Parco nazionale, automobili, cemento, piano di emergenza, santi, cinema: il Vesuvio nel mese di agosto 2014

Esattamente un anno fa il vulcanologo giapponese Nakada Setsuya si domandava (e ci domandava): gli italiani parlano del Vesuvio? A giudicare dal mese di agosto 2014 si direbbe di si, ne parlano molto. Il punto è: come ne parlano? E ancora: ma poi agiscono in base a quel che dicono? Nell’ultimo mese si è discusso del Vesuvio soprattutto per tre questioni: la nomina del nuovo presidente del Parco Nazionale (che non c’è stata, per cui è stato nuovamente rinnovato il commissariamento), l’apertura al cemento concessa dall’attuale Giunta della Regione Campania (che ha dilatato i tempi di due vecchi condoni edilizi), il rischio vulcanico e la sua gestione (tema legato al precedente, ma sollevato anche da un numero della rivista “Le Scienze”). Non sono mancati, però, articoli che hanno riguardato il nostro vulcano anche per altri argomenti, come la devozione popolare in caso di emergenza, il 1935esimo anniversario dell’eruzione del 79 d.C. e un paio di nuovi film in cui il Vesuvio è più o meno protagonista.
Di seguito riporto link e commenti su tali notizie, tratti dai socialmedia che frequento.

6 settembre 2014:
Spesso ci rassicuriamo ripetendoci che un’esplosione vulcanica è preceduta, talvolta per mesi, da segnali precursori. In questo modo – ci diciamo e ci viene detto – avremo modo di evacuare con relativa serenità. Quei sintomi, però, possono anche non avvenire o presentarsi con scarso anticipo, per cui dovremmo considerare seriamente anche l’ipotesi di non avere tempo sufficiente a scappare. Se considerassimo realmente questa possibilità, pretenderemmo politiche urbanistiche e di gestione del territorio molto più restrittive e non di apertura al cemento come l’ultimo “maxiemendamento” promulgato dalla Giunta della Regione Campania. Come scrive MalKo, si tratterebbe di politiche che

comportano il blocco dell’edilizia e il varo di misure atte a delocalizzare sul serio gli abitanti. I ruderi non si riatterebbero ma si demolirebbero; i sottotetti non potrebbero avere altezze da abitabilità; niente più condoni; massicci abbattimenti dei manufatti abusivi ricadenti in zona rossa; reticoli viari di emergenza e non di sviluppo. […] Le amministrazioni comunali non si scervellano per trovare soluzione ai fattori di rischio bensì a quelli del cemento. […] Il premier Matteo Renzi, dovrebbe far recuperare credibilità istituzionale in queste zone, incominciando con l’aprire un’inchiesta sullo sproporzionato numero di abusi edilizi che segnano un territorio a rischio. Incominci poi a sospendere alcune norme del maxiemendamento, a iniziare dai condoni e da qualsiasi altra iniziativa che comporti un aumento del numero di residenti. Se non per abitarci per quale motivo si ristrutturebbero i ruderi? Per sicurezza si possono più facilmente abbattere […].

(MalKo, Rischio Vesuvio: quale difesa?, in “Hyde Park”, 30 agosto 2014).

AGGIORNAMENTO dell’8 settembre 2014:
Un nuovo articolo di MalKo si sofferma sul fenomeno dell’abusivismo in area vesuviana:

[…] l’abusivismo e i condoni, minano immediatamente il territorio e la sicurezza di quelli insediati con le carte in regola, e ancora espongono le generazioni future a un rischio maggiore a causa dell’aumento del pericolo, perché secondo la scienza, con il tempo cresce la possibilità che l’eruzione che verrà abbia un indice energetico decisamente più alto delle stime probabilistiche attuali […].

Nel post è rinnovato, inoltre, l’invito al Presidente del Consiglio Renzi di istituire «una commissione d’inchiesta parlamentare che faccia luce sul fenomeno».

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6 settembre 2014:
Il 5 agosto 2014 Ciro Teodonno ha pubblicato un articolo sul “maxiemendamento” della Regione Campania in cui si fanno delle concessioni al cemento, anche in zona rossa vesuviana. Dopo un mese l’associazione neAnastasis ha risposto con un pezzo critico verso le interpretazioni di Teodonno, il quale il giorno dopo ha controribattuto. Personalmente, ho contribuito con i seguenti commenti su alcuni socialmedia:

“L’inefficienza e la tolleranza degli Enti locali nel controllo del territorio e l’abusivismo dilagante e talora irresponsabile contribuiscono a determinare, oltre la distruzione di un patrimonio naturale unico al mondo, risorsa essenziale per attività economiche, investimenti e occupazione, le conseguenze disastrose che puntualmente si sono verificate anche nello scorso anno” (Antonio Guida, presidente del Tar della Campania, citato da Vittorio Emiliani il 4 marzo 2012, qui).
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Aprire brecce al cemento, specie in territori già ampiamente inondati da decenni di edilizia selvaggia (cosa che, nel caso specifico, ha causato l’attuale, enorme, vulnerabilità intorno al Vesuvio), è semplicemente irresponsabile. La giustificazione del rilancio occupazionale, poi, è pelosa perché, a conti fatti, ogni condono (aperto, riaperto o dilatato che sia) è antieconomico (Gian Antonio Stella, 10 febbraio 2013, qui).
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Secondo uno studio di Legambiente citato da G.A.Stella nel 2003, sommando la sanatoria del 1985 e quella del 1994, le domande di condono per abusi edilizi nei soli 13 comuni che hanno un pezzo del territorio dentro il Parco nazionale del Vesuvio, furono 49.087 [qui].
Ampliare i termini dei due condoni significa, dunque, rendere potenzialmente legali quasi 50mila edifici che hanno già consumato suolo (agricolo e non), hanno già eroso appeal turistico (il paesaggio, oltre ad essere un “documento” storico e identitario è anche uno straordinario attrattore), hanno già ampliato ulteriormente la vulnerabilità del territorio (dal punto di vista del rischio sismico, vulcanico e idrogeologico), hanno già arricchito la criminalità (il ciclo del cemento in Campania, è noto, è in mano a determinati clan camorristici e un abuso edilizio, com’è evidente, non può che essere realizzato in maniera illegale, ovvero con strutture illegali).
Su come gestiamo il nostro territorio ci guarda e valuta (e giudica) il mondo intero [qui] [qui].

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5 settembre 2014:
“San Sebastiano al Vesuvio News” ha pubblicato un resoconto dell’odierna trasmissione radiofonica “24 Mattina”, dedicata al rischio vulcanico della nostra area. Ospiti: Ugo Leone, commissario del Parco Nazionale del Vesuvio, il giornalista Alessandro Milan, il sindaco di Terzigno Stefano Pagano.

Andresti a vivere nella zona rossa del Vesuvio? Questo il sondaggio lanciato da un reportage del settimanale Panorama a cura di Maria Pirro. Nel mirino le abitazioni costruite alle pendici del Vulcano più pericoloso al mondo ed il timore che si continui ad edificare. Prede spunto da qui, la seconda parte del programma radiofonico 24 Mattino di oggi, in onda su Radio 24.

(I rischi della zona rossa, se ne parla al programma radiofonico “24 Mattina”, in “San Sebastiano al Vesuvio News”, 5 settembre 2014)

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31 agosto 2014:
Abbiamo il governo più veloce del mondo, eppure il ministro dell’ambiente non riesce a trovare il tempo per nominare il nuovo Presidente del Parco Nazionale del Vesuvio. Nessuna istituzione vive di sei mesi in sei mesi, è dunque lecito chiedersi cosa si voglia fare del territorio vesuviano e, più in generale, del sistema delle aree protette italiane.
Francesco Gravetti, Parco Vesuvio, la storia infinita: ancora una proroga per Ugo Leone. Altri sei mesi di commissariamento per l’area protetta: la scelta del nuovo presidente diventa sempre più un caso politico e istituzionale. Intanto si avvicinano le regionali e impazza il toto nomine (in “Il Mediano”, 31 agosto 2014).

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24 agosto 2014:
Dalla pagina fb del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma:

24 agosto: la data dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. è attestata da una lettera di Plinio il giovane a Tacito «Nonum kal. septembres hora fere septima mater mea indicat ei apparere nubem inusitata et magnitudine et specie.» (Gaius Plinius Caecilius Saecundus, Epistularum liber VI, 16, C. Plinius Tacito Suo S.), ma alcuni studiosi indicano un periodo successivo all’estate

[1 – Raffigurazione di Bacco e del Vesuvio in un affresco pompeiano precedente al 79 d. C.; 2 – Calco del corpo di una vittima dell’eruzione del Vesubvio del 79 d.C., trovato assieme ad altri nel cosiddetto “Orto dei fuggiaschi” a Pompei; 3 – Pietro Fabris (Napoli, 1740-1792: Eruzione del Vesuvio del 1760-1761; 4 – Alessandro D’Anna (Palermo 1746 – Napoli 1810): Eruzione del Vesuvio del 1794, con la processione dell’Immacolata; 5 – Giorgio Sommer (Francoforte sul Meno 1834 – Napoli 1914): L’eruzione del Vesuvio, 26 Aprile 1872]

«[Mio zio] era a Miseno e teneva personalmente il comando della flotta. Il 24 agosto, verso l’una del pomeriggio, mia madre lo informa che spuntava una nube fuori dell’ordinario sia per la grandezza sia per l’aspetto. […]» (dalla lettera di Plinio il Giovane a Tacito, il cui testo integrale è qui).

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20 agosto 2014:
Un articolo storico di Giovanni De Luna in cui spiega che durante l’eruzione vesuviana del 1944

ci fu un grande tramestio di santi e madonne; uscirono dalle loro chiese Sant’Anna a Boscotrecase, San Giacomo a Pollena, San Giovanni Battista ad Angri, addobbato con i fogli-fazzoletti delle banconote delle Am-lire, la carta moneta stampata dagli Alleati.

(G. De Luna, Il Vesuvio erutta e San Gennaro gioca in trasferta. Nella Napoli degli sciuscià e delle «segnorine» occupata dagli Alleati, il vulcano distrugge i villaggi e scatena una guerra tra santi, in “La Stampa”, 8 agosto 2014)

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19 agosto 2014:
La trasmissione “Overshoot” di “Radio Radicale” dell’altro ieri [qui] ha avuto ospiti l’urbanista Aldo Loris Rossi e il direttore di “Le Scienze” Marco Cattaneo, che ha dedicato il numero di agosto al rischio vesuviano [qui].
Avevo espresso qualche riserva nei confronti dell’editoriale di Cattaneo, poi ho letto anche l’articolo principale della rivista e il mio scetticismo si è confermato.
In merito a quanto pubblicato, l’analisi più accurata l’ha scritta MalKo, un esperto di gestioni di emergenze, nell’editoriale “Rischio Vesuvio e l’informazione di massa“, in “Hyde Park”, 10 agosto 2014.
Personalmente, ritengo che i servizi de “Le Scienze” e, in parte, anche della trasmissione di “Radio Radicale” abbiano delle lacune – non so quanto inconsapevoli – che veicolano un’idea fuorviante della situazione vesuviana. Non è vero che c’è un nuovo piano di emergenza, è vero solo che è stata riperimetrata la zona rossa, con conseguente ridefinizione dei gemellaggi. Non è vero che in tre giorni si possono evacuare 700mila persone (con qualsiasi mezzo), soprattutto perché non vi sono vie di fuga, meeting point e indicazioni. I catastrofisti non mi piacciono, ma neppure i rassicurazionisti, come sostanzialmente sono gli autori del numero in questione: la realtà è fatta di lacune istituzionali, se non addirittura di incoerenza (aprire al cemento in zona rossa, come ha fatto di recente la Regione Campania, è qualcosa che va in direzione decisamente contraria alla mitigazione del rischio). Manca – ed è sempre mancato – un serio piano di comunicazione alla popolazione, oltre alla ormai endemica assenza di inclusione nel processo di pianificazione.
Se si intende parlare seriamente di rischio Vesuvio, bisogna distinguere: una cosa è la dimensione scientifica (monitoraggio dell’attività vulcanica e prevedibilità dell’evento atteso), un’altra la dimensione istituzionale (innanzitutto di organizzazione e gestione dell’emergenza, ma soprattutto di responsabilità politico-amministrativa), un’altra cosa ancora è la dimensione socio-antropologica (e questa non è mai presa in considerazione da chi ha il potere di decidere: la popolazione non è ascoltata, non è avvertita, non è coinvolta, ma al contrario viene frequentemente stigmatizzata, se non ridicolizzata).

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8 agosto 2014:
Il prossimo autunno al cinema ci sarà “Sul Vulcano“, un documentario di Gianfranco Pannone che [il 10 agosto è stato] presentato fuori concorso al 67esimo Festival di Locarno. Il vulcano, naturalmente, è il Vesuvio.

Su “Repubblica” di oggi c’è un’intervista al regista: “Ha fatto più danni il Vesuvio in 2000 anni o l’uomo in 100?” (qui). Altre interviste a Pannone sono su: “Cinecittà News“, “Io Donna“, “Il Mattino“.

E’ da segnalare, inoltre, che alla Mostra del Cinema di Venezia è stato presentato “Il giovane favoloso“, un film biografico di Mario Martone su Giacomo Leopardi, interpretato da Elio Germano. Com’è noto, il poeta visse i suoi ultimi anni in una splendida villa di campagna ai piedi del Vesuvio [sinossi]. Il film uscirà nelle sale il 16 ottobre e questo è il suo primo trailer:

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4 agosto 2014:
Regolamentare il traffico automobilistico sulla bocca di un vulcano? La questione sembrerebbe surreale, e forse lo è, eppure in cima al Vesuvio è necessario porsela. Ci si immaginerebbe che il Gran Cono, in quanto centro e simbolo di un Parco Nazionale, debba godere di un ferreo disciplinamento dei flussi, dei rumori, dei fumi. Invece…
Giovanni Marino, Che succede a quota 1000?, nel blog del Movimento “cittadini per il Parco”, 4 agosto 2014.

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2 agosto 2014:
A proposito degli spiragli cementizi concessi dall’attuale Giunta della Regione Campania, anche nelle zone di pregio paesaggistico e di rischio geologico, e dei dubbi di chi si domanda se il rischio Vesuvio sia “scientificamente reale”, ecco cosa ne pensa Ugo Leone (“La Repubblica“):

«E malamente e volutamente disinformata è da decenni la dirigenza politico amministrativa della Regione che si affida ai piani di evacuazione ignorando più utili e “salutari” alternative» (Ugo Leone)

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Ecosistema Rischio, dossier 2013

E’ stato presentato il dossier “Ecosistema Rischio 2013“, a cura di Legambiente e del Dipartimento di Protezione Civile:

ECOSISTEMARISCHIO2013

Clicca sull’immagine per scaricare il pdf.

Dal documento emerge, ancora una volta, che il dissesto idrogeologico è alla base del principale rischio del nostro Paese: l’82% dei comuni italiani presenta aree franose e alluvionali. In dieci anni, ha dichiarato Franco Gabrielli, «è cambiato poco o nulla, urge passare dalla parole ai fatti» [QUI].
E’ da osservare, inoltre, che i rischi spesso si sommano tra loro: il comune con il punteggio più basso è San Giuseppe Vesuviano, in piena “zona rossa” vulcanica, che non solo non ha avviato sufficienti attività per la mitigazione del rischio (di frane e alluvioni), ma non ha intrapreso nemmeno un’adeguata organizzazione del sistema comunale di protezione civile (pp. 11-12).

Ho scritto e archiviato di frane e alluvioni nei seguenti post: QUI, QUI e, più in generale, nei post segnati da questo tag.

Disuguaglianze, povertà e disastri

L’uragano Katrina che ha devastato New Orleans nel 2005 ha cambiato gli studi (sociali) sui disastri. In qualche modo ha riproposto questioni che sorsero in seguito al terremoto di Lisbona del 1755: un disastro naturale è solo opera della natura? (All’epoca ci si domandò se il sisma lusitano fosse “solo” una punizione divina). Con Katrina si è rilevato che un disastro, pur abbattendosi su tutta la popolazione, in realtà schianta i poveri (che, nel caso della Louisiana, equivale a dire gli afroamericani). (A questo proposito Mike Davis ha parlato addirittura di «parziale pulizia etnica»). (In questo blog ne ho raccolto vari articoli e video: QUI).
Dopo anni da quel terribile uragano, continuano ad essere pubblicate analisi su quanto quel disastro avesse poco di “naturale”. In questa scia si inserisce “Inequality, Poverty and Disaster in America“, un articolo di Jennifer Trivedi (pubblicato su «Anthropology News» il 7 novembre 2013) in cui l’autrice osserva che la prevenzione comincia impegnandosi nella riduzione delle diseguaglianze sociali e della povertà:

«[…] As inequality grows, it can affect disaster preparedness and recovery. People may be left unable to adequately insure their homes, if they can at all. People may be unable to evacuate—they cannot afford to take the time off from work, they cannot put gas in their car before a paycheck, they do not have access to affordable transportation alternatives. […]
Wealth disparities leave poor people with different access to resources and knowledge than the wealthy, which can have particular effects on their disaster preparedness and recovery efforts. This is not to say that all poor people are affected the same way or that they all face the same problems, nor it is to say that others do not face similar problems. However, the differential impact of wealth disparities can cause problems for people living in poverty, particularly in disasters.
Individuals and families who struggle financially may lack resources that would enable them to prepare for disaster or evacuate. They may have nothing or little in the way of savings. They may be working hourly wage jobs that restrict time off or they may be unable to afford to take time away from one or more such jobs. Such financial restrictions can create problems when trying to plan an evacuation. These same people may not be able to afford a place to stay outside of the affected area or en route to stay with friends and family members, or be able to put enough gas in their car to evacuate. […]
Some people living in poverty may be forced to choose between disaster preparedness and daily necessities, like heat, food or medication. […]
Disasters like Katrina and Sandy reveal the need for the US to address the issues of poverty and growing wealth disparity in order to fully prepare for and recover from disasters. […]».

Comprensibilmente, si potrebbe osservare che i peggiori disastri, ogni anno, colpiscono i Paesi più poveri del mondo e che tuttavia, nonostante questa ripetuta ed evidente possibilità di analisi, la relazione tra disastri e disuguaglianze/povertà è emersa in maniera lampante solo dopo il devastante passaggio di Katrina su New Orleans. In effetti, per quanto tale legame fosse noto già da tempo agli studi sociali più avanzati, è appunto con l’uragano del 2005 sulla Louisiana che le disuguaglianze e la povertà vengono considerate fattori cui ricondurre l’entità del disastro, dunque elementi che aumentano la vulnerabilità delle persone dinnanzi ad un “agente di impatto” (naturale o meno che sia). La ragione di questa “tardiva” attenzione è che tale relazione è meno visibile nei cosiddetti Paesi “in via di sviluppo”, mentre invece è (stata) particolarmente evidente proprio a New Orleans perché il disastro è accaduto (con proporzioni immani) nel Paese più ricco e (secondo la rappresentazione dominante) invincibile.

Intanto, è proprio di oggi la notizia che nelle Filippine il tifone Haiyan ha causato un’ecatombe: al momento, le vittime della tempesta sono almeno 1.200: QUI. Aggiornamento: «Filippine devastate dal tifone Haiyan, oltre 10.000 morti. La tempesta, una delle più violente della storia, ha colpito in particolare le isole di Leyte e Samar. Migliaia di persone ancora disperse. Comunicazioni ed elettricità interrotte in molte zone», QUI.

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Segnalo, infine, che da qualche giorno è stato diffuso il trailer della quarta (ed ultima) stagione di una delle serie-tv più belle degli ultimi anni: “Treme”, sul post-Katrina a New Orleans [ne avevo già scritto qui]:

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AGGIORNAMENTO del 18 novembre 2013:
Un’infografica pubblicata da “Oggi Scienza” mostra il numero di tifoni, uragani e cicloni che si sono avuti nel mondo dal 1900 ad oggi: sono “Sempre più potenti e distruttivi“.

PS: per curiosità, ho diviso il numero delle vittime per quello dei fenomeni censiti; ne derivano dei dati interessanti, ma che tuttavia vanno presi con molta cautela perché non tengono conto di numerose variabili, come ad esempio l’entità dei singoli eventi, la densità demografica dei luoghi colpiti, la natura di quei territori (ovvero la loro esposizione geografica a tali fenomeni), la violenza e la frequenza con cui si abbattono sulla popolazione. E’ da osservare, inoltre, che la divisione per continenti è puramente indicativa e che sarebbe più utile restringere il campo alle aree effettivamente soggette a tali manifestazioni meteorologiche. Comunque sia, un dato emerge sugli altri, quello della mortalità dei tifoni asiatici:
Asia, 848.4 (vittime per evento) – America, 88.7 – Africa, 24.0 – Europa, 17.3 – Oceania, 7.3.
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Sempre “Oggi Scienza”, nel pomeriggio del 18 novembre 2013 ha pubblicato un articolo che definisce la differenza tra tifoni, uragani e cicloni; fa luce sulla correlazione tra tifoni e global warming; spiega che «A differenza dei terremoti, impossibili da prevedere ma da cui ci si può in qualche modo opportunamente difendere, nel caso dei tifoni il problema non è la previsione, ma la possibilità pratica di far fronte alla calamità».

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AGGIORNAMENTO del 19 novembre 2013:
“Il Post” ha pubblicato un’infografica con il numero di morti per frana e per alluvione in Italia dal 1960 al 2012:

“Dove si muore per frane e alluvioni in Italia” (Fonte: ANSA-Centimetri, via “Il Post”)

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AGGIORNAMENTO del 4 gennaio 2014:
Marta Serafini segnala sul “CorSera” che in occasione della tempesta di gelo nominata “Hercules”, il neo-sindaco di New York Bill De Blasio ha introdotto il “codice blu” per i senzatetto, ovvero «misure eccezionali per salvaguardare gli homeless dalla tempesta di neve»: il “codice blu” «significa che tutti i centri di accoglienza sono aperti 24 ore su 24 e che viene momentaneamente sospesa la procedura burocratica che permette di accedervi». Altre info su “Hercules” sono QUI e QUI.

A New Orleans, intanto, pare che 30 delle 100 case donate da Brad Pitt per gli alluvionati di Katrina nel 2005 siano da rifare a causa dell’umidità che le ha fatte marcire: QUI. Stando all’articolo, tuttavia, “Per la star di Hollywood la vicenda potrebbe trasformarsi in un brutto colpo per la sua immagine“.

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L’emergenza “conviene” (a qualcuno).
«L’Italia viene continuamente rattoppata perché c’è anche chi lucra e specula sull’emergenza. Che verificandosi a ripetizione, garantisce guadagni vita natural durante» (Guglielmo Pepe). Ecco perché bisognerebbe bandire locuzioni tipo “cultura dell’emergenza”. (L’articolo è anche tra i commenti qui sotto).

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AGGIORNAMENTO del 13 febbraio 2014:
La situazione del dissesto idrogeologico in Italia è gravissima: l’82% dei comuni italiani presenta infatti aree a rischio idrogeologico (si veda: “Ecosistema Rischio 2013“, pdf). In dieci anni di denuncia da parte di ‪Legambiente‬ e Protezione Civile‬ “è cambiato poco o nulla”, dice ‪Gabrielli‬, “urge passare dalla parole ai fatti”: L’Italia frana: dieci anni di denuncia. Gabrielli: “Passare dalle parole ai fatti” (“Il Giornale della Protezione Civile”, 13 febbraio 2014, QUI).

La camorra è una montagna di monnezza

La storia della monnezza sul Vesuvio si intreccia spesso con gli interessi della camorra: è una storia di illegalità e di battaglie per ristabilire il diritto. A volte la criminalità non si è fermata dinnanzi a nulla e ha sparato. Così sono state dilapidate delle vite, come quella di Mimmo Beneventano.

“Vita”, 28 marzo 2001, QUI

PER RICORDARE MIMMO DIFENDO IL VESUVIO DAGLI ECOCAMORRISTI
Pasquale Raia, volontario di Ottaviano rifà la storia dell’emergenza e racconta le ragioni del suo impegno ambientalista
di Giampaolo Cerri

Loro le discariche dell’area vesuviana non le hanno scoperte oggi. Ma non erano loro a fare i blocchi stradali contro i camion di spazzatura, a scontrarsi con la polizia. Sono i volontari di Legambiente, i primi a denunciare gli scempi, gli affari, le intimidazioni. E’ dal 1980 che se ne occupano. Sfidando i clan camorristici che, in quella zona, prosperano su discariche legali e abusive e per i quali, la soluzione del problema rifiuti, si prospetta come un’opportunità di business in meno. Pasquale Raia, 42 anni di Ottaviano (Napoli), medico veterinario, è la memoria storica di questa emergenza.

Vita: Fare gli ambientalisti dalle vostre parti non dev’essere facile…
Raia: No, non lo è. Qua l’ecomafia è una realtà concretissima: spesso l’abuso è legato agli affari di pochi, spesso illegali.

Vita: E chi ve lo fa fare?
Raia: La memoria di un amico. Si chiamava Mimmo Beneventano ed era consigliere comunale ad Ottaviano. Faceva le battaglie contro le discariche e l’abusivismo per questo nel 1980 la camorra di Cutolo l’ha ammazzato. Quell’assassinio ha spinto molti giovani come me verso il lavoro ambientalista. A Mimmo è dedicato il circolo di Legambiente che abbiamo fondato nel 1989, proprio ad Ottaviano, dove l’avevano ucciso.

Vita: A che cosa si rinuncia?
Raia: Io alla libera professione, mi sono messo a fare il veterinario in una Asl a Napoli per avere più tempo da dedicarmi a queste battaglie.

Vita: Minacce?
Raia: Qualche volta, spesso indirette, spesso telefoniche. Sono le peggiori. Qualche volta abbiamo proprio dovuto abbandonare il campo: c’erano in giro dei tipi che sembravano disposti a tutto… Nel 1999 il circolo è stato assalito e devastato: ci ritenevano responsabili degli abbattimenti delle case abusive, un’ottantina in tutto, che l’Ente Parco del Vesuvio aveva ordinato. Per noi il Parco era ed è un momento di sviluppo importante: ha già creato 100 posti di lavoro, ma valorizzando il territorio e i suoi prodotti, può dare un impulso forte all’economia di queste zone.

Vita: Quando è iniziata l’emergenza?
Raia: Ma qui non è mai finita. Alla fine degli anni ’80, nella sola zona di Napoli c’erano una ventina di discariche autorizzate. Il Vesuvio era uno grande discarica a cielo aperto. Le zone da dove arrivava il 75% delle albicocche d’Italia, dove si producevano vini pregiati come il Lacrima Christi di Terzigno, assediate da montagne di rifiuti. Cave riempite di rifiuti, cave abusive realizzate allo scopo, un business miliardario. Accanto alle discariche, i gestori acquistavano terreni enormi, li scavavano e li riempivano. La realizzazione del Parco del Vesuvio ha posto le basi per bloccarle.

Vita: E’ successo?
Raia: Molto lentamente. Noi, nel 1989, abbiamo fatto una battaglia per chiudere quella di Fungaia Montesomma e ci siamo riusciti denunciando proprio la tattica degli ampliamenti abusivi: dimostrammo che i gestori avevano arbitrariamente allargato la discarica ad alcuni terreni vicini.

Vita: L’ultima denuncia?
Raia: L’abbiamo fatta l’altra sera: contro alcune persone che incendiavano i cumuli di rifiuti ad Ottaviano ma già l’indomani abbiamo cominciato a ricevere pressioni per ritirarla. I siti Internet delle associazioni ambientaliste sono una miniera di informazioni e di riferimenti. Ecco gli indirizzi dei gruppi d’impegno ecologico che abbiamo interpellato nell’inchiesta:
http://www.amicidellaterra.it –
http://www.legambiente.com –
http://www.wwf.it –
http://www.ecoistituto.veneto.it –
http://www.verdiambientesocieta.it
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PS: “La mafia è una montagna di merda” (Peppino Impastato)