23 novembre, una data-monumento

Dalla pagina Fb “Rischio Vesuvio“:

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I luoghi parlano, i luoghi conservano la nostra memoria, i luoghi ci invitano ad una maggior consapevolezza: tali spunti di riflessione, che tentiamo di veicolare spesso attraverso questa pagina, ci sono stati suggeriti dalla fotografia allegata, originariamente pubblicata in un articolo dell’INGV sul sisma del 1980. Quella foto raffigura la scarpata di faglia sul monte Carpineta, nei pressi di Colliano (Salerno), prodotta appunto dal terremoto del 23 novembre 1980.
Questa data in Italia, specie in Campania e Basilicata, è ricordata da tutti e oggi in tanti stanno esprimendo un pensiero o una considerazione. Ci uniamo anche noi alla trasmissione della memoria, segnalandovi testi e iniziative di particolare interesse.
Oltre al testo scientifico cui abbiamo fatto riferimento qui sopra, intendiamo porre alla vostra attenzione anche gli editoriali odierni di Isaia Sales sul “Mattino” (in merito agli errori da non ripetere), dello storico Stefano Ventura sull'”Osservatorio Doposisma” (cosa vogliamo che domani siano i paesi dell’Appennino?) e del sociologo Gabriele I. Moscaritolo su “Lavoro Culturale” (a proposito della relazione tra memoria individuale e spazi collettivi).
Una galleria di fotografie di Mimmo Jodice sui drammatici giorni di 36 anni fa è proposta da Vincenzo Marasco, attento e appassionato studioso dell’area vesuviana.
I prossimi 25 e 26 novembre, inoltre, nella sede dell’INGV di Grottaminarda (Avellino) sarà esposta l’installazione “Fate Presto Project” dell’architetto Emanuela Di Guglielmo e dell’antropologa Marina Brancato.
Una mostra storica, invece, è quella della celebre “Collezione Terrae Motus“, curata da Lucio Amelio e attualmente visitabile alla Reggia di Caserta in un nuovo allestimento.
Infine, è da ricordare che il sisma del 23 novembre ebbe effetti drammatici anche a distanza dall’epicentro, come a Napoli, a Castellammare di Stabia e in Penisola Sorrentina [*].
Come i luoghi e grazie ai luoghi, anche noi non dimentichiamo.

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[*] Il 23 novembre 1980 è impresso anche nella memoria della Penisola Sorrentina, dove pure ci furono danni e morti. Negli ultimi anni è soprattutto Ciro Ferrigno a raccontare periodicamente quella data sui socialmedia: con una poesia, un ricordo, un’emozione, da poco raccolte nel libro “I racconti del Lunedì“.

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Pochi giorni dopo il sisma del 23 novembre 1980, nella seduta del 4 dicembre alla Camera dei Deputati, l’on. Franco Proietti, PCI, avanzò un’interrogazione al ministro dell’interno Virginio Rognoni, al fine di sapere «quali misure immediate intenda prendere per rimuovere questi anacronistici ed assurdi atteggiamenti burocratici che mortificano gli slanci di generosità di quelle comunità, che arrecano sfiducia verso le istituzioni e le sue capacità di agire, nei momenti di difficoltà quali questi, con adeguata snellezza e che, soprattutto, arrecano gravissimi danni fisici e morali a quelle popolazioni stordite dalla catastrofe».
Ponendo tale quesito, il deputato fece un riferimento concreto, questo: «i comuni di Amatrice, Leonessa e Rieti, già segnati dal terremoto del 19 settembre 1979, hanno sin da ieri 25 novembre messo a disposizione delle popolazioni delle zone meridionali provate dalla catastrofe causata dal terremoto 80 roulottes ed un autocarro pieno di tende militari».

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(Fonte: “Atti Parlamentari. Camera dei Deputati. VIII Legislatura. Discussioni. Resoconto stenografico della seduta del 4 dicembre 1980“, p. 20970)

Il dialogo tra comunità che abitano terre mobili attraversa il tempo e il dramma. Pochi giorni fa gli studenti di Caposele (Avellino) hanno organizzato un incontro solidale con le popolazioni colpite dai sismi degli ultimi mesi nell’Italia Centrale e, in quell’occasione, Simone Valitutto ha recuperato un testo di Alfonso Maria di Nola scritto un anno dopo il terremoto, il 22 novembre 1981. L’articolo, denso e attuale, è ititolato “Le culture distrutte” e apparve su “Il Mattino”.

Questo post è apparso su Fb in tre parti separate: qui, qui e qui.

1944-2014: 70 anni dall’ultima eruzione vesuviana

L’ultima eruzione vesuviana, da cui la colata lavica che ha distrutto nel 1944 i due paesi attigui di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma, è nota, raccontata e analizzata in un gran numero di pubblicazioni, da quelle storico-locali ai saggi accademici di scienze naturali, dagli atti dei convegni sul rischio vulcanico fino alle guide turistiche di ampia tiratura.
Anche la letteratura ha narrato quei giorni drammatici tra disastro naturale e disastro bellico, come ha fatto Norman Lewis in “Napoli ’44“:

«19 marzo: oggi il Vesuvio ha eruttato. E’ stato lo spettacolo più maestoso e terribile che abbia mai visto. Il fumo dal cratere saliva lentamente in volute che sembravano solide. […] Di notte fiumi di lava cominciarono a scendere lungo i fianchi della montagna».

Oppure come ha scritto Curzio Malaparte ne “La Pelle” [già qui, su questo blog], di cui segnalo la presentazione video realizzata qualche anno fa da Stas’ Gawronski in “CultBook” (7’52″):

In questi giorni ricorrono i 70 anni di quell’esplosione, l’ultima del ciclo che si aprì catastroficamente nel 1631. Considerata la durata dell’attuale silenzio del vulcano napoletano, gli scienziati ritengono che il Vesuvio sia entrato in quiescenza, ovvero in quello stato che separa tra loro due “periodi di attività” e che, stando alla sua storia eruttiva, probabilmente può essere ancora lungo (in passato è durato anche alcuni secoli).
Per l’anniversario, a Napoli e provincia sono state organizzate almeno due occasioni per ricordare e riflettere su quell’evento: una storico-scientifica, l’altra spettacolare. Entrambe sono previste per martedì 18 marzo 2014.

Il primo appuntamento è presso l’Accademia di Scienze Fisiche e Matematiche (via Mezzocannone 8, Napoli), dove a partire dalle ore 9:30 verranno ricordate due ricorrenze: i 70 anni dell’ultima eruzione, appunto, e i 100 anni della scomparsa di Giuseppe Mercalli, uno dei padri della vulcanologia.
Il programma/invito è questo (anche su fb e sul web):

Clicca sull’immagine per accedere alla versione pdf.

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Il secondo appuntamento è presso il Museo Archeologico Virtuale (via IV Novembre 44, Ercolano), dove verrà proiettato «materiale audiovisivo originale d’epoca, girato dal corpo combattente statunitense e dagli impavidi giornalisti seguito da una carrellata d’immagini selezionate e montate per l’occasione». L’ingresso, per quel giorno, sarà gratuito.
La locandina è questa (anche su fb):

(Clicca sull’immagine per accedere all’evento fb)

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Breve cronologia dell’eruzione vesuviana del marzo 1944:
L’Osservatorio Vesuviano indica, quale data di inizio dell’ultima eruzione, il 13 marzo del 1944, quando un conetto di scorie, accumulatesi all’interno del Gran Cono dopo l’eruzione precedente, collassa a seguito dell’apertura del condotto principale. A distanza di pochi giorni, il 18 marzo, inizia un’intensa attività effusiva caratterizzata dall’emissione di piccole colate laviche lungo il versante orientale e meridionale della montagna e, in seguito, lungo quello settentrionale. In vista degli eventi, è ordinato lo sgombero delle città di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma ed è consigliato agli abitanti di Torre del Greco di abbandonare le proprie abitazioni ormai già investite da una continua pioggia di cenere. La lava, lenta ma inesorabile, raggiunge le due cittadine di San Sebastiano e Massa nella mattina del 21 marzo, devastandole entrambe [Foto + Mappa 1 + Mappa 2]. La parte conclusiva, e più spettacolare, dell’eruzione ha inizio già l’indomani, il 22 marzo, con una violenta attività esplosiva che pone fine all’alimentazione lavica e dà inizio a fontane di lava alte fino a 2 km. A queste fa rapidamente seguito il formarsi di un “pino vulcanico” di ceneri e lapilli che raggiunge un’altezza di circa 6 km, per poi collassare in flussi piroclastici verso Sud-Est, investendo le città di Terzigno e dell’agro nocerino-sarnese. Dall’incontro tra il magma e l’acqua in falda originano, come effetto collaterale dell’eruzione, numerose esplosioni freatomagmatiche associate ad intensa attività sismica, che va progressivamente diminuendo fino a cessare del tutto intorno al 29 marzo.
Nella sola San Sebastiano, il piano stradale si innalza di alcuni metri, circa 600 famiglie rimangono senza casa, gran parte della rete viaria è resa impraticabile e la rete idrica è fatalmente distrutta [fonte]. I danni riportati a seguito dell’eruzione sono di 26 morti nell’area interessata da ricaduta di ceneri e causati dai crolli dei tetti delle abitazioni (a Terzigno, Nocera Inferiore e Sarno), dei due centri abitati di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma in parte distrutti dalle colate laviche e di tre anni di raccolti persi nelle zone coperte dalle polveri vulcaniche.

[Alcuni giorni fa quell’eruzione è stata ricordata anche da Erri De Luca e da Gipi; ne ho scritto qui]

(Le fotografie sono tratte dal web)

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AGGIORNAMENTO del 24 marzo 2014
Il 28 marzo 2014 a Torre Annunziata il Centro Studi Storici “Nicolò d’Alagno” ricorderà l’eruzione del Vesuvio del 1944 con il convegno “Vesuvio: la paura fa 70!”. Saranno proiettate immagini d’epoca tratte dall’Archivio/raccolta fotografica di Vincenzo Marasco e riprese video recuperate da Angelo Pesce negli Archivi alleati:

Clicca sull’immagine per accedere alla pagina-evento su facebook.

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AGGIORNAMENTO del 20 ottobre 2014:
Domani, 21 ottobre 2014, alle ore 10 presso la Biblioteca Universitaria di Napoli verrà proiettato un filmato inedito dell’eruzione del Vesuvio del 1944, girato dagli Alleati. Altre info sono QUI e QUI.

“Vesuvio 1944”, a cura di Angelo Pesce

Scosse vesuviane del febbraio 2014

Il 12 febbraio 2014 la pagina fb “Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamociha pubblicato una nota in merito alle lievi scosse di cui ha scritto la stampa locale il 10 e l’11 febbraio (nel Golfo di Napoli e sul Vesuvio):

CHIARIMENTO SULLA SCOSSA DI 1.8 CON EPICENTRO IL VESUVIO REGISTRATA POCHI GIORNI FA

La scossa di cui parla certa stampa ha avuto una magnitudo di 1.8, ovvero molto bassa e difficilmente percepibile dagli esseri umani. Scosse di questo tipo si registrano quotidianamente e fanno parte della normale attività del Vesuvio (che è quiescente, ma non spento).
Lo scorso giugno 2013 vennero registrate scosse leggermente più forti, intorno ad una magnitudo 2 e anche in quel caso vi fu una certa risonanza mediatica.
A fine agosto 2013, infine, il Dipartimento di Protezione Civile e l’INGV diffusero un comunicato congiunto destinato alle redazioni giornalistiche in cui si sottolineava che: “[…] È fondamentale quindi che l’intero sistema di protezione civile – di cui anche gli organi di informazione fanno parte – affronti con equilibrio i temi legati al rischio sismico, senza cadere negli eccessi di rassicurazione, da una parte, o allarmismo, dall’altra […]”, http://www.protezionecivile.gov.it/
Con tutta evidenza, certa stampa non ha recepito l’invito alla cautela e il loro insistere su notizie di questo tipo sembra tradire solo una spasmodica ricerca del clamore, ovvero dell’audience
.

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La scossa sismica è stata alquanto discussa sui socialnetwork, come ad esempio in questo post su fb di una persona piuttosto conosciuta e seguita nel vesuviano, la cui parola è tenuta in una certa considerazione (come si evince dalle sottolineature che ho effettuato qui).

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Il 13 febbraio 2014, inoltre, anche l’Osservatorio Vesuviano si è espresso ufficialmente con una nota del suo direttore, Giuseppe De Natale:

Tra ieri ed oggi sono arrivate molte segnalazioni di persone allarmate dai tre piccoli terremoti avvenuti recentemente al Vesuvio. In particolare, su alcuni siti web sono apparse discussioni sul perché sia ancora apposta a fianco di tali eventi la scritta ‘preliminare’ anziché ‘supervisionato’. Innanzitutto, voglio ricordare che il Vesuvio ha normalmente una notevole sismicità di fondo, che non desta alcuna preoccupazione in quanto è stata sempre osservata, da quando esistono i sismografi. Il numero medio di piccoli terremoti al Vesuvio, negli ultimi decenni, è di qualche centinaio all’anno, ma in alcuni periodi (es: 1999-2000) il tasso di sismicità è stato molto più alto: alcune migliaia all’anno. Le magnitudo sono comunque molto basse: la più alta si registrò nel 1999 (M=3.7). I piccoli terremoti registrati negli ultimi giorni sono di magnitudo molto bassa, cosiddetti ‘strumentali’ perché in generale non avvertibili dalla popolazione (tranne magari persone particolarmente sensibili molto vicine all’epicentro, a piani molto alti) e registrabili soltanto dai sismografi. Inoltre, faccio presente che la scritta ‘preliminare’ si riferisce esclusivamente al fatto che l’evento non è ancora stato inserito in un determinato data-base interno, ma non ha affatto un significato tipo ‘incompleto’, ‘non analizzato’ o cose del genere. Infatti, i terremoti in questione sono stati regolarmente analizzati e localizzati dagli operatori dell’Osservatorio Vesuviano; non sono presenti nel catalogo degli ultimi terremoti sul sito www.ingv.it in quanto hanno magnitudo inferiore a quella minima riportata (magnitudo di soglia 2.0). Infine, voglio sottolineare che l’Osservatorio Vesuviano – INGV riporta sul suo sito i segnali in tempo reale delle reti sismiche vulcaniche ed appenniniche come servizio alla popolazione, per la massima trasparenza e condivisione. Tale scelta, volontaria, dimostra che non c’è alcuna intenzione di nascondere tali fenomeni naturali alla popolazione, anzi essi vengono condivisi fin dal primo momento. Pertanto, essa deve essere percepita in termini di grande sicurezza e fiducia, e non può e non deve divenire fonte di ansie.

(Questo avviso è stato ulteriormente diffuso da “Il Giornale della Protezione Civile”: Terremoti Vesuvio, l’INGV risponde alle preoccupazioni di alcuni cittadini, 14 febbraio 2014).

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Ricordo che questo è il secondo intervento pubblico di questo tipo da parte del direttore dell’OV dall’inizio del 2014, il precedente è del 4 gennaio, quando, anche in quell’occasione, spiegò l’infondatezza di voci allarmistiche in merito al Vesuvio:

In questi giorni circolano su vari siti web, ed anche tramite Facebook, notizie allarmistiche circa lo stato del Vesuvio.Tali notizie sono assolutamente prive di ogni fondamento: sono un collage di frammenti di notizie datate, spesso distorte, e messe insieme per costruire una pseudo-storia assolutamente inventata. Lo stato del Vesuvio è più o meno costantemente lo stesso dal 1944 (ossia quiescente), ed il vulcano non dà alcun segnale che potrebbe far pensare ad una imminente ripresa di attività eruttiva.

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Infine, è da tener presente che, per il mercato dell’informazione, il Vesuvio è sempre “una notizia bomba” e che già nel giugno 2013 vi era stata una forte mediatizzazione di alcune leggere scosse nell’area vulcanica.

Intanto, per comprendere l’entità della magnitudo sismica, consiglio una tavola molto efficace fornita dal Japan Meteorological Agency:

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AGGIORNAMENTO del 23 febbraio 2014:
Le voci allarmistiche sul Vesuvio continuano e, per la terza volta dall’inizio del 2014, il direttore dell’Osservatorio Vesuviano ha pubblicato una nota per chiarire che il vulcano napoletano si trova sempre nello stesso stato: quiescente.

«AVVISO del 21/02/2014
Negli ultimi giorni si è diffuso, per l’ennesima volta, un allarmismo ingiustificato sullo stato del Vesuvio. Tale allarme deriva, a nostra conoscenza e per quanto riferito dalle persone che ci contattano, da due fonti: la prima è una ricostruzione giornalistica, sembra a firma di un ricercatore americano e che viene riportata ogni volta che si diffondono voci allarmistiche sui nostri vulcani, dei dettagli catastrofici di un’eruzione pliniana del Vesuvio; la seconda sarebbe una errata interpretazione del fatto che, essendo stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la nuova legge sui piani di emergenza Vesuvio, essa diventerà operativa entro 45 giorni. Questo fatto sarebbe stato erroneamente interpretato nel senso che ‘fra 45 giorni diventerebbe operativa (ossia inizierebbe) l’evacuazione’. Questa errata ed assurda interpretazione, che sembra stia ricorrendo sul web tramite i ‘social network’ è, ribadiamo, assolutamente falsa. Nel contempo, ribadiamo ancora una volta che l’attuale stato del Vesuvio è lo stesso che persiste dal 1944 ad oggi, ossia di quiescenza. Non c’è alcuna evidenza di attività anomala che potrebbe indicare una ripresa imminente di attività; anzi, l’attuale sismicità di fondo, che è assolutamente normale su ogni vulcano ed è normalmente registrata al Vesuvio dal 1944 ad oggi, è notevolmente più bassa che nel passato. Quindi, per quanto possa essere spaventosa una ricostruzione giornalistica (o cinematografica) di un’eruzione catastrofica, bisogna comprendere la differenza tra ‘possibile’, ‘probabile’ ed ‘imminente’. Eruzioni estremamente violente del Vesuvio (come di ogni vulcano esplosivo) sono certamente ‘possibili’, ma non sono ‘probabili’ (nel senso che per fortuna sono eventi rari), nè sono tantomeno, assolutamente, ‘imminenti’.

a cura del Direttore Giuseppe De Natale – http://www.ov.ingv.it/ov/ ».

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AGGIORNAMENTO dell’8 aprile 2014:
Il più importante quotidiano del Mezzogiorno titola “Microscosse sul Vesuvio, voci e timori: «Ma non c’è allarme»” (“Il Mattino”, 7 aprile 2014, QUI) e la notizia viene ripresa da vari webjournal minori (es: “Blitz Quotidiano”, 8 aprile 2014, QUI) che, a loro volta, diventano il palcoscenico per politici di partiti minori, come Francesco Emilio Borrelli dei “Verdi” della Campania, che ha dichiarato: “È dallo scorso febbraio che l’attività sismica sembra intensificarsi, ma i vulcanologi ritengono che tutto rientri nella normale attività. Nessun allarmismo, non vogliamo creare panico ma perché non si fanno le prove di evacuazione?”.

Il Vesuvio, una notizia bomba

Chi gestisce un organo di informazione deve fare i conti con almeno tre fattori: la verità, la deontologia e i numeri (tiratura, audience, web analytics…). E’ difficile, naturalmente, definire in maniera univoca tali ambiti (soprattutto i primi due), che in realtà sono il risultato di una relazione quotidiana tra ciascuna redazione e i propri lettori: giorno dopo giorno, cioè, sono in gioco il rispetto e la fiducia, in una conquista che non è mai perenne, ma che è sottoposta ad una incessante rielaborazione simbolica. Verità, deontologia e numeri, in altre parole, sono elementi strettamente interconnessi, eppure, godendo ciascuno di essi di un certo grado di autonomia, il rapporto che tiene insieme la triade è dinamico e fluido. Ed è questo, pertanto, il punto su cui prestare attenzione; è qui che si può scorgere un dislivello che rischia di compromettere l’equilibrio tra le tre componenti: se si impone l’ossessione per i numeri (che è il caso più frequente), con tutta evidenza i princìpi deontologici tendono ad essere derogati, con l’effetto che la verità della notizia può assottigliarsi o, addirittura, essere manipolata. Per dirla con Pierre Bourdieu, quando la logica commerciale domina, il “campo giornalistico” perde autonomia e viene schiacciato dalla sua componente eteronoma. D’altra parte, «la libertà non è una proprietà che cade dal cielo; essa si conquista per gradi» [qui]; e direi che ciò vale anche per la credibilità.

Lo scorso mese di agosto, il magazine satirico statunitense “The Onion” ha spiegato in maniera brillante, sebbene per mezzo di una finta lettera di una dirigente della CNN, la ragione della presenza tra le principali notizie della celebre all-news americana della discinta esibizione di una giovane cantante: «Era un tentativo di farvi cliccare su CNN.com in modo che aumentassimo il nostro traffico online, cosa che avrebbe a sua volta permesso di aumentare i nostri guadagni pubblicitari». [Il testo intero, tradotto in italiano, è su “Il Post“]. Insomma, un chiarimento semplice e lineare, praticamente intuitivo.

Spesso invitando esplicitamente alla condivisione sui socialmedia («Tema caldo», «Condividi per primo con i tuoi amici questo post», «Fai sapere ai tuoi amici che ti piace questa foto»…), le strategie per aumentare i numeri possono seguire varie strade e, soprattutto, possono attingere a molti altri argomenti, come ad esempio questi:

  1. pubblicare un’intercettazione “clamorosa” di un politico (anche se in realtà non contiene alcuna notizia);
  2. gestire una sezione pruriginosa (la si può chiamare “boxino morboso” o “sideboob”, la sostanza non cambia);
  3. confezionare con regolarità delle gallerie fotografiche con cuccioli e animali “sorprendenti” (il fu orsetto Knut è stata una benedizione non solo per lo zoo di Berlino, ma anche per una miriade di mass-media che ci hanno aggiornato sul fatto che “è nato”, “è ingrassato”, “è a dieta”, “si è fidanzato”, “è depresso”, “è morto”…);
  4. sparare un titolo allarmistico su qualche minoranza etnica, di status, di genere o di qualsiasi altro tipo (sembrerà cinico, ma – in maniera sia esplicita che subdola – accade di continuo; d’altronde difficilmente qualcuno pretenderà delle smentite o delle scuse);
  5. urlare di un prossimo cataclisma vesuviano (il nostro vulcano è uno dei topos più conosciuti al mondo, a lui si deve Pompei, che è tra i siti archeologici più noti; ciò che è in grado di compiere è termine di paragone per qualsiasi disastro, passato o futuro che sia).

Personalmente faccio una certa attenzione proprio a quest’ultimo caso, cioè censisco e archivio numerosi articoli che spuntano senza sosta un po’ ovunque, in siti web d’ogni tipo e nessuna attendibilità, con toni catastrofisti se non apocalittici, copiandosi gli uni con gli altri, eppure sempre molto condivisi sui socialmedia e colmi di commenti (più o meno vacui, ma con l’indubbio effetto di far aumentare l’audience e la visibilità del contenitore). L’ultimo pezzo che ho letto è di ieri, pubblicato da un webjournal locale, il quale torna su questo tema regolarmente e con grande frequenza: riferisce che, secondo alcuni “esperti italiani”, alla prossima eruzione «non ci sarà scampo».
Viene da domandarsi se un’informazione del genere, su un tema così delicato, sia utile ai lettori. Leggendo le reazioni e osservando con costanza la realtà del vesuviano, direi molto poco: di rado quegli articoli forniscono notizie chiare e provate, quasi mai indicano fonti per approfondire, in rari casi alimentano discussioni strutturate; la verità della notizia di cui si fanno megafono incede esclusivamente sul clamore catastrofista, con conseguente flessione e sacrificio della deontologia giornalistica. Nemmeno da un punto di vista ideale i numerosi articoli sul vulcano napoletano (sempre, appunto, sensazionalistici e dai toni eclatanti) hanno una validità sociale e politica, perché non contribuiscono ad alcuna presa di coscienza sul rischio di cui vorrebbero tenere alta l’attenzione, né dimostrano di possedere un vocabolario appropriato o un’idea delle modalità di early warning attualmente in vigore.
Inoltre, è ormai appurato che l’eccesso di informazione (a maggior ragione quando si tratta di semplice cicaleccio, come spesso accade per il caso vesuviano) genera assuefazione, apatia, invisibilità: «davanti ai nostri occhi scorrono in continuazione, sugli schermi televisivi o dei computer, notizie che finiscono per equivalersi e quindi non possono che produrre indifferenza» [A. Dal Lago, qui].
Allora che fare? A mio avviso, invitare a ignorare o a non condividere sui socialmedia questi testi inconsistenti sarebbe non solo ingenuo e inutile, ma soprattutto sbagliato: sia perché, personalmente, ho un’intima diffidenza verso ogni forma di boicottaggio (la considero una pratica più demagogica che efficace, che alimenta percorsi sotterranei di aggiramento dei filtri in cui prosperano i più scaltri e i più cinici), sia perché il problema vero non è la presenza di ignoranti, ciarlatani, catastrofisti e manipolatori, quanto, piuttosto, l’assenza di voci autorevoli e credibili che spazzino via la marea di congetture arbitrarie e sregolate che si leggono in giro. Qui non c’entra il pluralismo, bensì l’eminenza e il prestigio delle istituzioni; qui non c’entra l’assenza di competenza, bensì la volontà delle autorità di investire e di impegnarsi nella comunicazione. (E, chissà, forse ci stanno provando davvero).
Tre mesi fa il vulcanologo giapponese Nakada Setsuya invitò gli italiani a parlare di più del Vesuvio, però, come mi sembra palese, la questione non è il “quanto”, ma il “come” se ne parla e il “chi” lo fa. Intorno al “vulcano più famoso del mondo“, la confusione non è dovuta al chiacchiericcio, bensì al silenzio di chi dovrebbe parlare per statura scientifica, istituzionale e morale.

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AGGIORNAMENTO:
Il 28 agosto 2013 il Dipartimento di Protezione Civile e l’INGV hanno diffuso una nota alle redazioni giornalistiche (QUI) in cui, tra l’altro, viene specificato che «[…] È fondamentale quindi che l’intero sistema di protezione civile – di cui anche gli organi di informazione fanno parte – affronti con equilibrio i temi legati al rischio sismico, senza cadere negli eccessi di rassicurazione, da una parte, o allarmismo, dall’altra. […] Per queste ragioni, come Dipartimento della Protezione Civile e INGV chiediamo la collaborazione di tutte le redazioni affinché, quando si parla di terremoto, sia fornito un messaggio corretto e chiaro al pubblico, prestando la dovuta attenzione anche al significato dei termini utilizzati […]».

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AGGIORNAMENTO del 12 marzo 2014:
La pagina fb “Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci” ha condiviso (qui e qui) un articolo sulla “strumentalizzazione” del Vesuvio a fini di audience, apparso il 20 settembre 2012 su “Tutto è…“, settimanale di Torre del Greco (a firma di SG):

(Per una lettura più agevole, la trascrizione dell’articolo è a QUESTO commento).

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AGGIORNAMENTO del 29 aprile 2014:
Pietro Minto ha spiegato su “Rivista Studio” (29 aprile 2014) cosa c’è dietro le notizie false e, in particolare, come «il vivacissimo ecosistema delle bufale [abbia] trovato un habitat perfetto nei social media: c’è chi ha fiutato il business e i click e ha fatto della disinformazione la sua linea editoriale, e non solo». Esistono la hoax (la notizia-farsa), la bufala (che punta a contrastare ogni svelamento, mirando all’ambiguità, alla palude tra il vero e il falso), la frovocation (la provocazione falsa), la notizia assurda-ma-credibile, il prodotto di fiction, la anti-notizia creata per far ridere, non per disinformare, la bullshit (che è pronunciata da chi «non sta ne dalla parte della verità né dalla parte del falso. I suoi occhi non guardano in nessun modo»).
Tutto ciò si basa sulla «superficialità che contraddistingue la lettura degli articoli online: letture non completate, condivisioni fatte senza aver letto veramente il pezzo, un torrente continuo di informazioni delle quali abbiamo sempre meno il controllo. Un modello di business basato sulla quantità e su dei lettori poco attenti: è l’Eden delle frottole».
Insomma, «l’idea di stampare bufale per aumentare lettori è vecchia quanto la stampa commerciale» e tra i suoi massimi esponenti c’è Mark Twain, che cominciò proprio così. QUI (o qui).

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AGGIORNAMENTO del 22 aprile 2015:
Raphael Zanotti racconta la vicenda di due avvocati che da alcuni anni sfornano bufale riprese dai mass-media e rilanciate sul web con il solo scopo di farsi pubblicità (“La Stampa”, 22 aprile 2015, QUI).

Mettici la mano tua

Oggi, 19 settembre, festa di San Gennaro Martire, patrono di Napoli, tutto è andato secondo copione: «Si è ripetuto alle 9,41 il prodigio dello scioglimento del sangue di San Gennaro. L’annuncio è stato dato ai fedeli in preghiera nel Duomo di Napoli dal cardinale Crescenzio Sepe che ha sventolato, secondo l’antica tradizione, il fazzoletto bianco ed è stato accolto dai fedeli, giunti nella cattedrale di Napoli sin dalle prime ore del mattino, da un lungo e liberatorio applauso. Il ripetersi del miracolo è letto dai napoletani come un segno di buon auspicio per la città» (ANSA).
Per questa occasione, Leonardo Tondelli ha scritto un lungo post agiografico in cui, però, il santo non è protagonista, ma al centro del testo c’è il Vesuvio. Il legame tra il vulcano napoletano e la religiosità dei suoi abitanti è leggendaria, ma in generale ogni territorio “a rischio”, così come ogni disastro avvenuto, catalizzano e producono bisogni e sensibilità legate al trascendente. Il ragionamento di Tondelli, invece, si concentra sul tangibile, ovvero sulla (im)preparazione al rischio vulcanico. L’articolo si intitola “L’opzione San Gennaro” (su «Il Post» e sul suo blog) e, in merito all’eventualità di un’eruzione, tocca i seguenti dieci punti:

  1. L’intervento di Nakada Setsuya circa la possibilità che il Vesuvio torni ad eruttare: «un segreto di Pulcinella» che nemmeno l’ex capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, negava o sminuiva, ma che anzi riteneva «il più grande problema di Protezione Civile che c’è in Italia» (e per il quale bisognava «predisporre piani di evacuazione per almeno un milione di cittadini, tra cui molti di Napoli»).
  2. Il coinvolgimento attivo delle altre regioni italiane che dovranno accogliere le centinaia di migliaia di persone evacuate dalla “zona rossa vesuviana”. Queste regioni lo sanno? Sono pronte?
  3. Le modalità e i mezzi con cui gli sfollati vesuviani dovrebbero raggiungere le regioni ospitanti. (Attualmente è in progetto un adeguamento della SS 268).
  4. La monitorizzazione scientifica del vulcano: «il Vesuvio è costantemente monitorato. È il vulcano più studiato del mondo».
  5. La storia eruttiva del Vesuvio degli ultimi due millenni e il legame col culto di San Gennaro (che diventa stretto solo dal Seicento).
  6. La memoria dell’ultima eruzione: 1944.
  7. I tre (principali) scenari possibili: [a] «potrebbe risolversi tutto con una sboffata di fumo e la solita colata lavica stile Etna»; [b] «Un’altra possibilità è che la terra cominci a tremare e vada avanti per mesi, come nel 1631. A quel punto avremmo un po’ di tempo per evacuare»; [c] «La terza possibilità è che le cose vadano veramente male: un’eruzione esplosiva senza molto preavviso».
  8. Il progetto “VesuVia” e il suo fallimento.
  9. Un’idea goliardica: girare un film catastrofico, anzi un vero e proprio kolossal con un cast hollywoodiano, che permetta di recuperare consapevolezza sulla natura del territorio di cui stiamo parlando: «Potremmo persino recuperare l’investimento: e sarebbero altri soldi per la statale e per gli svincoli e per i rifugi a prova di nubi tossiche. Ma soprattutto, dopo aver visto un film così, non avremmo più alibi. Sapremmo che viviamo alla pendici del più grande disastro possibile».
  10. La cruda realtà, ovvero il punto di vista di un politico: «Prevenire i disastri naturali costa troppo. Qualcuno potrebbe obiettare che ricostruire dopo un disastro costa ancora di più, ma non è detto che sia così. Mettiamoci dal punto di vista di un politico. Per lui la prevenzione significa tasse: tasse significa perdere le elezioni. Quindi la prevenzione ha un costo inaccettabile. Viceversa il disastro significa solidarietà. Significa gesti incredibili, che solo un’emergenza può suggerire o giustificare. […] Lasciare che il Vesuvio erutti o esploda può sembrarvi una pazzia, ma a un certo livello di responsabilità diventa un’opzione più praticabile, più conveniente di altre».

Leonardo Tondelli (che ha scritto del Vesuvio anche altre volte: ne ho raccolto i testi in questi miei post) coglie l’aspetto fondamentale di ogni discorso sul rischio: la questione politica che esso porta con sé. Allo stato attuale, la catastrofe annunciata causata da una futura eruzione vesuviana non sarà naturale, bensì prettamente antropica.

Colgo lo spunto di questo articolo di Leonardo per raccogliere tra i commenti di questo post le notizie che in futuro incontrerò sul legame tra rischio e religiosità.

  • Torre Annunziata, fine ottobre 2013: canto alla Madonna della Neve contro la camorra e l’inquinamento, QUI. La Vergine è commemorata sia il 5 agosto (giorno della Madonna della Neve, appunto), sia il 22 ottobre (giorno che rievoca il 22 ottobre 1822, quando la divinità, invocata dai cittadini torresi, fermò miracolosamente la lava del Vesuvio): QUI.
  • San Sebastiano al Vesuvio, il 20 gennaio 2011 il maltempo non ha permesso lo svolgimento della processione del santo patrono: è stato un cattivo presagio? Ne scrissi QUI.
  • Monte Somma, ogni sabato dopo Pasqua si svolge un pellegrinaggio chiamato “Il Sabato dei Fuochi” e ogni 3 maggio si festeggia il cosiddetto “Tre della Croce”. Ne scrissi QUI.
  • San Giorgio a Cremano, il 19 maggio viene celebrata la “Festa della lava“, in ricordo di San Giorgio Martire che nel 1872 salvò miracolosamente la città dalla colata lavica. Altre info: QUI (o qui)

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Su “Repubblica.it” del 15 agosto 2011, c’è una galleria fotografica intitolata “Java: ex-voto nel cratere per ringraziare gli dei“.
La didascalia recita: “Indonesia, per ringraziare le divinità indu della prosperità, la salute e il buon raccolto si svolge a Java la tradizionale cerimonia Kasada nel corso della quale i fedeli gettano nel cratere del Monte Bromo ogni genere di offerte: animali vivi, frutta, verdura“.

Clicca sull’immagine per accedere alle 18 fotografie dell’intero reportage.

Approfondimenti sulla cerimonia Kasada sono QUI, QUI e QUI.

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“Il Post” ha pubblicato una foto notevole: è una processione di donne filippine che portano delle effigi sacre sulle macerie lasciate dal tifone Haiyan. Quel sentimento non ha confini: né spaziali, né temporali. Potrebbe essere, infatti, San Sebastiano al Vesuvio nel marzo 1944. O la Sardegna di queste ore.

“Sopravvissuti al tifone Haiyan durante una processione religiosa a Tolosa, nella parte orientale dell’isola di Leyte, nelle Filippine. Secondo le Nazioni Unite 1,9 milioni di persone hanno perso le loro case a causa del tifone”.
Clicca sulla foto per accedere alla pagina originale.

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AGGIORNAMENTO del 4 febbraio 2014:
“RaiNew24” ha pubblicato una galleria fotografica con immagini di preghiere per placare l’eruzione del vulcano Sinabung, nel Nord di Sumatra, in Indonesia: «Una colonna di fumo alta due chilometri e mezzo si alza dal vulcano Sinabung dopo l’ennesima violenta eruzione che ha trasformato la regione circostante in un paesaggio apocalittico».

Clicca sull’immagine per accedere alla galleria fotografica.

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AGGIORNAMENTO del 6 aprile 2014:
Antonio Cimmino riferisce di un musical su San Gennaro e Napoli in scena in questi primi giorni di aprile 2014 presso la Mostra d’Oltremare: Sangue Vivo: il primo musical su San Gennaro (“Il Mediano”, 6 aprile 2014, QUI).

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AGGIORNAMENTO del 19 maggio 2014:
Come scrivevo più su, nel mese di maggio a San Giorgio a Cremano viene celebrata la “Festa della lava“, in ricordo di San Giorgio Martire che nel 1872 salvò miracolosamente la città dalla colata lavica, ma anche in ricordo della processione con cui il santo fu portato dinnanzi al fronte lavico nel 1944, anno dell’ultima eruzione vesuviana. Ieri la celebrazione si è conclusa con l’incontro tra San Giorgio e San Sebastiano nel santuario di quest’ultimo. Ne ha scritto “San Sebastiano al Vesuvio News” sulla sua pagina facebook:

San Sebastiano al Vesuvio, 18 maggio 2014, incontro tra le statue di San Sebastiano e San Giorgio in ricordo dell’eruzione del 1944.

L’incontro di ieri sera, in un emozionante clima di festa, ha riacceso i riflettori sull’ultima eruzione del 1944. Allora erano in gioco il futuro e la sopravvivenza dei paesi vesuviani stretti nella morsa della lava. Divisi in costumi e tradizioni, sospettosi e competitivi, i rispettivi cittadini si trovarono così uniti nel richiamo alla provvidenza divina.
L’esigenza del ricordo si lega alla immutata e complessa natura del nostro territorio, diventando monito per le coscienze: occorre che le istituzioni locali lavorino in sinergia al fine di minimizzare ogni potenziale rischio connesso al Vesuvio.
L’abbraccio fra San Giorgio e San Sebastiano rappresenta, a mio avviso, un importante passo in questa direzione.

Un reportage fotografico dell’evento è stato pubblicato da Anna Esposito sul suo spazio facebook:

Foto di Anna Esposito. Clicca sull’immagine per accedere all’intero reportage pubblicato su fb.

AGGIORNAMENTO del 21 maggio 2014:
La pagina fb di “San Sebastiano al Vesuvio News” ha diffusouna nota storica per meglio comprendere l’incontro fra San Giorgio e San Sebastiano della scorsa domenica“:

Era il 22 marzo del 1944. San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma erano già in parte distrutte dal principale torrente di fuoco ed anche Cercola era minacciata. Norman Lewis, ufficiale alleato a seguito dell’esercito americano, nel suo libro-diario “Napoli44″, descrive così il suo arrivo a San Sebastiano:”Al momento del mio arrivo la lava stava avanzando piano piano lungo la strada principale del paese, e a cinquanta metri dalla grande massa di detriti in lento movimento, alcune centinaia di persone, per lo più in nero, stavano inginocchiate in preghiera.”
Si pregava affinchè un intervento divino giungesse a placare la furia del Vesuvio. Anche i cittadini di San Giorgio a Cremano si raccolsero in preghiera alla notizia che la lava minacciava l’abitato. San Giorgio Martire, secondo la tradizione, aveva salvato la cittadina vesuviana già in occasione dell’eruzione del 1872 – era il 19 maggio – arrestando il fiume di lava proprio al confine con San Sebastiano. Un precedente ci fu anche durante l’eruzione del 1855 quando i san giorgesi invocarono San Giorgio e la Madonna dell’Immacolata promettendo di portare le statue in processione qualora fosse salvo il paese.
Memore di quella promessa, il 22 marzo del 1944, il parroco, mons. Giorgio Tarallo, raccolse a suon di campane la popolazione nella chiesa di S. Maria del Principio. Da questa plevò la statua di San Giorgio Martire mentre dalla contigua Arciconfraternita, quella di Maria SS. Immacolata.
Alle 14 partiva la processione guidata dall’allora Sindaco Salvatore Ambrosio che innalzava un crocifisso. Da Corso Roma, proseguendo per via Pittore, si giunse in corrispondenza del fronte lavico presso le Novelle di Resina. Le statue dei Santi protettori furono poste in prima fila mentre i fedeli intonavano canti e preghiere.
Di li a poco, tra la generale commozione della folla, la lava arrestò il suo cammino risparmiando il paese.

La statua di San Giorgio sul fronte lavico del 1944

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AGGIORNAMENTO del 20 agosto 2014:
Li ho definiti “riti in emergenza”, quelli cioè che si effettuano durante una crisi o un disastro. “Il Post” riferisce che in Liberia i fedeli di una chiesa cristiana locale pregano in riva all’oceano per invocare la fine dell’epidemia di ebola, come documentano le fotografie di John Moore:

INTEGRAZIONE del 20 ottobre 2014:
Anna Momigliano riferisce su “Studio” come gli antropologi aiutano a combattere l’epidemia di ebola in Africa: “Come si ferma un’epidemia in paesi dove c’è chi è convinto che le epidemie siano causate dalle streghe, non dai virus? Per questo a fianco dei medici alcune organizzazioni internazionali hanno voluto anche antropologi“.

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AGGIORNAMENTO del 12 settembre 2014:
Durante le proteste anti-discarica dell’ottobre 2010, tra Terzigno e Boscoreale una manifestante espose un cartello-invocazione: “Madonna della Neve ferma la monnezza come fermasti la lava” [qui].
Nel corso delle varie emergenze dei rifiuti, nel napoletano si è fatto largo uso del sacro per ritagliare spazi puliti nel mare di spazzatura che aveva invaso le strade. Tra i tanti casi, nel 2008 una statua di Padre Pio ha “salvato” una strada tra Pompei e Scafati [qui]; l’anno scorso un’immagine di “san Rifiuto” ha “liberato” un garage a San Giovanni a Tedduccio [qui]; oggi è uscita la notizia di un Padre Pio che sta “proteggendo” un vicolo di Capodimonte a Napoli [qui].
Sebbene sparita dai giornali, sembra proprio che l’emergenza tra le strade del napoletano non sia affatto finita.

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AGGIORNAMENTO del 20 settembre 2014:
Anche ieri san Gennaro ha compiuto il miracolo: il sangue si è sciolto alle 10h11 e tutti hanno gioito. Ne ho raccolto un paio di articoli QUI. Il commento più divertente, ma al contempo stimolante, che ho letto è di Luca Fiorentino: “per quanto io possa odiare tutta quella serie di scaramanzie, feticci e devianze ridicole chiamata religione, provo la massima stima nei confronti di chi bell e buono ha messo in mezzo la storia del sangue di san gennaro […]” (continua QUI o tra i commenti).

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AGGIORNAMENTO del 22 novembre 2014:
Chiara Spagnolo riferisce su “Repubblica TV” di un video di 3 minuti in cui è inscenata una processione e dei funerali per la “peste degli ulivi” in Salento. Si tratta di una vera e propria risposta culturale ad un disastro in corso, un rituale in emergenza in cui, tuttavia, non è facile distinguere l’uso mediatico del sacro dallo spirito religioso vero e proprio. Tra i promotori dell’iniziativa c’è anche la Diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca: “Un mesto corteo funebre in campagna, preghiere recitate con gli occhi pieni di lacrime, donne vestite a lutto e persino il parroco che effonde l’incenso nell’aria: è il funerale degli ulivi, immortalato in un video commissionato dalla Diocesi di Ugento – Santa Maria di Leuca, che da giorni spopola sul web. Un’iniziativa che la curia ha voluto e promosso attraverso la Fondazione monsignor Vito De Grisantis, per promuovere il dibattito sulla Xylella fastidiosa, “il cancro degli ulivi”, “che si è già diffuso su 40.000 ettari, ha colpito un milione di alberi in Salento – tanti, troppi” come è scritto nei titoli di coda del mini-cortometraggio realizzato da Antonio Scarcella e Michele Rizzo con l’aiuto di Laura Campanile per Iorec produzione. Il video è girato tra il paese di Tiggiano e l’agro di Gallipoli, ovvero le zone più colpite dal batterio killer, e mostra scene di vita quotidiana di anziani salentini, per i quali la morte dell’ulivo è come quella di una persona cara. Di fronte alle foglie seccate dalla xylella le lacrime scendono copiose e bagnano i visi segnati dalla fatica, negli abbracci le donne cercano consolazione per la perdita e ai piedi dell’albero viene infine posta una corona di fiori, per salutarlo come se fosse un figlio“.

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