Genova: ad ogni alluvione un processo

La ricerca di verità giudiziarie in merito ai disastri è crescente, come una sorta di necessità sociale sempre più frequente. Ho l’impressione che questo significhi che altre verità (politiche, scientifiche, mediatiche, tecniche, morali…) siano al momento insufficienti o irreperibili o, comunque, con poca credibilità.
Alle due sentenze dell’Aquila e ai numerosi processi in corso in varie località italiane (ad esempio per le alluvioni nel messinese, in Gallura e nelle Cinque Terre), oggi si aggiunge l’indagine su una candidata alla presidenza della Liguria alle prossime elezioni regionali, ex-assessore alla Protezione Civile che, all’epoca dell’ultima disastrosa alluvione genovese, il 9 ottobre 2014, tardò a lanciare l’allarme e, dunque, a coordinare i soccorsi. Tutto questo accade mentre sono ancora in atto udienze per vari processi nella stessa area genovese a proposito di alcune precedenti e ricorrenti alluvioni altrettanto devastanti, come quella di Sestri Levante del 2010, per la quale sono state indagate 24 persone, o l’alluvione di Genova del 2011, quando morirono 6 persone, con milioni di danni, che vede coinvolta l’ex-sindaco Marta Vincenzi.
Il fenomeno dei “disastri in tribunale” non è solo italiano, ma piuttosto diffuso in vari Paesi. In Francia, che osservo con più attenzione, è stato ampiamente seguito il primo processo per la tempesta Xynthia del febbraio 2010, alla fine del quale lo scorso dicembre è stato condannato a 4 anni di reclusione l’ex-sindaco del comune di La Faute-sur-Mer, un piccolo centro turistico sulla costa atlantica dove 29 persone perirono per un’inondazione resa catastrofica dalla forte urbanizzazione avuta negli anni in cui il condannato amministrò il paese (dal 1989 al 2014).
I disastri si hanno per varie cause: imperizia, negligenza, sottovalutazione (e la giustizia ha il dovere di stabilire le responsabilità di chi poteva e doveva agire per prevenire l’evento o mitigarne gli effetti), ma la principale ragione è sempre la stessa: lo sviluppo (lo si può chiamare sottosviluppo, ipersviluppo, mancato sviluppo… ma sono tutte sfumature dello stesso concetto). Già, forse è bene chiarire che i disastri “naturali” non esistono e che quasi mai accadono all’improvviso. Piuttosto, vengono preparati, anzi costruiti.
Ripensiamoci quando la prossima “bomba d’acqua” avrà sommerso mezza Italia; con tutta evidenza, la “verità” la conosceremo già, ma faremo comunque finta di aspettare un’ennesima sentenza giudiziaria che, tuttavia, non sarà in grado di intaccare le cause. Queste, infatti, possono essere cambiate solo dalla politica.
Come ha osservato qualche giorno fa Giuseppe Forino, la chiave è nel ri-guardare i luoghi:

«La riduzione del rischio deve passare per i territori e per la valorizzazione degli stessi come forze e agenti di cambiamento. Territori che non vanno romanticizzati o ridotti a folklore, ma analizzati criticamente e compresi nelle loro potenzialità individuali e collettive, e valorizzati nei loro movimenti sociali e nel loro associazionismo».

Animali veggenti

Gli animali sono in grado di “prevedere” un disastro? Prove scientifiche non ce ne sono e, al momento, tale ipotesi appare piuttosto debole, tuttavia vi è qualche caso che merita maggior attenzione, come quello degli elefanti per i sismi o degli usignoli per i tornado.
Non avendo risposte, in questo post mi limito a raccogliere notizie su tale ambito.

«[…] Durante le finte cariche [degli elefanti], il calpestio e le vocalizzazioni degli elefanti producono onde sismiche che si propagano anche per 30 chilometri. Altri elefanti possono percepire queste vibrazioni e interpretarle come un segno della presenza di un pericolo. […] Il fatto poi che gli animali percepiscano le onde sismiche potrebbe spiegare perché, per esempio, quando piove in Angola gli elefanti di Etosha si muovono verso nord. Molto probabilmente, essi percepiscono le onde sismiche generate dai tuoni e sanno quindi che l’acqua è in arrivo»
(La comunicazione sismica degli elefanti, “Le Scienze”, 13 marzo 2001) (Ne ha scritto anche Lee Dye su “ABC News” il 23 settembre 2009: Elephants Communicate Through Seismic Waves).

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«Si sente spesso dire che c’è aria di terremoto, come una cappa afosa, anche in inverno, che preluderebbe al sisma. Come l’agitazione di cani, gatti, galline e maiali. A parte il fatto che i poveri maiali restano sotto le macerie come gli uomini, il boato del terremoto si risente anche nel campo degli ultrasuoni non percepiti dagli umani, ma dagli animali. Solo però qualche decimo di secondo prima della scossa. E i fenomeni meteorologici avvengono migliaia di metri sopra le nostre teste, quelli sismici decine di migliaia sotto i nostri piedi: nessuna relazione è possibile […]»
(Mario Tozzi, Se il cane abbaia prima della scossa. Le leggende (da sfatare) sul sisma, “La Stampa”, 1 giugno 2012).

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«L’hanno già chiamata l’«intelligence» degli uccellini. Si tratta di usignoli dotati di «sensori» naturali a infrasuoni in grado di percepire con largo margine di anticipo l’arrivo di perturbazioni come i tornado. E’ questo il risultato di uno studio dell’Università del Minnesota, secondo il quale una specie di usignoli – quelli dalle ali dorate, chiamati in inglese «Golden-winged» – sono capaci di «sentire» le vibrazioni di una perturbazione in arrivo e quindi di darsi alla fuga molto prima degli umani. Secondo il rapporto, che ha analizzato le conseguenze di 80 tornado che si sono abbattuti sul Midwest degli Usa, uccidendo 35 persone, il comportamento dei volatili è stato sorprendente: in un raggio di 900 km, indipendentemente gli uni dagli altri, hanno preso il volo verso Sud. Il fatto che ha più stupito è che gli usignoli hanno poi fatto rapidamente ritorno nelle zone di provenienza, una volta passata la tempesta […]»
(Francesco Semprini, Gli usignoli intelligenti che previdero i tornado negli Usa. La fuga prima delle tempeste che fecero 35 morti: “Sentirono gli infrasuoni nell’atmosfera”, “La Stampa”, 29 dicembre 2014).

In Francia si è aperto il processo sulle conseguenze della tempesta Xynthia

Nella notte del 27-28 febbraio 2010 in Vandée e in Charente-Maritime, sulla costa atlantica francese, 53 persone morirono a causa della tempesta Xynthia, di cui 29 nella sola località di La Faute-sur-Mer. Qui, una cittadina turistica dalla forte urbanizzazione tra gli anni ’90 e 2000, la maggior parte delle vittime fu colta nelle proprie case, allagate dopo l’inondazione di una diga [Wikipédia].

Dopo anni di indagini, alla fine dell’agosto 2013 è stata annunciata l’incriminazione del sindaco di La Faute-sur-Mer (primo cittadino dal 1989 al 2014) e di altri esponenti delle istituzioni e delle imprese edili-immobiliari locali [Libération].
Il processo, cominciato il 15 settembre 2014, li giudicherà per omicidio colposo, un reato che, ritiene l’accusa, è stato perpetrato a causa di una condotta amministrativa quanto meno negligente, ovvero per aver concesso premessi di costruzione in zone pericolose, per aver rifiutato di prendere delle misure di sicurezza e, la fatidica notte, per aver ignorato l’allarme della tempesta in arrivo [Le-Monde] [Chroniques-Judiciaires] [Libération].
La sentenza è prevista per il 12 dicembre 2014.

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PS: raccolgo notizie sui processi ai disastri in QUESTO post.

Il rischio e l’assicurazione sui disastri naturali

L’etimologia della parola “rischio” è ignota, ma secondo Anthony Giddens risale ad un termine nautico spagnolo che alla fine del medioevo significava «andare incontro a un pericolo o a uno scoglio» [qui]. Per Sylvain Piron, invece, la comparsa del concetto di “rischio” è più antica e risale al vocabolo arabo rizq del XII secolo [qui], poi introdotto nell’Italia settentrionale dalle rampanti aristocrazie marittime genovesi e pisane in guerra contro i saraceni, soprattutto in Sardegna [qui]. In ogni caso, osserva Luhmann, il termine si diffonde in Europa solo con l’invenzione della stampa e, comunque, in ambiti specifici come le assicurazioni navali e il commercio [qui]. Il controllo pianificato del rischio conseguente al calcolo delle probabilità, apparso durante il XVII secolo [qui], conduce alla trasformazione del rischio in concetto astratto quale limite attuale della conoscenza, ma anche come stimolo fondamentale della società moderna che, per definizione, è «orientata verso il futuro» e che, dice Giddens, «vede il futuro proprio come un territorio da conquistare o colonizzare».
Lo sviluppo delle compagnie assicurative, dunque, segna la nostra era; attraverso il (tentativo di) calcolare la probabilità di ogni evento, compresa la morte, cioè, tra previsione, previdenza e prudenza la nostra esistenza procede – in maniera più o meno fiduciosa – alla ricerca di una sorta di “provvidenza razionale”.

In Italia, il dibattito su «un sistema di coperture assicurative contro le catastrofi naturali per il patrimonio abitativo civile» [qui] va avanti da molto tempo e governi d’ogni colore hanno provato – invano – a legiferare in tal senso. L’ultimo è stato l’esecutivo presieduto da Mario Monti, il quale con il “decreto legge n.59 del 2012” sulla riforma della Protezione Civile (pubblicato sulla “Gazzetta Ufficiale” del 17 maggio 2012) stabiliva che i danni da calamità naturali agli edifici dei cittadini sarebbero stati a carico dei proprietari, i quali si sarebbero potuti premunire stipulando un’assicurazione. Questa previsione, però, è stata poi cancellata dal testo definitivo della norma (la “legge n. 100 del 12 luglio 2012“, a sua volta modificata dalla “legge n. 119 del 15 ottobre 2013“). Il decreto intendeva «consentire l’avvio di un regime assicurativo per la copertura dei rischi derivanti da calamità naturali sui fabbricati a qualunque uso destinati, [così da estendere] tutte le polizze assicurative contro qualsiasi tipo di fabbricato appartenente a privati. [E ciò al fine di] garantire adeguati, tempestivi ed uniformi livelli di soddisfacimento delle esigenze di riparazione e ricostruzione [che altrimenti rischierebbero tempi lunghi] per la cronica carenza di fondi [statali]». A suo tempo, ne avevano scritto Giovanna Cavalli sul “CorSera” del 18 maggio 2012 (un rimando a questo articolo è anche su “Il Post“) e Gian Antonio Stella sul “CorSera” del 7 giugno 2012 (secondo il quale «la polizza sui disastri non è una tassa, ma se fatta nel modo giusto, può dimostrarsi indispensabile»).
Questo “mercato assicurativo”, dunque, ancora non esiste in Italia e, probabilmente, ciò è dovuto anche al fatto che non sono state risolte diverse problematiche specifiche del nostro Paese. Innanzitutto, ci si domanda come si intenda rispettare il principio di uguaglianza tra cittadini che vivono in zone “a rischio” e cittadini che non vi rientrano. Chi abita, ad esempio, alle pendici del Vesuvio pagherà tre polizze? Cioè contro le eruzioni, i terremoti e le frane? Siccome l’Italia è un Paese estremamente vulnerabile dal punto di vista naturale e considerato che qui il sistema assicurativo contro le calamità ambientali richiederebbe ingenti risorse, a quanto ammonteranno le singole polizze? Sarebbe il caso di capire di più, per verificare se lo Stato intenda o meno abbandonare i cittadini a loro stessi pur di far quadrare i conti.

In un convegno a cui ho assistito l’8 febbraio 2012 a Genova, uno dei relatori, un assicuratore, spiegò che:

economicamente, una calamità ha tre tipi di conseguenze: provoca danni alla ricchezza personale (gli immobili in rovina, ad esempio), danni alla produzione (ovvero la perdita economica sopportata dagli imprenditori) e danni sistemici (un disastro impone il dislocamento di ingenti risorse). Tutto lascerebbe intuire, dunque, che il ricorso ad una pratica assicurativa sia urgente e ampiamente richiesta, ma invece questa azione non riesce a decollare e il sistema resta un puro esercizio di ipotesi. Perché? Per varie ragioni, è stato spiegato, strettamente intrecciate tra loro:

* in primo luogo, l’offerta soffre di due ostacoli: dell’elevata rischiosità (vulnerabilità, direi più esattamente) del territorio italiano (per cui le coperture assicurative risultano particolarmente impegnative) e della varietà di cause possibili (vulcanismo, frane, flash floods, maremoti, mareggiate, acqua alta, terremoti, alluvioni e così via), ovvero della mancanza di modellistica predittiva e di dati attendibili;

* in secondo luogo, la domanda è condizionata da svariati fattori: dai “limiti di opzione” (cioè, se i cittadini ritengono che la prevenzione costerà meno in futuro, tendono a rinviarla), dalle complicazioni relative ai titoli di proprietà (raramente si interviene su un immobile di cui non si detiene il titolo di proprietà), dalle difficoltà di accesso ai mercati e alla tecnologia che permetterebbero la prevenzione (a causa di costi elevati, tasse, burocrazia, tempi lunghi…) e, infine, dalla convinzione che comunque vada i danni verranno pagati dallo Stato (un’indolenza, verrebbe da dire, dovuta ad una sorta di “assistenzialismo degenerato”).

Anche altri fattori influenzano negativamente lo sviluppo di questo sistema assicurativo, come ad esempio le annose questioni fiscali per le aree sinistrate e i problemi nel definire da un lato gli eventi dannosi (cosa significano esattamente le parole disastro, catastrofe, calamità, incidente…?) e dall’altro l’entità del danno (cioè, implicitamente, il valore della ricostruzione). Come si intuisce, dei sistemi legislativi ed economici di livello macro influenzano fortemente la capacità locale di cautelarsi nei confronti di un possibile disastro naturale, ma tale dimensione coinvolge anche altri settori, come ad esempio la comunità scientifica che con la sempre più accurata monitorizzazione del territorio può, paradossalmente, rassicurare al punto di indurre gli abitanti di una zona pericolosa ad abbassare la soglia di attenzione.

Un interessante documento dell’Ania (Associazione Nazionale tra le Imprese Assicuratrici) sembra confermare la necessità di integrare il mero calcolo probabilistico con una lettura sociologica del fenomeno:

«In generale, nel nostro Paese non esiste alcun diritto al risarcimento dei danni causati ai beni dalle catastrofi naturali, tuttavia si può dire che, sulla base dell’esperienza, i vari Governi  sono  intervenuti con provvedimenti ad hoc per erogare finanziamenti ai cittadini per il ristoro, almeno parziale, dei danni patiti a seguito delle maggiori catastrofi accadute» [p.19];

«lo status quo non rappresenta una situazione ottimale per il fatto che disincentiva la responsabilizzazione individuale, non fornisce i giusti stimoli alle politiche di prevenzione e alle buone pratiche costruttive per limitare gli eventuali danni» [p.21].

Queste difficoltà, com’è evidente, non sono solo politiche, ma derivano anche da un deficit di cui soffrono gli approcci al rischio meramente tecnicistici e matematici. Come evidenzia il metodo antropologico, il rischio non è un’entità banalmente oggettivabile: gli effetti sociali e culturali che produce dipendono da un complesso intreccio di fattori “oggettivi” (quelli legati, ad esempio, all’ambiente esterno fisico o biologico) e “soggettivi” (quelli ascrivibili alle modalità dell’antropizzazione e agli effetti delle attività umane). Il rischio, in altre parole, è frutto di un vero e proprio “dialogo” tra le diverse parti sociali (Mary Douglas parla di «dibattito culturale», se non addirittura di «lotta») in cui, tuttavia, nel momento della circolazione delle idee, alcune opinioni possono risultare più determinanti di altre nella formazione del punto di vista. In questo senso, il rischio è sempre culturalmente localizzato e la sua elaborazione da parte del gruppo sociale interessato dipende da numerosi fattori (anche di ordine macroscopico: nazionale, sovranazionale o addirittura sistemico) e da priorità, percezioni, capacità di immaginare una risposta efficace nei confronti dell’evento atteso. (In area vesuviana, ad esempio, un peso notevole è dato dall’inquinamento da discarica, che arriva a condizionare l’elaborazione del rischio vulcanico, se non a fondersi con esso).
Realizzare una politica governativa volta a favorire l’assicurazione contro i disastri naturali, pertanto, esige non solo una volontà precisa in tal senso e una notevole complessità di calcolo, ma anche una maggiore attenzione alle risposte culturali che le singole realtà territoriali elaborano in merito al rischio o ai rischi cui sono soggette. La vulnerabilità di quelle specifiche località e comunità, scrive Ligi, dipende dall’«insieme delle variabili socio-culturali che possono avere l’effetto di elevare o abbassare – talvolta annullare del tutto – la pericolosità fisica dell’evento o l’intensità e la gravità del danno» [qui].

Calcoli matematici e valutazioni economiche di possibili (o probabili) eventi disastrosi, comunque, continuano incessanti, in particolare da parte delle grandi compagnie di riassicurazione del mondo (“Munich Re” e “Swiss Re“, ad esempio). Tra queste analisi, com’è intuibile, non manca il caso del Vesuvio.
Nel 2010 WRN (Willis Research Network) – una società di Willis Group Holdings, uno dei broker assicurativi mondiali – effettuò una “previsione” delle conseguenze di un’eruzione vesuviana, la quale «potrebbe causare 8.000 vittime, 13.000 feriti gravi e danni totali per oltre 24 miliardi di dollari». In tale studio, «il Vesuvio appare al primo posto nell’elenco dei 10 vulcani più pericolosi del nostro continente». (Si veda: Mount Vesuvius eruption could cause 21,000 casualties. Volcano Ranks Number One on Willis List of Europe’s 10 Most Dangerous, in «WRN News», 15 aprile 2010; un estratto in italiano è QUI).
Il paper originale dello studio – effettuato da ricercatori delle Università di Cambridge e “Federico II” di Napoli, oltre che dalla società Willis Re – è disponibile online in pdf: “Insurance Risks From Volcanic Eruptions in Europe“. Si tratta di uno studio che prende in considerazione i 10 vulcani europei – non tutti in Europa – intorno ai quali vivono più di 10mila persone e che hanno un valore economico esposto al rischio di complessivi 85 miliardi di dollari. «Over 87% of this property value in concentrated in the Neapolitan region, around Vesuvius and Campi Flegrei».

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Questo tipo di approccio a calcolare rischi, costi, vittime ed entità dei danni di un disastro annunciato riguarda principalmente le zone urbane del pianeta, come dimostra lo studio effettuato dalla compagnia riassicurativa “Swiss Re” sulle 10 città più a rischio di catastrofi naturali del mondo: “Mind the risk. A global ranking of cities under threat from natural disasters” (2013, pdf). Questo elenco è stato ripreso sia dal “Guardian” (25 marzo 2014) che dal “Corriere della Sera” (27 marzo 2014), le cui gallerie fotografiche ho riprodotto al primo commento qui in basso.
Le 10 città più “a rischio” sono le seguenti:

1] la regione di Tokyo-Yokohama (Giappone)
2] Manila (Filippine)
3] l’area del delta del fiume delle Perle (Cina)
4] Osaka (Giappone)
5] Jakarta (Indonesia)
6] Nagoya (Giappone)
7] Calcutta (India)
8] le aree che sorgono sui fiumi di Shanghai (Cina)
9] Los Angeles (California, USA)
10] Teheran (Iran)

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AGGIORNAMENTO del 28 aprile 2014:
L’eccesso di “matematizzazione” delle previsioni sembra essere alla base degli errori compiuti dai meteorologi italiani, come dice Massimiliano Pasqui in quest’intervista a Margherita De Bac: “«Perché noi meteorologi a volte sbagliamo?». Le previsioni reggono a lungo solo d’estate. Uno dei problemi è che in Italia non esistono percorsi universitari per il meteorologo” (“CorSera“) (o qui).

La scienza apocalittica

Negli ultimi giorni sono apparse sulla stampa diverse “profezie apocalittiche”, ovvero informazioni che, con l’avallo della scienza, predicono la «fine del mondo» o, in termini antropologici, la «fine di un mondo» (la dissoluzione del proprio universo culturale). Non è una novità, io stesso ne raccolgo le notizie in almeno tre post: «Bufale apocalittiche» (sulle credenze e le leggende metropolitane relative a catastrofi di varia natura), «Apocalittici e complottisti» (sul caso specifico vesuviano), «L’archivio dell’apocalisse» (sul famoso “ultimo giorno” del calendario maya; ne ho scritto anche qui).
Le “predizioni” apparse sui mass-media italiani in questo mese di settembre 2013, però, non provengono da millenaristi e invasati, bensì da scienziati (che, certo, potrebbero essere affetti anch’essi da sindromi profetiche). Si tratta di notizie molto differenti tra loro, per ampiezza del contesto di riferimento e per le metodologie applicate; non va tralasciato, inoltre, che sono tutte informazioni filtrate attraverso sensibilità giornalistiche diverse, le quali possono accentuare toni ed evidenziare particolari, così da comunicare taluni aspetti piuttosto che altri. E’ da ricordare, infine, che al suo interno la scienza è molto più cauta e “insicura” di quel che appare all’esterno: il dibattito tra i membri della comunità internazionale è sempre sostenuto e, paradossalmente, il loro trait d’union è il disaccordo sul futuro (cfr. Mary Douglas, Una biosfera credibile, in Rischio e colpa, 1992). Comunque, tornando alle recenti notizie circa le previsioni “razionali” dell’apocalisse, è possibile individuarne almeno due forme, oltre un terza per certi versi intermedia.

Innanzitutto, ci sono le “profezie scientifiche“, cioè delle vere e proprie visioni (ma costruite basandole su dati e ragionamenti consequenziali, dunque su ipotesi) in cui gli studiosi immaginano le cause più verosimili (“probabili” è il termine che usano) del cosiddetto “giorno del giudizio”; in tali congetture vi è una inevitabile quota di vaghezza e – per quanto possano avere una loro utilità nell’indicare delle linee di tendenza – hanno un limite oggettivo: non sono in grado di dire quando accadrà cosa.
Ecco come ha titolato il «Corriere della Sera» il 13 settembre 2013: «Come finirà il mondo? Gli scienziati delineano nove scenari. Un elenco compilato da 27 studiosi inglesi: poco probabile il maxiasteroide, le principali minacce provengono dall’umanità stessa».
[AGGIORNAMENTO del 24 settembre 2013: Questa tipologia è riconducibile alla «fantascienza» di cui parla il Papa Emerito Joseph Ratzinger in una lettera al matematico Piergiorgio Odifreddi: «La fantascienza esiste, d’altronde, nell’ambito di molte scienze. Ciò che Lei espone sulle teorie circa l’inizio e la fine del mondo in Heisenberg, Schrödinger ecc., lo designerei come fantascienza nel senso buono: sono visioni ed anticipazioni, per giungere ad una vera conoscenza, ma sono, appunto, soltanto immaginazioni con cui cerchiamo di avvicinarci alla realtà» (qui)].

Il secondo caso è quello delle “prospettive scientifiche“, ovvero delle proiezioni nel futuro di processi storici appurati; qui gli scienziati sanno sia il quando, sia il cosa succederà, ma l’evento è piuttosto remoto o graduale, per cui è difficilmente percettibile nella sua concretezza e globalità dagli esseri umani (il tempo dei fenomeni naturali può essere molto più dilatato di quello umano, per cui – rispetto al tempo biologico – un secolo o anche alcuni decenni sono avvertiti come altrettanto indefiniti di un millennio o un’era geologica). In realtà, in questo caso un discrimine è dato dalle cause dell’eventualità a cui si fa riferimento: se l’accadimento atteso è di origine naturale (ad esempio: la deriva dei continenti), difficilmente ci si attiverà (adesso) per prendere delle misure di mitigazione del rischio; se, invece, il fenomeno previsto è riconducibile alle attività antropiche (ad esempio: il buco nell’ozono), allora è possibile una sua declinazione in senso politico. Ecco due esempi:
1) Il 20 settembre 2013 l’agenzia «Ansa» ha riportato la seguente notizia: «Addio Stivale, l’Italia destinata a cambiare. Il geologo Kurt Lambeck afferma che il caratteristico profilo della penisola ha i millenni contati».
2) Il 23 settembre 2013 il quotidiano «La Repubblica» ha titolato così: «Dieci anni per salvare il pianeta. L’allarme degli scienziati dell’Onu. […] Gli scenari previsti per la fine del secolo sono quattro».

Vi è, infine, un terzo caso in cui non è direttamente l’analisi scientifica a determinare l’entità dell’allarme, bensì il linguaggio usato per diffonderne i risultati (questo elemento, dunque, accomuna le due categorie appena esposte). In tal caso, cioè, il sapere scientifico è basato su questioni concrete gravi e suscettibili di ulteriori pesanti peggioramenti che, tuttavia, assumono una dimensione “apocalittica” attraverso le parole con cui l’eventualità nefasta viene comunicata.
Il portale «Virgilio Notizie» il 20 settembre 2013 ha scritto: «Fukushima, “ora si rischia l’Apocalisse”. Tokyo lancia l’allarme. Fukushima era una struttura a rischio, ben prima del disastro nucleare. Ora la situazione potrebbe esplodere». In genere, è questo il caso in cui intervengono i cosiddetti “imprenditori della paura”, i quali strumentalizzano il clamore per fini politici (esempio 1, esempio 2). Naturalmente, lo sfruttamento della paura e l’alimentazione del sospetto avviene anche con “previsioni” meno definitive (tendenzialmente espresse senza citare fonti e in assenza di dati verificabili); un esempio ricorrente è fornito dal meteo: «In arrivo l’inverno più freddo del secolo», che permette a qualcuno di rilanciare in questo modo: «Ogni giorno viene ormai sempre più diverso dallo stesso giorno dell’anno prima, ma il clima e i relativi disastri sono tabù per i media perché indicano che bisogna fermare il consumismo».

Sul perché si tenti di lucrare politicamente sull’insicurezza sociale è facile intuirlo (e, comunque, prima o poi ne scriverò un post), ma da un punto di vista socio-antropologico la domanda cruciale riguarda l’effetto che questo tipo di notizie ha sui lettori/spettatori.
Anzi, volendo spingere più a fondo la questione, si può arrivare addirittura a degli interrogativi esistenziali come quelli posti da Luis Borges: «Perché ci attrae la fine delle cose? Perché più nessuno canta l’aurora, e non v’è chi non canti l’occaso? Perché ci attrae più la caduta di Troia che le vicissitudini degli achei? Perché preferiamo l’Inferno della Commedia al Paradiso? […] Perché la tragedia gode di un rispetto che la commedia non ottiene? Perché sentiamo che il lieto fine è sempre fittizio? Perché i vinti sono, per la memoria, i vincitori? Perché la morte violenta è ora così facile? Perché pensiamo all’agonia e non alla resurrezione?» (qui).

Concludendo, ci sarebbe da riflettere a lungo sul ruolo della scienza e su quello dell’informazione nel processo di costruzione sociale del rischio, ovvero nel discorso pubblico su ciò che è ritenuto tollerabile e ciò che non lo è. Come osserva Ulrich Beck, tutto questo si fonda sui «rapporti di definizione» (chi può dire cosa) e sul possesso dei «mezzi di definizione» (chi gestisce la comunicazione). Vi è, in altre parole, una gerarchia del sapere per la quale «in caso di dubbio all’esperto spetta il monopolio della determinazione del sapere» (o meglio, allo scienziato mainstream). Esiste, inoltre, un sistema di mass-media che «non ubbidiscono ai princìpi dell’illuminismo, ma a quelli della razionalità del mercato e della valorizzazione del capitale» e, in base a questi, determina la propria capacità/incapacità o volontà/svogliatezza di selezionare e filtrare, di comprendere e raccontare.

PS: A proposito del disastro giapponese e dei tentativi di tornare ad una vita “normale” nonostante l’angoscia di una catastrofe nucleare, suggerisco la lettura di questo intenso articolo/racconto biografico di Banana Yoshimoto: «La mia vita dopo Fukushima» («Internazionale», 13 marzo 2012).

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NB: ho aggiornato questo post il 23 settembre 2013 con un piccolo approfondimento della seconda categoria (“prospettive scientifiche”) e il 24 settembre 2013 inserendo la citazione di Ratzinger al termine della prima categoria (“profezie scientifiche”).

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AGGIORNAMENTO del 17 gennaio 2014:
A proposito di Fukushima, qualche scienziato ha avanzato l’ipotesi di «evacuare l’emisfero nord della Terra e spostarsi tutti a sud dell’equatore». Ecco come il discorso apocalittico, nella sua finta e urlata preoccupazione, riesce a ridicolizzare un problema grave. In questo caso, però, quel che mi colpisce è l’idea che si possa disporre degli spazi altrui (il sud del mondo) come e quando si vuole.
Ne ha scritto “ArticoloTre” (gennaio 2014): QUI.
Ma ne aveva già riferito “Megachip” il 16 settembre 2013: QUI.