I Maya e il diamante d’Este

Un anno e mezzo fa Red Ronnie scrisse sul suo seguitissimo account twitter [qui e qui] [*] e, successivamente, disse in un tg italiano, che il terremoto in Emilia del 2012 fu «previsto dai Maya» (e vabbè, si è liberi di credere a qualsiasi cosa), ma soprattutto che «Ci hanno sempre detto che noi in Pianura Padana non avremmo mai avuto terremoti distruttivi». Quest’ultima è un’affermazione dalle ripercussioni più serie, non a caso vi lucrano alcuni politici che si ergono ad autorità morale e che imbastiscono un vero e proprio processo di blaming della società complessa quando gridano che quell’evento è stato causato dal fracking.
Nelle ore successive alle prime scosse emiliane, Red Ronnie occupò un vuoto là dove attualmente passa gran parte della comunicazione e, in particolare, dove si vanno a cercare le prime informazioni: i social-media. Si trattava del vuoto – che spesso è ancora tale – lasciato dagli istituti di ricerca sismologica e dalla Protezione Civile (ma l’INGV ha poi aperto un blog ed è attivo quotidianamente su fb): un vuoto che, evidentemente, fu riempito con un altro vuoto, l’ignoranza.
In realtà bastava conoscere qualcosa in più della storia del proprio territorio o anche solo qualche “curiosità” di quei luoghi per evitare castronerie: l’Emilia è una terra sismica, lo si sa da secoli e lo si era ripetuto già diversi anni fa, come ricorda un articolo “di recupero” de «L’Espresso» del 29 maggio 2012:

La zona di Ferrara è «tutt’altro che priva di rischi». Diverse «scosse distruttive sono già avvenute e la possibilità di un evento sismico di grossa portata non è remota». L’allarme fu lanciato da due geologi nel 1993. Ed è rimasto inascoltato.

Oggi, il 17 novembre del 1570, un terremoto distrusse Ferrara, ma se ne era persa la memoria. C’è stata, cioè, una rimozione collettiva del rischio sismico in quell’area che non è legata solo ad una frattura nella trasmissione, da una generazione e l’altra, dell’evento in sé, ma anche ad un più generale sfilacciamento della cultura orale, che spesso conserva dettagli piuttosto rivelatori. Sarebbe interessante uno studio orientato a questo scopo sulle leggende italiane, intese dunque come “documenti” storici e antropologici sui rischi dei singoli territori in cui sono ambientate. A Ferrara, ad esempio, assumerebbe una nuova dimensione il racconto secondo cui in un palazzo di Ercole I d’Este è nascosto un diamante, al fine di «concentrare determinate energie telluriche direttamente all’interno dell’edificio, dove, non a caso, si tenevano intense sedute riguardo l’astrologia e l’alchimia con studiosi rinomati e colti. Questo palazzo era stato creato con lo scopo di attirare le forze positive dell’Universo» [qui].
Il rischio riguarda la possibilità che un evento accada nel futuro e, com’è evidente, per prevenirlo bisogna agire oggi, conoscendo il passato. Con questo obiettivo è possibile immaginare anche un contributo degli studi folklorici: le fiabe e le leggende, scriveva Italo Calvino, «sono tutte vere, sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna» [qui].
Beninteso, il riferimento è alle leggende locali (perché localizzate), non a quelle nate altrove e diffuse attraverso dei film hollywoodiani.

– – –

PS: Come riporta ancora l’articolo dell’«Espresso», anche nel 1570 l’evento fu oggetto di rappresentazioni e contenziosi politici: «la Segreteria Ducale minimizzò l’evento per il timore di una perdita di prestigio politico […], mentre certi rivali ne esagerarono l’entità. La popolazione inoltre interpretò il terremoto come un fenomeno di origine sovrannaturale il che portò all’esodo di oltre 1000 persone dalla città per oltre un anno».

PPS: In questo blog mi sono occupato anche altre volte di cultura folklorica e disastri: a proposito del mostro di Lochness [qui], di Namazu, la carpa gigante sotto l’arcipelago giapponese [qui] e in un post che raccoglie varie bufale [qui].

– – –

INTEGRAZIONI al post:
Eventi catastrofici e stabilità politico-sociale sono spesso legati, nella storia se ne possono individuare numerosi esempi. Il blog “INGV Terremoti” ha pubblicato un post sul rapporto tra i sismi dei primi del XVI secolo in Friuli e le coeve rivolte popolari: Terremoti e rivolte popolari nel Friuli di inizio ‘500 (26 marzo 2014, QUI).

– – –

AGGIORNAMENTO del 16 aprile 2014:
Secondo il rapporto della commissione Ichese (International commission on hydrocarbon exploration and seismicity in the Emilia region) anticipato da Science e poi reso pubblico il 15 aprile 2014, non si può escludere che il sisma del 20 maggio 2012 in Emila-Romagna sia stato scatenato dall’estrazione di petrolio dal pozzo di Cavone, a circa 20 chilometri dall’epicentro del terremoto.
È improbabile che l’estrazione di petrolio e l’immissione di fluidi da soli abbiano potuto generare la pressione necessaria a provocare un forte terremoto, ma potrebbero aver contribuito a innescarlo.
Alcuni dei principali articoli che trattano dei risultati della commissione Ichese:

– – –

AGGIORNAMENTO del 30 maggio 2014:
In occasione del secondo anniversario del sisma in Emilia, il blog “INGV Terremoti” ha pubblicato 10 risposte su quell’evento fornite dai ricercatori che lo stanno studiando: Luigi Improta (INGV-Roma1), Enrico Serpelloni (INGV-BO), Romano Camassi (INGV-BO), Carlo Meletti (INGV-Pi), Claudio Chiarabba (Direttore Struttura Terremoti INGV).
In particolare, il primo quesito chiede se i terremoti del 20 e 29 maggio 2012 siano stati una sorpresa: “No, perché i terremoti del maggio 2012 sono accaduti in un’area geologicamente attiva, ben conosciuta e descritta in tutti i modelli geologici e sismologici“. Il link è tra i commenti.

Mostri disastrosi

Le culture popolari hanno spesso elaborato figure mitologiche per spiegare i fenomeni naturali, soprattutto quelli catastrofici. E’ così che, ad esempio, il folklore giapponese motiva i terremoti che colpiscono l’arcipelago nipponico con il mito di Namazu, un enorme pescegatto che, vivendo al di sotto della terra, dà origine alle scosse (ne aveva parlato Mario Tozzi ad un convegno, qui). Tali leggende sono da prendere seriamente e da non considerare come banali credulità; sono, infatti, strategie culturali attraverso le quali le diverse comunità tengono memoria degli eventi e, non di rado, favoriscono la presa di coscienza individuale e collettiva sui rischi naturali (e ciò è evidente nel caso giapponese, in cui quel mito sembra contribuire alla larga attivazione e partecipazione sociale alle esercitazioni). Ci sarebbe da riflettere, pertanto, sullo stato di salute delle narrazioni popolari italiane, quelle più strettamente legate al territorio. Ma torniamo ai mostri…
Oggi, 4 luglio 2013, «Il giornale della protezione civile» ha pubblicato una notizia curiosa: Loch Ness: il mostro è solo un terremoto. O forse no?.

«[…] Luigi Piccardi, in forze alla sede di Firenze dell’INGV, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, ha pubblicato uno studio che proverebbe che nel lago l’unica reale presenza non visibile è quella tellurica. Sarebbero dei banali terremoti a far ribollire le acque e a scatenare i fenomeni abitualmente attribuiti all’ “abitante misterioso”. Piccardi ha detto, senza mezzi termini, che “Loch Ness trova la sua origine nella faglia di Great Glen, grande e molto attiva. Quando si muove provoca un ribollire delle acque che poi producono delle ondulazioni che a volte vengono scambiate con il mostro”. A supporto della teoria di Piccardi c’è da sottolineare che molti “avvistamenti” del mostro furono tra il 1933 ed il 1935 e proprio nel 1934 si ricorda un terremoto che avvenne proprio lungo la faglia di Great Glen. E’ cosa nota che tutte le dichiarazioni di avvistamento sono state sempre precedute da forti tremori. “Sappiamo che quello fu un periodo di particolare attività della faglia – ha spiegato Piccardi all’uditorio scozzese – quanti pensarono di aver visto un mostro in realtà avevano visto sull’acqua gli effetti provocati dalle scosse telluriche”. […]».

– – –

AGGIORNAMENTO:
Cercando ulteriori informazioni sul web, ho scoperto che questa “notizia” è molto datata.
Già il 28 giugno 2001 Francesco Malgaroli ne scriveva su «La Repubblica»: Luigi Piccardi, geologo di Firenze, ha spiegato agli scozzesi che Nessie non c’è mai stato: è solo un effetto dei terremoti.
Dopo pochi giorni, il British Geological Survey contestò la tesi di Piccardi con una serie di puntualizzazioni: QUI.

Le scienze sociali nell’analisi del rischio

Sono stato a Genova, vi mancavo da molti anni; è una città che non conosco, vi ho giusto trascorso una notte di capodanno alcune vite fa, un’altra volta vi ho preso un traghetto per la Sardegna e sporadicamente vi ho effettuato qualche scambio ferroviario.
L’altra mattina, appena sceso alla stazione di Brignole (♪♫♪), ho incontrato la città facendo colazione in un bar; al banco, alle spalle del barista, tra i liquori e la macchina del caffè era appesa una t-shirt bianca con uno slogan scarno ma intrigante: “Non c’è fango che tenga”, firmato: “I genovesi”. Il riferimento è alla drammatica alluvione dello scorso 4 novembre 2011, in seguito alla quale qualcuno ha realizzato decine di migliaia di copie di quel gadget al fine di raccogliere fondi da destinare ai commercianti sinistrati del quartiere maggiormente colpito. Avevo voglia di scattare una foto, ma poi ho rinunciato, pentendomene comunque. Bevevo il cappuccino, fissavo quella semplice frase e per qualche strana sinapsi mi sentivo a SSV. “Non c’è fango che tenga” va ben oltre la reazione collettiva ad una calamità e mi fa presumere che rappresenti anche la caparbietà di chi non intende spostarsi, di chi non concepisce la propria vita in un luogo diverso. Ciò non significa che si tratti di un ragionamento razionale e condivisibile: costruire sulle pendici di un vulcano, così come nell’alveo di un fiume o su una frana in lento movimento ha come conseguenza verosimile quella di trasferirsi, di reimpiantare altrove la propria vita, prima o poi; pertanto sembra del tutto giudizioso colui che chiede di evitare di mettersi in tali situazioni pericolose. L’osservazione razionale, però, è solo idealmente logica e, soprattutto, è anche la più facile, la più carica di (pre)giudizi quando si guarda a distanza.
Quella maglietta, dunque, mi è sembrata la premessa perfetta della giornata che stavo per cominciare nel vicino Teatro della Gioventù, essa ha rappresentato una sorta di parola-chiave del workshop che mi accingevo a seguire: “Pericoli naturali e percezione del rischio”, organizzato dalle regioni transfrontaliere italo-francesi e da altri enti pubblici dell’area.
Dopo il drammatico autunno vissuto dal capoluogo ligure e dai paesini dello spezzino e della Versilia, un “laboratorio” come questo non poteva che essere svolto a Genova. Ed è per tale ragione che mercoledì 8 febbraio 2012 mi ci sono recato per ascoltare ingegneri, geologi, economisti e funzionari di vari enti, in quello che intendeva essere innanzitutto un workshop divulgativo.
La formula, in effetti, è stata molto efficace: un presentatore ha introdotto cinque temi, ciascuno dei quali esposto da tre o quattro relatori attraverso slide e fotografie, con una durata massima di quattro minuti per ogni intervento. Questo modello, per quanto veloce e “televisivo”, ha favorito la chiarezza e la comprensione; con un unico limite rappresentato dalla impossibilità di porre delle domande (i tempi dell’intera mattinata erano tutti rigorosamente stabiliti da una scaletta molto serrata). Dopo la pausa pranzo immaginavo che potesse esserci maggior spazio per l’interazione con il pubblico intervenuto (piuttosto numeroso, considerato il tema “scientifico”), invece la tavola rotonda pomeridiana si è rivelata anch’essa una discussione a numero chiuso tra otto specialisti ed un moderatore, il quale – di tanto in tanto – ha chiesto qualche breve intervento a due o tre esperti di sua conoscenza (essenzialmente professori d’ingegneria e politici) che aveva riconosciuto in sala.
La sessione mattutina è stata più densa e interessante, snocciolata attraverso i seguenti cinque argomenti: 1) Rischio e pericolo; 2) Chi gestisce il rischio?; 3) Come ridurre i rischi?; 4) Rischi naturali e sistemi socio-economici; 5) Le attività sviluppate dal Progetto RiskNat.
Al di là di una certa “passerella” per ciascun ente chiamato a relazionare (sono andato via con la sensazione che tutti facciano molto e che, anzi, vorrebbero fare ancora di più, se solo ci fossero fondi sufficienti e maggior fiducia da parte dei politici e delle popolazioni), io ho scorto tre momenti particolari che mi avrebbe fatto piacere evidenziare pubblicamente per impostare in maniera diversa e, a mio avviso, ancor più costruttiva la giornata di studio.
Il primo riguarda il caso di Entrèves e La Palud, due frazioni del comune di Courmayeur interessate da una frana di 18 milioni di metri cubi di montagna che rischiano di staccarsi dal Mont de La Saxe (qui e qui). Gli abitanti implicati sono 500, che possono arrivare a 2500 con i turisti. L’attinenza con l’incubo eruttivo (repentinità del cataclisma) e lavico (stravolgimento del territorio) mi ha spinto a chiedere maggiori informazioni alla relatrice che aveva citato questo caso. Durante la pausa, costei mi ha presentato l’assessore alla protezione civile del comune valdostano, che gentilmente si è intrattenuta a spiegarmi la situazione. Con mia sorpresa, ho ascoltato le medesime parole che generalmente vengono pronunciate in area vesuviana: gli abitanti non hanno intenzione di allontanarsi per varie ragioni: perché lì sono nati e dunque hanno un legame molto stretto col territorio, perché il paesaggio è indubbiamente affascinante e, non da ultimo, perché le abitazioni hanno un valore molto alto. Sebbene la frana sia attentamente monitorata con sofisticati strumenti scientifici, la preoccupazione dell’amministrazione è duplice: da una parte, tenere informata la cittadinanza (è stata effettuata un’esercitazione di evacuazione e la comunicazione dei rischi è formulata per target sociali) e, dall’altra parte, non creare allarmismo (innanzitutto per difendere l’economia locale: nella frazione più esposta vi sono ben 12 alberghi). Su quest’ultimo punto mi sembra particolarmente importante il modo in cui l’assessore ha concluso la spiegazione che mi ha concesso: «Siamo attenti a come questa storia viene raccontata sulla stampa: vogliamo un’informazione seria e che non si faccia terrorismo». Mi sembra comprensibile e capisco bene l’angoscia della situazione, ma mi domando quale sia l’informazione seria. Forse quella sottovoce che non allarma i turisti? Non saprei e non voglio avanzare dubbi sulla buona fede e sull’impegno dell’amministrazione, d’altra parte l’assessore mi ha anche riferito che gli hotel sono obbligati ad informare i propri clienti sul rischio della frana. Certo, è un’affermazione piuttosto difficile da credere e meriterebbe una verifica diretta, ma comunque sia la situazione, ritengo che questo caso sia molto utile per inquadrare il primo assunto che ho elaborato durante la giornata: lungi dall’essere un mero calcolo probabilistico, l’analisi del rischio non può non tener conto delle ragioni degli abitanti locali, ovvero della specifica elaborazione storica che costoro hanno del proprio luogo e del rischio che vi è connesso.
Il secondo momento di particolare interesse è stato l’intervento dell’economista, il quale ha spiegato le modalità di un possibile mercato assicurativo sugli immobili in caso di calamità naturali e le ragioni per cui, secondo la sua analisi, fino ad ora tale sistema non si è sviluppato nel nostro Paese. Quello sull’opportunità di introdurre in Italia «un sistema di coperture assicurative contro le catastrofi naturali per il patrimonio abitativo civile» è un dibattito che va avanti da molti anni e governi d’ogni colore hanno provato – invano – a legiferare in tal senso. Considerando che da due decenni il danno economico globale da disastri naturali è in costante aumento, il relatore ha spiegato che economicamente una calamità ha tre tipi di conseguenze: provoca danni alla ricchezza personale (gli immobili in rovina, ad esempio), danni alla produzione (ovvero la perdita economica sopportata dagli imprenditori) e danni sistemici (un disastro impone il dislocamento di ingenti risorse). Tutto lascerebbe intuire, dunque, che il ricorso ad una pratica assicurativa sia urgente e ampiamente richiesta, ma invece questa azione non riesce a decollare e il sistema resta un puro esercizio di ipotesi. Perché? Per varie ragioni, è stato spiegato, strettamente intrecciate tra loro:
  • in primo luogo, l’offerta soffre di due ostacoli: dell’elevata rischiosità (vulnerabilità, direi più esattamente) del territorio italiano (per cui le coperture assicurative risultano particolarmente impegnative) e della varietà di cause possibili (vulcanismo, frane, flash floods, maremoti, mareggiate, acqua alta, terremoti, alluvioni e così via), ovvero della mancanza di modellistica predittiva e di dati attendibili;
  • in secondo luogo, la domanda è condizionata da svariati fattori: dai “limiti di opzione” (cioè, se i cittadini ritengono che la prevenzione costerà meno in futuro, tendono a rinviarla), dalle complicazioni relative ai titoli di proprietà (raramente si interviene su un immobile di cui non si detiene il titolo di proprietà), dalle difficoltà di accesso ai mercati e alla tecnologia che permetterebbero la prevenzione (a causa di costi elevati, tasse, burocrazia, tempi lunghi…) e, infine, dalla convinzione che comunque vada i danni verranno pagati dallo Stato (un’indolenza, verrebbe da dire, dovuta ad una sorta di “assistenzialismo degenerato”).
Anche altri fattori influenzano negativamente lo sviluppo di questo sistema assicurativo, come ad esempio le annose questioni fiscali per le aree sinistrate e i problemi nel definire da un lato gli eventi dannosi (cosa significano esattamente le parole disastro, catastrofe, calamità, incidente…?) e dall’altro l’entità del danno (cioè, implicitamente, il valore della ricostruzione). Come si intuisce, dei sistemi legislativi ed economici di livello macro influenzano fortemente la capacità locale di cautelarsi nei confronti di un possibile disastro naturale. Ma tale dimensione coinvolge anche altri settori, come ad esempio la comunità scientifica che con la sempre più accurata monitorizzazione del territorio può, paradossalmente, rassicurare al punto di indurre gli abitanti di una zona pericolosa ad abbassare la soglia di attenzione.
Anche in questo caso ho chiesto maggiori dettagli ed ho ricevuto un interessante documento dell’Ania (pdf) in cui due specifici passaggi sembrano confermare la necessità di una lettura sociologica del fenomeno: «In generale, nel nostro Paese non esiste alcun diritto al risarcimento dei danni causati ai beni dalle catastrofi naturali, tuttavia si può dire che, sulla base dell’esperienza, i vari Governi  sono  intervenuti con provvedimenti ad hoc per erogare finanziamenti ai cittadini per il ristoro, almeno parziale, dei danni patiti a seguito delle maggiori catastrofi accadute» [p.19]; «lo status quo non rappresenta una situazione ottimale per il fatto che disincentiva la responsabilizzazione individuale, non fornisce i giusti stimoli alle politiche di prevenzione e alle buone pratiche costruttive per limitare gli eventuali danni» [p.21].
Pertanto, il secondo assunto della giornata è il seguente: per quanto il rischio sia sempre culturalmente localizzato, la sua elaborazione da parte del gruppo sociale interessato dipende anche da condizioni di ordine macroscopico: nazionale, sovranazionale o addirittura sistemico.
Infine, il terzo momento della giornata che mi ha indotto a compiere delle riflessioni è stato l’intervento dell’ospite principale, il prof. Mario Tozzi. Il geologo ha detto molte cose condivisibili e, da qualcuno, ritenute addirittura “forti”: non esiste alcuna “frana assassina” o “valanga killer” (la natura non è cattiva, al massimo è indifferente alla sorte degli esseri umani: quindi, giornalisti fate attenzione a come raccontate gli eventi); non c’è nessuna “catastrofe naturale”, ma solo uomini che si mettono in condizioni di pericolo (l’unica catastrofe davvero naturale potrebbe essere la caduta di un meteorite); non abbiamo una classe dirigente preparata (pochi giorni prima il sindaco di Roma aveva dato ampia prova di non saper leggere un bollettino meteorologico; e sull’ignoranza dei politici ne aveva scritto già nel novembre scorso Giuseppina Ciuffreda: qui). Insomma, «siamo impreparati culturalmente e disorganizzati tecnicamente». Eccola, la parola magica ha finalmente fatto capolino! È una questione culturale. Personalmente non so che cosa voglia dire, ma per fortuna il professore ha fatto degli esempi. Anzi, un solo esempio: il Vesuvio.
Nel 1944, ha spiegato Tozzi, durante l’eruzione del vulcano napoletano i soldati americani sapevano benissimo cosa fare, mentre la popolazione locale portava in processione la statua di San Giorgio, tenendo pronta anche quella di San Gennaro, ma bendata, cosicché non si offendesse della preferenza accordata all’altra divinità. Oppure, ha esemplificato ancora Tozzi, l’Italia è il Paese in cui quando si effettua una (rara) esercitazione di evacuazione, molti fanno gli scongiuri e cacciano il cornetto, come è successo a Somma Vesuviana qualche anno fa. Noi italiani, ha concluso Tozzi (ma ha parlato solo di vesuviani), non siamo come i giapponesi: loro, anche se si spiegano i terremoti con il mito di Namazu – l’enorme pescegatto che, vivendo al di sotto della terra, dà origine ai terremoti – sono preparatissimi e, in caso di emergenza, sanno esattamente cosa fare.
Ora, fermo restando che in Italia (e, a maggior ragione, nei comuni della zona rossa vesuviana) non si effettua praticamente mai alcuna esercitazione e che il rigore giapponese è un modello da imitare urgentemente, gli episodi citati dal geologo sono una banalizzazione della realtà, oltre che una forma di paternalismo scientifico. In particolare, per quanto riguarda il caso del 1944, le testimonianze che ho raccolto a SSV trasmettono una consapevolezza molto più spiccata di quel che appare dal racconto di Norman Lewis, un inglese che non è detto che abbia capito davvero ciò di cui era testimone. La famosa processione di San Giorgio raccontataci dall’ex-soldato britannico, infatti, fu effettuata quando la colata lavica si era già fermata, cioè dopo aver messo in sicurezza se stessi e i propri beni, per quanto possibile (del San Gennaro bendato, invece, non ho trovato alcuna traccia attendibile). La questione non è di poco conto perché la cultura tradizionale e la religiosità popolare non sono saperi secondari o, addirittura, degli ostacoli alla prevenzione del rischio. Al contrario, possono essere il fattore coagulante di una consapevolezza locale, il motore di una partecipazione assolutamente necessaria per prepararsi opportunamente ad affrontare il pericolo incombente. Per spiegarmi meglio e per stare alla leggenda citata dallo stesso Tozzi, i giapponesi sono ammirevoli per il loro grado di preparazione e di disciplina nelle esercitazioni non “malgrado” il mito di Namazu, ma “grazie” ad esso: è proprio per mezzo della rappresentazione del pescegatto che si mantiene la memoria del terremoto e si favorisce la presa di coscienza individuale e collettiva, dunque l’attivazione e la partecipazione alle esercitazioni. Il problema, dunque, va completamente ribaltato, per cui diventa necessario domandarsi che fine abbia fatto, in Italia (e intorno al Vesuvio), il legame culturale col territorio: in che modo le comunità locali raccontano se stesse e il proprio spazio? cosa viene trasmesso da una generazione all’altra? Con ogni evidenza, nel secondo dopoguerra la cultura popolare italiana (mi verrebbe da scrivere: le culture subalterne legate ai luoghi) ha subìto parecchi traumi, numerose fratture. A mio avviso è proprio in questo sfilacciamento dei saperi locali e della memoria (minuta ed emozionale) che può individuarsi la difficoltà attuale a recepire adeguatamente l’invito (sempre che venisse realmente formulato, sempre che fosse preso seriamente in considerazione già dall’alto) ad aumentare la consapevolezza del rischio e a prepararsi in maniera appropriata ad esso.
Il terzo assunto emerso dalle relazioni del workshop genovese, dunque, è il seguente: per la formulazione di un piano di emergenza efficace è necessaria una relativizzazione dei saperi, ovvero un dialogo che favorisca la partecipazione e l’incontro tra sguardi e logiche diversificate, ciascuna per la quota di conoscenza che le è propria (conoscenza del fenomeno: prospettiva scientifica; conoscenza delle modalità del soccorso: prospettiva dell’early warning; conoscenza della reazione sociale: prospettiva antropologica e folklorica; conoscenza del contesto generale: prospettiva socio-economica…).
Si tratta di spunti di riflessione in divenire, semplici occasioni e parziali argomentazioni per ribadire la necessità di approcci antropologici, sociologici e folklorici anche in quello che appare – e, ad oggi, è trattato – come un tema puramente “tecnico” (nell’accezione di tecnologico). Studiare il rischio ed elaborare adeguati modelli di risposta è sì una questione culturale, ma a patto che venga declinata al plurale e che vengano coinvolti quanti più sguardi possibile.
PS: l’altro ieri all’università di Nizza ho seguito una conferenza per il “grand public” intitolata “Prédire les catastrophes?”. Al di là del titolo sbagliato (o forse era volutamente eclatante: catastrofe è un termine troppo ampio e generico, se non lo si accompagna ad una tipologia precisa), la relazione è stata molto numerica (piena di grafici, calcoli e rimandi a modelli fisici e matematici), ma una cosa l’ho imparata (e riguarda l’etologia): gli elefanti comunicano tramite delle vibrazioni nel terreno assimilabili alle onde sismiche, pertanto è forse per questa ragione che sono in grado di predire un terremoto (qui, qui e qui).
PPS: aggiornamento (18 maggio 2012): Una calamità distrugge la casa? Da oggi lo Stato non paga i danni: QUI.
– – – – –

AGGIORNAMENTO
: A proposito di valutazioni (economiche) del rischio, nel 2010 WRN (Willis Research Network) – una società di Willis Group Holdings, uno dei broker assicurativi mondiali – effettuò una “previsione” delle conseguenze di un’eruzione vesuviana, la quale «potrebbe causare 8.000 vittime, 13.000 feriti gravi e danni totali per oltre 24 miliardi di dollari». In tale studio, «il Vesuvio appare al primo posto nell’elenco dei 10 vulcani più pericolosi del nostro continente». (Mount Vesuvius eruption could cause 21,000 casualties. Volcano Ranks Number One on Willis List of Europe’s 10 Most Dangerous, in «WRN News», 15 aprile 2010, QUI; un estratto in italiano è QUI).
Il paper originale dello studio – effettuato da ricercatori delle Università di Cambridge e “Federico II” di Napoli, oltre che dalla società Willis Re – è disponibile online in pdf: “Insurance Risks From Volcanic Eruptions in Europe” (questo studio prende in considerazione i 10 vulcani europei (non tutti in Europa) intorno ai quali vivono più di 10mila persone e che hanno un valore economico esposto al rischio di complessivi 85 miliardi di dollari. «Over 87% of this property value in concentrated in the Neapolitan region, around Vesuvius and Campi Flegrei»).

– – –

AGGIORNAMENTO del 27 marzo 2014:
Il 27 marzo 2014 il “Corriere della Sera” ha pubblicato una galleria fotografica sulle 10 città più a rischio di catastrofi naturali del mondo, elenco stilato dalla compagnia riassicurativa “Swiss Re” nel 2013 con il paper “Mind the risk. A global ranking of cities under threat from natural disasters” (pdf). La notizia è ripresa dal sito web del “Guardian”.

– – –

AGGIORNAMENTO del 19 aprile 2014:
Come ad Entreves, in Valle d’Aosta, anche in Liguria c’è una località a rischio frana. Si tratta di Castagnola, nel comune di Framura, nei pressi delle Cinque Terre, dove un radar – recentemente finanziato dalla Regione – monitorerà costantemente, e per tre anni, la frana che minaccia l’abitato. Ne ha scritto “Il Giornale della Protezione Civile“.

– – –

AGGIORNAMENTO del 20 aprile 2014:
La frana del monte La Saxe, ad Entrèves e La Palud, nel comune di Courmayeur in Valle d’Aosta, si sta muovendo: “L’aumento delle temperatura ha accelerato l’andamento: per venti minuti è stato chiuso il traforo del Monte Bianco. Il sindaco rassicura: nessuna persona può essere coinvolta nel crollo, attendiamo l’evento naturale con tranquillità“. Più in particolare, “dallo scorso 8 aprile gli 80 residenti di La Palud sono stati evacuati per il “probabile crollo imminente” della frana, che viene monitorata dal 2009” (“Repubblica“, “CorSera“).
VIDEO della frana (1’35”) e testimonianza AUDIO di una sfollata (1’35”).
Il 22 aprile 2014 il capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli, ha rilasciato un’intervista a “La Repubblica” sullo stato della frana: “è una brutta besta” (QUI) e il ricercatore Daniele Giordan ha spiegato che “è figlia dell’evoluzione naturale del dissesto” (QUI) (entrambi i testi sono anche qui). Inoltre, qui ci sono 10 FOTO della frana.

Bufale apocalittiche

Il film “2012” ha diffuso a livello planetario la voce che l’apocalisse – secondo una profezia maya, così si sostiene – avverrebbe il 21 dicembre del prossimo anno.
Particolari allineamenti degli astri, movimenti inconsueti delle nuvole, incontri eccezionali con animali, sogni singolari e carichi di simboli… qualsiasi cosa può stimolare le emozioni e la fantasia, nonché le previsioni.
L’ignoto ci terrorizza, soprattutto quando è assoluto come il futuro (e questo nonostante tanti siano convinti che il destino sia già scritto o tracciato). Da qui la necessità di “prevederlo” e di renderne credibili le conclusioni attraverso tecniche – ragionamenti consequenziali, metodi di causalità, evidenze empiriche… – che forniscano quella dose di autorevolezza (che si presume, e talvolta si pretende, scientifica) necessaria a qualsiasi affermazione di questo tipo. Spesso basta il titolo dell’oratore: l’ha detto un sismologo… quindi dev’essere vero.
Oggi, 11 maggio 2011, un terremoto sconvolgerà Roma, ha detto un sismologo. Che poi sismologo non è. Anzi, non era. Ma gli organi di stampa – di livello nazionale, pubblici e televisivi come RaiNews24 – così ancora lo definiscono. Dicono che molti abbiano lasciato la capitale per il “pic-nic antisismico”, dicono che si sia diffusa una “psicosi”, dicono che abbia colpito soprattutto i cinesi (“quelli che non mollano mai”) (ma anche quelli comunque più “invisibili”, aggiungo, il ché darà “prova” della loro fuga fuori città).

RaiNews24, 10 maggio 2011
Terremoto a Roma? Negozi chiusi e molti in ferie
Si svuota, alla vigilia dell’11 maggio 2011, la China Town della capitale. Si affollano gli agriturismi della provincia.
Gli Enti locali tranquillizzano. Il Codacons presenta un esposto in Procura per procurato allarme.

I cinesi a quanto pare ci credono, e non soltanto loro. Si svuota, alla vigilia dell’11 maggio 2011, la China Town della capitale: partiti quelli che non mollano mai. Si affollano gli agriturismi della provincia. C’e’ chi inventa il picnic antisisma. Si stila il decalogo antipanico. Squillano i telefoni dell’istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia. E la psicosi per il “terremoto di Roma”, previsto dal sismologo Raffaele Bembandi ha gia’ fatto pure il giro del mondo. Ci ha pensato la stampa internazionale. C’e’ pure un ultimo desiderio. Postato su Facebook: “Terremoto a Roma: l’ultima pasta e fagioli. Se devo mori’ moro contento”. Dall’altra parte, impugnano il buonsenso contro la ‘bufala’ istituzioni ed esperti che fanno ‘appello alla ragione’.
E’ preoccupata Renata Polverini? “”Assolutamente no. Io sono tranquilla, insomma, credo di no”. Il presidente della Provincia Nicola Zingaretti ha addirittura annullato gli impegni fuori citta’, ostentando tranquillita’. Non si aggiungano “a quelle vere le finte paure”, dice, “finche’ si scherza si scherza…”. E comunque “il capitano e’ l’ultimo a lasciare la nave”. L’assessore di Roma Capitale alla Famiglia e alla Educazione Gianluigi De Palo invita i romani a mandare anche domani i figli a scuola.
Il Codacons, invece, presenta un esposto in Procura: denunciando chiunque – blog, siti web, tv, radio, giornali, ecc. – abbia diffuso informazioni contribuendo al panico generale su una “frottola”. Procurato allarme, abuso della credulita’ popolare. Ma chi ha potuto astenersi dal raccontare quel tormentone, che da giorni dilaga sulla rete? Dove si organizzano feste, riti propiziatori, brindisi e picnic all’aria aperta, aspettando il sisma? Tocchera’ denunciare anche il Guardian, e El Mundo, a questo punto. Intanto la Protezione civile ha affrontato la paura della gente, dedicando un ampio approfondimento sul portale.
C’e’ anche una sorta di decalogo, con domande e risposte degli esperti. No, non si puo’ prevedere, in alcun caso, un terremoto. Si’, il Giappone ha un sistema di Early Warning che in Italia non decolla perche’ difficile da utilizzare, viste le caratteristiche sismiche del territorio: concentrazioni urbane vicini a possibili epicentri. Unica difesa e’, insomma, la protezione. No, Roma non e’ fra le zone piu’ a rischio: nella carta italiana delle zone sismiche e’ su 4 al numero 3, “possibile oggetto di terremoti modesti”. No, infine, interrogandosi sulla fonte della ‘notizia’: Bendandi, sismologo autodidatta non avrebbe mai citato ne l’11 maggio ne’ la citta’ di Roma, nei suoi documenti.
Tanto rumore… Infondata che sia la paura per domani, si riflette sul terremoto. I geologi laziali denunciano, ad esempio, che il Lazio sia l’unica regione a rischio sismico a non avere rappresentanti della categoria nei Geni civili. La Protezione civile da’ dritte importanti su come capire se la propria abitazione e’ a rischio nella eventualita’ di un sisma. L’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, che dedichera’ la giornata di domani alla divulgazione sui terremoti, ripercorre la storia di Roma degli ultimi mille anni, che “non registra sismi devastanti”. “Se un terremoto ci sara’ domani – conclude il presidente Enzo Boschi – o nei prossimi giorni, non sara’ forte”.
.
PS: il canale all-news ha realizzato anche un servizio-video di 3’25”, qui.
PPS: il titolo del post è preso in prestito dall’ultimo libro del giornalista Andrea Kerbaker sulle “catastrofi annunciate (e mai avvenute) nel Terzo millennio“.
.
AGGIORNAMENTO dell’11 MAGGIO 2011, h21:30
Ecco, ed ora chi vorrà trovare conferme non potrà che raccogliere avidamente tra le notizie provenienti dalla Spagna (a patto che ammetta, però, che il veggente è quantomeno strabico):
Terremoto in Spagna, almeno 7 mortiDue scosse, la prima di magnitudo 4.1, la replica di 5.2, hanno colpito alle 18:47 la costa sud della Spagna causando almeno 7 morti, con epicentro a 118 chilometri a sudovest di Alicante e a una profondità di appena 1 chilometro. [Fonte: RaiNews24]
[INGV: “Niente a che vedere con le “previsioni” per Roma”, al commento #01]

– – –

AGGIORNAMENTO del 19 gennaio 2014:
Una galleria fotografica di “La Repubblica” (a cura di Ivano Pasqualino) riporta delle finte prime pagine di importanti quotidiani realizzate dal website “Buzzfeed.com”, il quale «ha provato a immaginare il modo in cui i giornali racconterebbero un eventuale Apocalisse nel 2014. Ogni testata presenta una diversa prima pagina in base al proprio taglio editoriale. Il sito infatti, usando fantasia ed ironia, accentua al massimo lo stile di ogni giornale nell’ipotesi di dover descrivere invasioni di zombie e cadute di asteroidi. A sorpresa spuntano anche i selfie degli zombie pubblicati su Instagram con l’hashtag #undeadselfies».

Clicca sull’immagine per accedere alla galleria di “Repubblica”.

– – –

AGGIORNAMENTO (gennaio 2014):
In seguito ad alcune scosse sismiche avvertite in alcune zone d’Italia, il cantante Povia ha espresso una teoria singolare sulla possibile causa di tali terremoti (poi ribadita qui e in altri post successivi):

La spiegazione di Povia per i terremoti

Fonti: il profilo FB di Giuseppe Povia, “Il nuovo mondo di Galatea“, “Corriere della Sera“, “Giornalettismo” #1, “Giornalettismo” #2

AGGIORNAMENTO dell’11 febbraio 2014:
Francesca Sironi affronta il tema delle “bufale del web”, ovvero di quella miriade di notizie false che diventano vere solo grazie alle centinaia di migliaia di “like” che ricevono sui socialnetwork. La ragione di come sia possibile questo dilagare del nulla è spiegata da Giovanni Boccia Artieri, professore ordinario di sociologia dei new media all’università Carlo Bo di Urbino: «la veridicità di un messaggio viene data dal contesto […]. Se io vedo i miei amici su Facebook condividere una notizia, la ritengo affidabile, perché i miei amici lo sono. Dimenticando però che spesso possiamo avere una rete di connessioni molto più vasta di quella reale, e quindi che la comunicazione che avviene nel nostro “stream” sia in qualche modo incontrollabile. Non importa, il ragionamento è istintivo: Facebook sono i miei amici. Dei miei amici ho fiducia. Per cui ci credo e condivido io stesso. Anche se è una balla stratosferica. [Non ci si accorge dell’errore perché] i link nella maggior parte dei casi non vengono nemmeno aperti […]. Diversi studi hanno dimostrato che la condivisione può essere spesso superiore alla lettura: dico “Mi Piace” o ripubblico una notizia solo per quel poco che ho potuto capire dal titolo e dalle due righe di presentazione. È la fonte che ne legittima il senso: non serve niente di più». QUI.

AGGIORNAMENTO del 21 marzo 2014:
Fabio Chiusi ha presentato su “Wired” (20 marzo 2014) uno studio condotto da ricercatori delle università di Lucca, Lione e della Northeastern di Boston sul ruolo e sulle dinamiche delle bufale diffuse da troll sul social network Facebook. Il paper è disponibile online in pdf e si intitola “Collective Attention in the Age of (Mis)Information“. Tra i risultati, si attesta che «le affermazioni prive di fondamento si diffondono quanto le informazioni verificate» e che «diverse culture coesistono, ciascuno in competizione per l’attenzione degli utenti». Si tratta di un danno prodotto dal cattivo giornalismo «e perpetuato da un’opinione pubblica incapace di fare lo sforzo per separarlo dal buon giornalismo». Come ha sottolineato il World Economic Forum del 2013, «la disinformazione digitale di massa» è «uno dei principali rischi per la società moderna».
Il 22 marzo 2014, ne hanno scritto anche Walter Quattrociocchi e Gianni Riotta su “La Stampa”: Il potere della (Dis)informazione nell’era della grande credulità.

– – –

ARTICOLI ARCHIVIATI TRA I COMMENTI:

            • Varie predizioni apocalittiche, riferite da “Il Post”: Il giudizio universale. Arriva domani all’una italiana, sostiene un predicatore americano: il Post non crede a lui ma a Google sì (20 maggio 2011), QUI.
            • Paolo Attivissimo, Pronti per la fine del mondo il 21? (“Il Disinformatico”, 18 maggio 2011, QUI). 
            • Come se non bastasse, gira anche la previsione di un’eruzione devastante del vulcano Marsili, il più grande vulcano sommerso d’Europa, situato nelle Isole Eolie: Sofia Lincos, Il maggio delle catastrofi: è il turno del Marsili (“Query. La scienza indaga i misteri”, 18 maggio 2011, QUI).
            • Non sono bufale in senso stretto perché vittime ne hanno causate, ma rientrano comunque nella categoria aperta con questo post per gli oscuri scenari prodotti dal panico che hanno fatto esplodere in larga parte del pianeta. Mi riferisco ai morbi e alle pandemie di origine alimentare (vere o presunte, ma comunque mediatizzate) che negli ultimi decenni periodicamente si sono presentate all’attenzione di milioni e milioni di persone minacciando stragi di massa. L’ultimo “cibo assassino” in ordine di tempo è il cetriolo spagnolo (poi risultato innocente) che avrebbe veicolato l’ignoto E.coli. “Le Nouvel Observateur” (3 giugno 2011) ricorda alcune delle crisi alimentari degli ultimi due decenni: Vache folle, concombre… la psychose de l’aliment qui tue. Avant l’affaire des légumes contaminés par la bactérie E.coli, l’Europe a connu plusieurs crises alimentaires:
              – 1981, l’affaire de l’huile frelatée en Espagne
              – 1986, la maladie de la vache folle
              – 1999, le “chickengate” ou l’affaire du poulet à la dioxine en Belgique
              – 2003, la grippe aviaire
              – 2011, l’épidémie de la bactérie E.coli (Eceh)
            • Bugarach, Francia, il rifugio dall’Apocalisse è qui (“La Repubblica”, 27 giugno 2011, QUI).
            • Armando Torno, L’anno delle profezie. Perché il 2012 eccita i catastrofisti. Le strambe teorie dai Maya ai film, “Corriere della Sera”, 28 dicembre 2011, QUI.
            • Brian Handwerk elenca le “sei bufale sulla fine del mondo” prevista per il 2012 (“National Geographic”, 4 gennaio 2012, QUI): “Le teorie apocalittiche che si basano sulla presunta profezia maya prevedono vari scenari, dall’arrivo di un asteroide a un’enorme esplosione solare – ma sono tutti completamente infondati“:
              1) L’impatto dell’asteroide e l’inversione dei poli
              2) Il pianeta X si schianta sulla Terra
              3) Allineamento galattico (il primo da 26.000 anni a questa parte)
              4) I Maya predissero la fine del mondo nel 2012
              5) Il Sole brucerà la Terra
              6) La predizione dei Maya non lascia dubbi
            • Marzia Papagna, Dayli Mail, il vulcano tedesco spaventa l’Europa, Galleria fotografica su “Repubblica.it”, 4 gennaio 2012, QUI.
            • Tra le Faq del website della Nasa c’è una pagina dedicata al “doomsday scare” del dicembre 2012, QUI.
            • Leonardo Tondelli, Grillo, il terremoto e le pseudoscienze, «ComUnità.it», 30 maggio 2012, QUI.
            • Marco Letizia, Il sisma? Tutta colpa del «complotto». C’è chi non crede alle cause naturali del terremoto dell’Emilia e sul web rilancia ipotesi alternative e fantasiose, «Corriere della Sera», 30 maggio 2012, QUI.
            • Jacopo Pasotti, Quando arriva il terremoto? Nessuno ora può prevederlo. Malgrado gli sforzi della comunità scientifica mondiale, il fenomeno naturale resta imprevedibile. Il perché lo spiega Gianluca Valensise, geofisico dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia italiano (INGV), “La Repubblica”, 31 maggio 2012, QUI.
            • Mario Tozzi, Se il cane abbaia prima della scossa. Leggende (da sfatare) sul sisma. Le «verità» rivelate sul sisma e amplificate soprattutto dal web. Tutte, o quasi, false: eccole, “La Stampa”, 1 giugno 2012, QUI.
            • Michele Brambilla, Basta con le esagerazioni, l’Emilia non è scomparsa. Tutto viene enfatizzato a dismisura, a partire dalla paura della gente, “La Stampa”, 1 giugno 2012, QUI.
            • Ad un anno dal terremoto in Emilia (maggio 2012), Beppe Grillo continua a sostenere che la colpa del sisma è del fracking. Ne scrive Leonardo, il cui post (29 maggio 2013) ho copiato QUI.
            • Rosa Palomba, «Vesuvio, allarme per l’eruzione». Ma è un errore: tam tam vulcanico, “Il Mattino”, 23 aprile 2010, QUI.
            • Simona Marchetti, Un elenco compilato da 27 studiosi inglesi: come finirà il mondo? Gli scienziati delineano nove scenari. Poco probabile il maxiasteroide, le principali minacce provengono dall’umanità stessa, «Corriere della Sera», 13 settembre 2013, QUI.
            • Silvia Bencivelli, Le “scie chimiche”. La leggenda di una bufala. In una foto scattata dallo spazio le tracce delle scie di condensazione degli aerei nei cieli del Portogallo. Come una storia inventata da due truffatori americani nel 1997, per colpa dell’irrazionalità e dell’antiscienza, è diventata un articolo di fede, «La Stampa», 16 settembre 2013, QUI.
            • Ancora scienza e fine del mondo. Dopo gli esperti di Cambridge, ecco quel che profetizza il geologo Kurt Lambeck sul futuro («tra millenni») del territorio italiano: Addio Stivale, l’Italia destinata a cambiare. Il caratteristico profilo della penisola ha i millenni contati…, «Ansa», 20 settembre 2013, QUI.
            • Lorenzo Mannella, Tutte le bufale sui terremoti. L’ultimo profeta è Luke Thomas, che guarda a caso non ha alcuna base scientifica. I terremoti non si possono prevedere, ma in Rete saltano fuori le ipotesi più strane. Dal fracking fino a Haarp, “Daily Wired”, 15 novembre 2013, QUI.
            • A proposito di Fukushima, qualche scienziato ha avanzato l’ipotesi di «evacuare l’emisfero nord della Terra e spostarsi tutti a sud dell’equatore». Ecco come il discorso apocalittico, nella sua finta e urlata preoccupazione, riesce a ridicolizzare un problema grave. In questo caso, però, quel che mi colpisce è l’idea che si possa disporre degli spazi altrui (il sud del mondo) come e quando si vuole. “ArticoloTre”, gennaio 2014: QUI. E, comunque, ne aveva già scritto “Megachip” il 16 settembre 2013: QUI.
            • Non si tratta di una bufala, né di uno scenario apocalittico. E’ giusto un esercizio proposto dal website “Cracked.com“, il quale “ha chiesto ai lettori di inviare immagini sul tema “Che cosa succederebbe se i cellulari scomparissero all’improvviso” (alcuni l’hanno interpretata nella variante: “Se non fossero mai esistiti”). Prima conseguenza: dovremmo mandare gli sms via telegramma“. Ne riferisce il “Corriere della Sera” con una galleria fotografica (43 immagini) a cura di Paolo Ottolina (12 febbraio 2014).
            • In occasione del 1° aprile 2014, Leonardo Tondelli ha raccontato come funziona la “fabbrica delle bufale”: «[…] Ogni tanto qualcuno su internet scrive una storia smaccatamente falsa, volutamente paradossale (ad esempio un popolo rettile extraterrestre ha invaso la terra secoli fa e si nasconde tra noi); qualcuno la legge, la apprezza, la segnala ai suoi contatti; la storia si propaga finché non incontra esponenti di quella minoranza statistica che non riesce a capire la differenza tra cronaca e fiction. Purtroppo sono più di quelli che crediamo, e se a loro manca il senso critico, non fa difetto l’energia per indignarsi e trasmettere la loro indignazione: una volta arrivata fino a loro, la storia si spoglia di tutti quei tratti che ci consentivano di identificarla immediatamente come finzionale, e viene irradiata sotto forma di storia vera, da condividere con chi non crede alla realtà ufficiale!!1! […] Questa gente esiste, e oggi pubblicherà contenuti ridicoli, esponendosi al pubblico ludibrio. La questione però è molto meno divertente di quel che sembra, e forse dovrebbe stimolare un dibattito sull’atteggiamento di chi divulga notizie in rete: quanto è giusto usare l’ironia in un contesto in cui il 20% non la capisce? È chiaro che chi sta qui per far satira continuerà a farla, ma chi invece si veste di una relativa serietà fino a che punto può permettersi di usare un linguaggio figurato? Anche chi accusa Napolitano di golpe probabilmente all’inizio stava scherzando; se dopo qualche mese però si trova costretto a chiedere un procedimento di impeachment, è evidente che qualcosa sta sfuggendo di mano pure a lui. Disseminare storie false su internet è un passatempo che con gli anni mi sembra sempre meno divertente e sempre più pericoloso […]» (“ComUnità”, 31 marzo 2014, QUI).
            • A chi giovano le bufale e le teorie del complotto? Lo spiega (con linguaggio forte e colorito) Fabrizio Leone sul blog “Gente con le PalleQuadre” in un post del 2 aprile 2014, Complottisti: le contraddizioni e chi guadagna realmente: «[…] non fanno altro che sputare su grosse aziende e multinazionali, denigrando il concetto stesso di lavoro e tutto il resto, ma lo fanno intascando bei soldoni da Google (multinazionale) che mostra pubblicità di grosse aziende […]».
            • Razzismo, bufale e complottismo si mischiano nell’ultima notizia falsa che circola sul web, quella di una presunta epidemia di ebola in Italia – ovviamente taciuta dal governo, secondo i diffusori di questa disinformazione – per arginare la quale bisognerebbe chiudere le frontiere e bloccare l’immigrazione, soprattutto dall’Africa. Ne ha scritto ampiamente Leonardo Bianchi su “Vice” del 16 aprile 2014: In Italia non c’è nessuna epidemia di ebola (l’articolo è linkato anche da “Il Post”: Le bufale su ebola in Italia). Io ne ho conservato traccia in questo commento.
            • “Il Post” ha tradotto (27 maggio 2014) un articolo di Jesse Walker per “Slate” sugli studi relativi al complottismo, che evidenziano quanto nessuno sia “davvero immune alle teorie cospirazioniste“: E’ tutto un complotto.
            • Ecco una nuova bufala apocalittica che i webjournal rilanciano senza la minima verifica: “Il 10 novembre ci sarà una catastrofe”, l’allerta dal web terrorizza gli utenti” (“Leggo”, 3 novembre 2014). Non mi dilungo, anche perché il lavoro di smentita lo ha già fatto egregiamente “Bufale un tanto al chilo”: QUI.

– – –

AGGIORNAMENTO del 10 aprile 2014:
Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini (“La Repubblica”, 9 aprile 2014, via-Associazione Luca Coscioni) spiegano perché «irrazionalità, fanatismo, emotività, tecnofobia, antimodernismo, anti-industrialismo, populismo» (in merito al caso Stamina, alla sperimentazione animale, al presunto ruolo dei vaccini nell’eziologia dell’autismo e alla ricerca e coltivazione di ogm) sono «una corda alla quale si sta impiccando il futuro di questo Paese», l’Italia. «La confusione sistematica e strumentale tra quel che si può credere, desiderare o preferire soggettivamente, e quel che si può provare o che è stato controllato e accertato oggettivamente, avrà un impatto diseducativo e destabilizzante sul piano di un presupposto culturale e civile che è da secoli il fondamento per una sana e funzionale convivenza democratica: la fiducia nelle istituzioni e quindi anche nella politica». «Manipolare i fatti è pericoloso anche perché si rischia di aizzare le deboli menti impreparate». (Si veda anche “Il Post“).
Giulio Finotti (blog “Dai diamanti non nasce niente”, su “L’Espresso”, 9 aprile 2014), a proposito di bufale, pone l’accento su «cosa produce o rischia di generare questo sistema di pseudo-informazione, che per aumentare i profitti, inietta nella rete informazioni false, spesso inventate di sana pianta, che continuano ad essere poi diffuse anche per anni». Se ci rifacciamo ai soli website di news, la ragione per cui si producono e/o si diffondono notizie false «non può che essere quella legata al marketing virale. Si creano appositamente contenuti dal potenziale virale, ovvero che hanno un’alta probabilità di essere condivisi e diffusi attraverso gli stessi utenti sul web, al solo scopo di generare traffico. Anche se poi la notizia può essere smentita in un secondo momento, l’effetto è ormai ottenuto». Il problema, però, è a lungo termine: «cosa produrrà una tale massa di informazioni false? […] Penso alla sostituzione della realtà che viene effettuata, forse spesso inconsapevolmente (chissà) attraverso queste operazioni. [E’ così che pian piano si crea] il nostro universo percettivo. Come vediamo il mondo, che idea abbiamo di ciò che ci circonda».
In un articolo prettamente politico, Fabio Avallone (“Huffington Post Italia”, 10 aprile 2014) parla della disinformazione a fini elettorali perpetrata da un partito italiano e spiega che le conseguenze di tale “strategia” sono pericolose, a livello sociale: «Sotto il profilo del nostro essere comunità e della fiducia nelle istituzioni, invece, questo atteggiamento è devastante. Instillare la certezza che non si possa credere più a niente, che le istituzioni sono composte da bande di malfattori, falsari e bugiardi, pronti a fregarci con il più classico dei giochi delle tre carte, non può che portare ad un peggioramento della vita di tutti noi».

– – –

AGGIORNAMENTO del 24 aprile 2014:
Solo oggi ho recuperato lo streaming video di una tavola rotonda dell’ “International Journalism Festival” del 2013 dedicata al complotto: “Con il supporto della Storia scopriremo cosa sia un complotto, come si organizza una congiura e cosa occorre fare perché funzioni. Così da separare quali vicende dei giorni d’oggi possano nascondere dei complotti e quali invece sono solo questioni complicate, dove la teoria del complotto serve a dare una chiave di lettura semplice ma fuorviante. Vedremo che cosa offre spazio alla formulazione di teorie complottiste misleading e qualche esempio pratico di teorie del complotto demolite dai fatti“. Ne parlano Paolo Attivissimo, Andrea Boda, Gaia Giorgio Fedi.

– – –

AGGIORNAMENTO del 29 aprile 2014:
Pietro Minto ha spiegato su “Rivista Studio” (29 aprile 2014) cosa c’è dietro le notizie false e, in particolare, come «il vivacissimo ecosistema delle bufale [abbia] trovato un habitat perfetto nei social media: c’è chi ha fiutato il business e i click e ha fatto della disinformazione la sua linea editoriale, e non solo». Esistono la hoax (la notizia-farsa), la bufala (che punta a contrastare ogni svelamento, mirando all’ambiguità, alla palude tra il vero e il falso), la frovocation (la provocazione falsa), la notizia assurda-ma-credibile, il prodotto di fiction, la anti-notizia creata per far ridere, non per disinformare, la bullshit (che è pronunciata da chi «non sta ne dalla parte della verità né dalla parte del falso. I suoi occhi non guardano in nessun modo»).
Tutto ciò si basa sulla «superficialità che contraddistingue la lettura degli articoli online: letture non completate, condivisioni fatte senza aver letto veramente il pezzo, un torrente continuo di informazioni delle quali abbiamo sempre meno il controllo. Un modello di business basato sulla quantità e su dei lettori poco attenti: è l’Eden delle frottole».
Insomma, «l’idea di stampare bufale per aumentare lettori è vecchia quanto la stampa commerciale» e tra i suoi massimi esponenti c’è Mark Twain, che cominciò proprio così. QUI (o qui).

– – –

AGGIORNAMENTO del 20 ottobre 2014:
Michael Allen ha raccontato su “Vice” (20 ottobre 2014, QUI) la storia di Chris Bovey, l’uomo che ha trollato i fan della teoria delle scie chimiche.

– – –

AGGIORNAMENTO del 18 gennaio 2015:
“Repubblica” ha curato una inchiesta intitolata “Come ti costruisco una bufala sul web” (8 gennaio 2015), presentata con queste parole: “Il segreto della viralità dei falsi su internet si annida su Facebook. Perché qui si tende a fare amicizia con persone simili a noi che fruiscono i nostri stessi contenuti. Con i like che ne attirano altri succede che alcuni post palesemente farlocchi finiscano per acquistare un successo sorprendente. Le bugie diventano verità, i fake soggetti reali. Per un motivo che gli esperti ci spiegano in modo scientifico. Eccolo“. Il dossier, curato da Rosita Rijtano e Riccardo Staglianò, è diviso nelle parti seguenti: 1) Una battaglia contro la disinformazione; 2) “L’informazione è un virus”; 3) La giungla dei falsi cresciuta in rete; 4) Come evitarle? Verificare, sempre; 5) Un glossario per capire; 6) Ecco come ho ingannato tutti.

– – –

AGGIORNAMENTO del 22 aprile 2015:
Raphael Zanotti racconta la vicenda di due avvocati che da alcuni anni sfornano bufale riprese dai mass-media e rilanciate sul web con il solo scopo di farsi pubblicità (“La Stampa”, 22 aprile 2015, QUI).

– – –

INTEGRAZIONE del 17 marzo 2016:
Le complotisme, c’est du sérieux. Et, aujourd’hui, il a pris une dimension préoccupante, au point que le Gouvernement français a lancé une campagne intitulée «On te manipule».

Jonathan Bouchet-Petersen n’a écrit sur “Libération”: Le grand complot qui est-il, quel est son réseau ? Alimenté par la défiance envers les institutions, répandu via Internet, le conspirationnisme se renforce, en particulier chez les moins diplômés.

Tuttavia, “La Stampa” riferisce che con quelli “de coccio” pare che non ci sia niente da fare: Perché smentire le bufale è inutile, una completa perdita di tempo.

Secondo i debunker italiani, però, smascherare le bufale online non è inutile. Paolo Attivissimo (Il disinformatico), Michelangelo Coltelli (Bufale un tanto al chilo) e David Puente (Bufale.net) lo spiegano in un articolo di Chiara Severgnini su “La Stampa” del 17 marzo 2016.