Contributi sul terremoto dell’Appenino Piceno-Laziale

Sul terremoto che ha colpito l’Appennino Piceno-Laziale il 24 agosto 2016 ho redatto due articoli, uno a caldo sul racconto mediatico nei primi giorni dopo il sisma [pubblicato su “il Lavoro Culturale“, il 15 settembre, un paio di settimane dopo la sua scrittura] e un altro sulla necessità di una ricostruzione condivisa, non solo per quanto riguarda gli aspetti materiali [pubblicato su “Labsus” il 20 settembre].
Cliccando sui due screenshot in basso, si visualizzano i link ai rispettivi testi:

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INTEGRAZIONE del 7 ottobre 2016:
Il post-terremoto dell’Appennino Piceno-Laziale durerà a lungo, come ogni disastro di quell’entità. Ci vorrà tempo per ricostruire le case, le attività economiche, i legami spaziali e, soprattutto, quelli sociali e affettivi, così violentemente spezzati dalla scossa del 24 agosto scorso.
Delle varie fasi di un disastro, questo è il lungo momento in cui bisogna essere vigili sulle modalità della ricostruzione materiale: ad un mese dal sisma, Fabrizio Gatti ha già verificato i primi sprechi, senza benefici per la popolazione. Ma questo è anche il periodo in cui bisogna adoperarsi per la tenuta delle comunità sinistrate: come ha scritto ieri Stefano Portelli,

«Le conseguenze delle scelte che si faranno in questi giorni su Amatrice saranno profonde e durature. Ma quanto ne sono coscienti le autorità che gestiscono il post-sisma? Oltre alle esigenze immediate di casa, alimenti, scuole per i bambini, ci sono altri bisogni vitali per gli abitanti. Uno è quello di rimanere uniti, per evitare che i ricordi del 24 agosto si trasformino in ossessioni individuali, in famiglie disfunzionali, in traumi permanenti – insomma, in fantasmi».

E’ quanto testimonia anche Gaia Paolini, una giovane blogger di Arquata sul Tronto che, intervistata dalla BBC, dice:

«Stiamo tentando di conservare la memoria di questo luogo e di preservarne il futuro, quando verranno costruiti i nuovi edifici, speriamo al più presto».

Della necessità di una “antropologia dei momenti critici” (delle crisi, dei conflitti, delle rotture che scombussolano la vita sociale) era convinto anche Georges Balandier, come mostra questa intervista-lezione del 1995 (video di 1h37′), diffusa ieri dall’EHESS:

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Informare meglio, ricostruire meglio

Il 28 aprile 2016 ho scritto queste considerazioni sulla pagina-Fb “Rischio Vesuvio”:

Le scosse di terremoto in Italia fanno sempre notizia. Giustamente.
Ma su questo genere di eventi ci sono modi diversi per informare, che spesso dipendono dalla professionalità del giornalista/blogger o dal grado di cinismo della testata.
13096183_1801395410080348_5117880619416061710_nIeri ci ha molto colpito il «Corriere del Mezzogiorno» che, lungi dal fare un minimo di analisi e dal chiedersi cosa succederebbe se ci fosse un terremoto serio
, ha pubblicato la cruda notizia di una scossa sismica in Irpinia. Notate la differenza di toni tra:
A) il titolo: «Terremoto in Irpinia alle 9.46. Paura nei paesi dell’Avellinese»;
B) il sottotitolo: «La scossa di lieve entità, magnitudo 2.4, è stata comunque avvertita dalla popolazione»;
C) il testo (comunque brevissimo e senza alcuna analisi): «Una scossa di terremoto, questa mattina alle 9.46, è stata avvertita in Irpinia tra i comuni di Zungoli, Flumeri, San Sossio e San Nicola Baronia. Nonostante la lieve entità, magnitudo 2.4, la popolazione ha comunque avvertito il sisma che, nell’epicentro nel comune di Villanova del Battista, si è verificato a una profondità di 25 chilometri. Non ci sono stati danni o feriti ma soltanto paura tra la gente».

La soglia di avvertibilità di un sisma è considerata la magnitudo 2.5, anche un po’ meno se la scossa è superficiale, ma comunque molto lieve per i sensi umani. Lo spiegano bene i giapponesi, che hanno elaborato una particolare scala per indicare questo parametro “esperienziale”: lo «shindo», di cui tempo fa parlammo anche noi, qui.
Ora, giusto qualche breve considerazione:

  • la prima è che se anche un giornale autorevole e di ampia tiratura segue la logica del clickbait su argomenti così delicati per la popolazione, allora c’è un problema serio nel campo giornalistico, specie nel settore della comunicazione del rischio;
  • la seconda è che bene hanno fatto l’INGV e l’Ordine dei Giornalisti della Campania ad organizzare ad Ariano Irpino (Avellino) il 24 febbraio 2016 un seminario intitolato «La deontologia del giornalismo scientifico: diffamazione, rettifiche/repliche, responsabilità del direttore»;
  • la terza è che dal 23 novembre 1980 sono passati quasi 36 anni e, sebbene gli effetti del terremoto siano ancora presenti sul territorio e nelle vite di chi abita nei paesi di quello che allora fu chiamato “Cratere”, la memoria di quel tragico evento si sta affievolendo e, proprio per un futuro migliore, sarebbe necessario evitare di dimenticare [*].

Con tutta evidenza, dunque, lo sforzo per un maggiore rispetto della deontologia giornalistica, per quanto lodevole, non è ancora sufficiente, per cui è necessario continuare ad insistere, a migliorare, ad ampliare, a diffondere, a coinvolgere.

[*] Sul debole processo di costruzione della memoria del terremoto in Irpinia e Basilicata del 1980, si veda il saggio di Stefano Ventura, “Il terremoto in Irpinia del 1980: memorie individuali e collettive del sisma“, in Pietro Saitta (a cura di), “Fukushima, concordia e altre macerie. Vita quotidiana, resistenza e gestione del disastro“, Editpress, Firenze, 2015, pp. 187-196: qui.

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Nel pomeriggio dello stesso 28 aprile, Lara Tomasetta di “Orticalab” mi ha chiesto un’intervista sui rischi del click facile:

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Clicca sullo screenshot per accedere all’intervista.

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Infine, il 4 maggio 2016 ho scritto sul mio Fb alcune ulteriori considerazioni sulla comunicazione del rischio sismico (tra Italia e Francia), segnalando due articoli interessanti sulla ricostruzione in Ecuador e la prevenzione in Giappone:

In Italia c’è una sensibilità al rischio sismico piuttosto alta: i giornali e i blog rilanciano ogni minima scossa e, in assoluto, questa è una buona cosa, anche se si porta dietro altri tipi di problemi. Il principale è mediatico: decine di organi di stampa, amplificate dai social-media, diffondono non necessariamente bufale, bensì toni sensazionalistici, in una crescente ricerca del clamore giustificata solo dalla delirante rincorsa all’audience. Ne abbiamo avuto un esempio lampante la settimana scorsa, quando anche il “Corriere del Mezzogiorno” ha titolato con fragore su una flebile scossa di magnitudo 2.4 in Irpinia.
L’effetto sociale, come ho detto in un’intervista a “Orticalab”, è quello per cui c’è «il rischio che questi articoli che oggi producono “like” e click diventino un rumore di fondo, ovvero nel medio-lungo periodo producano disaffezione rendendo progressivamente necessario l’innalzamento dell’asticella dei toni dell’allarme». Non a caso, infatti, il tema dell’adeguamento sismico delle abitazioni non è considerato una “grande opera” dai governi, così sensibili a ciò che “vuole” la popolazione.
Negli stessi giorni (e ancora l’altro ieri), in Francia si sono avute due scosse ben più forti, 5.2 (poi ribassata a 4.9) nel dipartimento Charente-Maritime e 4.2 nel dipartimento Indre-et-Loire, un po’ più all’interno, ma sempre sulla costa atlantica.
Non ci sono state vittime, né danni, ma non c’è stata nemmeno una copertura mediatica così esaustiva e attenta. La Francia continentale non è un Paese particolarmente sismico, sicuramente non come l’Italia e men che meno come il Giappone, ma soprattutto è un Paese che non ha percezione di essere esposto al rischio di terremoti [alcune testimonianze sulla recente scossa], che tuttavia nella sua storia non sono mancati. L’11 giugno 1909, ad esempio, a Lambesc (Bouches-du-Rhône) un terremoto di magnitudo 6.2 uccise 46 persone e ne ferì 250, come ha ricordato “Le Monde”, senza specificare tuttavia che oggi quella stessa area è molto più urbanizzata e popolata.
Dal 2011 c’è un sistema centralizzato sul rischio sismico per tutta la Francia (nella mappa qui sotto si possono visualizzare i terremoti avvenuti nell’ultimo anno), ma esistono anche degli osservatori locali più di dettaglio, come ad esempio nelle Alpes-Maritimes, il dipartimento di Nizza, dove tuttavia la memoria collettiva è ancora piuttosto debole, detenuta solo da qualche storico locale.

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Clicca sullo screenshot per accedere alla mappa dei terremoti in Francia durante il 2015-2016.

Intanto, cambiando località e scenari, in Ecuador, dopo i 700 morti del 17 aprile scorso, i sopravvissuti cominciano a ricostruire i propri luoghi e le proprie vite, ma, secondo un reportage di “Napoli Monitor”, evitando il cemento.
A Tokyo, infine, si sa che arriverà un grosso sisma, ma non quando, per cui lo stesso governo nazionale sta cercando di intervenire «rinforzando più case, adottando misure anti-incendio e provando a diminuire la densità di popolazione nelle zone con il maggiore rischio sismico».

Quando mi chiedono del Vesuvio

Il Vesuvio è un oggetto culturale, oltre che un’espressione della natura. Negli ultimi mesi mi è capitato di parlarne diverse volte in pubblico e anche in alcune interviste. L’ultima è stata pubblicata ieri, 2 luglio 2014, su «Econote.it», a cura di Gennaro Esposito.

IL VESUVIO VISTO DA UN ANTROPOLOGO. INTERVISTA A GIOGG

Lo studio dei vulcani viene solitamente associato alla vulcanologia: una specializzazione della geologia che si occupa di fenomeni vulcanici, degli eventi eruttivi e dei rischi ad essi collegati. Il vulcanologo è quindi uno scienziato rigoroso che opera secondo metodi e strumenti delle scienze naturali. Questa impostazione non ci permette di riconoscere un altro aspetto molto importante in merito all’argomento: i vulcani costituiscono un rilevante elemento del territorio e i gruppi umani stabiliscono rapporti di significato con i luoghi che abitano. Proprio per questo ho intervistato l’antropologo culturale Giogg che mi ha parlato del suo studio sul “rischio Vesuvio”.

Qual è stato l’oggetto della tua ricerca?
Per il mio dottorato mi sono occupato dell’elaborazione culturale del rischio vulcanico in un paese della zona rossa vesuviana. Indagando il rapporto che gli abitanti hanno col vulcano, ho studiato quali sfumature assume, oggi, la percezione collettiva del rischio. In altre parole, ho osservato l’influenza che vari fattori hanno su questo processo: la selezione della memoria dell’ultima eruzione (1944), le dinamiche politiche della ricostruzione e della conseguente urbanizzazione dell’area, le forme che assume il dibattito locale intorno al Piano di Emergenza della Protezione Civile (istituito nel 1995 e parzialmente modificato lo scorso anno). La questione che ho analizzato riguarda il vivere quotidiano in quella che è definita dai mass-media una “catastrofe annunciata”. La preparazione o l’impreparazione ad un’emergenza non sono innate in un determinato gruppo umano, ma sono caratteristiche storiche, costruzioni politiche. […]

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Altre due interviste in cui parlo di alcuni aspetti storici e culturali del Vesuvio sono le seguenti:

Simona Ciniglio, “Rischio Vesuvio: a settant’anni dall’ultima eruzione i danni maggiori sono di natura umana” (“Tra letteratura, (dis)informazione e bufala: siamo tutti potenzialmente partecipi del rischio Vesuvio…”), in «Corso Italia News», 17 marzo 2014, QUI (oppure QUI);

Ciro Teodonno, “Giogg, l’antropologo Vesuviano” (“Un’interessante intervista a chi scientificamente s’è occupato della logica rischio. Una lunga conversazione sull’essenza dei vesuviani e del loro mondo…”), in «Il Mediano», 31 marzo 2014, QUI (oppure QUI).

Convivere col vulcano. Un’intervista sulla “vesuvianità” oggi

Cos’è rimasto dello “Sterminator Vesevo” nell’immaginario collettivo? A 70 anni dall’ultima eruzione del Vesuvio, ne ho parlato in quest’intervista di Ciro Teodonno:

“Il mediano”, 31 marzo 2014, QUI

L’ANTROPOLOGO VESUVIANO
Un’interessante intervista a chi scientificamente s’è occupato della logica rischio. Una lunga conversazione sull’essenza dei vesuviani e del loro mondo.
di Ciro Teodonno

Circa tre anni fa, per le strade della cittadina di San Sebastiano al Vesuvio, si aggirava una figura armata di macchina fotografica e registratore.
Per mesi, incuriosendo i più e turbando qualche malpensante dalla coscienza sporca, ha studiato la realtà locale e le sue peculiarità vulcaniche, ma dal punto di vista antropologico, regalandoci una visione razionale di quello che siamo al di fuori di ogni tipo di luogo comune. Quell’antropologo è Giogg, sorrentino di nascita, cosmopolita per vocazione ma vesuviano d’adozione; con la sua tesi di dottorato, sul concetto del rischio vulcanico ci ha scrutati come nessuno ha forse mai fatto e a lui, oggi, per il settantesimo dell’ultima eruzione, chiediamo lumi su di noi e il nostro Vulcano
. […]

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Memorie dell’eruzione vesuviana del 1944

Dopo, molto dopo, la memoria trasforma la visione di quell’evento in uno spettacolo affascinante, tuttavia non sembra riuscire ad intaccare il ricordo del rumore, che resta spaventoso.

«Io mi ricordo, tenevo sei anni, stavo a Ercolano e la sera s’illuminava di più… Hai visto i fuochi artificiali quando si aprono in cielo? Ecco, così faceva ‘o Vesuvio, proprio come fosse ‘o fuoco pirotecnico! Era bello!» (Donna, 76 anni, San Sebastiano al Vesuvio, 12 marzo 2011).

«La lava scorre piano piano, ma nei giorni precedenti non era successo niente. Si vedeva quando il Vesuvio buttava fuoco, si vedeva da Napoli, come una cascata di fuoco. Era bello! Era troppo bello!» (Uomo, 84 anni, Massa di Somma, 7 aprile 2011).

«Fece nu scoppio enorme… tremava tutta la casa, la terra… tremava tutto cose… Io mi ricordo che era di notte, ero piccola, ero signorinella… e mi ricordo che mi affacciavo da casa mia e vedevo quando la lava scendeva nelle cisterne con l’acqua. Mamma mia, e che spavento! Faceva uno scoppio proprio terribile! Io, poi, ero paurosa… chi aveva mai visto? E dicevo a mia madre: “Andiamocene, andiamocene!”. Comunque, era troppo spaventoso e si sentiva sempre che sparava il vulcano: lo faceva una continuazione. Ma era terribile quando andava nei pozzi!» (Donna, 92 anni, San Sebastiano al Vesuvio, 12 marzo 2011).

Queste sono alcune delle testimonianze che ho raccolto qualche anno fa. Ciro Teodonno, invece, si è focalizzato (in due articoli) sulle cronache riportate dai giornali del tempo:

“Il mediano”, 18 marzo 2014, QUI (o qui)

MARZO 1944
Un’analisi delle cronache dell’epoca, per intendere i fatti che videro protagonista il Vesuvio e la sua gente settant’anni fa.
di Ciro Teodonno

Abbiamo deciso di ripercorrere, a settant’anni dall’ultima eruzione, i fatti che la contraddistinsero, facendo una sorta di cronistoria degli eventi che nel marzo del 1944 colpirono il Vesuviano.
Abbiamo deciso di seguire, attraverso la cronaca dei giornali dell’epoca, la furia del Vulcano; le passioni e le vicissitudini di chi visse, in quei frangenti, lo scontro tra natura e storia, quelli che furono posti da quest’ultima in quarta pagina, perché le notizie di una guerra ancora in atto non permettevano attenzione maggiore o perché, l’ira del Vulcano, era probabilmente considerata un fenomeno naturale e non un evento catastrofico e inusitato, come spesso oggi li definiamo.
Abbiamo utilizzato, in buona parte, le pagine del Risorgimento, il quotidiano che, in quei duri anni di guerra, riuniva le testate de
Il Mattino, Roma e Il Corriere di Napoli, dopo la confisca delle testate da parte degli alleati e che fu edito dall’ottobre del 1943 fino all’ottobre del 1950. Il periodo preso in esame è quello dell’eruzione che va dal 18 al 29 marzo del ’44 (anche se il periodo di riposo inizia ufficialmente il 7 aprile). Infine i luoghi prescelti non potevano che essere San Sebastiano e Massa, quelli più colpiti dalla lava del ’44.
Ci piacerebbe però iniziare con una panoramica su quello che fu l’evento eruttivo in sé, e vorremmo farlo con documenti apparsi in buona parte solo sul
Risorgimento, scritti dall’allora direttore dell’Osservatorio Vesuviano, Giuseppe Imbò. Quello che segue è quindi il suo resoconto, contemporaneo ai momenti dell’eruzione, non un documento successivo, come è più facile riscontrare altrove, ma la viva testimonianza dello scienziato davanti alla forza della natura. Nella stesura abbiamo rispettato il testo dell’epoca e messo tra parentesi le parole illeggibili e da noi desunte.

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“Il mediano”, 19 marzo 2014, QUI (o qui)

1944: CRONACHE DELL’ERUZIONE
San Sebastiano al Vesuvio e i paesi vesuviani nelle cronache dell’eruzione del marzo 1944.
di Ciro Teodonno

Sulla linea di quanto già detto nel precedente articolo focalizziamo ora l’attenzione sui centri abitati di San Sebastiano e Massa di Somma, colpiti della colata lavica nell’ultima eruzione vesuviana.
I due centri, rispetto agli altri paesi colpiti, sono quelli, che nella sfortuna del cataclisma, hanno ottenuto maggiore attenzione e non solo dalla stampa ma anche dalla letteratura e su tutti spiccano i nomi di Norman Lewis e Curzio Malaparte che in Napoli “44 e ne La Pelle, lasciano pagine memorabili di quegli eventi e di quei luoghi. Quelli che seguono sono invece degli estratti dal Risorgimento e da La Stampa di Torino, che all’epoca veniva pubblicata nella penisola iberica, in grassetto, a chiosa, i commenti del redattore
.

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AGGIORNAMENTO del 25 marzo 2014:
Il website dell’Osservatorio Vesuviano ha una pagina dedicata al ricordo dell’eruzione del 1944 della signora Francesca Sforza di Pagani (nata nel 1929): QUI (e qui).

A settant’anni dall’ultima eruzione: un’intervista (o quasi) sull’odierna situazione vesuviana

Il rischio Vesuvio è un argomento complesso, con mille sfaccettature; non è semplice fornirne un quadro esaustivo, soprattutto sul web, dove si è sempre molto brevi e troppo veloci. Ne ho discusso con Simona Ciniglio, la quale ne ha scritto un articolo focalizzato sul ruolo dei mass-media nella costruzione sociale di questo specifico rischio.

“Corso Italia News”, 17 marzo 2014, QUI

RISCHIO VESUVIO: A SETTANT’ANNI DALL’ULTIMA ERUZIONE I DANNI MAGGIORI SONO DI NATURA UMANA
Tra letteratura, (dis)informazione e bufala: siamo tutti potenzialmente partecipi del rischio Vesuvio
di Simona Ciniglio

Come sempre, la plebe attribuiva a quell’immane flagello un significato di punizione celeste, vedeva nell’ira del Vesuvio la collera della Vergine, dei Santi, degli Dei del cristiano Olimpo, corrucciati contro i peccati, la corruzione, i vizi degli uomini. E insieme col pentimento, con la dolorosa brama di espiare, con l’avida speranza di veder puniti i malvagi, con l’ingenua fiducia nella giustizia di una così crudele e ingiusta natura, insieme con la vergogna della propria miseria, di cui il popolo ha una triste consapevolezza, si svegliava nella plebe, come sempre, il vile sentimento dell’impunità, origine di tanti atti nefandi, e la miserabile persuasione che in così grande rovina, in così immenso tumulto, tutto sia lecito, e giusto”.
Nel bellissimo e insostenibile romanzo “La Pelle” di Curzio Malaparte, l’orrore e la devastazione legati all’eruzione del Vesuvio del 1944 fungono da estrema oggettivizzazione e castigo per la pestilenza morale che ammorbò la Napoli dell’occupazione alleata americana, un inferno di vizio e vergogna, strascico di disumanità della seconda guerra mondiale.
Le parole di poesia atroce, che attingono parzialmente alla fantasia dello scrittore, sono tra i migliori risultati di mistificazione dei fatti occorsi durante quell’eruzione e, in generale, rappresentano uno splendido esempio di retorica volta a far luce sui molteplici aspetti della natura umana, ciò che fa dell’osservazione della realtà materia letteraria
. […]

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