Presentazione del Piano di Evacuazione del Vesuvio

Ieri [12 ottobre 2016] la Regione Campania e la Protezione Civile hanno presentato il “Piano di Evacuazione” della zona-rossa del Vesuvio. La pagina Fb “Rischio Vesuvio” ne ha scritto alcune considerazioni, al di là degli slogan e delle facili rassicurazioni, poi riportate anche dal website “Aucelluzzo“:

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L’attuale sistema di prevenzione del rischio per il vulcano Vesuvio prevede 4 diversi livelli di allerta:

  1. base (che ha un tempo indefinito ed è quello in cui ci troviamo adesso);
  2. attenzione (che ha un tempo indefinito o, comunque, non meno di alcuni mesi);
  3. preallarme (da mesi a settimane);
  4. allarme (da settimane a giorni).

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(Per ulteriori approfondimenti, rimandiamo a due articoli: qui e qui)

Facciamo questa premessa perché oggi il Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, e il Capo del Dipartimento di Protezione Civile, Fabrizio Curcio, hanno incontrato la stampa per illustrare il “Piano Evacuazione del Vesuvio”, come annunciato ieri. A rigore, la fase di evacuazione si compirebbe in due momenti: il primo spontaneo (durante il livello di “preallarme”) e il secondo obbligatorio (durante il livello di “allarme”). Questa specificazione oggi non è stata riportata dai giornali online che, invece, hanno sottolineato tutti un’affermazione di De Luca: «Mettiamo in salvo 700mila cittadini in 72 ore» [Repubblica, Il Mattino, Corriere del Mezzogiorno]. Questa frase non è nuova, l’hanno ripetuta tutti i governatori campani degli ultimi anni, almeno a partire dall’aggiornamento del Piano del 2003, e, tradotta in termini più accessibili, significa che, quando verrà decretato ufficialmente l’allarme dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, in (almeno) 3 giorni lasceranno le proprie case 10mila persone all’ora. A questo punto, per chi dovesse avere dei dubbi sull’attuabilità di tale proposito, segnaliamo le parole di Curcio in un servizio-video di “FanPage“: «il Piano è sostenibile con le infrastrutture [territoriali] che si hanno adesso». Il Capo della Protezione Civile, poi, ha lasciato intendere che, con adeguamenti futuri (sia delle infrastrutture, sia del Piano stesso), tale scenario potrebbe anche migliorare.

Il documento presentato oggi è disponibile sul sito-web della Regione Campania [pdf] e riguarda le modalità di sgombero della “zona rossa” secondo lo schema seguente:

  1. allontanamento: dalla propria abitazione alle “aree di attesa” (indicate nel Piano di Protezione Civile di ogni singolo comune) e poi alle “aree di incontro” fuori dalla zona di maggior rischio (ad opera della Regione Campania);
  2. trasferimento: dalle “aree di incontro” ai “punti di prima accoglienza” (organizzato dalla Regione ospitante);
  3. accoglienza: dai “punti di prima accoglienza” alle “strutture di accoglienza” (è un’operazione a cura della Regione ospitante che prevede l’uso delle reti ferroviaria, stradale, marittima e aerea).

Si tratta, in effetti, di un passo in avanti rispetto al “Piano di Emergenza“, il quale fornisce solo delle indicazioni generali, per quanto influenti (ad esempio, nel nostro caso, perimetra una “zona rossa” e una “zona gialla”, stabilisce dei gemellaggi e così via). Il “Piano di Evacuazione“, invece, indica – nel dettaglio – le strade, i mezzi, i tempi, gli organi, le modalità con cui far allontanare la popolazione.

(Sulla differenza, non solo terminologica, tra questi due strumenti,
suggeriamo il seguente approfondimento)

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Clicca sull’immagine per accedere al “Piano di Evacuazione del Vesuvio”

Ora, posto che tutto ciò sia attuabile (e ce lo auguriamo vivamente), vogliamo evidenziare due aspetti che ci sembrano lacunosi, se non addirittura assenti:

  • Alla catena di passaggi previsti da questo “Piano di Evacuazione” manca il primo, essenziale anello: non esistono ancora, infatti, tutti i “Piani di Emergenza Comunali” delle municipalità della “zona rossa”. Per essere concreti, in quale piazza del comune “X” (in quale “luogo di attesa”) dovrà farsi trovare uno dei 500 pullman messi a disposizione dalle istituzioni per caricare i residenti? Inoltre, quel bus quali strade dovrà percorrere per evacuare? Vi sembra una sciocchezza? Invece no, perché è il “Piano di Emergenza Comunale” a dover fornire questa informazione, che è possibile ricavare solo dopo un’attenta valutazione della vulnerabilità strutturale dei palazzi che si affacciano su una determinata strada, la quale potrebbe essere impercorribile a causa di crolli di edifici troppo vecchi e non resistenti ai sismi pre-eruttivi. Inoltre, è fondamentale un’armonizzazione dei singoli piani comunali, perché il bus del nostro esempio attraverserà comuni diversi, per cui è fondamentale che le vie di fuga di un paese siano razionalizzate con quelle della città adiacente.
  • Se anche tutto fosse già definito e preparato a livello burocratico e istituzionale, ci domandiamo: la popolazione ne è a conoscenza? Io, abitante del solito comune “X”, so dove recarmi per essere sfollato? Dove posso ricevere questa informazione? Esiste un ufficio, una brochure o un sito internet che me lo spieghi efficacemente? Ma, soprattutto, come può essere sostenibile un Piano che non è partecipato, che non è comunicato, che non è conosciuto? Come si può pensare che tutto filerà liscio se quanto progettato non ha mai neanche preso in considerazione la necessità di includere e di ascoltare le voci del territorio?

Noi vogliamo credere alle buone intenzioni di tutti, ma allora ci aspettiamo entro la fine di questo mese – la stessa scadenza annunciata dalle suddette autorità per il completamento definitivo del Piano – anche un preciso programma di informazione e comunicazione. Si potrebbe/dovrebbe aprire, ad esempio, un website regionale espressamente dedicato al rischio Vesuvio, chiaro e facilmente accessibile, oltre a dei canali di dialogo con la popolazione, magari sui socialmedia che, come dimostra questa nostra pagina Fb (autonoma e indipendente), sono uno dei canali privilegiati di accesso alle informazioni, nonché di formazione e diffusione della consapevolezza del rischio.

Postilla
Al contrario di quel che generalmente si ritiene, i numeri possono essere molto nebbiosi e, dunque, essere usati a proprio piacimento. In particolare, per il caso del Vesuvio la questione riguarda il numero preciso di abitanti da evacuare: quanti sono, esattamente? Il Piano presentato ieri prevede due tipi di allontanamento dalla “zona rossa”: il primo spontaneo e autonomo già nella fase di “preallarme” (secondo i dati della Protezione Civile si tratterebbe di metà della popolazione residente, dunque circa 350mila persone che si allontanerebbero con mezzi propri), il secondo obbligatorio e con mezzi messi a disposizione dalle istituzioni durante la fase di “allarme” (riguarderebbe i restanti 350mila residenti, da sfollare nelle famose 72 ore indicate da De Luca).
A questa precisazione va aggiunta una ulteriore considerazione: ad oggi non si sa quante persone abitino nel territorio entro la cosiddetta “linea Gurioli“, ovvero all’interno della “zona rossa”: tale perimetro, infatti, non segue i confini comunali, come nella precedente zonizzazione del 1995, e non è stato effettuato alcun censimento per conoscere il numero esatto di persone coinvolte. Inoltre, entrando nel merito, non sappiamo quante siano le persone con disabilità o con particolari necessità mediche, non sappiamo quanti siano gli anziani e quanti i bambini, non sappiamo quanti siano i nuclei familiari e così via: tutte informazioni essenziali per un’evacuazione operativa che, invece, al momento appare come una mera intenzione, un semplice annuncio verbale.

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INTEGRAZIONE del 5 novembre 2016:
Il 2 novembre il blogger MalKo ha pubblicato un post molto interessante in cui spiega i limiti del Piano di Evacuazione del Vesuvio: QUI.

Il mare come possibile via di fuga

A parità di condizioni, la fascia costiera vesuviana è quella a maggior rischio perché è stretta tra mare e vulcano. Al centro di questo spazio c’è la città di Torre del Greco che, per una eventuale evacuazione dei cittadini, ha direzioni di marcia pressoché obbligate.

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Clicca sull’immagine per accedere al post di MalKo.

MalKo, esperto di sicurezza e tra gli organizzatori di un’esercitazione nel 2001, analizza la possibilità che ci si possa mettere al riparo sul mare, percorrendo alcune miglia verso il largo. Per rendere attuabile questa strategia, tuttavia, è necessario dotarsi di mezzi adeguati, di mettere in piedi una speciale organizzazione e di sistemare i porti e i loro fondali: “Rischio Vesuvio: Torre del Greco comune mediano della fascia costiera“.

La doppia illusione della nuova zona rossa vesuviana

La “nuova zona rossa vesuviana” è un caso molto interessante per osservare le dinamiche della negoziazione politica intorno alla perimetrazione del rischio. Procediamo con ordine.

A fine dicembre 2012 la Protezione Civile e la Regione Campania hanno annunciato una nuova mappatura rispetto a quella del 1995, stavolta basata su un principio scientifico più esplicito, la cosiddetta “linea Gurioli”, dal nome della studiosa che ha analizzato la ricaduta di ceneri e altri prodotti vulcanici intorno al Vesuvio. Si tratta, in sostanza, di un cerchio che tocca 25 comuni, rispetto ai 18 precedenti (si veda la mappa), ufficializzato nel luglio 2013. E’ da specificare che la precedente perimetrazione del rischio seguiva i confini esterni dei comuni interessati, per cui ne risultava una linea frastagliata e incomprensibilmente deforme rispetto alla circonferenza del vulcano. La nuova linea, invece, abbandona la sovrapposizione ai confini comunali e dichiara “zona rossa” solo il territorio posto al suo interno. Ciò ha avuto due effetti: l’aumento del numero di comuni coinvolti (da 18 a 25, appunto) e una maggior confusione in merito alla pianificazione dell’emergenza e alla gestione urbanistica dei territori parzialmente coinvolti dalla “linea Gurioli”. Ne è derivata una doppia illusione: da un lato il numero di comuni è cresciuto, ma la superficie della zona rossa non si è allargata; dall’altro lato il numero di abitanti da evacuare viene ritenuto molto più alto perché calcolato sommando le intere popolazioni dei comuni “a rischio”, mentre invece, a rigore, dovranno essere sfollati solo coloro che risiedono all’interno della “black line” (e la cui entità, al momento, è semplicemente sconosciuta).
E’ in questa congiuntura che si sviluppa la negoziazione della perimetrazione del rischio di cui ho scritto anche in passato: esistono diversi comuni che sono toccati solo in parte dalla “linea Gurioli” e i loro amministratori – come tutti noi, d’altronde – non hanno ancora ben chiaro se le leggi restrittive in materia edilizia e le procedure di emergenza dovute allo speciale status della zona rossa siano da applicare all’intero territorio comunale o solo ad una parte di esso.

Il primo comune a sollevare obiezioni sulla nuova zona rossa è stato Scafati, sfiorato dalla “linea Gurioli” (si veda la mappa): nel gennaio 2013 il sindaco Pasquale Aliberti si è “ribellato” alla nuova perimetrazione sostenendo che “Scafati prova a uscire dall’area a rischio” (di Floriana Longobardi, in “Il Mattino”, 16 gennaio 2013), una posizione critica che l’assessore regionale alla Protezione Civile Eduardo Cosenza ha provato a riassorbire nel febbraio 2013, quando in un convegno ha spiegato che: “Scafati rientra sì nella zona rossa, ma in quella di tipo due. In pratica nella cittadina al confine di Pompei, arriverebbero solo ceneri (e non lava o fuoco) e quindi basterà̀ prevedere delle modifiche alle norme tecniche per quella determinata area, ed il gioco sarà̀ fatto” (in “Agro24”, 11 febbraio 2013).
La moltiplicazione delle definizioni (zona rossa, gialla, 1, 2 e così via) ha creato una certa confusione che è conveniente riordinare: la “zona rossa 2” (ovvero la quota di territorio esterna alla “linea Gurioli” nei comuni che sono marginalmente toccati da questa) è, in sostanza, la vecchia “zona gialla”, per cui, se Scafati è stata – ma con quale atto? – estromessa per intero dall’area a più alto rischio, nulla cambia dal punto di vista urbanistico e della pianificazione dell’emergenza rispetto alla situazione delineata nel 1995, sebbene tale comune rientri ancora nel nuovo elenco di quelli gemellati con altre regioni italiane, dunque da evacuare (in Sicilia) in caso di allarme.

Ai primi di maggio 2014 c’è stato il caso (questo sì, ufficiale) di Boscoreale (che è un comune già presente per intero nella precedente zona rossa), a cui il Tribunale Amministrativo della Regione Campania ha riconosciuto il diritto di distinguere il proprio territorio tra quello interno alla “linea Gurioli” e quello esterno, ovvero di sottoporlo a due diversi regimi urbanistici, che per Boscoreale, in sostanza, significa riavviare l’edilizia dopo quasi vent’anni di blocco. Come ha ben spiegato Malko (il 13 maggio 2014, ma lo aveva preannunciato già un anno prima, il 28 maggio 2013), a questo punto è facile aspettarsi ricorsi simili da parte degli altri comuni che si trovano nella medesima situazione: Cercola, Pompei, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Torre Annunziata.

La morale di questa situazione è che, a dispetto della retorica razionalista, ogni zona a rischio può essere modificata come se si trattasse di un elastico: a piacimento o, per meglio dire, a peso politico. Nulla di nuovo, per la verità: come ho ripetuto più volte, ogni perimetrazione del rischio è una contrattazione che, per quanto possa partire da princìpi scientifici, poi se ne distanzia, talvolta anche parecchio. E’ un concetto da ribadire per evitare di cadere nell’illusione che le zone rosse siano rigorosamente scientifiche, ovvero razionali, “oggettive”. Al contrario, come dimostra il caso del Vesuvio, l’area a più alto rischio viene continuamente modificata, tirata, slabbrata, talvolta derogata, per opportunità o convenienza, in una proliferazione di norme, etichette, procedure e di livelli ufficiali e ufficiosi che si sovrappongono, si sommano e si confondono, lasciando in un limbo di ambiguità i cittadini, trattati alla stregua di pedine di un risiko vesuviano giocato da amministratori alla conquista, o alla difesa, di poltrone.

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INTEGRAZIONE:
Proprio oggi, anche Ciro Teodonno ha scritto su questo tema: “Siamo realmente convinti che le nuove modifiche al piano d’emergenza vesuviano abbiano come reale intenzione quella della gestione del rischio vulcanico o l’unico pericolo che si affronterà sarà quello dell’aumento della speculazione edilizia?” (“Il bluff della zona rossa“, in “Il Mediano”, 24 maggio 2014).

INTEGRAZIONE:
Il 31 maggio 2014 il blogger MalKo ha pubblicato un post che chiarisce la differenza tra “zona rossa 1” e “zona rossa 2“, la cui confusione sembra funzionale a logiche ben diverse da quella della prevenzione: Rischio Vesuvio: la soap opera del pericolo.

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AGGIORNAMENTO del 3 maggio 2015:
L’andamento pressoché circolare dell’attuale zona rossa del #Vesuvio, decretata nel 2013, segue principi scientifici (della vulcanologa Lucia Gurioli) più convincenti rispetto a quelli della prima versione (risalente al 1995), quando l’area di maggior rischio vulcanico seguiva acriticamente i confini dei comuni. La nuova perimetrazione, tuttavia, ha portato con sé nuove problematiche: un comune che rientra solo parzialmente all’interno della “linea Gurioli” deve applicare a tutto il suo territorio la legge regionale campana 21/2003 (che vieta l’edificazione per uso residenziale)? Il comune di Boscoreale, interessato dal quesito, ha presentato un ricorso al TAR della Campania, che gli ha dato ragione: può estrapolare dalla classificazione di zona ad alto rischio quella parte di territorio boschese che va oltre il limite Gurioli. L’ultima parola, tuttavia, ci sarà tra un mese, il prossimo 4 giugno 2015, quando la querelle sarà presentata dinnanzi al Consiglio di Stato.
Il blogger MalKo spiega la situazione nei dettagli, anche storicamente: “Rischio Vesuvio: la zona rossa sui banchi del Consiglio di Stato“.

Incongruenze della nuova zona rossa: il ricorso di Boscoreale

Ne ho accennato ieri sera in un incontro dedicato al rischio Vesuvio a Torre del Greco: la nuova zona rossa vesuviana tracciata in base alla cosiddetta “linea Gurioli” crea delle disparità tra i comuni alle pendici del vulcano perché distingue tra “zona rossa 1” e “zona rossa 2”. Il comune di Boscoreale ha fatto ricorso e il TAR della Campania gli ha dato ragione: il suo territorio è solo parzialmente soggetto ai massimi vincoli della perimetrazione del rischio. Viene da domandarsi, dunque, cosa si voglia fare nella parte esterna alla “black line” (e temo che le betoniere stiano scaldando i motori).
A questo punto è facile aspettarsi ricorsi simili da parte degli altri comuni che si trovano nella medesima situazione: Cercola, Pompei, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Torre Annunziata.
Lo spiega Malko, come sempre in maniera molto chiara:

Blog “Rischio Vesuvio”, 13 maggio 2014, QUI

RISCHIO VESUVIO E LA TEORIA DEL CIGNO NERO
di MalKo

Come avevamo ipotizzato nell’articolo del 28 maggio 2013 [che, in realtà, è addirittura del 18 gennaio 2014: QUI e QUI], il comune di Boscoreale ha fatto ricorso al tribunale amministrativo regionale (TAR), a proposito della difformità di trattamento scaturita dalla nuova rivisitazione della zona rossa Vesuvio, dettata dall’introduzione della linea nera Gurioli. La sentenza dell’8 maggio 2014 non poteva avere esito diverso, visto l’incredibile pastrocchio combinato dalla Regione Campania con la delibera che varava i nuovi scenari che avrebbero a loro dire addirittura allargato la zona rossa in favore di una maggiore tutela delle popolazioni esposte al rischio Vesuvio. Il TAR, per farla breve, ha dovuto dare ragione al comune vesuviano ricorrente

CONTINUA

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INTEGRAZIONE:
Il 31 maggio 2014 il blogger MalKo ha pubblicato un post che chiarisce la differenza tra “zona rossa 1” e “zona rossa 2“, la cui confusione sembra funzionale a logiche ben diverse da quella della prevenzione: Rischio Vesuvio: la soap opera del pericolo.

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AGGIORNAMENTO del 3 maggio 2015:
L’andamento pressoché circolare dell’attuale zona rossa del #Vesuvio, decretata nel 2013, segue principi scientifici (della vulcanologa Lucia Gurioli) più convincenti rispetto a quelli della prima versione (risalente al 1995), quando l’area di maggior rischio vulcanico seguiva acriticamente i confini dei comuni. La nuova perimetrazione, tuttavia, ha portato con sé nuove problematiche: un comune che rientra solo parzialmente all’interno della “linea Gurioli” deve applicare a tutto il suo territorio la legge regionale campana 21/2003 (che vieta l’edificazione per uso residenziale)? Il comune di Boscoreale, interessato dal quesito, ha presentato un ricorso al TAR della Campania, che gli ha dato ragione: può estrapolare dalla classificazione di zona ad alto rischio quella parte di territorio boschese che va oltre il limite Gurioli. L’ultima parola, tuttavia, ci sarà tra un mese, il prossimo 4 giugno 2015, quando la querelle sarà presentata dinnanzi al Consiglio di Stato.
Il blogger MalKo spiega la situazione nei dettagli, anche storicamente: “Rischio Vesuvio: la zona rossa sui banchi del Consiglio di Stato“.

Le perimetrazioni del rischio vesuviano

In base alle osservazioni storiche relative al comportamento eruttivo del Vesuvio e considerando la relazione fondata sul «prodotto tra la probabilità che si verifichi un determinato fenomeno vulcanico ed i relativi danni che esso è in grado di provocare»[1], gli scienziati hanno individuato diversi gradi di rischio all’interno di un’ampia area intorno al vulcano. Il Piano di Emergenza Nazionale del 1995 ha recepito tali indicazioni suddividendo il territorio in “zone di pericolosità” (che, tuttavia, sono sempre il risultato di una negoziazione). Si tratta delle zone rossa, gialla e blu.

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Clicca sull’immagine per ingrandirla.
Fonte: “Rivista Hyde Park”.

La zona rossa, recentemente ridefinita, si estende su 25 comuni (compresi tre quartieri di Napoli) ed è la più prossima al cratere; è l’area che potrebbe essere invasa da flussi piroclastici, colate di fango, lava e altri prodotti vulcanici. Si tratta, in altre parole, del territorio a maggiore pericolosità, abitato da circa 700mila persone, nel quale possono inoltre verificarsi anche gli effetti previsti nelle altre due zone (gialla e blu) e sulla quale si concentra la maggior parte del dibattito pubblico e delle iniziative politiche relative al rischio vesuviano.

La zona gialla corrisponde all’area su cui potrebbero cadere ceneri e lapilli, pericolosi per la respirazione e, accumulandosi sui tetti, per il crollo degli edifici. Si tratta di una regione ampia 1.100 kmq, corrispondente a 96 comuni posti a nord-est, est, sud e sud-est del Vesuvio delle province di Napoli, Avellino, Benevento e Salerno. Nel Piano è specificato che in base allo scenario del 1631, «solo il 10% della zona gialla sarà effettivamente coinvolto dalla ricaduta di particelle, subendo danneggiamenti»[2]. La difficoltà nell’accertare in anticipo i luoghi interessati dipende dall’impossibilità di prevedere in quale direzione il vento sposterà la nube eruttiva (che dipenderà anche dalla stagione dell’anno in cui si verificherà l’eruzione). Nel suo complesso la zona gialla è attualmente abitata da oltre un milione di persone.

La zona blu, infine, comprende 14 comuni della conca del nolano, a nord-est del vulcano, su una superficie di 100 kmq. Come la precedente, anche quest’area sarà evacuata ad evento in corso, a causa della possibilità di inondazioni e alluvioni causati dal trascinamento di cenere ad opera della pioggia che, sempre, segue un’eruzione.

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Note:
[1] A. Rapolla – G. Rolandi – C. Bais, Aspetti geofisici, vulcanologici e geosismici, in AA.VV., Il rischio Vesuvio. Strategie di prevenzione e di intervento, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Giannini Editore, Napoli, 2003.
[2] Piano di emergenza Vesuvio, Dipartimento della Protezione Civile.

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Ulteriori informazioni sono fornite da MalKo in QUESTO post del 12 marzo 2014.

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AGGIORNAMENTO del 15 maggio 2014:
Ne ho accennato ieri sera in un incontro dedicato al rischio Vesuvio a Torre del Greco: la nuova zona rossa vesuviana tracciata in base alla cosiddetta “linea Gurioli” crea delle disparità tra i comuni alle pendici del vulcano perché distingue tra “zona rossa 1” e “zona rossa 2”. Il comune di Boscoreale ha fatto ricorso e il TAR della Campania gli ha dato ragione: il suo territorio è solo parzialmente soggetto ai massimi vincoli della perimetrazione del rischio. Viene da domandarsi, dunque, cosa si voglia fare nella parte esterna alla “black line” (e temo che le betoniere stiano scaldando i motori). A questo punto è facile aspettarsi ricorsi simili da parte degli altri comuni che si trovano nella medesima situazione: Cercola, Pompei, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Torre Annunziata. Lo spiega Malko, come sempre in maniera molto chiara: Rischio Vesuvio e la teoria del cigno nero (13 maggio 2014) (e lo aveva preannunciato già un anno prima, in questo post del 28 maggio 2013).

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AGGIORNAMENTO del 3 maggio 2015:
L’andamento pressoché circolare dell’attuale zona rossa del #Vesuvio, decretata nel 2013, segue principi scientifici (della vulcanologa Lucia Gurioli) più convincenti rispetto a quelli della prima versione (risalente al 1995), quando l’area di maggior rischio vulcanico seguiva acriticamente i confini dei comuni. La nuova perimetrazione, tuttavia, ha portato con sé nuove problematiche: un comune che rientra solo parzialmente all’interno della “linea Gurioli” deve applicare a tutto il suo territorio la legge regionale campana 21/2003 (che vieta l’edificazione per uso residenziale)? Il comune di Boscoreale, interessato dal quesito, ha presentato un ricorso al TAR della Campania, che gli ha dato ragione: può estrapolare dalla classificazione di zona ad alto rischio quella parte di territorio boschese che va oltre il limite Gurioli. L’ultima parola, tuttavia, ci sarà tra un mese, il prossimo 4 giugno 2015, quando la querelle sarà presentata dinnanzi al Consiglio di Stato.
Il blogger MalKo spiega la situazione nei dettagli, anche storicamente: “Rischio Vesuvio: la zona rossa sui banchi del Consiglio di Stato“.

La perimetrazione del rischio è una negoziazione

La mappa dei rischi, dice Mathilde Gralepois, è un «potente vettore di norme sociali, istituzionali e politiche» che si definiscono sullo spazio. Lungi dall’essere uno strumento neutrale o esclusivamente scientifico, essa oscilla sempre tra l’essere il risultato di una negoziazione e il divenire la scena di una controversia. La zona rossa vesuviana, sia per la sua localizzazione, che rileva la vulnerabilità dei luoghi anche ad osservatori non esperti, sia per l’attenzione di cui è investita all’interno del Piano di Emergenza Nazionale, è, di fatto, l’oggetto principale di dibattiti pubblici e di provvedimenti legislativi in merito al rischio vulcanico dell’area. La sua storia, dal 1995 ad oggi, è ricca di episodi che delineano, appunto, una contrattazione che ha poco del rigore esclusivamente scientifico. Tale zonizzazione del rischio, cioè, ha una natura fortemente politica, perché si tratta di uno spazio interpretativo in cui gli attori locali difendono obiettivi e interessi divergenti.
Nell’ultimo anno, il carattere negoziale della perimetrazione del rischio è riemerso con evidenza a proposito del processo di allargamento della zona rossa e tuttora alcuni amministratori locali continuano a proclamare l’intenzione di riconsiderare quella delimitazione o, quanto meno, i suoi vincoli.
Proprio oggi, ad esempio, è apparso un articolo su “Il fatto vesuviano” in cui si parla della volontà da parte dei sindaci della zona rossa vesuviana di avanzare proposte collettive per il “rilancio” dei propri territori. Ciò rappresenta un punto molto delicato perché pone un dilemma di difficile soluzione: bisogna sostenere lo “sviluppo economico” di quei comuni o questo può risultare incoerente con la necessità di mitigare il rischio vulcanico? Rispetto a tale preoccupazione, infatti, è unanimemente riconosciuto che l’alto tasso di vulnerabilità dell’area sia dovuto al suo sovraffollamento e alla sua congestione, per cui, per quanto possa apparire cinico, sembrerebbe logico rendere “meno appetibili” quei comuni al fine di favorirne una drastica decrescita urbana. E’ un dilemma serio ed io, sinceramente, non ho una risposta. Tuttavia non me la sento in alcun modo di picconare la zona rossa e il parco nazionale che, senza dubbio, hanno introdotto limiti e condizioni molto stringenti, di cui molti non riescono a cogliere l’utilità.
Alcuni sindaci della zona ripetono con una certa insistenza che i propri territori sarebbero «mortificati da dieci anni di blocco totale derivanti dalla zona rossa» e, più in particolare, dalla legge regionale 21/2003. Per mezzo del loro capofila – l’attuale sindaco di Sant’Anastasia Carmine Esposito, che da anni attribuisce alla zona rossa ogni male dell’area vesuviana – hanno annunciato che a breve esprimeranno «un’unica linea politico-amministrativa sulle priorità comuni». Tra le tante necessità indicate (valorizzazione, tutela, sicurezza, vie di fuga… che non si capisce perché siano ritenute ostacolate dalla zona rossa) ce n’è una, però, che suona piuttosto stonata e sospetta: «avviare un sistema virtuoso per la rigenerazione e la riqualificazione edilizia ed urbanistica che, tra l’altro, potrebbe contribuire a rimettere in moto realmente l’economia locale».
Su questo credo che non ci sia possibilità di “trattativa”, a meno che non si sia disposti a svuotare completamente di senso una perimetrazione del rischio che, agli occhi del mondo intero, appare come il primo ed essenziale passo di qualsiasi processo di protezione civile.

NB: queste notizie sono riportate anche dal webjournal “Corso Italia News“.

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CONSIDERAZIONI del 24 maggio 2014:
La “nuova zona rossa vesuviana” è un caso molto interessante per osservare le dinamiche della negoziazione politica intorno alla perimetrazione del rischio. Procediamo con ordine.
A fine dicembre 2012 la Protezione Civile e la Regione Campania hanno annunciato una nuova mappatura rispetto a quella del 1995, stavolta basata su un forte principio scientifico, la cosiddetta “linea Gurioli”, dalla studiosa che ha analizzato la ricaduta di ceneri e altri prodotti vulcanici intorno al Vesuvio. Si tratta, in sostanza, di un cerchio che tocca 25 comuni, rispetto ai 18 precedenti (si veda la mappa), ufficializzato nel luglio 2013. E’ da specificare che la precedente perimetrazione del rischio seguiva i confini esterni dei comuni interessati, per cui ne risultava una linea frastagliata e incomprensibilmente deforme rispetto alla circonferenza del vulcano. La nuova linea, certamente più esplicita dal punto di vista scientifico, abbandona la sovrapposizione ai confini comunali e dichiara “zona rossa” solo il territorio posto al suo interno. Ciò ha avuto due conseguenze: l’aumento del numero di comuni coinvolti (da 18 a 25, appunto) e una maggior confusione in merito alla pianificazione dell’emergenza e alla gestione urbanistica dei territori parzialmente coinvolti dalla “linea Gurioli”. Ne è derivata una doppia illusione: da un lato il numero di comuni è cresciuto, ma la superficie della zona rossa non si è allargata; dall’altro lato il numero di abitanti da evacuare viene ritenuto molto più alto perché calcolato sommando le intere popolazioni dei comuni “a rischio”, mentre invece, a rigore, dovranno essere sfollati solo coloro che risiedono all’interno della “black line” (e il cui numero, al momento, è semplicemente sconosciuto).
E’ in questa congiuntura che si sviluppa la negoziazione della perimetrazione del rischio di cui parlavo: esistono diversi comuni che sono toccati solo in parte dalla “linea Gurioli” e i loro amministratori – come tutti noi, d’altronde – non hanno ancora ben chiaro se le leggi restrittive in materia edilizia e le procedure di emergenza dovute allo speciale status della zona rossa siano da applicare all’intero territorio comunale o solo ad una parte di esso.
Il primo comune a sollevare obiezioni sulla nuova zona rossa è stato Scafati, sfiorato dalla “linea Gurioli” (si veda la mappa): nel gennaio 2013 il sindaco Pasquale Aliberti si è “ribellato” alla nuova perimetrazione sostenendo che “Scafati prova a uscire dall’area a rischio” (di Floriana Longobardi, in “Il Mattino”, 16 gennaio 2013), una posizione critica che l’assessore regionale alla Protezione Civile Eduardo Cosenza ha provato a riassorbire nel febbraio 2013, quando in un convegno ha spiegato che: “Scafati rientra sì nella zona rossa, ma in quella di tipo due. In pratica nella cittadina al confine di Pompei, arriverebbero solo ceneri (e non lava o fuoco) e quindi basterà̀ prevedere delle modifiche alle norme tecniche per quella determinata area, ed il gioco sarà̀ fatto” (in “Agro24”, 11 febbraio 2013).
La moltiplicazione delle definizioni (zona rossa, gialla, 1, 2 e così via) ha creato una certa confusione che è conveniente riordinare: la “zona rossa 2” (ovvero la quota di territorio esterna alla “linea Gurioli” nei comuni che sono toccati da questa) è, in sostanza, la vecchia “zona gialla”, per cui, se Scafati è stata – ma con quale atto? – estromessa per intero dalla zona a più alto rischio, nulla cambia dal punto di vista urbanistico e della pianificazione del rischio rispetto alla situazione delineata nel 1995, sebbene rientri ancora nel nuovo elenco dei comuni gemellati con altre regioni italiane, dunque da evacuare (in Sicilia) in caso di allarme.
Ai primi di maggio 2014, poi, c’è stato il caso (questo sì, ufficiale) di Boscoreale (che è un comune già presente per intero nella precedente zona rossa), a cui il Tribunale Amministrativo della Regione Campania ha riconosciuto il diritto di distinguere il proprio territorio tra quello interno alla “linea Gurioli” e quello esterno, dunque di sottoporlo a due diversi regimi urbanistici, che per Boscoreale, in sostanza, significa riavviare l’edilizia dopo quasi vent’anni di blocco. Come ha ben spiegato Malko (il 13 maggio 2014, ma lo aveva preannunciato già un anno prima, il 28 maggio 2013), a questo punto è facile aspettarsi ricorsi simili da parte degli altri comuni che si trovano nella medesima situazione: Cercola, Pompei, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Torre Annunziata.
La morale di questa situazione è che, a dispetto della retorica razionalista, ogni zona a rischio può essere modificata come se si trattasse di un elastico: a piacimento o, per meglio dire, a peso politico. Nulla di nuovo, per la verità: come ho già scritto qui sopra, ogni perimetrazione del rischio è una negoziazione, ma è opportuno ribadirlo per non cadere nell’illusione che le zone rosse siano rigorosamente scientifiche. Al contrario, come dimostra il caso del Vesuvio, l’area a più alto rischio viene continuamente modificata, tirata, slabbrata, talvolta derogata, per opportunità o convenienza, in una proliferazione di definizioni e di livelli ufficiali e ufficiosi che si sovrappongono, si sommano e si confondono, lasciando nel limbo i cittadini, trattati alla stregua di pedine di un risiko vesuviano giocato da amministratori alla conquista, o alla difesa, di poltrone.

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AGGIORNAMENTO del 3 maggio 2015:
L’andamento pressoché circolare dell’attuale zona rossa del #Vesuvio, decretata nel 2013, segue principi scientifici (della vulcanologa Lucia Gurioli) più convincenti rispetto a quelli della prima versione (risalente al 1995), quando l’area di maggior rischio vulcanico seguiva acriticamente i confini dei comuni. La nuova perimetrazione, tuttavia, ha portato con sé nuove problematiche: un comune che rientra solo parzialmente all’interno della “linea Gurioli” deve applicare a tutto il suo territorio la legge regionale campana 21/2003 (che vieta l’edificazione per uso residenziale)? Il comune di Boscoreale, interessato dal quesito, ha presentato un ricorso al TAR della Campania, che gli ha dato ragione: può estrapolare dalla classificazione di zona ad alto rischio quella parte di territorio boschese che va oltre il limite Gurioli. L’ultima parola, tuttavia, ci sarà tra un mese, il prossimo 4 giugno 2015, quando la querelle sarà presentata dinnanzi al Consiglio di Stato.
Il blogger MalKo spiega la situazione nei dettagli, anche storicamente: “Rischio Vesuvio: la zona rossa sui banchi del Consiglio di Stato“.

La nuova zona rossa vesuviana

Con la Delibera n. 250 del 26 luglio 2013 la Giunta Regionale della Campania ha definito la nuova «Delimitazione della zona rossa 1 e della zona rossa 2 del piano di emergenza dell’area vesuviana» e ha appurato le proposte comunali in merito a tale riperimetrazione. L’atto è stato pubblicato sul «Bollettino ufficiale della Regione Campania» n. 41 del 29 luglio 2013: QUI (e allegati dai singoli comuni: 1, 2, 3, 4, 5, 6) (sono tutti pdf con download diretto).
La nuova zonizzazione era stata annunciata all’inizio del 2013 (QUI ho raccolto numerosi articoli) e aveva suscitato ampi dibattiti a livello locale, soprattutto per quanto riguarda il caso di Napoli (QUI la cronaca di un consiglio comunale di fine giugno). La Protezione Civile ha individuato una linea “scientifica” («linea Gurioli») che delimita la zona di massimo rischio in caso di eruzione e che tocca 24 comuni, rispetto ai 18 della precedente perimetrazione. Le nuove municipalità interessate hanno dovuto recepire le indicazioni della Protezione Civile e individuare i confini esatti della zona rossa all’interno del loro territorio (ma chissà cosa accadrà con quei comuni della precedente zona rossa che hanno una quota del loro territorio esterna alla «linea Gurioli»).

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Con questo aggiornamento vengono definite due tipologie di zona rossa (ma la seconda è nient’altro che la “vecchia” zona gialla):

a) Zona rossa 1: «area ad elevato rischio vulcanico, ossia l’area ad alta probabilità di invasione dai flussi piroclastici, ovvero il territorio delimitato dalla linea di invasione dei flussi piroclastici (linea che delimita l’area a media frequenza (invasione >1 evento) di invasione per le principali eruzioni, pliniane e sub pliniane, al Somma – Vesuvio da parte di flussi piroclastici negli ultimi 22.000 anni di attività)».

b) Zona rossa 2: «area ad elevato probabilità di crolli delle coperture degli edifici, ossia l’area in cui è probabile che importanti accumuli di depositi di cenere da caduta determinino il collasso delle coperture più vulnerabili ovvero porzioni di territorio individuate nell’ambito dei progetti di ricerca Europei e Nazionali “Exploris” e “Speed”».

Come in ogni negoziazione, ci sono delle eccezioni al principio generale. Il comune di Scafati, che è toccato per una minima parte dalla «linea Gurioli», è stato fatto rientrare integralmente nella zona rossa 2 (cioè nella ex zona gialla, di cui faceva già parte). Inoltre, è stato deciso che l’enclave di Pomigliano d’Arco dentro il perimetro di Sant’Anastasia e quella di Ottaviano dentro il perimetro di Nola rientrano nella zona rossa 1 (in effetti, in passato, erano spesso citati come esempi dell’inadeguatezza del Piano di Emergenza).
In complesso, come ha affermato l’assessore regionale alla Protezione Civile Edoardo Cosenza, la popolazione interessata – dunque da evacuare in caso di eruzione – passa da 550mila a 700mila persone (ne ha scritto «Il fatto vesuviano» il 29 luglio 2013, riportando anche altre dichiarazioni da tenere a mente, ad esempio riguardo la SS268).

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La notizia è anche sul website della Regione Campania.

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AGGIORNAMENTO del 7 dicembre 2013:
In merito al concetto di negoziazione della perimetrazione del rischio, segnalo un articolo apparso oggi su “Il fatto vesuviano“. Vi si parla dell’intenzione da parte dei sindaci della zona rossa vesuviana di avanzare proposte comuni per il “rilancio” dei propri territori.
Si tratta di un punto delicato: si deve sostenere lo “sviluppo economico” dei comuni della zona rossa vesuviana? Rispetto al rischio vulcanico, è unanimemente riconosciuto che l’alto tasso di vulnerabilità dell’area è dato dal suo sovraffollamento, per cui sembrerebbe logico rendere “meno appetibili” quei comuni. E’ un dilemma serio ed io, sinceramente, non ho una risposta. Tuttavia non me la sento in alcun modo di picconare la zona rossa e il parco nazionale che, senza dubbio, hanno introdotto vincoli molto stringenti.
Alcuni sindaci della zona tornano regolarmente su questo argomento, quello, appunto, dei propri territori «vincolati e bloccati» dalla legge regionale 21/2003 e, perciò, «mortificati da dieci anni di blocco totale derivanti dalla zona rossa». Per mezzo del loro capofila, l’attuale sindaco di Sant’Anastasia che da anni attribuisce alla zona rossa ogni male dell’area vesuviana, hanno annunciato che a breve esprimeranno «un’unica linea politico-amministrativa sulle priorità comuni». Tra le tante necessità indicate (valorizzazione, tutela, sicurezza, vie di fuga… che non si capisce perché siano ostacolate dalla zona rossa) c’è, però, quella che suona più stonata di tutte: «avviare un sistema virtuoso per la rigenerazione e la riqualificazione edilizia ed urbanistica che, tra l’altro, potrebbe contribuire a rimettere in moto realmente l’economia locale». Questa, alle mie orecchie, suona come voglia di cemento.
Ne ha scritto anche il webjournal sorrentino “Corso Italia News“.

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AGGIORNAMENTO del 14 dicembre 2013:
Dove andare in caso di allarme vesuviano? Il Piano di Emergenza Nazionale redatto nel 1995 prevede dei gemellaggi tra i comuni della “zona rossa” e le regioni italiane (wikipedia), ma con la nuova zona rossa delineata nel 2013 cambiano anche tali gemellaggi, sui quali tuttavia c’è ancora confusione.
Ne ha scritto Angelo Lomonaco sul “Corriere del Mezzogiorno” del 14 dicembre 2013, «Chi vive a Nola va in Val d’Aosta». Dove fuggire se erutta il Vesuvio.
Sulla questione dei gemellaggi ho scritto QUESTO.

AGGIORNAMENTO del 14 febbraio 2014:
E’ stata approvata la nuova tabella dei gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni d’Italia.
Ne ho scritto QUI.

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AGGIORNAMENTO del 15 maggio 2014:
Ne ho accennato ieri sera in un incontro dedicato al rischio Vesuvio a Torre del Greco: la nuova zona rossa vesuviana tracciata in base alla cosiddetta “linea Gurioli” crea delle disparità tra i comuni alle pendici del vulcano perché distingue tra “zona rossa 1” e “zona rossa 2”. Il comune di Boscoreale ha fatto ricorso e il TAR della Campania gli ha dato ragione: il suo territorio è solo parzialmente soggetto ai massimi vincoli della perimetrazione del rischio. Viene da domandarsi, dunque, cosa si voglia fare nella parte esterna alla “black line” (e temo che le betoniere stiano scaldando i motori). A questo punto è facile aspettarsi ricorsi simili da parte degli altri comuni che si trovano nella medesima situazione: Cercola, Pompei, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Torre Annunziata. Lo spiega Malko, come sempre in maniera molto chiara: Rischio Vesuvio e la teoria del cigno nero (13 maggio 2014) (e lo aveva preannunciato già un anno prima, in questo post del 28 maggio 2013).

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AGGIORNAMENTO del 3 maggio 2015:
L’andamento pressoché circolare dell’attuale zona rossa del #Vesuvio, decretata nel 2013, segue principi scientifici (della vulcanologa Lucia Gurioli) più convincenti rispetto a quelli della prima versione (risalente al 1995), quando l’area di maggior rischio vulcanico seguiva acriticamente i confini dei comuni. La nuova perimetrazione, tuttavia, ha portato con sé nuove problematiche: un comune che rientra solo parzialmente all’interno della “linea Gurioli” deve applicare a tutto il suo territorio la legge regionale campana 21/2003 (che vieta l’edificazione per uso residenziale)? Il comune di Boscoreale, interessato dal quesito, ha presentato un ricorso al TAR della Campania, che gli ha dato ragione: può estrapolare dalla classificazione di zona ad alto rischio quella parte di territorio boschese che va oltre il limite Gurioli. L’ultima parola, tuttavia, ci sarà tra un mese, il prossimo 4 giugno 2015, quando la querelle sarà presentata dinnanzi al Consiglio di Stato.
Il blogger MalKo spiega la situazione nei dettagli, anche storicamente: “Rischio Vesuvio: la zona rossa sui banchi del Consiglio di Stato“.