Le perimetrazioni del rischio vesuviano

In base alle osservazioni storiche relative al comportamento eruttivo del Vesuvio e considerando la relazione fondata sul «prodotto tra la probabilità che si verifichi un determinato fenomeno vulcanico ed i relativi danni che esso è in grado di provocare»[1], gli scienziati hanno individuato diversi gradi di rischio all’interno di un’ampia area intorno al vulcano. Il Piano di Emergenza Nazionale del 1995 ha recepito tali indicazioni suddividendo il territorio in “zone di pericolosità” (che, tuttavia, sono sempre il risultato di una negoziazione). Si tratta delle zone rossa, gialla e blu.

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Clicca sull’immagine per ingrandirla.
Fonte: “Rivista Hyde Park”.

La zona rossa, recentemente ridefinita, si estende su 25 comuni (compresi tre quartieri di Napoli) ed è la più prossima al cratere; è l’area che potrebbe essere invasa da flussi piroclastici, colate di fango, lava e altri prodotti vulcanici. Si tratta, in altre parole, del territorio a maggiore pericolosità, abitato da circa 700mila persone, nel quale possono inoltre verificarsi anche gli effetti previsti nelle altre due zone (gialla e blu) e sulla quale si concentra la maggior parte del dibattito pubblico e delle iniziative politiche relative al rischio vesuviano.

La zona gialla corrisponde all’area su cui potrebbero cadere ceneri e lapilli, pericolosi per la respirazione e, accumulandosi sui tetti, per il crollo degli edifici. Si tratta di una regione ampia 1.100 kmq, corrispondente a 96 comuni posti a nord-est, est, sud e sud-est del Vesuvio delle province di Napoli, Avellino, Benevento e Salerno. Nel Piano è specificato che in base allo scenario del 1631, «solo il 10% della zona gialla sarà effettivamente coinvolto dalla ricaduta di particelle, subendo danneggiamenti»[2]. La difficoltà nell’accertare in anticipo i luoghi interessati dipende dall’impossibilità di prevedere in quale direzione il vento sposterà la nube eruttiva (che dipenderà anche dalla stagione dell’anno in cui si verificherà l’eruzione). Nel suo complesso la zona gialla è attualmente abitata da oltre un milione di persone.

La zona blu, infine, comprende 14 comuni della conca del nolano, a nord-est del vulcano, su una superficie di 100 kmq. Come la precedente, anche quest’area sarà evacuata ad evento in corso, a causa della possibilità di inondazioni e alluvioni causati dal trascinamento di cenere ad opera della pioggia che, sempre, segue un’eruzione.

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Note:
[1] A. Rapolla – G. Rolandi – C. Bais, Aspetti geofisici, vulcanologici e geosismici, in AA.VV., Il rischio Vesuvio. Strategie di prevenzione e di intervento, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Giannini Editore, Napoli, 2003.
[2] Piano di emergenza Vesuvio, Dipartimento della Protezione Civile.

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Ulteriori informazioni sono fornite da MalKo in QUESTO post del 12 marzo 2014.

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AGGIORNAMENTO del 15 maggio 2014:
Ne ho accennato ieri sera in un incontro dedicato al rischio Vesuvio a Torre del Greco: la nuova zona rossa vesuviana tracciata in base alla cosiddetta “linea Gurioli” crea delle disparità tra i comuni alle pendici del vulcano perché distingue tra “zona rossa 1” e “zona rossa 2”. Il comune di Boscoreale ha fatto ricorso e il TAR della Campania gli ha dato ragione: il suo territorio è solo parzialmente soggetto ai massimi vincoli della perimetrazione del rischio. Viene da domandarsi, dunque, cosa si voglia fare nella parte esterna alla “black line” (e temo che le betoniere stiano scaldando i motori). A questo punto è facile aspettarsi ricorsi simili da parte degli altri comuni che si trovano nella medesima situazione: Cercola, Pompei, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Torre Annunziata. Lo spiega Malko, come sempre in maniera molto chiara: Rischio Vesuvio e la teoria del cigno nero (13 maggio 2014) (e lo aveva preannunciato già un anno prima, in questo post del 28 maggio 2013).

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AGGIORNAMENTO del 3 maggio 2015:
L’andamento pressoché circolare dell’attuale zona rossa del #Vesuvio, decretata nel 2013, segue principi scientifici (della vulcanologa Lucia Gurioli) più convincenti rispetto a quelli della prima versione (risalente al 1995), quando l’area di maggior rischio vulcanico seguiva acriticamente i confini dei comuni. La nuova perimetrazione, tuttavia, ha portato con sé nuove problematiche: un comune che rientra solo parzialmente all’interno della “linea Gurioli” deve applicare a tutto il suo territorio la legge regionale campana 21/2003 (che vieta l’edificazione per uso residenziale)? Il comune di Boscoreale, interessato dal quesito, ha presentato un ricorso al TAR della Campania, che gli ha dato ragione: può estrapolare dalla classificazione di zona ad alto rischio quella parte di territorio boschese che va oltre il limite Gurioli. L’ultima parola, tuttavia, ci sarà tra un mese, il prossimo 4 giugno 2015, quando la querelle sarà presentata dinnanzi al Consiglio di Stato.
Il blogger MalKo spiega la situazione nei dettagli, anche storicamente: “Rischio Vesuvio: la zona rossa sui banchi del Consiglio di Stato“.

Emergenze ed evacuazioni

Contrariamente ai terremoti, le eruzioni vulcaniche possono essere previste con un certo anticipo (tra i segnali precursori ci sono proprio i sismi). In questo post raccolgo le notizie relative agli “stati di emergenza” per le popolazioni che vivono intorno ai vulcani. Comincio da un caso andino.

Nei primi giorni di settembre 2013 il vulcano Ubinas, nel sud del Perù, ha cominciato un’attività che non sembra arrestarsi (QUI, QUI e QUI). A causa della «caídas de ceniza [sulla] localidad de Querapi y algunos otros pueblos del valle de Ubinas», nel pomeriggio del 4 settembre l’IGP (Instituto Geofísico del Perú) e l’INGEMMET (Instituto Geológico Minero y Metalúrgico) hanno sollecitato l’evacuazione preventiva dei 150 abitanti di Querapi, un villaggio posto a soli 4 km dal cratere:

«Andina», 4 settembre 2013, QUI

RECOMIENDAN EVACUAR A POBLADORES DE QUERAPI POR ACTIVIDAD DE VOLCAN UBINAS
La evacuación de los pobladores de Querapi, que se ubica a 4 kilómetros al sur del volcán Ubinas, región Moquegua, recomendaron los especialistas del Instituto Geofísico del Perú (IGP) y del Instituto Geológico, Minero y Metalúrgico (Ingemmet), debido a la alta vulnerabilidad de la zona.
[…] Por ello, se aconseja a las poblaciones aledañas al volcán Ubinas, realizar preparativos, a fin de mitigar los efectos de posibles caídas de ceniza en la salud de las personas, áreas de cultivo y fuentes de agua.
Además, como la caída de cenizas afecta principalmente la zona norte y noroeste del volcán, influenciado por la dirección de los vientos, los expertos sugieren a las autoridades locales y regionales, efectuar una evaluación de daños y efectos en dichas zonas.
Asimismo, se sugiere a las autoridades competentes, elevar el nivel de alerta volcánica al color amarillo, así como activar el Plan de Contingencia frente a un eventual incremento de la actividad del Ubinas.
Dentro de las conclusiones, se precisa que el monitoreo sísmico indica, hasta ahora, la inexistencia de evidencias compatibles con ascenso de magma nuevo, necesario para una eventual erupción magmatica inminente.
[…] El volcán Ubinas, considerado el más activo del sur peruano, se ubica en el extremo Norte de la región Moquegua, a 70 kilómetros al Este de la ciudad de Arequipa. Desde el año 1550 D.C. se han producido alrededor de 25 erupciones. La última erupción se registró entre el 2006 y 2009 y fue de magnitud baja, con un Índice de Explosividad Volcánica 2, en una escala que va de 0 a 8.
Dicha erupción afectó principalmente a siete pueblos ubicados al sureste del volcán, por lo que se evacuó a cerca de 2000 pobladores en riesgo, quienes permanecieron en 2 refugios (Anascapa y Chacchagen) durante casi más de 10 meses. […]».

Rispetto al vulcano Ubinas, Querapi si trova QUI (anche QUI, meglio).

L’invito ad evacuare la popolazione presentato dagli esperti è stato subito commentato dalle autorità amministrative locali. Marín Vizcarra, il presidente della regione Moquegua (in cui si trova Querapi), ha dichiarato che «el traslado deberá efectuarse de todas maneras debido a la alta vulnerabilidad de la zona. […] “La población de Querapi está muy cerca al volcán, por ello hay que ponerla a buen resguardo, con fumarolas o sin ellas”» («Moquegua: Evaluarán evacuación de pobladores de Querapi ante cercanía con volcán Ubinas», «La Prensa», 5 settembre 2013, QUI).

AGGIORNAMENTO del 18 aprile 2014:
Il vulcano Ubinas continua la sua attività, che è sempre più forte. Il livello di allerta è passato all’arancione85 famiglie sono state evacuate a causa della gran quantità di cenere emessa del vulcano. Inoltre, sono stati sfollate 188 persone, oltre 120 capi di bestiame e alcuni animali domestici. Come ha sottolineato un funzionario, “Querapi quedó como un pueblo fantasma”, il villaggio di Querapi è come un villaggio fantasma (Maps).

AGGIORNAMENTO del 9 aprile 2015:
Il blog “Culture Volcan” riferisce che ieri, 8 aprile, c’è stata una nuova (modesta) esplosione sul vulcano Ubinas: QUI.

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AGGIORNAMENTI:

  • Vulcano Sakurajima, Giappone: 4 settembre 2013 (foto).
  • Vulcano Sinabung, Nord Sumatra (Indonesia): 16 settembre 2013 (altre info: qui e qui)
    (Aggiornamenti: qui).
    (Aggiornamenti dell’11 novembre 2013: nuove evacuazioni, qui e qui).
    (Aggiornamento del 24 novembre 2013: si intensifica l’attività del vulcano e il livello di allerta è stato elevato al suo massimo, sia per quanto riguarda il sorvolo aereo, sia per l’evacuazione di altri abitanti – potenzialmente altri 15mila; ieri si sono avute almeno 8 esplosioni che hanno provocato ricadute di cenere in numerose città, tra le quali Medan, a più di 50km a nord-est del vulcano: di notte, le ceneri hanno ridotto la visibilità a 20m: foto; anche “Repubblica” vi dedica una galleria fotografica).
    (Aggiornamento del 28 novembre 2013: “Culture Volcan” dice che «Le dernier recensement, terminé hier en fin d’après-midi par les autorités, indique que ce sont au total 16721 personnes qui ont été déplacées et sont actuellement réparties dans 30 sites. L’évacuation semble donc menée à son terme et, jusqu’à ce que la situation évolue (en mieux ou en pire), ce chiffre ne devrait plus trop varier»).
    (Aggiornamento del 31 dicembre 2013 (c’è un video): “La Repubblica” riferisce che per l’eruzione del vulcano indonesiano Sinabung sono state «evacuate oltre 19 mila persone»: il vulcano, in eruzione da mesi, «questa notte ha riversato lapilli e lava sugli abitanti intorno al cratere. […] “Questa notte, 19.126 persone hanno lasciato le loro case e crediamo che questa cifra continuerà ad aumentare”, ha detto Sutopo Purwo Nugroho, portavoce dell’agenzia responsabile per la prevenzione delle catastrofi naturali. Il Sinabung, che era stato in letargo per quasi un secolo, si era già risvegliato in agosto e settembre del 2010»).
    (Aggiornamento del 12 gennaio 2014: gli sfollati dalle pendici del Sinabung sono saliti a 25.516. “Il Post” ha pubblicato una galleria fotografica che su fb ho commentato così: Le immagini delle calamità si somigliano tutte, nello spazio e nel tempo. In alcune di queste fotografie sembra di rivedere degli scorci vesuviani del 1944: la coltre di fuliggine grigia su ogni cosa, le strade impraticabili dagli automezzi a causa del fango, i camion carichi di oggetti privati, le immagini sacre, una certa rassegnata serenità nello sguardo degli sfollati. “Il Giornale della Protezione Civile” del 15 gennaio 2014 parla di 30mila sfollati: qui).
    (Aggiornamento del 1 febbraio 2014: La situazione intorno al vulcano Sinabung si fa ancora più preoccupante: nelle ultime ore ci sono stati 14 morti, riferisce “RaiNews24“).
    (Aggiornamento del 2 febbraio 2014: il “CorSera” ha pubblicato una galleria fotografica titolata “L’eruzione del Sinabung, Sumatra come Pompei” e un video in cui si afferma che i morti sono almeno 15; “Culture Volcan” fornisce molte più informazioni, anche in merito agli sfollati; si veda anche tra i commenti qui in basso).
    (Aggiornamento del 4 febbraio 2014: “RaiNew24” ha pubblicato una galleria fotografica con immagini di preghiere per placare l’eruzione del vulcano Sinabung).
    (Aggiornamento del 12 febbraio 2014: Il Sinabung continua la sua attività eruttiva, sebbene ormai solo effusiva. Intanto, “Les habitants de 4 villages, Batu Karang, Rimo Kayu, Cimbang, Ujung Payung tous situés à plus de 5 km de distance, ont été autorisés hier à retourner chez eux, pour commencer à faire le ménage et recommencer à travailler. Pour les aider, un soutient financier de 6000 roupies indonésienne (0.36€) et 400 grammes de riz leur sera donné pendant 30 jours. Cela reste peu car il faudra des semaines, en espérant que les émissions de cendres ne reprennent pas, pour faire ce nettoyage qui, par ailleurs, demande beaucoup d’effort physique“, QUI).
  • Vulcano Etna, Sicilia (Italia): il 23 novembre 2013 c’è stata la 17esima eruzione dall’inizio dell’anno, con una colonna di ceneri di almeno 3km e conseguente ricaduta di lapilli sulle cittadine circostanti: galleria fotografica, altra galleria fotografica. Un VIDEO interessante della cenere piovuta a Giardini Naxos, Taormina e Letojanni.
  • Vulcano Kelud, Giava (Indonesia), 14 febbraio 2014: Sono morte almeno due persone, in 100 mila sono state evacuate, uno strato di cenere e detriti copre un’area vasta 100 chilometri (“Il Post“, con foto). Ulteriori informazioni (più tecniche) sono su “Culture Volcan“: il numero massimo di sfollati è stato di circa 100.250, alloggiati in 293 rifugi. “RaiNews24” parla di oltre 200mila persone in fuga (con foto).
  • Vulcano Mayon, Filippine, 17 settembre 2014: Circa 24mila persone sono state già fatte evacuare dalle autorità filippine per il pericolo legato alla possibile eruzione del vulcano Mayon, il più attivo dell’arcipelago. Dal cratere infatti ha iniziato ad uscire lava, ma il timore dei vulcanologi è che questo possa essere solo l’inizio di un fenomeno assai più violento dal momento che l’attività del vulcano, alto 2.460 metri e distante 340 chilometri dalla capitale Manila, è in graduale intensificazione. Le evacuazioni sono state imposte nella cittadina di Guinobatan, nella provincia di Albay, dove è stato inviato l’esercito per favorire le operazioni. A rischio ci sarebbero 12mila famiglie, per un totale di 60mila persone. L’attività del Mayon ha fatto registrare ad ora diverse scosse sismiche e dal cratere vengono espulsi frammenti di lava e rocce incandescenti con frequenza sempre maggiore. Negli ultimi 500 anni il vulcano ha eruttato 50 volte, in alcuni casi in modo molto violento e minacciando gli abitanti della zona (Il Giornale della Protezione Civile).
  • Vulcano Fogo, Capo Verde, 26 novembre 2014: ha ripreso l’attività eruttiva da alcuni giorni; il complesso vulcanico ricorda quello del Vesuvio: il cratere sorge all’interno di una caldera, parzialmente circondata dall’ampio arco montuoso dell’antico edificio vulcanico. I villaggi di Portela e di Chã das Caldeiras si trovano, come indicano i toponimi stessi, all’interno della caldera [Gmaps] e in queste ore i suoi mille abitanti, dopo alcuni rifiuti iniziali hanno dovuto evacuare [portoghese] [francese]. AGGIORNAMENTO sulla situazione del vulcano FOGO (27 novembre 2014): Oltre una quindicina di case del villaggio di Portela sono state inghiottite dalla colata lavica del vulcano Fogo, nell’arcipelago di Capo Verde: FONTE.
    La colata lavica del Fogo alle porte del villaggio capoverdiano di Portela, 27 nov 2014

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AGGIORNAMENTO del 14 dicembre 2013:
Dove andare in caso di allarme vesuviano? Il Piano di Emergenza Nazionale redatto nel 1995 prevede dei gemellaggi tra i comuni della “zona rossa” e le regioni italiane (wikipedia), ma con la nuova zona rossa delineata nel 2013 cambiano anche tali gemellaggi, sui quali tuttavia c’è ancora confusione.
Ne ha scritto Angelo Lomonaco sul “Corriere del Mezzogiorno” del 14 dicembre 2013, «Chi vive a Nola va in Val D’Aosta». Dove fuggire se erutta il Vesuvio.
Sulla questione dei gemellaggi ho scritto QUESTO.

AGGIORNAMENTO del 14 febbraio 2014:
E’ stata approvata la nuova tabella dei gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni d’Italia.
Ne ho scritto QUI.

AGGIORNAMENTO del 20 aprile 2014:
Non si tratta di un vulcano, ma di una frana, per la quale è stato evacuato un intero villaggio: in Italia, in Valle d’Aosta, nelle frazioni di Entrèves e La Palud del comune di Courmayeur: “L’aumento delle temperatura ha accelerato l’andamento: per venti minuti è stato chiuso il traforo del Monte Bianco. Il sindaco rassicura: nessuna persona può essere coinvolta nel crollo, attendiamo l’evento naturale con tranquillità“. Più in particolare, “dallo scorso 8 aprile gli 80 residenti di La Palud sono stati evacuati per il “probabile crollo imminente” della frana dal monte La Saxe, che viene monitorata dal 2009” (“Repubblica“, “CorSera“).
VIDEO della frana (1’35”) e testimonianza AUDIO di una sfollata (1’35”).
Il 22 aprile 2014 il capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli, ha rilasciato un’intervista a “La Repubblica” sullo stato della frana: “è una brutta besta” (QUI) ) e il ricercatore Daniele Giordan ha spiegato che “è figlia dell’evoluzione naturale del dissesto” (QUI). Inoltre, qui ci sono 10 FOTO della frana.

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GLOSSARIO e NORMATIVE
Il Dipartimento di Protezione Civile ha diramato una nota in cui sottolinea la differenza tra le definizioni di “stato di emergenza” e di “stato di calamità naturale“. Come viene spiegato, «essi non sono affatto strumenti equivalenti o interscambiabili» e, inoltre, tra loro «non c’è alcun rapporto di dipendenza»:
1) Lo “stato di emergenza” è un istituto previsto dall’art. 5 della legge 225 del 1992, «può avere una durata di 180 giorni prorogabili per altrettanti una sola volta» e consiste nell’insieme dei «primi interventi di emergenza: assistenza alla popolazione, ripristino della funzionalità dei servizi pubblici e delle infrastrutture di reti strategiche, interventi per ridurre il rischio residuo, ovviamente nel limite delle risorse messe a disposizione»; va aggiunta, inoltre, «una ricognizione dei danni, pubblici e privati [da portare] all’attenzione del Consiglio dei Ministri che valuta se e quante ulteriori risorse stanziare proprio per il ristoro dei danni».
2) Lo “stato di calamità naturale“, invece, «è uno strumento legato esclusivamente al settore agricolo: il suo riconoscimento, infatti, avviene per mezzo di un decreto del Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, su proposta della Regione coinvolta».

Come accadrà, quando accadrà

Il clamore mediatico intorno alle recenti (lievi) scosse sismiche sul Vesuvio ha fatto proliferare molti articoli, post e interviste. Tra queste ultime, spiccano due contributi di Cinzia Craus («architetto e urbanista, tra gli autori nel 2001 dei piani di evacuazione dei diciotto comuni dell’area rossa»), raccolti da Ilaria Puglia, a proposito della sequenza di eventi di una possibile eruzione vesuviana.
Estrapolo dei brani da entrambe le interviste.

Da: “Ma quando il Vesuvio deciderà di eruttare, cosa accadrà?” (“Parallelo 41”, 17 giugno 2013)

[…] Tutti dicono che, al momento, non c’è da temere un’eruzione del Vesuvio. Ma se il vulcano dovesse eruttare darà segnali premonitori oppure potremmo avere un’eruzione per così dire improvvisa?
Il Vesuvio è un vulcano attivo, la cui attività storica è caratterizzata dall’alternanza di periodi di attività prolungata a condotto aperto (cratere non occluso) con eruzioni effusive (colate di lava) o miste (effusive ed esplosive) e periodi di quiescenza di durata pluricentennale interrotti da eruzioni esplosive di maggior energia, di tipo sub-Pliniano e Pliniano. Allo stato attuale nessuno dei parametri geofisici, geochimici, morfologici o di attività sismica legata al vulcanesimo, costantemente monitorati, ha evidenziato deviazioni rispetto alla norma. […] Tale pericolo, si fa rischio, e molto elevato, a causa dell’altissima densità abitativa dell’area circostante il Vesuvio, e della potenzialità esplosiva di quest’ultimo, proprio per la lunga quiescenza. Ciò spiega la rigida sorveglianza e gli studi continui della comunità scientifica internazionale. Tuttavia il rischio vulcanico è fortunatamente annoverabile tra i rischi prevedibili, ossia quelli che prima di palesarsi presentano una serie di fenomeni anticipatori, i cosiddetti precursori. […] L’evacuazione dell’area rossa, quella a maggiore rischio, da effettuarsi appunto in fase di allarme e non di evento in corso […].
Se si dovesse verificare un’eruzione, in base alle statistiche elaborate dagli esperti, di quale tipo sarebbe?
Secondo le statistiche elaborate dagli esperti della Commissione Vesuvio, incaricati di redigere e aggiornare i cosiddetti scenari di evento e di aggiornare la pianificazione di emergenza nazionale l’eruzione teoricamente più probabile (72%) è un’eruzione di tipo stromboliano esplosiva, ossia simile in parte a quelle dell’Etna, con emissione di lapilli e ceneri, seguite da colate di lava e possibili formazioni di colate di fango (lahar). Tuttavia, in considerazione del tempo di quiescenza, della condizione di ostruzione della bocca eruttiva, delle indagini sulle camere magmatiche, la percentuale di rischio (27%) di un’eruzione di tipo sub-Pliniano, simile a quella del 1631, è più che considerevole. […]
Che cosa c’è da temere di più durante un’eruzione: la cenere che cade sui tetti, il materiale che fuoriesce dal vulcano, la discesa della lava?
Tutte e tre le cose e nessuna più della colata piroclastica. […] La colata piroclastica generata dal collasso della colonna eruttiva è in assoluto il rischio più grande di un’eruzione sub-pliniana, almeno nei limiti dell’area rossa. Nei limiti, invece, dell’area gialla individuata e di quella blu, interna ad essa, assumono maggiore importanza la ricaduta di ceneri della fase finale e la formazione di colate di fango. […]

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Da: “Vesuvio: in caso di eruzione cielo oscurato dalla cenere e piogge intense” (“Parallelo 41”, 25 giugno 2013)

[…] 1) Quanto tempo impiega la lava per arrivare nei centri abitati?
In caso di eruzione sub-pliniana, come già specificatonella scorsa puntata, si parla di colata piroclastica che raggiungerebbe i comuni dell’area rossa in pochi minuti dal collasso della colonna eruttiva. Le colate di lava sono molto più lente e se generate, da un’eruzione di tipo stromboliano, sebbene estese e distruttive per il patrimonio edilizio, non rappresenterebbero un rischio per la popolazione, la quale, peraltro, secondo piano, non potrebbe trovarsi nell’area.

2) E’ vero che quando si verifica un’eruzione cambia anche il clima?
La grande quantità di vapore emesso col flusso eruttivo genera inevitabilmente la formazione di nubi che a seconda delle temperature condenseranno più o meno rapidamente generando piogge intense e costanti (il cielo sarà inoltre oscurato dalla presenza di grandi quantità di cenere), per un periodo non inferiore alla durata completa dell’evento.

3) Quanto dura un’eruzione?
I fenomeni acuti di un evento di tipo sub-pliniano si esauriscono di norma entro 3-4 giorni, dopo di che di può avere una fase, che può durare settimane o mesi, in cui la dinamica eruttiva è caratterizzata da fenomeni attenuati, con emissioni di ceneri e vapori associati ad attività sismica di media e bassa energia, accompagnati da piogge e conseguenti colate di fango.

4) Che cosa si intende per lahar?
I lahar sono propriamente colate di fango e detriti generate dalla ri-mobilitazione del materiale di ricaduta dell’evento eruttivo su pendii ripidi. Questa mobilitazione, come gli alluvionamenti, sono entrambi dovuti all’effetto delle piogge abbondanti che accompagnano un’eruzione. A questo rischio sono soggetti i territori alle pendici del vulcano, già ricadenti nell’area rossa, le aree già soggette a rischio idrogeologico da alluvione come la conca di Nola (area blu), le pendici dei versanti appenninici sottovento durante le fasi eruttive. Il rischio permane anche a distanza di anni dall’eruzione, questo perché i nuovi depositi mantengono un limitato stato di coesione con gli strati sottostanti per un lungo periodo. […]

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AGGIORNAMENTO del 19 settembre 2013:
Fosco d’Amelio ha realizzato una trasmissione radiofonica in quattro puntate dedicata al Vesuvio. L’ultima è un mockumentary, ovvero un falso documentario dal futuro, da un’ipotetica emergenza vulcanica. L’esercizio è molto interessante e stimolante, ricorda le lezioni di fantantropologia di Clemente e altri (qui e altrove).
La trasmissione (che è del 14 giugno 2013) dura 15 minuti ed è ascoltabile in podcast QUI. (Altre info: qui).

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AGGIORNAMENTO del 14 dicembre 2013:
Dove andare in caso di allarme vesuviano? Il Piano di Emergenza Nazionale redatto nel 1995 prevede dei gemellaggi tra i comuni della “zona rossa” e le regioni italiane (wikipedia), ma con la nuova zona rossa delineata nel 2013 cambiano anche tali gemellaggi, sui quali tuttavia c’è ancora confusione.
Ne ha scritto Angelo Lomonaco sul “Corriere del Mezzogiorno” del 14 dicembre 2013, «Chi vive a Nola va in Val d’Aosta». Dove fuggire se erutta il Vesuvio.

AGGIORNAMENTO del 14 febbraio 2014:
E’ stata approvata la nuova tabella dei gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni d’Italia.
Ne ho scritto QUI.

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AGGIORNAMENTO del 7 dicembre 2014:
MalKo spiega il ruolo dei comuni nella pianificazione dell’emergenza in caso di allarme vesuviano: “Il sindaco è l’autorità locale di protezione civile ed ha il compito di garantire la sicurezza ad ogni cittadino residente o di transito sul territorio amministrato a prescindere dalla nazionalità e dallo stato giuridico“. I comuni della zona rossa dovranno pubblicare entro il 31 dicembre 2015 i piani di protezione civile (anche online), così da permettere alla popolazione di venirne a conoscenza.