Dopo un terremoto, pavlovianamente si parla di Vesuvio

Da osservatore della realtà vesuviana so che è un riflesso pavloviano: ogni volta che c’è un disastro da qualche parte, dopo poco si parla del rischio che corre Napoli. Penso sia una gran cosa, perché ci fa essere sempre sensibili al tema, eppure a tali avvisi non seguono mai politiche adeguate e fatti concreti. Dopo il drammatico terremoto del Centro Italia, negli ultimi giorni [fine agosto – inizio settembre 2016] la stampa e il web hanno scritto spesso della mancanza di piani d’emergenza comunali nei Campi Flegrei e intorno al Vesuvio, nonché dell’inadeguatezza di una larghissima parte degli edifici di Napoli e delle altre città della provincia. La pagina “Rischio Vesuvio” raccoglie buona parte di questi contributi, che vi invito a leggere.

“Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci”, 6 settembre 2016: qui.

Il drammatico terremoto del 24 agosto 2016 tra Lazio, Abruzzo, Marche e Umbria [ne abbiamo scritto anche noi] ha messo a nudo, come ogni disastro, le nostre fragilità strutturali: la nostra vulnerabilità urbana e sociale, l’inadeguatezza dei nostri edifici, la colpevole illusorietà di certi adeguamenti antisismici, il grande lavoro che abbiamo ancora da fare perché – oggi – una scossa di magnitudo 6 non può causare 300 morti e radere al suolo interi centri abitati.
Allo stesso tempo, questa prima fase del post-terremoto sta evidenziando alcune retoriche già messe in atto nelle precedenti esperienze, come osserva il geografo Giuseppe Forino, e la necessità di una ricostruzione inclusiva e partecipata, come sottolinea lo storico Stefano Ventura.
Ulteriore aspetto, anche questo ricorrente, è la sensibilizzazione (innanzitutto mediatica) alle scosse sismiche nell’area napoletana (tutte molto lievi, sotto la magnitudo 2): ne sono state avvertite nei Campi Flegrei e sull’isola d’Ischia [anche qui].
Il punto che, tuttavia, ci sembra di particolare importanza è quello che guarda al futuro, specie in provincia di Napoli: siamo pronti? come sono i piani di emergenza? le nostre case sono sicure?
A questo proposito negli ultimi giorni sono usciti quattro articoli considerevoli:
Luisiana Gaita (“Il fatto quotidiano”, 5 settembre 2016): «Bradisismo, mancano i piani d’emergenza ai Campi Flegrei. E se il Vesuvio eruttasse? “Nessuno saprebbe cosa fare”»;
Antonio Fiore (“Corriere del mezzogiorno”, 28 agosto 2016): «I paradossi del rischio Vesuvio. Fa una certa sensazione apprendere che, tra i (cento e passa) Comuni della regione Campania privi ancora dell’obbligatorio Piano di emergenza, spicca Pompei»;
MalKo (Blog “Rischio Vesuvio”, 2 settembre 2016): «Il piano di evacuazione non ce l’ha nemmeno Torre del Greco, il paese mediano da 100.000 abitanti, ma neanche Boscoreale»;
Roberto Saviano (“L’espresso”, 4 settembre 2016): «Dio non voglia che accada a Napoli. Nel capoluogo campano il 44 per cento degli edifici è a rischio sisma. Ma le istituzioni allargano le braccia. E puntano, come sempre, sulla fortuna».

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Il ritardo che abbiamo accumulato è una colpa, la speranza o la fortuna non salvano, bisogna agire e quel che possiamo fare noi, in quanto cittadini, è pretendere il rispetto della legge: che ciascun comune si doti di un piano di emergenza, che la protezione civile aumenti e migliori l’informazione e la comunicazione con la popolazione, che il governo garantisca il nostro diritto alla vita avviando politiche che permettano l’adeguamento sismico degli edifici e la riqualificazione urbana, che la gestione del territorio sia più partecipata ed inclusiva, ma soprattutto ecocompatibile ed equa.

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Gabrielli: più informazione e partecipazione per il rischio Vesuvio

Il prefetto Franco Gabrielli, capo del Dipartimento della Protezione Civile, si trova costantemente a contatto con popolazioni colpite da disastri o che abitano in località a rischio e non di rado ne fornisce delle interpretazioni socio-antropologiche che talvolta hanno sollevato delle polemiche. Vediamone alcune degli ultimi due anni e, poi, consideriamo ciò che ha riferito in Senato due giorni fa.

Il 16 ottobre 2012, in un’intervista a “Radio Capital”, disse:

Gabrielli: «E’ sempre molto facile ascrivere ad altri, a qualcuno che sta al di fuori, le responsabilità. Poi c’è anche, come dire, un attivismo, una determinazione, una voglia di fare che molto spesso è insito nelle stesse comunità. [Nella ripresa di un territorio disastrato] l’ha differenza non l’ha fatta la quantità di denaro, la differenza l’ha fatta la capacità di progettualità di ogni singolo territorio».
Giornalista: «Cioè, lei dice: gli emiliani hanno reagito meglio rispetto agli aquilani».
Gabrielli: «Sicuramente».

Il 12 gennaio 2013, parlando della nuova zona rossa vesuviana, disse:

«C’è un’eccessiva insensibilità e una mancanza di consapevolezza del rischio fra gli abitanti di queste zone. […] Nella zona dei Campi Flegrei la percentuale di gente che non conosce il rischio su cui è letteralmente seduta raggiunge picchi del 70-80 per cento. Il rischio è che questa insensibilità spesso si traduce in un atteggiamento non adeguato nei confronti delle istituzioni che invece hanno il dovere di rendere consapevoli i cittadini».

Il 26 ottobre 2013, parlando ancora di Vesuvio e Campi Flegrei, disse:

In quelle aree «riscontriamo una consapevolezza che non è all’altezza della situazione […]. Tutti guardano alla pianificazione nazionale, poi quando si scende sul territorio per capire che cosa è stato fatto e capire i comportamenti che sono stati posti in essere allora molto spesso riscontriamo una non eguale responsabilità. Si è molto propensi a chiedere e poco propensi a fare».

Pochi giorni fa, il 26 maggio 2014, Gabrielli ha, infine, relazionato (pdf) presso la Commissione Territorio, Ambiente, Beni ambientali del Senato a proposito del rischio vulcanico in Italia e ha utilizzato un registro interpretativo molto diverso. Riferendosi al Vesuvio, ha detto che: «è fondamentale un Piano nazionale di emergenza “partecipato” tra Stato centrale e realtà locali» e che «è in programma lo sviluppo di una campagna di comunicazione dedicata al rischio vulcanico».
In particolare, ha spiegato che:

per la popolazione residente in quel territorio «vivere in area vulcanica è evidente», tuttavia «non percepisce il rischio come imminente e, di conseguenza, pospone questo problema alle ordinarie urgenze del territorio». Pertanto, ha concluso, dev’esserci «una costante e corretta informazione». [Una sintesi è qui].

La differenza di atteggiamento tra le parole degli ultimi anni e quelle di due giorni fa è lampante: i vesuviani non sono più “insensibili” e “inconsapevoli”, ma hanno “evidente” la natura del territorio in cui vivono, sebbene “pospongano il problema” (ovvero: scotomizzino). Le istituzioni d’ogni livello e in sinergia tra loro, pertanto, devono impegnarsi a costruire (o a rafforzare) la resilienza dell’area attraverso una campagna informativa chiara, costante e dedicata.
Mi sembra finalmente superato, dunque, il grossolano errore di considerare la capacità sociale di risposta ad un disastro (o di prevenzione di un rischio) come una condizione “di natura”: si tratta, al contrario, di un prodotto “storico”, cioè di una costruzione “politica”. [Ne ho scritto qui].
Un’importante peculiarità dei rischi è la loro localizzazione: una frana in Piemonte o un’alluvione in Veneto non sono la stessa cosa di uno smottamento e un’inondazione in Calabria o in Sardegna. Così, il caso vesuviano è un unicum che va affrontato prestando attenzione a quella realtà specifica, ascoltando gli abitanti del posto ed alimentando la loro partecipazione. Gli individui, oltre a stare nei luoghi, producono luoghi e sono prodotti dai luoghi, pertanto il loro rapporto coi rischi territoriali si sviluppa di volta in volta con connotati propri. E questo non può che avere dei rilevanti risvolti nell’ambito della pianificazione emergenziale e della gestione dei soccorsi.

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PS: Nel gennaio 2014 Gabrielli aveva già presentato una proposta di “costruzione” della resilienza, quando ipotizzò che la “protezione civile” potrebbe diventare materia scolastica: «insegnare la protezione civile a scuola può essere d’aiuto. Cittadini più consapevoli possono stimolare le amministrazioni locali e le comunità, possono rappresentare le sentinelle vigili dei territori e – perché no? – applicare conoscenza e consapevolezza anche nell’acquisto di una nuova casa. Saprebbero valutare se la zona dove andranno ad abitare è a rischio oppure no. Saprebbero come dialogare col proprio Comune» (“Corriere della Sera“).

PPS: Sulle precedenti dichiarazioni di Gabrielli ho scritto anche QUI e QUI.

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INTEGRAZIONE:
Il 31 maggio 2014 il blogger MalKo ha pubblicato un post che chiarisce la differenza tra “zona rossa 1” e “zona rossa 2“, la cui confusione sembra funzionale a logiche ben diverse da quella della prevenzione: Rischio Vesuvio: la soap opera del pericolo. Al termine del testo è presente un riferimento alla relazione che Gabrielli ha tenuto in Senato di cui ho scritto in questo post.

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INTEGRAZIONE del 22 gennaio 2015:
Il 19 gennaio è cominciato “EDURISK 2015“, un progetto di formazione e sensibilizzazione per 332 docenti di 34 istituti scolastici dei comuni delle zone rosse del Vesuvio e dei Campi Flegrei.
L’intento è di coinvolgere il mondo scolastico in un percorso di scoperta dei rischi, al fine di diffondere efficacemente le informazioni scientifiche e, così, accrescere la consapevolezza e avviare strategie di prevenzione e riduzione dei rischi naturali.
Il programma si svolge in varie scuole fino al 27 gennaio.
Ulteriori informazioni sono sul website della “Regione Campania“, sugli spazi web e social di EDURISK e in un articolo de “Il Giornale della Protezione Civile“.