Il racconto del Vesuvio sulla stampa degli ultimi giorni

Negli ultimi tempi mi torna spesso in mente un passaggio di un post di Hamilton Santià riportato nei primi giorni del 2014 su “Ciwati”:

«Lo ammetto, ho sempre creduto all’utopia della rete come luogo della costruzione di una nuova cittadinanza consapevole, di una nuova diffusione della conoscenza. Per questo mi sento a disagio quando vedo che ad oggi internet è solo un enorme bar in cui ognuno dice la sua e lo dice in maniera più violenta perché non esistono più quei confini del corpo».

Il riferimento era alle parole d’odio che spudoratamente ogni giorno vengono vomitate sul web contro il nemico di turno (in quel caso era addirittura Pierluigi Bersani ricoverato d’urgenza in ospedale), ma più in generale vi si esprimeva sconforto verso una speranza digitale tradita. La rete, infatti, da possibile strumento di sviluppo di un’intelligenza più ampia e collettiva, al momento è spesso preda di una moltitudine piuttosto chiassosa che esprime giudizi improvvisati su qualsiasi cosa e che diffonde svariate notizie infondate (o dalle fonti inconsistenti), generalmente catastrofiste. Sembrerebbe un fenomeno spontaneo dovuto ad un generale abbassamento della soglia del pudore e della cautela, ma probabilmente lo è solo in parte perché, al contrario, frequente è il caso di notizie (o pseudo tali) che vengono costruite da organi di stampa in cerca di audience: il clamore, facendo rumore, attira sempre un certo flusso di visitatori su determinate pagine web e questo, in concreto, significa vendita di banner pubblicitari, cioè aumento degli introiti di denaro. Ciò accade ad ogni livello: dai webjournal più autorevoli che non si fanno mancare il “boxino morboso” e i cuccioli di dalmata, fino ai notiziari locali che propongono articoli sensazionalistici, passando per blog specializzati in teorie del complotto, unicamente votati a creare scalpore e momentanea indignazione. Nel settore dell’informazione, però, talvolta può essere una notizia l’informazione stessa, ovvero un giornale può riferire ciò che raccontano i concorrenti o gli altri media e può spiegare il modo in cui lo fanno. Per avere una loro dignità, tuttavia, articoli del genere necessitano di un punto di vista chiaro, di un taglio teorico ed interpretativo esplicito, altrimenti l’effetto è quello di un’illusione ottica o di un’operazione di plagio.
All’interno delle multiformi dinamiche assunte dalla comunicazione contemporanea, il Vesuvio è molto presente; il vulcano napoletano – come ho già scritto qualche tempo fa – è una notizia di per sé, figurarsi quando sulle sue pendici vi si registra anche solo una lieve scossa sismica; non mancano, però, per completare il quadro, nemmeno gli articoli metagiornalistici, come quello edito il 18 febbraio 2014 dal website de “Il Mattino”.

Ieri il principale quotidiano di Napoli ha pubblicato un pezzo non firmato che non avrebbe sfigurato sul blog di un Luke Thomas qualsiasi [chi è], un testo assemblato raccattando tra le cialtronerie diffuse da una serie di website di “serie c” e confezionato senza alcuna capacità critica, per di più senza nemmeno motivazioni di cronaca (sul web, l’ultima ondata apocalittica vesuviana si è avuta durante le festività natalizie 2013-2014 e, per porvi un argine, lo stesso direttore dell’OV ha dovuto scriverne una nota).
Nel pezzo in questione, intitolato “«Un milione di vittime per la prossima eruzione del Vesuvio». La paura corre sul web“,  viene ampiamente citata una dichiarazione di Flavio Dobran, di cui tuttavia non è mai fornita la fonte originaria: l’articolo sostiene che provenga da «uno studio pubblicato nei mesi scorsi», ma non ne indica il titolo, la rivista, la casa editrice, un abstract, un link… niente. Inoltre, quelle parole circolano sul web da almeno due anni, non da qualche mese: 

«All’improvviso il Vesuvio che sonnecchia dal 1944 esploderà con una potenza mai vista. Una colonna di gas, cenere e lapilli s’innalzerà per duemila metri sopra il cratere. Valanghe di fuoco rotoleranno sui fianchi del vulcano alla velocità di 100 metri al secondo e una temperatura di 1000 gradi centigradi, distruggendo l’intero paesaggio in un raggio di 7 chilometri spazzando via case, bruciando alberi, asfissiando animale, uccidendo forse un milione di esseri umani. Il tutto, in appena 15 minuti».

Per quanto catastrofista e disarmante, la drammatica ipotesi avanzata da Dobran non è affatto irreale, tuttavia delinea solo uno tra gli scenari possibili. Al momento, infatti, nessuno sul pianeta è in grado di (pre)dire l’entità, le modalità e i tempi del risveglio del Vesuvio (e se qualcuno lo afferma è un cialtrone, senza appello). Che avvenga tra 1 anno o tra 2 secoli, la prossima eruzione potrebbe essere subpliniana (come nel 1631: catastrofica), pliniana (come nel 79 dC: spaventosa), ancora più potente (come 3800 anni fa: infernale) o, al contrario, modesta (come quella del 1944: improbabile, ma non è escluso). Considerando le lacune e i ritardi dell’attuale Piano di Emergenza, anche io sono piuttosto pessimista e temo che una eventuale eruzione possa causare una tragedia senza precedenti, tuttavia, per essere operativi, la questione che bisogna porsi è la seguente: tra i vari scenari possibili, a quale possiamo dare delle risposte concrete? per quale tipo di eruzione siamo in grado di organizzare un piano di protezione civile realistico? Verosimilmente solo quello del 1631, devono essersi risposti nel 1995 gli estensori della prima versione del Piano. Forse è una sottostima, io non sono in grado di confutarlo, ma sarei meno preoccupato se la colossale macchina organizzativa che comunque è necessaria, si avviasse seriamente già su questo scenario, nonostante difetti e carenze.
Di Dobran sono disponibili dei testi scientifici sul vulcano, ma anche contributi in merito alla pianificazione dell’emergenza. Su quest’ultimo aspetto, in particolare, è piuttosto stimolante il volume Vesuvius 2000: education, security and prosperity (a cura di F. Dobran, edito nel 2006 da Elsevier Science & Technology), in cui vi è delineata una logica di convivenza col vulcano alternativa a quella emergenziale del Piano della Protezione Civile. Secondo Dobran, infatti, si dovrebbe puntare a «disegnare e costruire» un ambiente «sicuro e prospero» per i vesuviani, per cui la «grande sfida» è che «le popolazioni intorno al vulcano acquisiscano la consapevolezza dell’ambiente in cui vivono e partecipino alla soluzione di questa difficile situazione». L’obiettivo di «un nuovo paradigma per i vesuviani», cioè, passerebbe per una sorta di “uomo nuovo”, rigenerato dall’educazione e dalla conoscenza, così come dalla partecipazione democratica e dalla moderna tecnologia.
Com’è intuibile, s
i tratta di un obiettivo forse ideale, ma che tuttavia si pone in maniera costruttiva rispetto alla questione di fondo, per cui ho difficoltà a comprendere la ratio (giornalistica) del rilanciare periodicamente allarmi di entità inapprocciabile: ripetere che moriranno «un milione di esseri umani in 15 minuti» ha un qualche altro scopo, oltre a quello di determinare la paralisi di qualsiasi iniziativa? D’altra parte, cosa si vuole proteggere se sparirà ogni forma di vita in un quarto d’ora? Ebbene, forse è il caso di ribadire ancora una volta che:

«È fondamentale quindi che l’intero sistema di protezione civile – di cui anche gli organi di informazione fanno parte – affronti con equilibrio i temi legati al rischio sismico, senza cadere negli eccessi di rassicurazione, da una parte, o allarmismo, dall’altra» (DPC e INGV, 28 agosto 2013, qui)

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Negli ultimi giorni, però, l’attenzione mediatica al Vesuvio è stata particolarmente alta anche per un ulteriore fattore: la definizione governativa dei nuovi gemellaggi tra i comuni della zona rossa e le regioni d’Italia. L’altro ieri sera, 17 febbraio 2014, il principale telegiornale italiano ne ha trasmesso un servizio, soffermandosi sulle scarse e scarne vie di fuga e raccogliendo alcune testimonianze degli abitanti. Tra queste se ne distinguono due:

Anziana: «Addò ce mànnano? Che putìmmo fà?»
Giornalista: «Vi mandano in Veneto»
Anziana: «Veneto? E dove si trova il Veneto?».

Giornalista: «Lei si è mai sentito minacciato dal Vesuvio?»
Giovane: «No, mai».

Seguendo in diretta, ho immaginato il pensiero dell’intera nazione in quell’istante: «ignoranti e insensibili, sono pazzi questi vesuviani». L’abusivismo, i condoni che periodicamente lo legalizzano, la mancanza di strade adeguate, l’impreparazione all’emergenza sono problemi reali ed enormi, ma sono innanzitutto prodotti storici, ovvero sono il frutto di scelte o di mancate scelte. L‘entità del rischio vesuviano, in altre parole, è dato dall’assenza di pianificazione territoriale e da una politica (locale e non solo) votata al rimando. Ma c’è di più. Come tendo a ripetere spesso, nel caso vesuviano è del tutto insufficiente una comunicazione coordinata ed autorevole da parte delle istituzioni, un dialogo aperto con gli abitanti che eviti allarmismi ingiustificati, un colloquio durevole e comprensibile che porti il Tg1 – visto che ne sto parlando – ad evitare inutili montaggi  sensazionalistici, perché, a rigore, non è necessario che un’anziana sappia dove si trova il Veneto, ma è fondamentale che sappia in quale piazza del paese debba presentarsi in caso di allarme affinché qualcuno la porti in Veneto.

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Infine, e tocco ancora un caso giornalistico, come viene raccontato il rischio vesuviano nel resto d’Italia? Il 15 febbraio 2014 il quotidiano trentino “L’Adige” ha scritto dei nuovi gemellaggi tra i comuni della zona rossa e le regioni italiane, che questa volta interessano anche Trento e Bolzano. Nel precedente elenco, infatti, tali province non erano coinvolte, mentre adesso, con la nuova perimetrazione del rischio vulcanico, è stato previsto che accolgano i 14mila abitanti di Pollena Trocchia. L’idea, tuttavia, non sembra essere stata recepita con particolare entusiasmo tra le Dolomiti, se l’autore del pezzo definisce questa decisione come «l’ultimo “regalino” del governo Letta». Necessariamente, a questo punto, mi sembra opportuno riproporre una domanda già posta in calce ad un precedente mio intervento:

«le altre regioni del nostro Paese lo sanno che il “rischio Vesuvio” riguarda anche loro? Si stanno attrezzando per l’accoglienza degli eventuali sfollati napoletani? Il Piano di Emergenza (giusto, sbagliato, incompleto, sottostimato e così via) è comunque “nazionale”, lo sa il resto d’Italia?»

Su quest’ultimo caso spero di riuscire a recuperare gli articoli dei giornali locali delle altre regioni. Se chi capita su questo blog vuole collaborare in tal senso, ne sarei molto contento.

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AGGIORNAMENTO del 23 febbraio 2014:
Le voci allarmistiche sul Vesuvio continuano e, per la terza volta dall’inizio del 2014, il direttore dell’Osservatorio Vesuviano ha pubblicato una nota per chiarire che il vulcano napoletano si trova sempre nello stesso stato: quiescente.

«AVVISO del 21/02/2014
Negli ultimi giorni si è diffuso, per l’ennesima volta, un allarmismo ingiustificato sullo stato del Vesuvio. Tale allarme deriva, a nostra conoscenza e per quanto riferito dalle persone che ci contattano, da due fonti: la prima è una ricostruzione giornalistica, sembra a firma di un ricercatore americano e che viene riportata ogni volta che si diffondono voci allarmistiche sui nostri vulcani, dei dettagli catastrofici di un’eruzione pliniana del Vesuvio; la seconda sarebbe una errata interpretazione del fatto che, essendo stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la nuova legge sui piani di emergenza Vesuvio, essa diventerà operativa entro 45 giorni. Questo fatto sarebbe stato erroneamente interpretato nel senso che ‘fra 45 giorni diventerebbe operativa (ossia inizierebbe) l’evacuazione’. Questa errata ed assurda interpretazione, che sembra stia ricorrendo sul web tramite i ‘social network’ è, ribadiamo, assolutamente falsa. Nel contempo, ribadiamo ancora una volta che l’attuale stato del Vesuvio è lo stesso che persiste dal 1944 ad oggi, ossia di quiescenza. Non c’è alcuna evidenza di attività anomala che potrebbe indicare una ripresa imminente di attività; anzi, l’attuale sismicità di fondo, che è assolutamente normale su ogni vulcano ed è normalmente registrata al Vesuvio dal 1944 ad oggi, è notevolmente più bassa che nel passato. Quindi, per quanto possa essere spaventosa una ricostruzione giornalistica (o cinematografica) di un’eruzione catastrofica, bisogna comprendere la differenza tra ‘possibile’, ‘probabile’ ed ‘imminente’. Eruzioni estremamente violente del Vesuvio (come di ogni vulcano esplosivo) sono certamente ‘possibili’, ma non sono ‘probabili’ (nel senso che per fortuna sono eventi rari), nè sono tantomeno, assolutamente, ‘imminenti’.
a cura del Direttore Giuseppe De Natale – http://www.ov.ingv.it/ov/ ».

La Costa Concordia «come se»

«Il naufragio della Costa Concordia è un monumento alla stupidità umana», ha scritto Marco Imarisio nel suo instant-book “Concordia. La vera storia”. «Davanti alla follia e alla stupidità umana ogni sapere, ogni progresso tecnologico diventa inutile. Questa, nel bene e nel male, è una storia di uomini, dei loro piccoli gesti di coraggio, soprattutto delle loro grandi debolezze. […] Questa è una tragedia degli uomini». La sera del 13 gennaio 2012 una macchina strabiliante, una raffinata opera dell’ingegno, aveva dimostrato la sua grande fragilità: bastava affidarla ad un uomo che non ne era all’altezza e tutta la sua forza e magnificenza potevano svanire in pochi istanti. In altre parole, l’affondamento di quella nave sembrava rivelare che la stupidità era più forte dell’intelligenza.
Dopo 20 mesi, oggi 16 settembre 2013 l’attesa per il recupero del relitto accasciato davanti all’isola del Giglio è notevole anche perché, a leggere i titoli dei giornali e ad ascoltare gli esperti, pare essere in gioco un riscatto del razionale sull’irrazionale o, per riprendere i termini di Imarisio, dell’intelligenza sulla stupidità. Tornando su quel che accadde nel gennaio 2012, è come se allora ci fosse stato una specie di trionfo dell’illogico: l’incidente era stato provocato dal cosiddetto “inchino” della nave, una pratica assurda, sebbene da anni tollerata da tutte le autorità in numerose località costiere italiane; il comportamento del capitano era stato inconcepibile (e vigliacco); le prime testimonianze dei naufraghi erano tutte (comprensibilmente) emotive: «E’ stato veramente un incubo, in confronto le scene del Titanic facevano meno paura»; il paese di origine del capitano si ostinava a difendere il proprio concittadino (qui provai a individuare qualche spiegazione); qualche mezzo di informazione non aveva disdegnato di dare spazio a congetture fantasiose, osservando che il naufragio era «accaduto di venerdì 13» e ricordando che il varo del 2006 «fu sfortunato» perché «non si ruppe la bottiglia» (da cui numerose “leggende” sulla supposta maledizione della nave) [raccolsi alcune informazioni qui].
Nel corso di questo anno e mezzo che ci separa da quella tragica notte, il relitto della Costa Concordia è diventato una sorta di sfondo fotografico per turisti e un souvenir da portare a casa (sono state messe in commercio t-shirt e cartoline, ma anche pezzi di scoglio, riproduzioni, miniature); e tutto questo in virtù del fatto che quella nave si è trasformata in un oggetto culturale, cioè in un tema dotato di una propria dimensione simbolica. La Concordia è stata presto riconosciuta sia come la testimonianza di un fatto storico, sia come una allegoria dell’attuale condizione italiana. Nel primo caso si parlò de «La nave di maggior tonnellagio mai affondata» e ancora oggi si riferisce che quello in atto è «il più grande recupero mai tentato» (un primato, d’altronde, che fu individuato già l’indomani del disastro: qui), mentre nel secondo si fa allusione alla crisi economica del Paese e all’inadeguatezza della sua classe dirigente: lo hanno sostenuto in molti, tra i quali Beppe GrilloNicolò Carnimeo, Adriano SofriUto Ughi, Tito Boeri e altri).
Oggi tutto questo vuole essere cancellato (raddrizzato, recuperato, dunque riscattato, redento) attraverso la complessa e delicata operazione ingegneristica messa in opera dalle ditte Titan Salvage e Micoperi, sotto la supervisione della Protezione Civile (mentre scrivo, i lavori sembra che stiano procedendo bene, senza conseguenze per l’ambiente: qui). Oggi, stando al clamore mediatico (457 giornalisti accreditati, di cui 310 stranieri), non è in ballo solo lo spostamento fisico di una enorme nave adagiata su una fragile e bellissima scogliera, ma è in gioco qualcosa di più etereo e, allo stesso tempo, profondo: si sta tentando la rimozione di un simbolo di decadenza e fallimento: il capitano Gregorio De Falco, uno dei protagonisti “positivi” di quella notte, ha testé dichiarato che «Oggi riscattiamo l’immagine dell’Italia cialtrona» (pare, inoltre, che su Twitter l’hashtag odierno sia “riemergere“).
La notte del 13 gennaio 2012, imperizia, arroganza, superficialità e incuria determinarono una vera e propria sciagura, aggravata dall’umiliazione di non avere neppure un capitano coraggioso che si prendesse carico del disastro; mentre oggi, al contrario, «nulla è stato lasciato al caso» («ogni rischio è stato calcolato e ridotto al minimo») e, soprattutto, è presente un leader, ovvero qualcuno che, valorosamente, si assume l’onere delle scelte: «In caso di esito cattivo, la responsabilità è mia», ha dichiarato Franco Gabrielli. Questa frase è da manuale: svelando l’incertezza dell’operazione in atto – ovvero il suo possibile fallimento – il capo della Protezione Civile riesce comunque a rassicurare assumendo su se stesso il peso dell’aspettativa. Il bisogno sociale di sicurezza porta a credere nell’autorità e che questa sia infallibile; siamo convinti, cioè, che i “sistemi esperti” impegnati al Giglio sappiano ciò che fanno e che non siano composti da persone avventate. Ci affidiamo all’idea che costoro, lavorando in equipe, si controlleranno gli uni con gli altri e, soprattutto, non compiranno degli azzardi, ma, al contrario, faranno in modo che l’imprevisto non prevalga sul calcolo (qui un esempio fornito da un gigliese). Noi che seguiamo il loro lavoro come spettatori, non possiamo che fidarci e confidare in questa ostentata capacità tecnico-ingegneristica di risolvere il problema. Riteniamo, in altre parole, che le competenze superino le improvvisazioni e che la statistica produca i risultati che lascia intendere («90% di possibilità che la rotazione funzioni»), per cui tendiamo a porre in secondo piano altre conoscenze che pure abbiamo: innanzitutto che i saperi tecnico-scientifici non sempre sono garanzie sufficienti a scongiurare che la peggiore eventualità si verifichi (molta letteratura sociologica sul rischio lo ha ormai appurato), inoltre sappiamo che lo scafo può spezzarsi o, addirittura, sfaldarsi durante la sua rotazione e, ancora, che il movimento è in grado di far fuoriuscire delle sostanze inquinanti (la Protezione Civile ne aveva fatto un elenco, ma Greenpeace ha realizzato un inventario più accurato e preoccupato, tuttavia c’è l’Arpa toscana a monitorare le acque). In un miscuglio di conoscenza e di non conoscenza, di calcolo e di aleatorietà (il rischio è questo: considerare una probabilità), ci troviamo dinnanzi ad un “sistema astratto” (astratto perché impersonale, ovvero composto di ruoli, prima che di individui) in cui alcune figure tendono a catalizzare l’attenzione mostrandosi degni di fiducia: essi rappresentano, spiega Anthony Giddens, «l’anello di congiunzione tra la fiducia personale e la fiducia nel sistema». In un quadro che ha nella relazione con l’incertezza una sua costante, la nostra sostanziale impotenza di spettatori si declina in quella che possiamo definire l’illusione di un’azione o la delega di un’azione, ovvero nello sperare: «Speriamo nella tecnologia e nella faccia che ci mette l’armatore. Speriamo che ci abbiano raccontato tutta la verità sui rischi ambientali che potrebbero verificarsi dopo lo sversamento in mare dei liquidi inquinanti che sono nello scafo. E speriamo che la nave possa essere trasferita in un porto dove lo smantellamento avvenga nel tempo più rapido e nel miglior modo possibile. Insomma, visto che si tratta di un’operazione mai tentata prima, speriamo» (Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia, qui).
Comunque andrà l’operazione di recupero, domani la Costa Concordia continuerà ad essere spunto per ragionamenti «come se», ovvero per metafore e semplificazioni del dibattito sociale: potrà essere ancora effige plastica del degrado nazionale oppure, in una radicale inversione di valore, immagine di speranza per una riemersione che dall’irrazionalità conduca alla razionalità, dalla cialtroneria alla serietà. In un caso o nell’altro, quel relitto continuerà ad essere una rappresentazione su cui costruire discorsi che, ci piaccia o meno, produrranno realtà.