur in Valle d’Aosta, si sta muovendo: “L’aumento delle temperatura ha accelerato l’andamento: per venti minuti è stato chiuso il traforo del Monte Bianco. Il sindaco rassicura: nessuna persona può essere coinvolta nel crollo, attendiamo l’evento naturale con tranquillità“. Più in particolare, “dallo scorso 8 aprile gli 80 residenti di La Palud sono stati evacuati per il “probabile crollo imminente” della frana, che viene monitorata dal 2009” (“Repubblica“, “CorSera“).
VIDEO della frana (1’35”) e testimonianza AUDIO di una sfollata (1’35”).
Il 22 aprile 2014 il capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli, ha rilasciato un’intervista a “La Repubblica” sullo stato della frana: “è una brutta besta” (QUI) e il ricercatore Daniele Giordan ha spiegato che “è figlia dell’evoluzione naturale del dissesto” (QUI) (entrambi i testi sono anche qui). Inoltre, qui ci sono 10 FOTO della frana.

Il costo dei disastri naturali

Tempo fa, impostando il mio studio sul rischio vesuviano, riflettevo sull’impatto che un’eventuale eruzione avrebbe sull’economia locale. Gli effetti sarebbero enormi e decisamente non limitati alla provincia di Napoli (dove verosimilmente ci sarebbe una paralisi), ma si avrebbero ripercussioni pesanti su tutto il Sud, dunque sull’Italia intera. Com’è intuibile, non mancherebbero conseguenze anche nel resto dell’Europa comunitaria.
Nelle interviste che ho raccolto nei mesi scorsi, questo tipo di preoccupazione è molto più circoscritta; spesso i miei interlocutori hanno fatto riferimento alla diminuzione del prezzo degli immobili in concomitanza di episodiche intensificazioni dell’allarme, magari perché il dibattito pubblico si è riacceso a causa di una catastrofe in Giappone oppure perché è stata effettivamente avvertita una scossa sismica o, ancora, perché qualcuno si è lanciato in una azzardata previsione… Da queste testimonianze sembrerebbe che basti poco a far scendere i valori delle case. (Mantengo il condizionale perché ho molti dubbi sul fatto che diminuiscano per delle semplici voci). Non ho possibilità di verifica, ma non credo che sia fondamentale appurarlo. Piuttosto, ciò che è primario è che questa preoccupazione sia ricorrente.
Tuttavia, se in loco è comprensibile che ci si preoccupi del singolo appartamento, ad una scala nazionale bisognerebbe porsi delle questioni più complesse e considerare che oltre ai probabili danni materiali (qui non considero i pur ingenti costi umani possibili), c’è da mettere in bilancio il blocco pressoché totale e a tempo indeterminato di buona parte delle attività economiche e produttive di un’importante parte del Paese.
Per completare l’abbozzo di questi cerchi concentrici, ad un livello ancora più ampio vanno posti gli organismi internazionali e le grandi agenzie di riassicurazione. Queste ultime, in particolare, valutano e quantificano il rischio del rischio, come ad esempio Munich Re.
Facendo riferimento a questa scala più grande, qualche giorno fa l’Economist ha pubblicato un articolo sul costo dei disastri naturali. Io l’ho letto ieri (14 gennaio 2012) nel rimando che ne ha fatto Il Post (qui):

Il costo dei disastri naturali
Calamità come terremoti e alluvioni uccidono meno persone nel mondo,
ma il loro impatto sull’economia mondiale è sempre più alto
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I disastri naturali stanno diventando meno mortali, nel mondo, ma più costosi per l’economia. Secondo l’Economist, cinque dei dieci disastri naturali che hanno avuto il maggior costo economico negli ultimi trent’anni sono avvenuti tra il 2008 e oggi. Questo cambiamento, spiega il settimanale britannico, ci dice qualcosa sull’organizzazione dell’economia mondiale, sempre più concentrata e interconnessa, sugli spostamenti della popolazione, dalle campagne ai centri urbani, e sui modi con cui è stata gestita la prevenzione dei disastri naturali.
Il 2011 è stato l’anno delle alluvioni in Thailandia, Cina e Australia, dello tsunami in Giappone e dei terremoti in Nuova Zelanda. Il collegamento tra il cambiamento climatico indotto dall’uomo e la frequenza di alcuni disastri, in particolare le tempeste tropicali, è ancora oggetto di discussione (l’Economist cita uno studio dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, che si è detto poco convinto della connessione tra il cambiamento climatico e la frequenza dei cicloni tropicali), ma di sicuro le comunità umane stanno ottenendo alcuni successi nel rendere le catastrofi naturali meno mortali. Ci sono stati miglioramenti sensibili nei sistemi di previsione anticipata e di allarme per gli tsunami, nell’informazione sui piani di evacuazione, nella costruzione di edifici antisismici.
I paesi dove i disastri naturali hanno ucciso più persone sono anche quelli più arretrati e isolati, che non hanno fatto nulla o quasi per la prevenzione: tra questi, il devastante terremoto di Haiti del 2010, i cui numeri non sono stati definiti con chiarezza due anni dopo il disastro ma che ha sicuramente ucciso diverse decine di migliaia di persone. Ma vista anche la crescita demografica della popolazione terrestre, che ha superato da poco i sette miliardi, il numero dei morti a causa delle calamità naturali è sicuramente in calo.
I costi economici, al contrario, sono in crescita. Questo è dovuto, scrive l’Economist, al fatto che «una parte crescente della popolazione mondiale e dell’attività economica si va concentrando in luoghi a rischio di calamità naturali: coste tropicali e delta dei fiumi, vicino alle foreste e lungo faglie a rischio sismico». Un esempio esaminato dal settimanale è quello della Thailandia.
Dopo le ultime alluvioni molto serie, nel 1983 e nel 1995, i distretti industriali più orientati all’esportazione si sono concentrati intorno a Bangkok e nelle pianure alluvionali più a nord, lungo il fiume Chao Phraya, che fino ad allora erano coltivate a risaia proprio perché erano regolarmente esposte ad alluvioni. Nelle ultime alluvioni, le acque hanno superato le dighe di sei metri intorno al distretto industriale di Rojana, allagando le fabbriche di importanti produttori di automobili e materiale tecnologico, tra cui Honda e Western Digital, un’azienda di dischi rigidi. I prezzi dei dischi rigidi hanno subito un aumento in tutto il mondo, mentre le alluvioni hanno causato complessivamente una diminuzione della produzione industriale stimata da J.P. Morgan in un 2,5 per cento, con un costo per il paese di circa 40 miliardi di dollari, il più costoso della storia della Thailandia.
L’evoluzione urbanistica e la crescita economica nei paesi in via di sviluppo rendono più probabili disastri con un grande impatto economico: secondo uno studio dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico pubblicato nel 2007, nel 2070 sette dei dieci maggiori centri urbani del mondo esposti al rischio di inondazioni si troveranno nei paesi in via di sviluppo, mentre nel 2005 non ce n’era nessuno. Il processo sembra inevitabile, dice l’Economist, e i paesi del mondo dovranno prendere le contromisure adeguate:
Da una parte, l’urbanizzazione toglie alle città le difese naturali contro i disastri ed espone più persone alla perdita della vita o delle proprietà in caso di terremoto o di ciclone. Dall’altra parte, l’urbanizzazione arricchisce le persone povere. La densità e le infrastrutture delle città rendono le persone più produttive e più capaci di permettersi le misure per mantenersi sicure. Le misure per mitigare l’impatto dei disastri non devono scoraggiare la gente dall’ammassarsi nelle vulnerabili città, ma piuttosto devono essere un incentivo per le città e i loro abitanti a proteggersi ancora meglio.
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AGGIORNAMENTO
: A proposito di valutazioni (economiche) del rischio, nel 2010 WRN (Willis Research Network) – una società di Willis Group Holdings, uno dei broker assicurativi mondiali – effettuò una “previsione” delle conseguenze di un’eruzione vesuviana, la quale «potrebbe causare 8.000 vittime, 13.000 feriti gravi e danni totali per oltre 24 miliardi di dollari». In tale studio, «il Vesuvio appare al primo posto nell’elenco dei 10 vulcani più pericolosi del nostro continente». (Mount Vesuvius eruption could cause 21,000 casualties. Volcano Ranks Number One on Willis List of Europe’s 10 Most Dangerous, in «WRN News», 15 aprile 2010, QUI; un estratto in italiano è QUI).
Il paper originale dello studio – effettuato da ricercatori delle Università di Cambridge e “Federico II” di Napoli, oltre che dalla società Willis Re – è disponibile online in pdf: “Insurance Risks From Volcanic Eruptions in Europe” (questo studio prende in considerazione i 10 vulcani europei (non tutti in Europa) intorno ai quali vivono più di 10mila persone e che hanno un valore economico esposto al rischio di complessivi 85 miliardi di dollari. «Over 87% of this property value in concentrated in the Neapolitan region, around Vesuvius and Campi Flegrei»).

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L’emergenza “conviene” (a qualcuno).
«L’Italia viene continuamente rattoppata perché c’è anche chi lucra e specula sull’emergenza. Che verificandosi a ripetizione, garantisce guadagni vita natural durante» (Guglielmo Pepe). Ecco perché bisognerebbe bandire locuzioni tipo “cultura dell’emergenza”. (L’articolo è anche tra i commenti qui sotto).

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AGGIORNAMENTO del 27 marzo 2014:
Il 27 marzo 2014 il “Corriere della Sera” ha pubblicato una galleria fotografica sulle 10 città più a rischio di catastrofi naturali del mondo, elenco stilato dalla compagnia riassicurativa “Swiss Re” nel 2013 con il paper “Mind the risk. A global ranking of cities under threat from natural disasters” (pdf). La notizia è ripresa dal sito web del “Guardian”.