La scienza apocalittica

Negli ultimi giorni sono apparse sulla stampa diverse “profezie apocalittiche”, ovvero informazioni che, con l’avallo della scienza, predicono la «fine del mondo» o, in termini antropologici, la «fine di un mondo» (la dissoluzione del proprio universo culturale). Non è una novità, io stesso ne raccolgo le notizie in almeno tre post: «Bufale apocalittiche» (sulle credenze e le leggende metropolitane relative a catastrofi di varia natura), «Apocalittici e complottisti» (sul caso specifico vesuviano), «L’archivio dell’apocalisse» (sul famoso “ultimo giorno” del calendario maya; ne ho scritto anche qui).
Le “predizioni” apparse sui mass-media italiani in questo mese di settembre 2013, però, non provengono da millenaristi e invasati, bensì da scienziati (che, certo, potrebbero essere affetti anch’essi da sindromi profetiche). Si tratta di notizie molto differenti tra loro, per ampiezza del contesto di riferimento e per le metodologie applicate; non va tralasciato, inoltre, che sono tutte informazioni filtrate attraverso sensibilità giornalistiche diverse, le quali possono accentuare toni ed evidenziare particolari, così da comunicare taluni aspetti piuttosto che altri. E’ da ricordare, infine, che al suo interno la scienza è molto più cauta e “insicura” di quel che appare all’esterno: il dibattito tra i membri della comunità internazionale è sempre sostenuto e, paradossalmente, il loro trait d’union è il disaccordo sul futuro (cfr. Mary Douglas, Una biosfera credibile, in Rischio e colpa, 1992). Comunque, tornando alle recenti notizie circa le previsioni “razionali” dell’apocalisse, è possibile individuarne almeno due forme, oltre un terza per certi versi intermedia.

Innanzitutto, ci sono le “profezie scientifiche“, cioè delle vere e proprie visioni (ma costruite basandole su dati e ragionamenti consequenziali, dunque su ipotesi) in cui gli studiosi immaginano le cause più verosimili (“probabili” è il termine che usano) del cosiddetto “giorno del giudizio”; in tali congetture vi è una inevitabile quota di vaghezza e – per quanto possano avere una loro utilità nell’indicare delle linee di tendenza – hanno un limite oggettivo: non sono in grado di dire quando accadrà cosa.
Ecco come ha titolato il «Corriere della Sera» il 13 settembre 2013: «Come finirà il mondo? Gli scienziati delineano nove scenari. Un elenco compilato da 27 studiosi inglesi: poco probabile il maxiasteroide, le principali minacce provengono dall’umanità stessa».
[AGGIORNAMENTO del 24 settembre 2013: Questa tipologia è riconducibile alla «fantascienza» di cui parla il Papa Emerito Joseph Ratzinger in una lettera al matematico Piergiorgio Odifreddi: «La fantascienza esiste, d’altronde, nell’ambito di molte scienze. Ciò che Lei espone sulle teorie circa l’inizio e la fine del mondo in Heisenberg, Schrödinger ecc., lo designerei come fantascienza nel senso buono: sono visioni ed anticipazioni, per giungere ad una vera conoscenza, ma sono, appunto, soltanto immaginazioni con cui cerchiamo di avvicinarci alla realtà» (qui)].

Il secondo caso è quello delle “prospettive scientifiche“, ovvero delle proiezioni nel futuro di processi storici appurati; qui gli scienziati sanno sia il quando, sia il cosa succederà, ma l’evento è piuttosto remoto o graduale, per cui è difficilmente percettibile nella sua concretezza e globalità dagli esseri umani (il tempo dei fenomeni naturali può essere molto più dilatato di quello umano, per cui – rispetto al tempo biologico – un secolo o anche alcuni decenni sono avvertiti come altrettanto indefiniti di un millennio o un’era geologica). In realtà, in questo caso un discrimine è dato dalle cause dell’eventualità a cui si fa riferimento: se l’accadimento atteso è di origine naturale (ad esempio: la deriva dei continenti), difficilmente ci si attiverà (adesso) per prendere delle misure di mitigazione del rischio; se, invece, il fenomeno previsto è riconducibile alle attività antropiche (ad esempio: il buco nell’ozono), allora è possibile una sua declinazione in senso politico. Ecco due esempi:
1) Il 20 settembre 2013 l’agenzia «Ansa» ha riportato la seguente notizia: «Addio Stivale, l’Italia destinata a cambiare. Il geologo Kurt Lambeck afferma che il caratteristico profilo della penisola ha i millenni contati».
2) Il 23 settembre 2013 il quotidiano «La Repubblica» ha titolato così: «Dieci anni per salvare il pianeta. L’allarme degli scienziati dell’Onu. […] Gli scenari previsti per la fine del secolo sono quattro».

Vi è, infine, un terzo caso in cui non è direttamente l’analisi scientifica a determinare l’entità dell’allarme, bensì il linguaggio usato per diffonderne i risultati (questo elemento, dunque, accomuna le due categorie appena esposte). In tal caso, cioè, il sapere scientifico è basato su questioni concrete gravi e suscettibili di ulteriori pesanti peggioramenti che, tuttavia, assumono una dimensione “apocalittica” attraverso le parole con cui l’eventualità nefasta viene comunicata.
Il portale «Virgilio Notizie» il 20 settembre 2013 ha scritto: «Fukushima, “ora si rischia l’Apocalisse”. Tokyo lancia l’allarme. Fukushima era una struttura a rischio, ben prima del disastro nucleare. Ora la situazione potrebbe esplodere». In genere, è questo il caso in cui intervengono i cosiddetti “imprenditori della paura”, i quali strumentalizzano il clamore per fini politici (esempio 1, esempio 2). Naturalmente, lo sfruttamento della paura e l’alimentazione del sospetto avviene anche con “previsioni” meno definitive (tendenzialmente espresse senza citare fonti e in assenza di dati verificabili); un esempio ricorrente è fornito dal meteo: «In arrivo l’inverno più freddo del secolo», che permette a qualcuno di rilanciare in questo modo: «Ogni giorno viene ormai sempre più diverso dallo stesso giorno dell’anno prima, ma il clima e i relativi disastri sono tabù per i media perché indicano che bisogna fermare il consumismo».

Sul perché si tenti di lucrare politicamente sull’insicurezza sociale è facile intuirlo (e, comunque, prima o poi ne scriverò un post), ma da un punto di vista socio-antropologico la domanda cruciale riguarda l’effetto che questo tipo di notizie ha sui lettori/spettatori.
Anzi, volendo spingere più a fondo la questione, si può arrivare addirittura a degli interrogativi esistenziali come quelli posti da Luis Borges: «Perché ci attrae la fine delle cose? Perché più nessuno canta l’aurora, e non v’è chi non canti l’occaso? Perché ci attrae più la caduta di Troia che le vicissitudini degli achei? Perché preferiamo l’Inferno della Commedia al Paradiso? […] Perché la tragedia gode di un rispetto che la commedia non ottiene? Perché sentiamo che il lieto fine è sempre fittizio? Perché i vinti sono, per la memoria, i vincitori? Perché la morte violenta è ora così facile? Perché pensiamo all’agonia e non alla resurrezione?» (qui).

Concludendo, ci sarebbe da riflettere a lungo sul ruolo della scienza e su quello dell’informazione nel processo di costruzione sociale del rischio, ovvero nel discorso pubblico su ciò che è ritenuto tollerabile e ciò che non lo è. Come osserva Ulrich Beck, tutto questo si fonda sui «rapporti di definizione» (chi può dire cosa) e sul possesso dei «mezzi di definizione» (chi gestisce la comunicazione). Vi è, in altre parole, una gerarchia del sapere per la quale «in caso di dubbio all’esperto spetta il monopolio della determinazione del sapere» (o meglio, allo scienziato mainstream). Esiste, inoltre, un sistema di mass-media che «non ubbidiscono ai princìpi dell’illuminismo, ma a quelli della razionalità del mercato e della valorizzazione del capitale» e, in base a questi, determina la propria capacità/incapacità o volontà/svogliatezza di selezionare e filtrare, di comprendere e raccontare.

PS: A proposito del disastro giapponese e dei tentativi di tornare ad una vita “normale” nonostante l’angoscia di una catastrofe nucleare, suggerisco la lettura di questo intenso articolo/racconto biografico di Banana Yoshimoto: «La mia vita dopo Fukushima» («Internazionale», 13 marzo 2012).

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NB: ho aggiornato questo post il 23 settembre 2013 con un piccolo approfondimento della seconda categoria (“prospettive scientifiche”) e il 24 settembre 2013 inserendo la citazione di Ratzinger al termine della prima categoria (“profezie scientifiche”).

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AGGIORNAMENTO del 17 gennaio 2014:
A proposito di Fukushima, qualche scienziato ha avanzato l’ipotesi di «evacuare l’emisfero nord della Terra e spostarsi tutti a sud dell’equatore». Ecco come il discorso apocalittico, nella sua finta e urlata preoccupazione, riesce a ridicolizzare un problema grave. In questo caso, però, quel che mi colpisce è l’idea che si possa disporre degli spazi altrui (il sud del mondo) come e quando si vuole.
Ne ha scritto “ArticoloTre” (gennaio 2014): QUI.
Ma ne aveva già riferito “Megachip” il 16 settembre 2013: QUI.

Prevenzione e precauzione

Tutti riconosciamo che la prevenzione è fondamentale, tuttavia raramente ne applichiamo i princìpi. Comunque sia, quello della prevenzione non è un concetto univoco. Ad esempio: quando la prevenzione è sufficiente? chi decide che è abbastanza? o, ancora, qual è la sua differenza con il controverso “principio di precauzione”?
Non ho intenzione di indagare qui le varie sfumature di tali categorie, ma prendo spunto da un articolo del blog «INGV Terremoti» per conservare gli articoli che ne parlano.
Attiguo è il tema dei “costi dei disastri”, le cui notizie archivio in QUEST’ALTRO post.

«INGV Terremoti», 12 luglio 2013, QUI
LA PREVENZIONE PAGA
Carlo Meletti – Centro di Pericolosità Sismica INGV

Appena avvertita la scossa di terremoto di magnitudo 5.2 che venerdì 21 giugno ha colpito la Lunigiana orientale, il primo pensiero di chi si occupa professionalmente di terremoti è stato quello di un disastro che poteva aver provocato molti crolli e quindi probabilmente anche vittime. La magnitudo 5.2 di per sé non è una magnitudo elevatissima (in Italia si sono avuti storicamente eventi che hanno superato magnitudo 7, ultimi tra questi il terremoto di Reggio Calabria-Messina del 1908 e quello di Avezzano del 1915) ed è stata frequentemente rilevata: dal 1900 a oggi sono oltre 150 le scosse di magnitudo pari o uguale a 5.2 verificatesi nel territorio nazionale.
Abbiamo però un record negativo nel nostro paese: una elevata vulnerabilità del patrimonio edilizio, vale a dire una scarsa capacità di resistere ai terremoti. Le ragioni di questa fragilità sono molteplici: sicuramente un’età elevata delle nostre case, probabilmente gli effetti degli anni di boom economico durante i quali si è costruito senza guardare troppo per il sottile, sicuramente una scarsa tradizione nella progettazione di edifici con criteri antisismici. Fino agli anni ’80 una zona veniva dichiarata sismica solo dopo che vi si era verificato un forte terremoto e conseguentemente diventava obbligatorio adottare le norme antisismiche del momento nella progettazione del nuovo, ma nessun vincolo particolare era imposto sugli edifici esistenti
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CONTINUA (anche QUI)

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AGGIORNAMENTO dalla CAMPANIA (24 luglio 2013):
Presentato il nuovo sistema regionale di protezione civile: QUI. In particolare, «per quanto riguarda il Piano Vesuvio, a giorni approveremo la delibera per la delimitazione della nuova zona rossa 1 e 2 del Piano di emergenza in base alle proposte che sono pervenute dai Comuni interessati».

AGGIORNAMENTO (1 ottobre 2013):
Per il terzo anno consecutivo si è svolta la campagna di sensibilizzazione “Terremoto io non rischio”, promossa dal Dipartimento della Protezione Civile. Al termine del fine settimana dedicato a questo tema, il capo del DPC, Franco Gabrielli, ha dichiarato che il nostro Paese «ha bisogno di essere consapevolizzato, non tranquillizzato» («Il giornale della protezione civile», 1 ottobre 2013, QUI). Altre info sono tra i commenti.

AGGIORNAMENTO (7 ottobre 2013):
Per organizzare una buona prevenzione bisogna, evidentemente, comprendere quale sia il senso sociale del rischio (di ciascun tipo di rischio). Credo che questo lavoro vada compiuto antropologicamente, cioè indagando il vissuto delle persone, osservandole sui propri luoghi, registrandone le relazioni e così via, ma più di frequente lo si svolge (quando lo si svolge) tramite questionari rigidi, tipici degli approcci quantitativi. E’ quanto ha compiuto l’INGV per indagare «la percezione del rischio sismico in Italia». Eccone i risultati (a voi i commenti): Blog «INGV Terremoti», 7 ottobre 2013, QUI.

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AGGIORNAMENTO del 20 gennaio 2014:
E se la “protezione civile” diventasse materia scolastica? In effetti le società non sono resilienti per natura, al limite lo diventano. E’ la proposta avanzata dal capo del DPC Franco Gabrielli, riferisce Gianluca Testa (“Corriere della Sera“): «insegnare la protezione civile a scuola può essere d’aiuto. Cittadini più consapevoli possono stimolare le amministrazioni locali e le comunità, possono rappresentare le sentinelle vigili dei territori e – perché no? – applicare conoscenza e consapevolezza anche nell’acquisto di una nuova casa. Saprebbero valutare se la zona dove andranno ad abitare è a rischio oppure no. Saprebbero come dialogare col proprio Comune».

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L’emergenza “conviene” (a qualcuno).
«L’Italia viene continuamente rattoppata perché c’è anche chi lucra e specula sull’emergenza. Che verificandosi a ripetizione, garantisce guadagni vita natural durante» (Guglielmo Pepe). Ecco perché bisognerebbe bandire locuzioni tipo “cultura dell’emergenza”. (L’articolo è anche tra i commenti qui sotto).

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Un filmato caricato su YouTube il 5 maggio 2010 intitolato “Tu e il terremoto“, presentato così: “Conoscere come è fatta la propria casa è importante per affrontare un eventuale terremoto. Questa breve animazione realizzata nell’ambito del progetto EDURISK (www.edurisk.it) suggerisce da dove cominciare…

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AGGIORNAMENTO del 17 aprile 2014:
«E’ stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 79 del 4 aprile 2014 la Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 14 gennaio 2014 relativa al Programma nazionale di soccorso per il rischio sismico. La Direttiva fornisce – per quanto riguarda il rischio sismico – le indicazioni per la redazione della pianificazione dell’emergenza, in particolare di livello nazionale, in continuità con le indicazioni riportate nella Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 3 dicembre 2008, presupposto indispensabile per assicurare la capacità di allertamento, attivazione e intervento del Servizio nazionale della protezione civile in caso di emergenza» CONTINUA QUI (o tra i commenti).

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INTEGRAZIONE del 1° luglio 2014:
Il rischio viene presentato spesso come un dato oggettivo, ma invece la sua caratteristica – come per ogni probabilità – è l’incertezza. “Il Post” ha tradotto un articolo del “Washington Post” in cui, tra le righe, emerge quanto il rischio sia una costruzione sociale, una negoziazione politica. Non potendo rispondere con esattezza a questioni sul dove-come-quando-quanto, soprattutto in merito a previsioni di lungo periodo, la domanda su cui ci si dovrebbe concentrare è: «quanto sicuro è ciò che è abbastanza sicuro per questa particolare cultura?».

COSA ASPETTARSI DAL RISCALDAMENTO GLOBALE
di Lori Montgomery – Washington Post – 1 luglio 2014
La storia esemplare degli abitanti di una costa americana, che non vogliono sapere se le loro case saranno sott’acqua tra un secolo: anche perché non lo possiamo sapere, se lo saranno.

CONTINUA QUI (oppure QUI)
(La versione originale in inglese è QUI)

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INTEGRAZIONE del 22 gennaio 2015:
Il 19 gennaio è cominciato “EDURISK 2015“, un progetto di formazione e sensibilizzazione per 332 docenti di 34 istituti scolastici dei comuni delle zone rosse del Vesuvio e dei Campi Flegrei.
L’intento è di coinvolgere il mondo scolastico in un percorso di scoperta dei rischi, al fine di diffondere efficacemente le informazioni scientifiche e, così, accrescere la consapevolezza e avviare strategie di prevenzione e riduzione dei rischi naturali.
Il programma si svolge in varie scuole fino al 27 gennaio.
Ulteriori informazioni sono sul website della “Regione Campania“, sugli spazi web e social di EDURISK e in un articolo de “Il Giornale della Protezione Civile“.