Memorie dell’eruzione vesuviana del 1944

Dopo, molto dopo, la memoria trasforma la visione di quell’evento in uno spettacolo affascinante, tuttavia non sembra riuscire ad intaccare il ricordo del rumore, che resta spaventoso.

«Io mi ricordo, tenevo sei anni, stavo a Ercolano e la sera s’illuminava di più… Hai visto i fuochi artificiali quando si aprono in cielo? Ecco, così faceva ‘o Vesuvio, proprio come fosse ‘o fuoco pirotecnico! Era bello!» (Donna, 76 anni, San Sebastiano al Vesuvio, 12 marzo 2011).

«La lava scorre piano piano, ma nei giorni precedenti non era successo niente. Si vedeva quando il Vesuvio buttava fuoco, si vedeva da Napoli, come una cascata di fuoco. Era bello! Era troppo bello!» (Uomo, 84 anni, Massa di Somma, 7 aprile 2011).

«Fece nu scoppio enorme… tremava tutta la casa, la terra… tremava tutto cose… Io mi ricordo che era di notte, ero piccola, ero signorinella… e mi ricordo che mi affacciavo da casa mia e vedevo quando la lava scendeva nelle cisterne con l’acqua. Mamma mia, e che spavento! Faceva uno scoppio proprio terribile! Io, poi, ero paurosa… chi aveva mai visto? E dicevo a mia madre: “Andiamocene, andiamocene!”. Comunque, era troppo spaventoso e si sentiva sempre che sparava il vulcano: lo faceva una continuazione. Ma era terribile quando andava nei pozzi!» (Donna, 92 anni, San Sebastiano al Vesuvio, 12 marzo 2011).

Queste sono alcune delle testimonianze che ho raccolto qualche anno fa. Ciro Teodonno, invece, si è focalizzato (in due articoli) sulle cronache riportate dai giornali del tempo:

“Il mediano”, 18 marzo 2014, QUI (o qui)

MARZO 1944
Un’analisi delle cronache dell’epoca, per intendere i fatti che videro protagonista il Vesuvio e la sua gente settant’anni fa.
di Ciro Teodonno

Abbiamo deciso di ripercorrere, a settant’anni dall’ultima eruzione, i fatti che la contraddistinsero, facendo una sorta di cronistoria degli eventi che nel marzo del 1944 colpirono il Vesuviano.
Abbiamo deciso di seguire, attraverso la cronaca dei giornali dell’epoca, la furia del Vulcano; le passioni e le vicissitudini di chi visse, in quei frangenti, lo scontro tra natura e storia, quelli che furono posti da quest’ultima in quarta pagina, perché le notizie di una guerra ancora in atto non permettevano attenzione maggiore o perché, l’ira del Vulcano, era probabilmente considerata un fenomeno naturale e non un evento catastrofico e inusitato, come spesso oggi li definiamo.
Abbiamo utilizzato, in buona parte, le pagine del Risorgimento, il quotidiano che, in quei duri anni di guerra, riuniva le testate de
Il Mattino, Roma e Il Corriere di Napoli, dopo la confisca delle testate da parte degli alleati e che fu edito dall’ottobre del 1943 fino all’ottobre del 1950. Il periodo preso in esame è quello dell’eruzione che va dal 18 al 29 marzo del ’44 (anche se il periodo di riposo inizia ufficialmente il 7 aprile). Infine i luoghi prescelti non potevano che essere San Sebastiano e Massa, quelli più colpiti dalla lava del ’44.
Ci piacerebbe però iniziare con una panoramica su quello che fu l’evento eruttivo in sé, e vorremmo farlo con documenti apparsi in buona parte solo sul
Risorgimento, scritti dall’allora direttore dell’Osservatorio Vesuviano, Giuseppe Imbò. Quello che segue è quindi il suo resoconto, contemporaneo ai momenti dell’eruzione, non un documento successivo, come è più facile riscontrare altrove, ma la viva testimonianza dello scienziato davanti alla forza della natura. Nella stesura abbiamo rispettato il testo dell’epoca e messo tra parentesi le parole illeggibili e da noi desunte.

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“Il mediano”, 19 marzo 2014, QUI (o qui)

1944: CRONACHE DELL’ERUZIONE
San Sebastiano al Vesuvio e i paesi vesuviani nelle cronache dell’eruzione del marzo 1944.
di Ciro Teodonno

Sulla linea di quanto già detto nel precedente articolo focalizziamo ora l’attenzione sui centri abitati di San Sebastiano e Massa di Somma, colpiti della colata lavica nell’ultima eruzione vesuviana.
I due centri, rispetto agli altri paesi colpiti, sono quelli, che nella sfortuna del cataclisma, hanno ottenuto maggiore attenzione e non solo dalla stampa ma anche dalla letteratura e su tutti spiccano i nomi di Norman Lewis e Curzio Malaparte che in Napoli “44 e ne La Pelle, lasciano pagine memorabili di quegli eventi e di quei luoghi. Quelli che seguono sono invece degli estratti dal Risorgimento e da La Stampa di Torino, che all’epoca veniva pubblicata nella penisola iberica, in grassetto, a chiosa, i commenti del redattore
.

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AGGIORNAMENTO del 25 marzo 2014:
Il website dell’Osservatorio Vesuviano ha una pagina dedicata al ricordo dell’eruzione del 1944 della signora Francesca Sforza di Pagani (nata nel 1929): QUI (e qui).

A settant’anni dall’ultima eruzione: un’intervista (o quasi) sull’odierna situazione vesuviana

Il rischio Vesuvio è un argomento complesso, con mille sfaccettature; non è semplice fornirne un quadro esaustivo, soprattutto sul web, dove si è sempre molto brevi e troppo veloci. Ne ho discusso con Simona Ciniglio, la quale ne ha scritto un articolo focalizzato sul ruolo dei mass-media nella costruzione sociale di questo specifico rischio.

“Corso Italia News”, 17 marzo 2014, QUI

RISCHIO VESUVIO: A SETTANT’ANNI DALL’ULTIMA ERUZIONE I DANNI MAGGIORI SONO DI NATURA UMANA
Tra letteratura, (dis)informazione e bufala: siamo tutti potenzialmente partecipi del rischio Vesuvio
di Simona Ciniglio

Come sempre, la plebe attribuiva a quell’immane flagello un significato di punizione celeste, vedeva nell’ira del Vesuvio la collera della Vergine, dei Santi, degli Dei del cristiano Olimpo, corrucciati contro i peccati, la corruzione, i vizi degli uomini. E insieme col pentimento, con la dolorosa brama di espiare, con l’avida speranza di veder puniti i malvagi, con l’ingenua fiducia nella giustizia di una così crudele e ingiusta natura, insieme con la vergogna della propria miseria, di cui il popolo ha una triste consapevolezza, si svegliava nella plebe, come sempre, il vile sentimento dell’impunità, origine di tanti atti nefandi, e la miserabile persuasione che in così grande rovina, in così immenso tumulto, tutto sia lecito, e giusto”.
Nel bellissimo e insostenibile romanzo “La Pelle” di Curzio Malaparte, l’orrore e la devastazione legati all’eruzione del Vesuvio del 1944 fungono da estrema oggettivizzazione e castigo per la pestilenza morale che ammorbò la Napoli dell’occupazione alleata americana, un inferno di vizio e vergogna, strascico di disumanità della seconda guerra mondiale.
Le parole di poesia atroce, che attingono parzialmente alla fantasia dello scrittore, sono tra i migliori risultati di mistificazione dei fatti occorsi durante quell’eruzione e, in generale, rappresentano uno splendido esempio di retorica volta a far luce sui molteplici aspetti della natura umana, ciò che fa dell’osservazione della realtà materia letteraria
. […]

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1944-2014: 70 anni dall’ultima eruzione vesuviana

L’ultima eruzione vesuviana, da cui la colata lavica che ha distrutto nel 1944 i due paesi attigui di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma, è nota, raccontata e analizzata in un gran numero di pubblicazioni, da quelle storico-locali ai saggi accademici di scienze naturali, dagli atti dei convegni sul rischio vulcanico fino alle guide turistiche di ampia tiratura.
Anche la letteratura ha narrato quei giorni drammatici tra disastro naturale e disastro bellico, come ha fatto Norman Lewis in “Napoli ’44“:

«19 marzo: oggi il Vesuvio ha eruttato. E’ stato lo spettacolo più maestoso e terribile che abbia mai visto. Il fumo dal cratere saliva lentamente in volute che sembravano solide. […] Di notte fiumi di lava cominciarono a scendere lungo i fianchi della montagna».

Oppure come ha scritto Curzio Malaparte ne “La Pelle” [già qui, su questo blog], di cui segnalo la presentazione video realizzata qualche anno fa da Stas’ Gawronski in “CultBook” (7’52″):

In questi giorni ricorrono i 70 anni di quell’esplosione, l’ultima del ciclo che si aprì catastroficamente nel 1631. Considerata la durata dell’attuale silenzio del vulcano napoletano, gli scienziati ritengono che il Vesuvio sia entrato in quiescenza, ovvero in quello stato che separa tra loro due “periodi di attività” e che, stando alla sua storia eruttiva, probabilmente può essere ancora lungo (in passato è durato anche alcuni secoli).
Per l’anniversario, a Napoli e provincia sono state organizzate almeno due occasioni per ricordare e riflettere su quell’evento: una storico-scientifica, l’altra spettacolare. Entrambe sono previste per martedì 18 marzo 2014.

Il primo appuntamento è presso l’Accademia di Scienze Fisiche e Matematiche (via Mezzocannone 8, Napoli), dove a partire dalle ore 9:30 verranno ricordate due ricorrenze: i 70 anni dell’ultima eruzione, appunto, e i 100 anni della scomparsa di Giuseppe Mercalli, uno dei padri della vulcanologia.
Il programma/invito è questo (anche su fb e sul web):

Clicca sull’immagine per accedere alla versione pdf.

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Il secondo appuntamento è presso il Museo Archeologico Virtuale (via IV Novembre 44, Ercolano), dove verrà proiettato «materiale audiovisivo originale d’epoca, girato dal corpo combattente statunitense e dagli impavidi giornalisti seguito da una carrellata d’immagini selezionate e montate per l’occasione». L’ingresso, per quel giorno, sarà gratuito.
La locandina è questa (anche su fb):

(Clicca sull’immagine per accedere all’evento fb)

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Breve cronologia dell’eruzione vesuviana del marzo 1944:
L’Osservatorio Vesuviano indica, quale data di inizio dell’ultima eruzione, il 13 marzo del 1944, quando un conetto di scorie, accumulatesi all’interno del Gran Cono dopo l’eruzione precedente, collassa a seguito dell’apertura del condotto principale. A distanza di pochi giorni, il 18 marzo, inizia un’intensa attività effusiva caratterizzata dall’emissione di piccole colate laviche lungo il versante orientale e meridionale della montagna e, in seguito, lungo quello settentrionale. In vista degli eventi, è ordinato lo sgombero delle città di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma ed è consigliato agli abitanti di Torre del Greco di abbandonare le proprie abitazioni ormai già investite da una continua pioggia di cenere. La lava, lenta ma inesorabile, raggiunge le due cittadine di San Sebastiano e Massa nella mattina del 21 marzo, devastandole entrambe [Foto + Mappa 1 + Mappa 2]. La parte conclusiva, e più spettacolare, dell’eruzione ha inizio già l’indomani, il 22 marzo, con una violenta attività esplosiva che pone fine all’alimentazione lavica e dà inizio a fontane di lava alte fino a 2 km. A queste fa rapidamente seguito il formarsi di un “pino vulcanico” di ceneri e lapilli che raggiunge un’altezza di circa 6 km, per poi collassare in flussi piroclastici verso Sud-Est, investendo le città di Terzigno e dell’agro nocerino-sarnese. Dall’incontro tra il magma e l’acqua in falda originano, come effetto collaterale dell’eruzione, numerose esplosioni freatomagmatiche associate ad intensa attività sismica, che va progressivamente diminuendo fino a cessare del tutto intorno al 29 marzo.
Nella sola San Sebastiano, il piano stradale si innalza di alcuni metri, circa 600 famiglie rimangono senza casa, gran parte della rete viaria è resa impraticabile e la rete idrica è fatalmente distrutta [fonte]. I danni riportati a seguito dell’eruzione sono di 26 morti nell’area interessata da ricaduta di ceneri e causati dai crolli dei tetti delle abitazioni (a Terzigno, Nocera Inferiore e Sarno), dei due centri abitati di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma in parte distrutti dalle colate laviche e di tre anni di raccolti persi nelle zone coperte dalle polveri vulcaniche.

[Alcuni giorni fa quell’eruzione è stata ricordata anche da Erri De Luca e da Gipi; ne ho scritto qui]

(Le fotografie sono tratte dal web)

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AGGIORNAMENTO del 24 marzo 2014
Il 28 marzo 2014 a Torre Annunziata il Centro Studi Storici “Nicolò d’Alagno” ricorderà l’eruzione del Vesuvio del 1944 con il convegno “Vesuvio: la paura fa 70!”. Saranno proiettate immagini d’epoca tratte dall’Archivio/raccolta fotografica di Vincenzo Marasco e riprese video recuperate da Angelo Pesce negli Archivi alleati:

Clicca sull’immagine per accedere alla pagina-evento su facebook.

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AGGIORNAMENTO del 20 ottobre 2014:
Domani, 21 ottobre 2014, alle ore 10 presso la Biblioteca Universitaria di Napoli verrà proiettato un filmato inedito dell’eruzione del Vesuvio del 1944, girato dagli Alleati. Altre info sono QUI e QUI.

“Vesuvio 1944”, a cura di Angelo Pesce

A tre anni da Fukushima

Oggi, tre anni fa, il Giappone veniva devastato da un cataclisma senza pari, un evento così grande e così complesso da aver reso insufficienti le definizioni classiche: da allora la dizione “catastrofe naturale” appare del tutto anacronistica. Vi furono 15.880 morti e 2.694 dispersi, ma per certi versi il post-disastro fu anche più duro: nella sola prefettura di Fukushima perirono 1.656 persone a causa dello stress e per complicazioni di salute, più delle 1.607 morte direttamente nell’evento. Intorno alla centrale nucleare di Daiichi, 13.000 sono i chilometri quadrati da decontaminare e i più giovani sono i maggiormente colpiti dalle radiazioni: è in corso uno studio epidemiologico su circa 360.000 bambini e adolescenti che vivevano nella zona esposta alla contaminazione nel 2011 ed è attivo anche un costante monitoraggio psicologico (un quarto dei bambini dai 3 ai 5 anni che hanno vissuto lo tsunami soffrono di disturbi comportamentali) [QUI].
Il nuovo millennio si è aperto con eventi shockanti: gli attentati di New York (che a loro volta hanno generato altri orrori, come quello di Madrid, di cui oggi è il decennale), lo tsunami di Sumatra, l’inondazione di New Orleans, il terremoto di Haiti, la sequenza disastrosa di Fukushima. Come riuscire a dare una spiegazione a tutto ciò? Se Goethe sosteneva che con il sisma di Lisbona del 1755 Voltaire (cioè “il mondo antico”) aveva lasciato il posto a Rousseau (considerato “il mondo nuovo”, razionale e libero dal peso di Dio), oggi Dupuy ritiene che è proprio l’approccio voltairiano a dover essere recuperato, perché più adatto alla visione postmoderna che guarda in faccia la contingenza dell’evento, piuttosto che «abbandonarsi alle consolazioni finte delle spiegazioni razionalizzanti» [QUI].
Se è difficile dare un senso a catastrofi di tali entità e modalità, l’approccio antropologico può indicare una strada: il fulcro di uno studio socio-culturale di questo tipo non è “dentro all’evento”, ma fuori di esso, nel sistema sociale che è colpito. La comunità disastrata, spiega Lombardi, reagisce «in funzione del tipo di cultura specifico posseduto da ciascun sistema sociale nei confronti di quell’evento» [QUI]. E’ per questa ragione che due episodi di pari intensità e di caratteristiche simili che colpiscono due sistemi sociali diversi non producono mai gli stessi danni e spesso non sono nemmeno paragonabili tra loro [QUI].
Quel che è accaduto a Fukushima e in Giappone tre anni fa ha un significato specifico per le comunità direttamente colpite, ma probabilmente lo ha anche a livello planetario, data la grande eco mediatica ed emotiva che non smette di riverberarsi. Dovremmo domandarci, pertanto, se quella tragedia ha modificato la nostra visione del “male”; dovremmo interrogarci come fecero i contemporanei del disastro di Lisbona: cos’è oggi il male, Dio, la natura, la giustizia?, quali sono le aspirazioni e il destino degli esseri umani?, cos’è veramente “progresso”? Probabilmente risposte definitive non ce ne sono, ma ritengo che vi siano di certo percorsi di conoscenza e, dunque, di presa di coscienza. In quest’ottica, quell’evento può (potrebbe) essere considerato “apocalittico”, ovvero come qualcosa «che è portatore di rivelazione» [Dupuy].

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Oggi, 11 marzo 2014, i principali giornali italiani dedicano un ricordo all’anniversario:

  • Ilaria Maria Sala, Fukushima 3 anni dopo. Il dramma dei bambini colpiti dalle radiazioni. Crescono in modo anomalo i tumori alla tiroide. E in migliaia non possono più giocare all’aria aperta, “La Stampa”: QUI.
  • Redazione, Fukushima, il Giappone ricorda le 18mila vittime dello tsunami di tre anni fa. Ancora non risolti i problemi alla centrale nucleare dell’incidente. Circa 270mila giapponesi non sono ancora potuti tornare nelle loro case, “La Repubblica”: QUI
  • Emilio Fuccillo, Tre anni fa il disastro di Fukushima, l’emergenza continua, “RaiNews”: QUI
  • Damir Sagolj, reportage fotografico, Fukushima: 3 anni dal disastro, “Corriere della Sera”: QUI.

Damir Sagolj, settembre 2013:
“Un blocco stradale impedisce l’ingresso nella zona altamente contaminata di Namie”
(clicca sull’immagine per accedere alle altre fotografie del reportage)

Il VIDEO dell’inchino dell’imperatore Akihito alla cerimonia in onore delle vittime tenuta a Tokyo.

Tre anni fa ero in piena etnografia vesuviana. Il disastro giapponese entrò prepotentemente nelle conversazioni e nelle interviste che raccolsi in quei giorni. Io, però, non riuscii a scriverne nulla, se non questo (che poi ho aggiornato con reportage e analisi pubblicate online).

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INTEGRAZIONE del 12 giugno 2014:
In Finlandia c’è un sito di stoccaggio di scorie radioattive, il complesso di Onkalo, pensato per durare 100mila anni. In altri termini, un’eternità. «Nothing built by man has lasted a tenth of that time, but we consider ourselves a very potent civilization».
Il regista danese Michael Madsen lo ha raccontato nel documentario “Into Eternity” (2010, website), ponendo al centro della riflessione l’avvenire che stiamo lasciando alle generazioni future. «If you, some time far into the future, find this, what will it tell you about us?».
L’opera (1h15′) è visibile su YouTube (en, sub-en):

Il film verrà proiettato il 16 giugno 2014 al Musée du Louvre, dopo la conferenza di Michaël Ferrier intitolata “Notes sur l’art au temps de Fukushima“: QUI.

L’esilio forzato è una frattura

Eleonora Guadagno, che studia la mobilità umana a seguito di catastrofi in Italia, ha scritto l’articolo “Dove la nostalgia diventa un bene comune” (pubblicato da “Lavoro culturale” il 12 febbraio 2014).
Partendo dai due disastri di Sarno (1998) e di Cavallerizzo di Cerzeto (2005), Guadagno spiega quanto queste catastrofi generate da una vulnerabilità ambientale e sociale si tramutino «in disastri collettivi, minando i beni comuni materiali (l’ambiente) ed emozionali (la memoria e la nostalgia) di una comunità».
Si domanda, inoltre, «Che cosa succede, però, quando una comunità umana è costretta ad allontanarsi da un luogo? Quali sono i sentimenti nei confronti della vita in quel territorio che ha visto gli alberi crescere, i figli giocare e diventare grandi, ma che in ultimo ha traumatizzato la memoria collettiva? Cosa significa perdere un bene comune? Quali conseguenze a livello immateriale determina questa perdita? Il territorio di una comunità non è solo un luogo, un insieme di elementi che si giustappongono, ma è fatto di beni dotati di significati profondi. Una strada, una scuola, una chiesa, una quercia, una panchina non sono solo parte dell’urbanistica o dell’arredo urbano ma rappresentano un punto di riferimento nella memoria singolare e plurale, tanto nella mappa mentale individuale quanto in quella tramandata in maniera collettiva».

L’intero articolo è QUI.

Crash, puntata dedicata al Vesuvio

La trasmissione Rai “Crash” ha dedicato una puntata al rischio vulcanico del Vesuvio e dei Campi Flegrei. E’ andata in onda due sere fa e verrà ritrasmessa mercoledì prossimo (11 dicembre 2013) su Rai 3, ma cliccando sull’immagine qui sotto potete vederla in streaming:

Clicca sull'immagine per accedere al video della puntata (55')

Clicca sull’immagine per accedere al video della puntata (57′)

La puntata dura poco meno di un’ora ed è confezionata bene, a mio avviso in maniera scientificamente onesta, ma politicamente forse troppo equilibrata. Nei giorni scorsi ne è stato dato rilievo anche sulla stampa locale, la quale, però, si è soffermata sugli aspetti più sensazionalistici. In giro, infatti, qualche articolo ha titolato più o meno così: Esperti italiani dicono che l’eruzione non darà scampo. L’accento posto sul clamore catastrofista credo che non faccia mai bene alla costruzione di una consapevolezza del rischio, come ho esposto nel post precedente.

La presentazione ufficiale della puntata è questa:

«Il vulcanologo Giuseppe Mastrolorenzo, uno dei massimi studiosi del Vesuvio e della sua attività, ha lanciato l’allarme più di una volta: “Siamo su una bomba ad orologeria che non lascerà scampo”. Ma perché esattamente il Vesuvio e la possibilità di una sua prossima eruzione rappresenta un pericolo mortale per le popolazioni che vivono alle sue pendici? E’ solo un rischio legato a un evento naturale oppure noi abbiamo peggiorato le cose?
E poi: da un lato c’è il Vesuvio, dall’altro ci sono i Campi Flegrei. La zona potenzialmente più vicina a un’eruzione è incredibilmente priva di un piano di emergenza e di evacuazione.
Ma cosa succederebbe a Napoli in caso di eruzione del Vesuvio? Quali sarebbero gli effetti su cose e persone?
Dalla centrale operativa della Protezione civile, Crash mostra come sono organizzati emergenza e piano di evacuazione, mettendone in luce i punti di forza e le falle. Tra abusivismo diffuso, strade pericolose e vie sotto sequestro, evacuare i comuni della “zona rossa” sarebbe un’impresa in alcuni casi impossibile
».

Infine, QUI ho raccolto i link ad altre trasmissioni televisive dedicate al Vesuvio.

Quando crollano le dighe

Le dighe sono opere stupefacenti che si prestano ad immagini metaforiche: sono l’orgoglio dell’ingegno umano, il simbolo della potenza della ragione, la prova del dominio dell’uomo sulla natura, ovvero dell’ordine sul disordine. L’allegoria, però, si inverte radicalmente quando le dighe crollano, e allora in un attimo diventano uno sfregio alla natura e alla vita, un vanto effimero e arrogante, segni di prepotenza e sfrontatezza. E, in effetti, è così, perché le dighe non dovrebbero crollare o causare l’erosione delle coste dei laghi cui hanno dato vita.

In tanti abbiamo ricordato poche settimane fa i 50 anni del disastro del Vajont: il 9 ottobre 1963 quella diga resse, ma non trattenne un’immensa onda – provocata da una frana venuta giù dal monte Toc – che in pochi minuti cancellò 2000 vite e interi paesi della valle del Piave. La memoria recente di quell’ecatombe deve molto all’orazione civile di Marco Paolini, che a sua volta si ispira all’impegno ostinato e pluriennale di Tina Merlin. (Personalmente, sono andato a visitare la diga nel 2002 e il mio ricordo è QUI).

Quel disastro, però, non è l’unico incidente relativo ad una diga. In Italia e nel mondo, purtroppo ce ne sono stati molti.
Ieri, ad esempio, sono stati 90 anni dal disastro del Gleno: il 1º dicembre 1923, di primo mattino, la diga del Gleno (in Valle di Scalve e in Val Camonica, nella Lombardia orientale), ebbe un cedimento strutturale e milioni di litri d’acqua si scaraventarono su alcuni paesi a valle, uccidendo 356 persone (ma alcune stime parlano di 500 morti).

I quotidiani locali lo hanno ricordato: “L’eco di Bergamo” e “Il giornale di Brescia“. Alcuni website dedicati al Gleno sono QUI, QUI e QUI. Un libro disponibile online è stato scritto da Umberto Barbisan: “Il crollo della diga di Pian del Gleno: errore tecnico?” (pdf, 2007).

Oggi, invece, è l’anniversario del disastro di Frejus, in Costa Azzurra: la sera del 2 dicembre 1959 crollò la diga di Malpasset, causando la morte di 423 persone, in quella che è nota come la più grande catastrofe civile della Francia nel XX secolo (alla quale è dedicato QUESTO website).

Come dice Marco Paolini, «Le storie non esistono finché non c’è qualcuno che le racconta». Allo stesso modo, la memoria resiste e insegna se c’è qualcuno che la trasmette.

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PS: Per quanto riguarda l’Italia, in questo triste elenco di sciagure non può mancare il disastro di Molare (noto anche come catastrofe dell’Ortiglieto o della sella Zerbino), avvenuto il 13 agosto 1935, che causò la morte di 111 persone in Valle dell’Orba, in provincia di Alessandria. Molte informazioni sono QUI.

PPS: Tra le peggiori catastrofi legate a delle dighe – se non la peggiore – c’è il disastro di Banqiao, in Cina: nella notte tra il 7 e l’8 agosto 1975 la diga del bacino di Banqiao e quella del bacino di Shimantan (appartenenti ad un sistema di 62 dighe situate nella provincia di Henan) crollarono (o furono intenzionalmente fatte saltare) in seguito al Tifone Nina. Il bilancio delle vittime (svelato solo nel 2005) è impressionante:  «26000 morti a causa dell’inondazione e altri 145000 morti nei giorni seguenti dovuti a epidemie e carestie. A questo bisogna inoltre aggiungere il crollo di circa 5 960 000 di edifici, e 11 milioni di sfollati».

PPPS: Un articolo interessante sul rapporto tra ingegneria e scienza è di Ferdinando Boero: Ci dobbiamo preoccupare?, in “Quaderno di Comunicazione” (a cura di M. Benadusi), Mimesis Edizioni, 2012.