23 novembre, una data-monumento

Dalla pagina Fb “Rischio Vesuvio“:

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I luoghi parlano, i luoghi conservano la nostra memoria, i luoghi ci invitano ad una maggior consapevolezza: tali spunti di riflessione, che tentiamo di veicolare spesso attraverso questa pagina, ci sono stati suggeriti dalla fotografia allegata, originariamente pubblicata in un articolo dell’INGV sul sisma del 1980. Quella foto raffigura la scarpata di faglia sul monte Carpineta, nei pressi di Colliano (Salerno), prodotta appunto dal terremoto del 23 novembre 1980.
Questa data in Italia, specie in Campania e Basilicata, è ricordata da tutti e oggi in tanti stanno esprimendo un pensiero o una considerazione. Ci uniamo anche noi alla trasmissione della memoria, segnalandovi testi e iniziative di particolare interesse.
Oltre al testo scientifico cui abbiamo fatto riferimento qui sopra, intendiamo porre alla vostra attenzione anche gli editoriali odierni di Isaia Sales sul “Mattino” (in merito agli errori da non ripetere), dello storico Stefano Ventura sull'”Osservatorio Doposisma” (cosa vogliamo che domani siano i paesi dell’Appennino?) e del sociologo Gabriele I. Moscaritolo su “Lavoro Culturale” (a proposito della relazione tra memoria individuale e spazi collettivi).
Una galleria di fotografie di Mimmo Jodice sui drammatici giorni di 36 anni fa è proposta da Vincenzo Marasco, attento e appassionato studioso dell’area vesuviana.
I prossimi 25 e 26 novembre, inoltre, nella sede dell’INGV di Grottaminarda (Avellino) sarà esposta l’installazione “Fate Presto Project” dell’architetto Emanuela Di Guglielmo e dell’antropologa Marina Brancato.
Una mostra storica, invece, è quella della celebre “Collezione Terrae Motus“, curata da Lucio Amelio e attualmente visitabile alla Reggia di Caserta in un nuovo allestimento.
Infine, è da ricordare che il sisma del 23 novembre ebbe effetti drammatici anche a distanza dall’epicentro, come a Napoli, a Castellammare di Stabia e in Penisola Sorrentina [*].
Come i luoghi e grazie ai luoghi, anche noi non dimentichiamo.

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[*] Il 23 novembre 1980 è impresso anche nella memoria della Penisola Sorrentina, dove pure ci furono danni e morti. Negli ultimi anni è soprattutto Ciro Ferrigno a raccontare periodicamente quella data sui socialmedia: con una poesia, un ricordo, un’emozione, da poco raccolte nel libro “I racconti del Lunedì“.

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Pochi giorni dopo il sisma del 23 novembre 1980, nella seduta del 4 dicembre alla Camera dei Deputati, l’on. Franco Proietti, PCI, avanzò un’interrogazione al ministro dell’interno Virginio Rognoni, al fine di sapere «quali misure immediate intenda prendere per rimuovere questi anacronistici ed assurdi atteggiamenti burocratici che mortificano gli slanci di generosità di quelle comunità, che arrecano sfiducia verso le istituzioni e le sue capacità di agire, nei momenti di difficoltà quali questi, con adeguata snellezza e che, soprattutto, arrecano gravissimi danni fisici e morali a quelle popolazioni stordite dalla catastrofe».
Ponendo tale quesito, il deputato fece un riferimento concreto, questo: «i comuni di Amatrice, Leonessa e Rieti, già segnati dal terremoto del 19 settembre 1979, hanno sin da ieri 25 novembre messo a disposizione delle popolazioni delle zone meridionali provate dalla catastrofe causata dal terremoto 80 roulottes ed un autocarro pieno di tende militari».

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(Fonte: “Atti Parlamentari. Camera dei Deputati. VIII Legislatura. Discussioni. Resoconto stenografico della seduta del 4 dicembre 1980“, p. 20970)

Il dialogo tra comunità che abitano terre mobili attraversa il tempo e il dramma. Pochi giorni fa gli studenti di Caposele (Avellino) hanno organizzato un incontro solidale con le popolazioni colpite dai sismi degli ultimi mesi nell’Italia Centrale e, in quell’occasione, Simone Valitutto ha recuperato un testo di Alfonso Maria di Nola scritto un anno dopo il terremoto, il 22 novembre 1981. L’articolo, denso e attuale, è ititolato “Le culture distrutte” e apparve su “Il Mattino”.

Questo post è apparso su Fb in tre parti separate: qui, qui e qui.

Narrazioni divergenti: sismi neozelandesi e sismi italiani

Dalla pagina Fb “Rischio Vesuvio”, 14 novembre 2016:

Ieri, 13 novembre 2016, in Nuova Zelanda c’è stato un forte terremoto di magnitudo 7.8 nella South Island. Attualmente il bilancio è di due vittime, una per infarto e una per crollo di un’abitazione storica. C’è stato anche un allarme tsunami, che poi è rientrato; in ogni caso, le onde sono state di un paio di metri. L’epicentro è stato localizzato poco a nord di Christchurch, che fu colpita da due sismi nel 2010 e nel 2011: 185 morti e danni piuttosto estesi.
La scossa di ieri è stata notevole e in tutto il Paese è scattata l’allerta. Non faremo paragoni tra la tenuta degli edifici in Nuova Zelanda e in Italia perché sarebbe una comparazione sbagliata e ingiusta, ma il modo di raccontare i rispettivi fenomeni tellurici sì, possiamo confrontarli.
Il nostro amico Giuseppe Forino, studioso di risk management in Australia, suggerisce la visione di due servizi video:

  • quello del “New Zealand Herald”, uno dei primi quotidiani nazionali neozelandesi, che – in diretta Skype da Waiau, cittadina di 250 abitanti, epicentro del sisma – non punta la telecamera nelle abitazioni (giusto qualche fotografia), né riprende anziani con le coperte addosso o agenti di soccorso, né fa interviste;
  • quello di una web-tv della Campania che, nel dicembre 2013, racconta la scossa (M 4.2) a Piedimonte Matese, cittadina di 11mila abitanti in provincia di Caserta, senza vittime o feriti; certamente una tv locale non ha gli standard di un network nazionale, tuttavia notate il tono allarmato sulla “notte di paura”, le riprese sulle persone spaventate, sulle scuole, le chiese e i lampeggianti.

Inflessioni del genere, in Italia, sono molto frequenti. Su questa pagina ne scriviamo spesso e, alcuni mesi fa, ci colpirono le parole scelte dal “Corriere del Mezzogiorno” per una scossa di M 2.4 nell’Appennino campano: «Terremoto in Irpinia alle 9.46. Paura nei paesi dell’Avellinese». Come osservammo in un’intervista a “Orticalab”, c’è «il rischio che questi articoli che oggi producono “like” e click diventino un rumore di fondo, ovvero nel medio-lungo periodo producano disaffezione rendendo progressivamente necessario l’innalzamento dell’asticella dei toni dell’allarme».
Ieri, per il terremoto neozelandese, alcuni webjournal italiani di pseudogiornalismo, particolarmente noti per le loro spudorate tecniche di clickbait, hanno scritto titoli sensazionalistici e mostrato immagini apocalittiche, del tutto immotivate sul piano dell’informazione.
La prevenzione del rischio e la gestione delle emergenze riguardano una pluralità di azioni: dalla messa in sicurezza degli edifici alle tecniche d’intervento in caso di allarme, dalla pianificazione del territorio al dialogo con gli abitanti dei luoghi a rischio, dal miglioramento delle conoscenze scientifiche alla loro divulgazione alla popolazione e così via. Tra queste pratiche assume un’importanza sempre maggiore quella di una corretta informazione che, per forza di cose, coinvolge il senso di responsabilità e la deontologia di chi fa giornalismo scientifico, nonché la sua conoscenza dei temi e del linguaggio disciplinare. E’ un argomento piuttosto complesso, data la natura attuale della comunicazione di massa, così frammentata e individualizzata, specie sui socialmedia. Tuttavia uno sforzo va fatto anche su questo piano, come dimostra il seminario dello scorso 24 febbraio 2016, organizzato dall’INGV e dall’Ordine dei Giornalisti della Campania ad Ariano Irpino (Avellino), intitolato «La deontologia del giornalismo scientifico: diffamazione, rettifiche/repliche, responsabilità del direttore».

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AGGIORNAMENTO del 21 novembre 2016:
Lo scorso 16 novembre 2016 ho scritto sul mio Fb il seguente post:

Nella notte tra il 13 e il 14 novembre un forte terremoto (M 7.5) ha colpito la South Island della Nuova Zelanda. Tra gli effetti del sisma sono da registrare alcuni atti di sciacallaggio. La polizia nazionale ha reso noto di aver ricevuto 19 segnalazioni di furto con scasso in proprietà private e commerciali avvenuti nella regione di Canterbury (successivamente ne sono stati confermati 8). Il comandante del distretto di polizia, John Price, ha concluso il suo comunicato esortando le persone a “riconnettersi con i vicini” e, dunque, alla “comunità di prendersi cura della comunità stessa“.
Il saccheggio più noto è quello subito dalla famiglia Mill, che abita a New Brighton, un quartiere costiero di Christchurch, la principale città dell’isola. I signori Melissa e Matt Mill hanno due figlie, la più giovane delle quali è su una sedia a rotelle a causa della distrofia muscolare. Dopo la scossa dell’altra notte hanno evacuato la propria casa per alcune ore a causa del rischio tsunami, particolarmente pericoloso proprio per la secondogenita. (Dell’esposizione dei disabili in caso di disastro, in Italia, ha scritto pochi giorni fa Iacopo Melio).
Al loro rientro, intorno alle 5 di mattina, i Mill hanno trovato la casa devastata: il camion di lavoro sparito, il televisore e la X-Box rubati, i regali di Natale scartati, i cassetti divelti, ma soprattutto la sparizione dell’apparecchio acustico wireless della figlia (che, da solo, vale 5000 $), comunque inutilizzabile da altri perché appositamente impostato per la ragazza.
Il ministro dell’educazione neozelandese ha assicurato che fornirà un nuovo microfono wireless, ma la famiglia ha bisogno anche di ulteriore aiuto, così ha aperto una pagina web per le donazioni e in due giorni ha ricevuto oltre 47mila $ da 1.124 benefattori.

Tra i commenti, un amico mi ha segnalato un’ulteriore notizia: il vescovo Brian Tamaki, della Destiny Church, in un sermone ha accusato i gay, i peccatori e gli assassini di aver provocato il sisma. Tali affermazioni sono state definite “ridicole” da John Key, Primo Ministro del Paese, e “patetiche” da Winston Gray, sindaco di Kaikoura.

Terremoto dell’Italia Centrale: bufale e détour dell’informazione

Dal punto di vista mediatico, due sono le caratteristiche principali delle scosse sismiche di fine di ottobre:

  1. la valanga di notizie false e di toni esasperati che fin dai primi minuti post-terremoto si è riversata sui socialmedia (e non solo);
  2. il puntuale détour nel discorso sul rischio che porta a parlare delle minacce geologiche che gravano su Napoli.

Per difendersi dalla prima degenerazione, ieri la pagina “Rischio Vesuvio…” ha pubblicato i link a vari debunker delle ultime bufale, nonché un vademecum per bonificare il nostro ambiente digitale:

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TERREMOTO DELL’ITALIA CENTRALE: COME DIFENDERSI DALLA DISINFORMAZIONE
Gli ultimi terremoti nell’Italia Centrale del 26 ottobre (a Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera) e del 30 ottobre (a Norcia, Preci e, ancora, Castelsantangelo sul Nera) sono stati forti (la seconda, addirittura, con una magnitudo che non veniva raggiunta dal 1980), ma per una serie di circostanze non hanno provocato morti, sebbene i danni ai centri abitati e alle attività economiche siano molto gravi, potenzialmente critici per la tenuta delle stesse comunità umane.
Dal punto di vista mediatico, uno dei dati che sono saltati agli occhi è stato il livello di diffusione, pervasività e insistenza di notizie false che sono circolate sui socialmedia (e non solo) fin dai primi minuti dopo le scosse sismiche.
Tra le principali, segnaliamo:
1) Una senatrice ha accusato il governo di truccare la magnitudo per non risarcire le vittime.
2) Un consigliere regionale se l’è presa con i petrolieri.
3) Un noto giornalista ha attaccato il Papa perché dovrebbe consacrare l’Italia alla Madonna.
Tra i tanti che hanno svelato queste bugie, consigliamo: Fabio Grandinetti su “L’Espresso”, così come Mario Munafò, Juanne Pili su “FanPage”, Davide Casati sul “Corriere della Sera”, Giuditta Mosca su “Wired” e, soprattutto, “Valigia Blu” che ha ricostruito il processo con cui è nata e si è diffusa la notizia falsa della magnitudo abbassata. Assodato che la disinformazione è inquinamento, tutto ciò non fa altro che confermare quel che sosteniamo da tempo, ovvero che siano necessarie ed urgenti una più profonda ed estesa alfabetizzazione al linguaggio scientifico e una più autorevole e costante comunicazione in merito ai rischi.
Per cominciare a migliorare il nostro ambiente (digitale e non solo), si potrebbero seguire i consigli per una sana convivenza sul web diffusi due settimane fa da “Valigia Blu“: «1. Prima di commentare aspetta la seconda o terza versione della notizia; 2. Se scopri di aver condiviso una notizia falsa, rettifica; 3. Prima di condividere una foto o un video accertati che siano autentici; 4. Prima di condividere controlla la fonte; 5. Prima di condividere controlla la data dell’articolo; 6. Ricordati di citare la fonte; 7. Non insultare, fa male a te e a chi partecipa alla conversazione».

Per razionalizzare il secondo punto, invece, stamattina ha ascoltato la direttrice dell’Osservatorio Vesuviano e il suo invito a focalizzare l’attenzione su ciò che, attualmente, desta reale preoccupazione:

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TERREMOTO DELL’ITALIA CENTRALE: QUALI EFFETTI SU NAPOLI?
Come era capitato già dopo il sisma del 24 agosto ad Amatrice, Accumoli ed Arquata del Tronto, così anche dopo le scosse telluriche di fine ottobre il tema del rischio si è esteso alla minaccia sismica e vulcanica che grava su Napoli e la sua provincia. In effetti, negli ultimi due mesi l’argomento è stato affrontato spesso: la Regione Campania e il Dipartimento della Protezione Civile, infatti, hanno presentato il Piano di Emergenza dei Campi Flegrei e il Piano di Evacuazione del Vesuvio. Inoltre, come abbiamo evidenziato noi stessi due settimane fa, ciò ha palesato la fragilità del capoluogo campano, completamente interessato dai vulcani ad est e ad ovest del suo nucleo urbano.
Per non dare corda ai ciarlatani, riteniamo fondamentale ascoltare le parole di chi studia questi fenomeni. A tal proposito segnaliamo che l’altro ieri “La Repubblica” ha intervistato Francesca Bianco, direttrice dell’Osservatorio Vesuviano.
La scienziata ha affermato che con le ultime scosse «abbiamo ballato, ma non c’è pericolo. E se il grande incubo dei napoletani è il Vesuvio, la nostra attenzione [dell’Osservatorio Vesuviano] è tutta puntata sui Campi Flegrei: nella zona della Solfatara e di Pisciarelli il livello di guardia è giallo». Dopo aver brevemente parlato anche del Vesuvio e del Marsili (che attualmente non destano preoccupazione), la dottoressa Bianco ha concluso dicendo: «Non è il terremoto che crea problemi, ma come l’uomo ha costruito nelle zone in cui avviene un terremoto. Noi siamo al nostro posto, incessantemente da 175 anni, ma occorrerebbe fare una sostanziale azione di messa in sicurezza del territorio a tutti i livelli, con un check up di tutti gli edifici e reali azioni preventive».
Per ciò che riguarda i sismi in Campania, è bene ricordare che le aree sismogenetiche più importanti sono quelle dell’Irpinia e del Sannio e che potranno provocare terremoti in futuro, per cui è essenziale, come ci ha spiegato un’altra geologa, che «in questo tempo dobbiamo tutti preoccuparci di rendere le nostre case, scuole e uffici, più sicuri e in grado di resistere a scosse forti».

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INTEGRAZIONE (con maggiori dettagli qui):
I movimenti tellurici della fine di ottobre 2016 che hanno scosso il Centro Italia hanno visto spuntare innumerevoli bufale, nonché varie interpretazioni legate al sacro (ne ho scritto almeno anche qui e qui):

  • il ministro israeliano per la Cooperazione, Ayooub Kara (druso, cristiano), ha detto che il terremoto è stata «una punizione divina all’Italia per essersi astenuta alla votazione dell’Unesco sulla Città Vecchia di Gerusalemme», che, a giudizio di Israele e delle comunità ebraiche del mondo, ha negato i legami millenari di Israele con l’ebraismo: 28 ottobre 2016. (Israele poi si è scusata).
  • il giornalista cattolico integralista Antonio Socci ha polemizzato contro Papa Francesco: «Il terremoto devasta la terra di San Benedetto (e di San Francesco) cuore dell’Europa cristiana. Invece di andare a rendere omaggio a Lutero che ha distrutto la cristianità, Bergoglio dovrebbe consacrare l’italia mettendola sotto il patrocinio della Madonna»: 30 ottobre 2016.
  • l’emittente cattolica “Radio Maria”, a poche ore dall’ultima scossa, ha fatto dire ad uno dei suoi speaker le seguenti parole: «Dal punto di vista teologico questi disastri sono una conseguenza del peccato originale, sono il castigo del peccato originale, anche se la parola non piace. […] Arrivo al dunque, castigo divino. Queste offese alla famiglia e alla dignità del matrimonio, le stesse unioni civili. Chiamiamolo castigo divino»: 3 novembre 2016.
    (Successivamente il Vaticano ha condannato Radio Maria attraverso monsignor Angelo Becciu, Segretario di Stato: “Chiediamo perdono è una affermazione pagana, non cristiana. L’emittente corregga i toni del suo linguaggio e si conformi di più al Vangelo“. Ma il conduttore radiofonico, padre Giovanni Cavalcoli, non si discosta dalla sua singolare posizione: evoca “Sodoma e Gommora” e ribatte “Il Vaticano? Si ripassino il catechismo“. Per cui Radio Maria ha ritenuto di prendere provvedimenti drastici perché “Ritiene inaccettabile la posizione di padre Cavalcoli riguardante il terremoto e lo sospende con effetto immediato dalla sua trasmissione mensile“).
    Va ulteriormente aggiunto che l’11 novembre 2016 un gruppo di 223 cattolici ha scritto una lettera aperta di solidarietà a padre Cavalcoli perché costui, si legge nel testo, “non ha collegato il terremoto alle unioni civili (una legge che riteniamo comunque ingiusta, perché va contro quell’ineliminabile pilastro della vera uguaglianza che si chiama diritto naturale), rispetto a cui si è limitato a dire che “creano molta difficoltà a noi credenti”. Ha invece ricordato che i disastri naturali “sono una conseguenza del peccato originale”, chiarendo inoltre che quello che chiamiamo “castigo divino” […] non va inteso “nel senso afflittivo, ma nel senso di richiamo alle coscienze”“.

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Cambiando epoca ed evento, segnalo che sul webjournal “Il Mediano” lo storico vesuviano Carmine Cimmino ha scritto il 6 novembre un articolo che rievoca un episodio della seconda metà del Settecento: “La “Radio Maria” del 1767: il Vesuvio si scatena per punire il re di Napoli che ha osato cacciar via dal Regno i Gesuiti” (la discussione su Fb).

Informare meglio, ricostruire meglio

Il 28 aprile 2016 ho scritto queste considerazioni sulla pagina-Fb “Rischio Vesuvio”:

Le scosse di terremoto in Italia fanno sempre notizia. Giustamente.
Ma su questo genere di eventi ci sono modi diversi per informare, che spesso dipendono dalla professionalità del giornalista/blogger o dal grado di cinismo della testata.
13096183_1801395410080348_5117880619416061710_nIeri ci ha molto colpito il «Corriere del Mezzogiorno» che, lungi dal fare un minimo di analisi e dal chiedersi cosa succederebbe se ci fosse un terremoto serio
, ha pubblicato la cruda notizia di una scossa sismica in Irpinia. Notate la differenza di toni tra:
A) il titolo: «Terremoto in Irpinia alle 9.46. Paura nei paesi dell’Avellinese»;
B) il sottotitolo: «La scossa di lieve entità, magnitudo 2.4, è stata comunque avvertita dalla popolazione»;
C) il testo (comunque brevissimo e senza alcuna analisi): «Una scossa di terremoto, questa mattina alle 9.46, è stata avvertita in Irpinia tra i comuni di Zungoli, Flumeri, San Sossio e San Nicola Baronia. Nonostante la lieve entità, magnitudo 2.4, la popolazione ha comunque avvertito il sisma che, nell’epicentro nel comune di Villanova del Battista, si è verificato a una profondità di 25 chilometri. Non ci sono stati danni o feriti ma soltanto paura tra la gente».

La soglia di avvertibilità di un sisma è considerata la magnitudo 2.5, anche un po’ meno se la scossa è superficiale, ma comunque molto lieve per i sensi umani. Lo spiegano bene i giapponesi, che hanno elaborato una particolare scala per indicare questo parametro “esperienziale”: lo «shindo», di cui tempo fa parlammo anche noi, qui.
Ora, giusto qualche breve considerazione:

  • la prima è che se anche un giornale autorevole e di ampia tiratura segue la logica del clickbait su argomenti così delicati per la popolazione, allora c’è un problema serio nel campo giornalistico, specie nel settore della comunicazione del rischio;
  • la seconda è che bene hanno fatto l’INGV e l’Ordine dei Giornalisti della Campania ad organizzare ad Ariano Irpino (Avellino) il 24 febbraio 2016 un seminario intitolato «La deontologia del giornalismo scientifico: diffamazione, rettifiche/repliche, responsabilità del direttore»;
  • la terza è che dal 23 novembre 1980 sono passati quasi 36 anni e, sebbene gli effetti del terremoto siano ancora presenti sul territorio e nelle vite di chi abita nei paesi di quello che allora fu chiamato “Cratere”, la memoria di quel tragico evento si sta affievolendo e, proprio per un futuro migliore, sarebbe necessario evitare di dimenticare [*].

Con tutta evidenza, dunque, lo sforzo per un maggiore rispetto della deontologia giornalistica, per quanto lodevole, non è ancora sufficiente, per cui è necessario continuare ad insistere, a migliorare, ad ampliare, a diffondere, a coinvolgere.

[*] Sul debole processo di costruzione della memoria del terremoto in Irpinia e Basilicata del 1980, si veda il saggio di Stefano Ventura, “Il terremoto in Irpinia del 1980: memorie individuali e collettive del sisma“, in Pietro Saitta (a cura di), “Fukushima, concordia e altre macerie. Vita quotidiana, resistenza e gestione del disastro“, Editpress, Firenze, 2015, pp. 187-196: qui.

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Nel pomeriggio dello stesso 28 aprile, Lara Tomasetta di “Orticalab” mi ha chiesto un’intervista sui rischi del click facile:

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Clicca sullo screenshot per accedere all’intervista.

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Infine, il 4 maggio 2016 ho scritto sul mio Fb alcune ulteriori considerazioni sulla comunicazione del rischio sismico (tra Italia e Francia), segnalando due articoli interessanti sulla ricostruzione in Ecuador e la prevenzione in Giappone:

In Italia c’è una sensibilità al rischio sismico piuttosto alta: i giornali e i blog rilanciano ogni minima scossa e, in assoluto, questa è una buona cosa, anche se si porta dietro altri tipi di problemi. Il principale è mediatico: decine di organi di stampa, amplificate dai social-media, diffondono non necessariamente bufale, bensì toni sensazionalistici, in una crescente ricerca del clamore giustificata solo dalla delirante rincorsa all’audience. Ne abbiamo avuto un esempio lampante la settimana scorsa, quando anche il “Corriere del Mezzogiorno” ha titolato con fragore su una flebile scossa di magnitudo 2.4 in Irpinia.
L’effetto sociale, come ho detto in un’intervista a “Orticalab”, è quello per cui c’è «il rischio che questi articoli che oggi producono “like” e click diventino un rumore di fondo, ovvero nel medio-lungo periodo producano disaffezione rendendo progressivamente necessario l’innalzamento dell’asticella dei toni dell’allarme». Non a caso, infatti, il tema dell’adeguamento sismico delle abitazioni non è considerato una “grande opera” dai governi, così sensibili a ciò che “vuole” la popolazione.
Negli stessi giorni (e ancora l’altro ieri), in Francia si sono avute due scosse ben più forti, 5.2 (poi ribassata a 4.9) nel dipartimento Charente-Maritime e 4.2 nel dipartimento Indre-et-Loire, un po’ più all’interno, ma sempre sulla costa atlantica.
Non ci sono state vittime, né danni, ma non c’è stata nemmeno una copertura mediatica così esaustiva e attenta. La Francia continentale non è un Paese particolarmente sismico, sicuramente non come l’Italia e men che meno come il Giappone, ma soprattutto è un Paese che non ha percezione di essere esposto al rischio di terremoti [alcune testimonianze sulla recente scossa], che tuttavia nella sua storia non sono mancati. L’11 giugno 1909, ad esempio, a Lambesc (Bouches-du-Rhône) un terremoto di magnitudo 6.2 uccise 46 persone e ne ferì 250, come ha ricordato “Le Monde”, senza specificare tuttavia che oggi quella stessa area è molto più urbanizzata e popolata.
Dal 2011 c’è un sistema centralizzato sul rischio sismico per tutta la Francia (nella mappa qui sotto si possono visualizzare i terremoti avvenuti nell’ultimo anno), ma esistono anche degli osservatori locali più di dettaglio, come ad esempio nelle Alpes-Maritimes, il dipartimento di Nizza, dove tuttavia la memoria collettiva è ancora piuttosto debole, detenuta solo da qualche storico locale.

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Clicca sullo screenshot per accedere alla mappa dei terremoti in Francia durante il 2015-2016.

Intanto, cambiando località e scenari, in Ecuador, dopo i 700 morti del 17 aprile scorso, i sopravvissuti cominciano a ricostruire i propri luoghi e le proprie vite, ma, secondo un reportage di “Napoli Monitor”, evitando il cemento.
A Tokyo, infine, si sa che arriverà un grosso sisma, ma non quando, per cui lo stesso governo nazionale sta cercando di intervenire «rinforzando più case, adottando misure anti-incendio e provando a diminuire la densità di popolazione nelle zone con il maggiore rischio sismico».

Terremoto in Nepal: fate presto!

Il terremoto ha devastato Kathmandu e i campi alpini sull’Everest sono scomparsi, ma fino ad ora non si era ancora parlato dell’area rurale. Giampaolo Visetti riferisce che decine di villaggi del Nepal sono stati inghiottiti dalle frane: “manca acqua, luce, cibo e gli aiuti non arrivano, i sopravvissuti dormono all’aperto in tende improvvisate“.
Il bilancio, fino ad ora, è di 4.485 morti e 8.235 feriti, ma il Primo Ministro nepalese teme che le vittime possano salire a 10.000.
Intanto, l’Onu riferisce che sono 8 milioni le persone colpite dal sisma (un milione e mezzo non ha cibo) e “Save the Children” lancia l’allarme per 2 milioni di bambini.
Il “Giornale della Protezione Civile​” ha pubblicato un elenco di indirizzi, iban, sms con cui contribuire agli aiuti: QUI.
FATE-PRESTO_Il-Mattino_1980_SISMA-Irpinia_soloFate presto“. Ed io ripenso alla prima pagina del “Mattino” del 1980, perché quell’angoscia è la stessa, sempre e ovunque.

Il parallelo con il proprio “qui” è inevitabile. Ripensiamo a L’Aquila e alle altre catastrofi (più o meno) naturali che ci hanno colpito negli ultimi anni, ma anche a quelle che potrebbero accadere. A questo proposito, è interessante una riflessione che Fosco d’Amelio ha pubblicato ieri:

Facciamo un salto che potrebbe anche sembrare fuori luogo, ma ha un senso farlo adesso. Il capo della Protezione Civile italiana, Franco Gabrielli, in un lodevole slancio di sincerità, dichiarò un mese fa di avere due incubi notturni: il Vesuvio e il terremoto in Calabria. Nel primo caso, si tratta di un rischio noto in tutto il mondo e di cui ogni tanto si parla. Ma che intende dire quando parla di “terremoto in Calabria”? Gabrielli si riferisce probabilmente alla possibilità che avvenga un altro evento della portata del terremoto del 1908, che con una magnitudo di 7,2 tra Sicilia e Calabria provocò intorno alle 100.000 vittime. Gabrielli non credo abbia timore semplicemente che il fenomeno avvenga, ma ha paura perché conosce lo stato delle infrastrutture, delle abitazioni, delle strade che sarebbero colpite. E se non si tratta di polvere di marmo e calcare, in alcuni casi poco ci manca. Di certo non stiamo parlando di un sistema capace di affrontare un terremoto di quella intensità senza una perdita alta e incontrollata di vite umane. Dovunque avvenga una catastrofe, l’unico modo per rispettare chi ha perso la vita non è restare zitti a contare le vittime o iniziare a raccontare morbosamente le singole storie di morte e salvezza che in ogni catastrofe naturale sono il boccone prelibato per i media in tutto il mondo. L’unico modo è domandarsi realmente se non ci sia la possibilità di ridurre il danno con un comportamento di reale prevenzione, come sia possibile salvare anche solo una vita in più oltre il fisiologico numero di vittime dovuto all’immensità delle calamità“.

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Raccolgo alcune riflessioni sulla rappresentazione mediatica di questo terremoto, sulle ragioni di una tale entità, sulle possibili soluzioni.

Il Nepal non è un museo. Non lo era, non lo è mai stato, non lo sarà. Il Nepal è vero e questa è la sua magia, il suo fascino unico al mondo. Nelle case medievali di Bhaktapur, fatte di mattoni rossi e finestre di legno intagliate, migliaia di persone vivono come hanno sempre vissuto, da sempre: ed è un sito archeologico protetto dall’Unesco, una delle meraviglie del mondo. Ma se di giorno è frequentata dai turisti, la sera torna a essere proprietà dei suoi abitanti, dei ragazzini che corrono urlando, delle donne che stendono i panni, degli uomini che riportano le capre dopo il pascolo. Tra loro parlano newari, una lingua di origine tibetana che non ha nulla a che vedere con il nepalese ufficiale. E sono solo due tra gli infiniti idiomi che in quel paese si parlano, da millenni luogo di incrocio, di mescolanza, d’incontro. Già: il Nepal è prima di tutto un luogo d’incontro, in tutti i sensi. In senso geologico, già lo sapete: è il punto in cui la placca indiana e quella asiatica si toccano, con le conseguenze che abbiamo visto. Ma è soprattutto un luogo d’incontro etnico e culturale: la popolazione (circa metà rispetto a quella italiana) è un incredibile mix di gente venuta dal sud (quindi indiani) e dal nord (quindi tibeto-asiatici). […] Quando chiedo dei templi antichi distrutti, delle pagode polverizzate nelle Durbar square o a Changu Narayan, sento che mi rispondono quasi infastiditi, come se fosse una curiosità da occidentale interessato più alle pietre che alle vite delle persone: «i templi li ricostruiremo, pazienza», dicono. […] Questo è il Nepal, altro che museo. È vita, è vita continua, è completamente umanità, nel suo bene e nel suo male, nella guerriglia idealista e contadina che dopo dieci anni è riuscita a cacciare un re assurdo e feudale (ma senza ammazzarlo: oggi vive in una villa non lontana dal suo ex palazzo e fa l’uomo d’affari), nelle donne che sbattono il riso al tramonto senza neppure guardare il panorama mozzafiato di prati verdi e vette imbiancate alle loro spalle, nei ragazzini che vanno a scuola in gruppo e in cravatta anche se quella cravatta è logora e stracciata, la stessa usata dai fratelli e dai cugini prima di loro, in un paese in cui tutti sono fratelli e cugini fino a costituire un’immensa rete sociale di aiuto e di scambio, unico welfare in assenza di welfare. […] A proposito, in questi giorni molti mi chiedono come possono dare una mano, dopo il terremoto. Suggerisco di non donare a caso, specie sui siti improvvisati. Chi vuole mandare un aiuto immediato per il post sisma, può farlo su “Medici senza frontiere”, che si è già attivato per il Nepal […].

  • David E. Alexander (“Kathmandu“, in “Disaster planning and emergency management”, 25 aprile 2015):

[…] Kathmandu suffered the impact of a magnitude 7.4 earthquake in 1934. It did much damage, but what were then grassy fields are now densely populated tenements in a chaotic, rapidly spreading urban fabric. There are 1.6 million people in the Kathmandu valley. The calculated return period of the 1934 event was 70 years: a major earthquake was overdue. If such a disaster could not be coped with locally, aid would have difficulty in arriving at an airport that was too small, cramped and difficult of access (the presence of Anapurna means that aircraft have to corkscrew down to land). The logistics remind one of Port au Prince in Haiti […]. Nepal is a low income country that ranks 157th in the UN’s Human Development Index. It is now time for a debate on the extent to which disaster risk reduction should be a key development priority in such countries […].

[…] Just two weeks before the quake, “Geohazards International” had warned that the people of Kathmandu are about 60 times more likely to be killed in a quake than the people in Tokyo, not least because of the country’s poverty […].

[…] Ma i principali responsabili del gran numero di vittime sono sempre gli stessi: sovraffollamento, assenza di criteri antisismici e cattiva costruzione. Nonostante il rischio sismico fosse elevatissimo e conosciuto, con decine di migliaia di morti nel secolo scorso, l’estrema povertà del Nepal e l’inesistente amministrazione hanno consentito di costruire senza alcun criterio antisismico anche laddove si è utilizzato cemento armato. […] All’inizio si scartavano le zone pericolose sulla base di un’antica memoria tramandata, per esempio evitando i terreni paludosi, dove gli effetti del terremoto si amplificano. Nel terzo millennio decine di milioni di persone vivono attorno agli antichi nuclei colonizzando con costruzioni fatiscenti i siti una volta scartati. Così può accadere che rimangano in piedi vecchie case accanto a palazzi moderni distrutti. Le grandi città attraggono senza sosta milioni di disperati nullatenenti dalle campagne di tutto il mondo, gente che non ha posto migliore per insediarsi che non i terreni meno idonei. Dove sorgono favelas e slums si concentreranno i danni e i morti dei terremoti del futuro, che proprio lì faranno sempre più vittime e danni sempre più gravi […].

[…] A person living in Kathmandu is about nine times more likely to be killed by an earthquake than a person living in Islamabad and about 60 times more likely than a person living in Tokyo,” said the report. “According to the preliminary results, a school child in Kathmandu is 400 times more likely to be killed by an earthquake than a school child in Kobe and 30 times more likely than a school child in Tashkent […].

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Sul suo fb, Fosco d’Amelio ha pubblicato quest’osservazione (ispirata ad un commento che ha lasciato sul mio fb):

Finché ci stupiremo ogni volta della quantità dei morti di un terremoto catastrofico, del fatto che una placca si è spostata rispetto all’altra di tot metri, delle valanghe e/o frane causate dai sismi (Irpinia docet), delle dimensioni di un fenomeno che malgrado tutto può avvenire varie volte in 10 anni (faccio l’elenco? dal 2004: Sumatra, Pakistan, Haiti, Giappone, Cina, Nepal, e questi sono solo quelli con decine di migliaia di vittime), vuol dire che ogni volta, nel tempo tra un sisma e l’altro, non abbiamo capito niente di come funzionano questi fenomeni e di conseguenza, non abbiamo fatto niente per difenderci prima dell’arrivo del prossimo.
E ne arriverà un altro, e di nuovo giornalisti stupidamente stupiti dalle macerie, dalle tendopoli, dalle crepe e voragini, dalla distruzione, dal disperso ritrovato dopo una settimana, dalle città senza luce, acqua, gas, etc. e tutti a bocca aperta, come fosse la prima volta.

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Molto interessante questo articolo di Michela Barzi apparso il 27 aprile 2015 su “Millennio Urbano“:

NEPAL: MORIRE DI SVILUPPO URBANO
di Michela Barzi

Il terremoto che ha devastato il Nepal ha fatto tre tipologie di vittime: da una parte gli alpinisti e gli occidentali che si trovavano lì da turisti, dall’altra la popolazione delle tre antiche città che formano la città metropolitana di Kathmandu e che custodiscono il patrimonio storico-monumentale distrutto dal sisma, da ultimo il paese rurale e remoto, dal quale emigrano i contadini poveri verso le città per cercare condizioni di vita migliori. Di questo terzo Nepal non parla nessuno perché sembra che lì i soccorsi non siano nemmeno arrivati. Le molte migliaia di persone che fino ad ora costituiscono il bilancio provvisorio delle vittime, tra morti, feriti e coloro che hanno perso tutto, sono quindi in gran parte abitanti della capitale – almeno ci dicono le immagini che stanno circolando in questi giorni – ovvero della città metropolitana e della regione urbana di Kathmandu, un agglomerato da quattro milioni di abitanti cresciuto nella valle del fiume Bagmati.
Nel 2013 un rapporto della Banca Mondiale evidenziava l’esposizione al rischio sismico che la popolazione della capitale nepalese corre a causa della rapidissima crescita che la sta trasformando, senza regole urbanistiche ed edilizie, con tassi di sviluppo demografico del 4% all’anno – il più alto di tutta l’Asia meridionale – ed una densità di popolazione che supera i 20.000 abitanti per chilometro quadrato. Lo sviluppo urbano non pianificato nella valle di Kathmandu ha portato ad una incontrollata proliferazione di edilizia fatta di materiali e tecniche scadenti e ad una maggiore vulnerabilità ai disastri. L’assenza di pianificazione e di opere di infrastrutturazione primaria nella metropoli ai piedi dell’Himalaya ha come conseguenza un diffuso inquinamento dei fiumi che la attraversano – ridotti a fogne a cielo aperto – e l’impossibilità di gestire la raccolta dei rifiuti solidi urbani, che vengono spontaneamente trattati da parte della popolazione con l’accensione di piccoli roghi ai bordi delle strade. A ciò si aggiunge un inquinamento atmosferico insostenibile per la salute, generato dal traffico veicolare di cui le strade sono intasate.
In questo scenario l’esistenza ed il rispetto di regole antisismiche, da applicare ad un comparto edilizio che si sviluppa nella più assoluta anarchia occupando via via ogni spazio libero, ha finito per essere l’ultimo dei problemi in una situazione in cui persino il rischio di epidemie, come il tifo e il colera, può farsi strada da un momento all’altro, a partire dagli slum nei quali si insediano i più poveri.
Insomma la questione è sempre la stessa, e su questo sito l’abbiamo ripetuto più volte: se le città tenderanno a diventare nel mondo sviluppato sempre di più fortezze per ricchi, mentre in quello sottosviluppato discariche per poveri, se la mancanza di un equo accesso alle risorse è la causa di uno sviluppo urbano insostenibile, la condizione dell’insicurezza come dato esistenziale sarà il destino di una parte crescente di popolazione mondiale che vive nelle città. Da questo punto di vista, la catastrofe umanitaria di una nazione tra le più povere e le più turistiche del mondo – la cui velocissima urbanizzazione è l’altra faccia di una economia debole ed ineguale – potrebbe forse essere, superata la tragedia, l’occasione per porre rimedio agli effetti collaterali di uno sviluppo urbano potenzialmente mortale.
Riferimenti: World Bank, Urban Growth and Spatial Transition in Nepal, 2013.

La reazione collettiva allo sconcerto

Dopo un disastro o un evento scioccante, è frequente che le popolazioni sinistrate contestino le autorità giunte in visita sui luoghi sconvolti. Ne scrissi l’anno scorso in seguito alle contestazioni subite dal Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, ai funerali di una coppia di imprenditori suicidatasi a Civitanova Marche a causa della crisi economica. Feci rapidamente altri esempi, come le contestazioni vesuviane ai sovrani nel 1872 e nel 1944 o quella dei terremotati irpini a Pertini nel 1980. Stamattina mi è tornato in mente quel post dopo aver letto della sassaiola contro il sindaco di Carrara da parte dei cittadini alluvionati. Naturalmente, si potrebbero citare numerosi altri esempi, a cominciare dalla recente alluvione di Genova e via via sempre più indietro, di disastro in disastro. (E’ quanto mi propongo di fare tra i commenti di questo post o in uno ex-novo che prima o poi scriverò).

il Taccuino dell'Altrove

La stampa riferisce che la Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini è stata contestata da alcune persone durante i funerali della coppia suicidatasi a Civitanova Marche perché immiserita dalla crisi economica.
Michele Serra ne ha scritto un’Amaca (7 aprile 2013):

amaca_serra_michele_2013.04.07

Michele Serra ha ragione, ma in parte. E’ vero che attualmente c’è disillusione e rabbia verso le istituzioni e, in particolare, verso la politica, ma quel che è successo a Civitanova Marche riguarda una condizione più generale, quella della gestione collettiva del dolore, anzi dell’angoscia. I momenti di cordoglio sono spesso anche di sconcerto, cioè si è così sconvolti che possono compiersi gesti irrazionali e scomposti per il bisogno di liberarsi della tensione, della pressione, dell’inquietudine. In questo momento storico Laura Boldrini è “lo Stato” – come l’autore specifica in apertura del suo commento – e lo Stato è qualcosa di superiore, che ha responsabilità e poteri non accessibili ai…

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