Il Vesuvio e l’informazione inquinata

Anche oggi su facebook è circolata una notizia falsa in merito al Vesuvio: non c’è stato nessun sisma sul vulcano, eppure anche stavolta il vuoto è diventato virale. Come spiega questo post, siamo tutti coinvolti, per cui tutti dobbiamo contribuire a disinquinare l’informazione contemporanea (facendo più attenzione a quel che leggiamo e che condividiamo sui social-media).

Dietro alle bufale sul web c’è un fiorente business che trasforma i click in denaro. Questo ecosistema del falso si alimenta di paura e sensazionalismo, di cinismo e pressappochismo. La disinformazione è sempre esistita, nelle sue molteplici varianti di “notizie false” e “notizie farsa”, provocazioni e bugie, manipolazioni e ambiguità, ma mai come negli ultimi anni – per le caratteristiche della comunicazione contemporanea – si erano raggiunti livelli di tale di pervasività.
Oggi, 23 febbraio 2016, su fb è circolata con una velocità impressionante una notizia falsa, anzi una vecchia notizia, che poi era una notizia imprecisa e diffusa con toni allarmistici già un anno fa: il 5 maggio 2015 una lieve scossa sismica fu registrata sul Vesuvio, per una magnitudo di 2.4, a malapena percepibile dagli esseri umani. La sismicità del vulcano napoletano è normale proprio perché è ancora attivo, anche se quiescente da oltre 70 anni, infatti l’Osservatorio Vesuviano precisò che si trattava di «ordinaria amministrazione» e che non c’era da preoccuparsi perché nessun parametro era cambiato.
Stamattina, appunto, quella notizia è stata rilanciata da qualcuno e con molta rapidità si è diffusa una certa inquietudine. Immediatamente i webjournal locali hanno dato “la notizia che circolava una notizia” di una scossa di terremoto nella zona vesuviana, realizzando così un piccolo fenomeno virale di poche ore. Questo pseudo-giornalismo del sentito-dire ha comunque coinvolto gli scienziati napoletani (già alle prese con un commissariamento che turba gli animi), i quali hanno dovuto smentire il vuoto: «Nessuna notizia di scosse di terremoto è pervenuta dalla nostra rete sismica».
A questo punto, dunque, è andata diffondendosi la notizia della smentita della notizia, completando così il triplo avvitamento di un nulla spacciato per realtà, che dovrebbe far riflettere giornalisti e webmaster, scienziati e operatori di protezione civile, politici nazionali e amministratori locali.
Risultato del cattivo giornalismo e della superficialità dei lettori (se non della loro incapacità a discernere e a verificare le fonti), la disinformazione digitale di massa è un fenomeno molto serio, al punto che già nel 2013 il “World Economic Forum” ha affermato che è «uno dei principali rischi per la società moderna».
Per la sua celebrità e il suo far parte dell’immaginario collettivo di larga parte del pianeta, il Vesuvio è uno dei soggetti più ricorrenti in questo pericolosissimo gioco di cinismo e sfacciataggine portato avanti da chi, per sciatteria o pianificazione, procura allarmi collettivi ed erode la serenità di chi abita alle sue pendici.

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L’immagine qui sopra è lo screenshot del sito-web della rete sismica italiana con l’elenco dei terremoti (tutti molto lievi) registrati stamattina: non ce ne sono stati intorno a mezzogiorno, così come non se n’è avvertito nessuno nell’area napoletana.

1944-2014: 70 anni dall’ultima eruzione vesuviana

L’ultima eruzione vesuviana, da cui la colata lavica che ha distrutto nel 1944 i due paesi attigui di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma, è nota, raccontata e analizzata in un gran numero di pubblicazioni, da quelle storico-locali ai saggi accademici di scienze naturali, dagli atti dei convegni sul rischio vulcanico fino alle guide turistiche di ampia tiratura.
Anche la letteratura ha narrato quei giorni drammatici tra disastro naturale e disastro bellico, come ha fatto Norman Lewis in “Napoli ’44“:

«19 marzo: oggi il Vesuvio ha eruttato. E’ stato lo spettacolo più maestoso e terribile che abbia mai visto. Il fumo dal cratere saliva lentamente in volute che sembravano solide. […] Di notte fiumi di lava cominciarono a scendere lungo i fianchi della montagna».

Oppure come ha scritto Curzio Malaparte ne “La Pelle” [già qui, su questo blog], di cui segnalo la presentazione video realizzata qualche anno fa da Stas’ Gawronski in “CultBook” (7’52″):

In questi giorni ricorrono i 70 anni di quell’esplosione, l’ultima del ciclo che si aprì catastroficamente nel 1631. Considerata la durata dell’attuale silenzio del vulcano napoletano, gli scienziati ritengono che il Vesuvio sia entrato in quiescenza, ovvero in quello stato che separa tra loro due “periodi di attività” e che, stando alla sua storia eruttiva, probabilmente può essere ancora lungo (in passato è durato anche alcuni secoli).
Per l’anniversario, a Napoli e provincia sono state organizzate almeno due occasioni per ricordare e riflettere su quell’evento: una storico-scientifica, l’altra spettacolare. Entrambe sono previste per martedì 18 marzo 2014.

Il primo appuntamento è presso l’Accademia di Scienze Fisiche e Matematiche (via Mezzocannone 8, Napoli), dove a partire dalle ore 9:30 verranno ricordate due ricorrenze: i 70 anni dell’ultima eruzione, appunto, e i 100 anni della scomparsa di Giuseppe Mercalli, uno dei padri della vulcanologia.
Il programma/invito è questo (anche su fb e sul web):

Clicca sull’immagine per accedere alla versione pdf.

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Il secondo appuntamento è presso il Museo Archeologico Virtuale (via IV Novembre 44, Ercolano), dove verrà proiettato «materiale audiovisivo originale d’epoca, girato dal corpo combattente statunitense e dagli impavidi giornalisti seguito da una carrellata d’immagini selezionate e montate per l’occasione». L’ingresso, per quel giorno, sarà gratuito.
La locandina è questa (anche su fb):

(Clicca sull’immagine per accedere all’evento fb)

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Breve cronologia dell’eruzione vesuviana del marzo 1944:
L’Osservatorio Vesuviano indica, quale data di inizio dell’ultima eruzione, il 13 marzo del 1944, quando un conetto di scorie, accumulatesi all’interno del Gran Cono dopo l’eruzione precedente, collassa a seguito dell’apertura del condotto principale. A distanza di pochi giorni, il 18 marzo, inizia un’intensa attività effusiva caratterizzata dall’emissione di piccole colate laviche lungo il versante orientale e meridionale della montagna e, in seguito, lungo quello settentrionale. In vista degli eventi, è ordinato lo sgombero delle città di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma ed è consigliato agli abitanti di Torre del Greco di abbandonare le proprie abitazioni ormai già investite da una continua pioggia di cenere. La lava, lenta ma inesorabile, raggiunge le due cittadine di San Sebastiano e Massa nella mattina del 21 marzo, devastandole entrambe [Foto + Mappa 1 + Mappa 2]. La parte conclusiva, e più spettacolare, dell’eruzione ha inizio già l’indomani, il 22 marzo, con una violenta attività esplosiva che pone fine all’alimentazione lavica e dà inizio a fontane di lava alte fino a 2 km. A queste fa rapidamente seguito il formarsi di un “pino vulcanico” di ceneri e lapilli che raggiunge un’altezza di circa 6 km, per poi collassare in flussi piroclastici verso Sud-Est, investendo le città di Terzigno e dell’agro nocerino-sarnese. Dall’incontro tra il magma e l’acqua in falda originano, come effetto collaterale dell’eruzione, numerose esplosioni freatomagmatiche associate ad intensa attività sismica, che va progressivamente diminuendo fino a cessare del tutto intorno al 29 marzo.
Nella sola San Sebastiano, il piano stradale si innalza di alcuni metri, circa 600 famiglie rimangono senza casa, gran parte della rete viaria è resa impraticabile e la rete idrica è fatalmente distrutta [fonte]. I danni riportati a seguito dell’eruzione sono di 26 morti nell’area interessata da ricaduta di ceneri e causati dai crolli dei tetti delle abitazioni (a Terzigno, Nocera Inferiore e Sarno), dei due centri abitati di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma in parte distrutti dalle colate laviche e di tre anni di raccolti persi nelle zone coperte dalle polveri vulcaniche.

[Alcuni giorni fa quell’eruzione è stata ricordata anche da Erri De Luca e da Gipi; ne ho scritto qui]

(Le fotografie sono tratte dal web)

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AGGIORNAMENTO del 24 marzo 2014
Il 28 marzo 2014 a Torre Annunziata il Centro Studi Storici “Nicolò d’Alagno” ricorderà l’eruzione del Vesuvio del 1944 con il convegno “Vesuvio: la paura fa 70!”. Saranno proiettate immagini d’epoca tratte dall’Archivio/raccolta fotografica di Vincenzo Marasco e riprese video recuperate da Angelo Pesce negli Archivi alleati:

Clicca sull’immagine per accedere alla pagina-evento su facebook.

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AGGIORNAMENTO del 20 ottobre 2014:
Domani, 21 ottobre 2014, alle ore 10 presso la Biblioteca Universitaria di Napoli verrà proiettato un filmato inedito dell’eruzione del Vesuvio del 1944, girato dagli Alleati. Altre info sono QUI e QUI.

“Vesuvio 1944”, a cura di Angelo Pesce

Scosse sismiche sul Vesuvio

Durante il mese di giugno 2013, alcune scosse sismiche sono state avvertite dalla popolazione vesuviana. O, almeno, così pare, perché si tratta di movimenti di magnitudo molto bassa, prossima al 2: 2.1 il 4 giugno, 2.3 il 6 giugno, 1.9 il 16 giugno, 2.0 il 21 giugno (qui).
Certamente, però, queste scosse sono state avvertite dai mass-media, che ne hanno parlato diffusamente (“Ansa“, “La Repubblica“, “La Città“, “Leggo“, “JulieNews“, “Lettera43“, “NapoliToday” e molti altri), per cui è difficile capire cosa abbia spinto tante persone a telefonare al centralino dell’Osservatorio Vesuviano. Secondo il direttore dell’ente Marcello Martini, «gli utenti ai nostri operatori dicevano di avere saputo della scossa e non di averla avvertita»; tuttavia qualcuno giura di averla davvero sentita, come una signora di Boscoreale: «Ho sentito i vetri del mio negozio tremare e mi sono preoccupata». [Nel 2010 un allarme vulcanico fu letteralmente interamente costruito e smentito all’interno di una trasmissione radio-televisiva: QUI].
Gli effetti sul piano politico/istituzionale non si sono fatti attendere, a tutti i livelli.
Le scosse, infatti, hanno spinto alcuni sindaci della zona rossa a convocare una riunione sia per discutere «dell’aggiornamento del piano di evacuazione, che è necessario soprattutto dopo l’allargamento della zona rossa», sia per chiedere «un incontro urgente con la Protezione Civile nazionale, che vogliamo incontrare quanto prima per ottenere delucidazioni e spiegazioni sullo status quo. Non bisogna creare allarmismi ma neanche rimanere inerti rispetto a quello che sta succedendo» (Mimmo Giorgiano, sindaco di San Giorgio a Cremano).
Ma l’occasione ha acceso anche una polemica più esplicita, tra rivendicazioni di responsabilità e accuse di apatia.
Il responsabile regionale dei Verdi ecologisti, Francesco Emilio Borrelli, in una nota ha parlato di «colpevole indifferenza della Protezione civile nazionale, che continua ad annunciare piani di evacuazione e a spendere milioni di euro senza, a nostro avviso, alcun beneficio concreto per la sicurezza delle popolazioni locali abbandonate, sostanzialmente come migliaia di anni fa, al loro destino e alle loro autonome capacità di sopravvivenza in caso di concreta emergenza».
Dal canto suo, il Dipartimento della Protezione civile ha risposto che, «lungi dall’essere indifferente, [il Dipartimento] ricorda che sul tema della pianificazione per il rischio vulcanico al Vesuvio e ai Campi Flegrei sta lavorando costantemente da oltre due anni, in raccordo con le istituzioni locali, non senza difficoltà. [Tali difficoltà] sono legate sia alla complessità della situazione sia all’immobilismo di chi, nel passato, rivestendo cariche istituzionali e avendo responsabilità in materia, non ha adempiuto ai propri doveri. Si precisa, inoltre, che per tutto il lavoro svolto, sia scientifico che di pianificazione di protezione civile, in questi ultimi anni, non sono state destinate apposite somme di denaro men che meno milionarie».

Tornando agli eventi sismici, la loro percezione (vera o presunta) da parte degli abitanti permette una esperienza “fisica” dell’agente minacciante. L’assenza del proverbiale pennacchio in cima al Vesuvio, la mancanza di rumori sotterranei e scosse sismiche frequenti hanno permesso nel corso degli ultimi decenni una «invisibilità cognitiva», la quale a sua volta ha alimentato un processo di scotomizzazione del rischio: sebbene sia conosciuto e spiegabile da larga parte della popolazione, il rischio vulcanico non per questo è anche comprensibile e “sentito”. E’ necessario, infatti, averne anche una percezione sensoriale complessiva (vista, udito, tatto…), ovvero una esperienza corporea.
Per quanto riguarda gli allarmi dell’ultimo mese, però, la mia idea è che siano dovuti ad un particolare (e molto attuale) «uso sociale della scienza». L’Osservatorio Vesuviano ha una pagina web dedicata alla «sismicità del Vesuvio in tempo reale» accessibile a chiunque; si tratta di un segno di trasparenza importante che, tuttavia, pone un problema: chi è in grado di leggere correttamente quei dati? Consapevole di non poter ricostruire con precisione la dinamica con cui si è diffusa la notizia delle scosse, a me sembra verosimile la seguente ipotesi: qualcuno, notando sul web le variazioni nella magnitudo degli ultimi eventi sismici – magari anche su sollecitazione di una leggera percezione fisica degli stessi – ha lanciato l’allarme, magari anche solo alla propria cerchia di amici su un socialnetwork, il quale poi è stato ripreso e amplificato dai mass-media. E’ un bene o è un male? Essere in allerta è certamente meglio che restare indifferenti, ma il valore di questo stato dipende comunque dagli effetti di ciascuna delle due reazioni: allarmarsi favorisce la presa in carico del problema?, permette una preparazione all’emergenza?, oppure diffonde solo panico e inquietudine? Gli interrogativi restano aperti e all’attenzione degli osservatori sociali.
A questo proposito, dunque, qual è la procedura per far fronte ad una eventuale emergenza?
Come spiega MalKo, attualmente non c’è alcun allarme, le scosse non sono sintomi premonitori di una eventuale eruzione, almeno finché non cambieranno anche molti altri parametri fisici e chimici: «I vesuviani devono avere la consapevolezza che, anche se dovessero cambiare questi famosi parametri base di riferimento per il Vesuvio, e si passasse quindi al livello di attenzione, ciò non significherebbe automaticamente una condizione di allarme rosso con relativa e precipitosa fuga verso la salvezza. [Infatti,] i parametri controllati potrebbero regredire e riportarsi nella normalità, e il livello di allerta vulcanico ritornerebbe allora su valori base».

Con tutta evidenza, il problema più urgente dell’area vesuviana è l’assenza innanzitutto di un piano di evacuazione (dove andare, come, per dove, con cosa, con chi…?) e poi, più in generale, di un piano di emergenza o, per dirla in altri termini, di un progetto di convivenza sostenibile col vulcano.