Le mappe del rischio nelle scuole, per cominciare

In vista di un convegno del Consiglio Nazionale dei Geologi, lo studioso Giovanni Calcagnì ha affermato: «L’Italia è un paese sismico, molto pericoloso. 26 milioni di italiani vivono in aree ad altissimo rischio sismico e altri 25 in zone a medio rischio. […] Su 791 Kmq di località abitate in Italia, la quasi totalità dei territori analizzati (l’83%) presenta potenziali amplificazioni forti e ben il 12%, presenta anche fenomeni di instabilità cosismiche, come frane, liquefazioni e cedimenti in caso di sismi intensi» [QUI].
Sono numeri impressionanti, quasi tutti gli italiani (51 milioni su 60 dell’intera popolazione) vivono in zone sismiche. Per la verità, però, due anni fa i numeri erano minori e, sebbene sempre nell’ordine di grandezza di milioni, non si capisce come sia possibile una tale sfasatura: «Ben 3 milioni di persone abitano in zone ad alto rischio sismico, 21 milioni quelle che abitano in zone a rischio medio. Le zone ad elevato rischio sismico sono circa il 50% del territorio nazionale. I comuni potenzialmente interessati da un alto rischio sismico sono 725, quelli a rischio medio sono 2.344. Gli edifici che si trovano in zone a rischio sismico sono poco più di 6 milioni mentre le abitazioni sono più di 12 milioni» [Fonte: rapporto “Terra e Sviluppo” del Consiglio Nazionale dei Geologi, diffusi il 20 maggio 2012 da Gian Vito Graziano, allora presidente del Cng: QUI].
Ma le preoccupazioni, in Italia, non provengono solo dai terremoti, al contrario, le varie tipologie di rischio naturale si sommano tra loro e – come evidenziato sopra – frane, allagamenti, inondazioni, liquefazioni, cedimenti e così via sono rischi che coinvolgono un numero esorbitante di persone. Secondo le stime della Coldiretti, l’82% dei comuni del Paese si trova in zone a rischio idrogeologico, ovvero ne sono interessati più di 5 milioni di italiani: «a causa delle frane e delle alluvioni sono morte oltre 4mila persone dal 1960 ad oggi, mentre gli sfollati e i senzatetto per le sole inondazioni superano rispettivamente i 200 mila e i 45 mila» [QUI]. In questo caso si è propensi a individuare la principale responsabilità nei cambiamenti climatici che stanno provocando precipitazioni pluviali sempre più intense e frequenti, con trombe d’aria, grandinate e vere e proprie “bombe d’acqua”. Tuttavia l’incuria può essere più matrigna della natura: come osserva Fausto Guzzetti, direttore dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Cnr, «quello che ci differenzia rispetto agli stati europei confinanti non è tanto la geologia quanto la disattenzione al territorio. [La soluzione, dunque, starebbe nel prevenire e mitigare anziché nel riparare e piangere i danni, ma per fare ciò bisognerebbe] innanzitutto investire sui piccoli progetti di manutenzione anziché sulle grandi opere» [QUI].
Vi sono tre leve che devono essere mosse contemporaneamente per mitigare il rischio e aumentare la resilienza:

  1. la conoscenza scientifica dei fenomeni, dunque la capacità previsionale di un evento e la sua gestione sociale;
  2. l’adeguamento delle infrastrutture: essenzialmente la gestione del territorio, con piani urbanistici rispettosi dei luoghi, edifici resistenti, vie di fuga, segnaletica, sistema informativo esteso e un corpo di protezione civile sempre più capillare e reattivo;
  3. la preparazione della popolazione, ovvero la capacità di far fronte ad un’emergenza, di riconoscerne i segnali e di comprenderne le risposte più efficaci, in buona sostanza una maggiore consapevolezza.

Ciascuno di questi tre ambiti è, in sé, enorme e, probabilmente, l’unico che fa sensibili passi in avanti è il primo, quello scientifico (inteso non solo come corpus di discipline “tecniche”, ma anche “sociali”). Il problema è che questo sapere fa fatica a diventare forma mentis diffusa e, di conseguenza, ad alimentare il pensiero e le azioni politiche.
Forse, come auspica Marco Cattaneo per il caso vesuviano, bisognerebbe affiggere la mappa della zona rossa del vulcano napoletano in ogni aula scolastica, ma probabilmente anche in ogni ufficio, ospedale, condominio…

mappa-rischio-vesuvio_zona-rossa_2013

Rischio vesuviano: zona rossa.

Ma, con tanti rischi, le mappe sono numerose e riguardano tutta Italia, per cui diffonderle sarebbe un primo passo nel lungo percorso di (ri)costruzione della conoscenza del territorio. Per cominciare, i ministri dell’Ambiente e dell’Istruzione, insieme al capo della Protezione Civile, dovrebbero far appendere in tutti i luoghi pubblici, comprese appunto le scuole proprio adesso che comincia l’anno di studio, la mappa dei terremoti degli ultimi 30 anni e quella del rischio idrogeologico:

La perimetrazione del rischio è una negoziazione

La mappa dei rischi, dice Mathilde Gralepois, è un «potente vettore di norme sociali, istituzionali e politiche» che si definiscono sullo spazio. Lungi dall’essere uno strumento neutrale o esclusivamente scientifico, essa oscilla sempre tra l’essere il risultato di una negoziazione e il divenire la scena di una controversia. La zona rossa vesuviana, sia per la sua localizzazione, che rileva la vulnerabilità dei luoghi anche ad osservatori non esperti, sia per l’attenzione di cui è investita all’interno del Piano di Emergenza Nazionale, è, di fatto, l’oggetto principale di dibattiti pubblici e di provvedimenti legislativi in merito al rischio vulcanico dell’area. La sua storia, dal 1995 ad oggi, è ricca di episodi che delineano, appunto, una contrattazione che ha poco del rigore esclusivamente scientifico. Tale zonizzazione del rischio, cioè, ha una natura fortemente politica, perché si tratta di uno spazio interpretativo in cui gli attori locali difendono obiettivi e interessi divergenti.
Nell’ultimo anno, il carattere negoziale della perimetrazione del rischio è riemerso con evidenza a proposito del processo di allargamento della zona rossa e tuttora alcuni amministratori locali continuano a proclamare l’intenzione di riconsiderare quella delimitazione o, quanto meno, i suoi vincoli.
Proprio oggi, ad esempio, è apparso un articolo su “Il fatto vesuviano” in cui si parla della volontà da parte dei sindaci della zona rossa vesuviana di avanzare proposte collettive per il “rilancio” dei propri territori. Ciò rappresenta un punto molto delicato perché pone un dilemma di difficile soluzione: bisogna sostenere lo “sviluppo economico” di quei comuni o questo può risultare incoerente con la necessità di mitigare il rischio vulcanico? Rispetto a tale preoccupazione, infatti, è unanimemente riconosciuto che l’alto tasso di vulnerabilità dell’area sia dovuto al suo sovraffollamento e alla sua congestione, per cui, per quanto possa apparire cinico, sembrerebbe logico rendere “meno appetibili” quei comuni al fine di favorirne una drastica decrescita urbana. E’ un dilemma serio ed io, sinceramente, non ho una risposta. Tuttavia non me la sento in alcun modo di picconare la zona rossa e il parco nazionale che, senza dubbio, hanno introdotto limiti e condizioni molto stringenti, di cui molti non riescono a cogliere l’utilità.
Alcuni sindaci della zona ripetono con una certa insistenza che i propri territori sarebbero «mortificati da dieci anni di blocco totale derivanti dalla zona rossa» e, più in particolare, dalla legge regionale 21/2003. Per mezzo del loro capofila – l’attuale sindaco di Sant’Anastasia Carmine Esposito, che da anni attribuisce alla zona rossa ogni male dell’area vesuviana – hanno annunciato che a breve esprimeranno «un’unica linea politico-amministrativa sulle priorità comuni». Tra le tante necessità indicate (valorizzazione, tutela, sicurezza, vie di fuga… che non si capisce perché siano ritenute ostacolate dalla zona rossa) ce n’è una, però, che suona piuttosto stonata e sospetta: «avviare un sistema virtuoso per la rigenerazione e la riqualificazione edilizia ed urbanistica che, tra l’altro, potrebbe contribuire a rimettere in moto realmente l’economia locale».
Su questo credo che non ci sia possibilità di “trattativa”, a meno che non si sia disposti a svuotare completamente di senso una perimetrazione del rischio che, agli occhi del mondo intero, appare come il primo ed essenziale passo di qualsiasi processo di protezione civile.

NB: queste notizie sono riportate anche dal webjournal “Corso Italia News“.

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CONSIDERAZIONI del 24 maggio 2014:
La “nuova zona rossa vesuviana” è un caso molto interessante per osservare le dinamiche della negoziazione politica intorno alla perimetrazione del rischio. Procediamo con ordine.
A fine dicembre 2012 la Protezione Civile e la Regione Campania hanno annunciato una nuova mappatura rispetto a quella del 1995, stavolta basata su un forte principio scientifico, la cosiddetta “linea Gurioli”, dalla studiosa che ha analizzato la ricaduta di ceneri e altri prodotti vulcanici intorno al Vesuvio. Si tratta, in sostanza, di un cerchio che tocca 25 comuni, rispetto ai 18 precedenti (si veda la mappa), ufficializzato nel luglio 2013. E’ da specificare che la precedente perimetrazione del rischio seguiva i confini esterni dei comuni interessati, per cui ne risultava una linea frastagliata e incomprensibilmente deforme rispetto alla circonferenza del vulcano. La nuova linea, certamente più esplicita dal punto di vista scientifico, abbandona la sovrapposizione ai confini comunali e dichiara “zona rossa” solo il territorio posto al suo interno. Ciò ha avuto due conseguenze: l’aumento del numero di comuni coinvolti (da 18 a 25, appunto) e una maggior confusione in merito alla pianificazione dell’emergenza e alla gestione urbanistica dei territori parzialmente coinvolti dalla “linea Gurioli”. Ne è derivata una doppia illusione: da un lato il numero di comuni è cresciuto, ma la superficie della zona rossa non si è allargata; dall’altro lato il numero di abitanti da evacuare viene ritenuto molto più alto perché calcolato sommando le intere popolazioni dei comuni “a rischio”, mentre invece, a rigore, dovranno essere sfollati solo coloro che risiedono all’interno della “black line” (e il cui numero, al momento, è semplicemente sconosciuto).
E’ in questa congiuntura che si sviluppa la negoziazione della perimetrazione del rischio di cui parlavo: esistono diversi comuni che sono toccati solo in parte dalla “linea Gurioli” e i loro amministratori – come tutti noi, d’altronde – non hanno ancora ben chiaro se le leggi restrittive in materia edilizia e le procedure di emergenza dovute allo speciale status della zona rossa siano da applicare all’intero territorio comunale o solo ad una parte di esso.
Il primo comune a sollevare obiezioni sulla nuova zona rossa è stato Scafati, sfiorato dalla “linea Gurioli” (si veda la mappa): nel gennaio 2013 il sindaco Pasquale Aliberti si è “ribellato” alla nuova perimetrazione sostenendo che “Scafati prova a uscire dall’area a rischio” (di Floriana Longobardi, in “Il Mattino”, 16 gennaio 2013), una posizione critica che l’assessore regionale alla Protezione Civile Eduardo Cosenza ha provato a riassorbire nel febbraio 2013, quando in un convegno ha spiegato che: “Scafati rientra sì nella zona rossa, ma in quella di tipo due. In pratica nella cittadina al confine di Pompei, arriverebbero solo ceneri (e non lava o fuoco) e quindi basterà̀ prevedere delle modifiche alle norme tecniche per quella determinata area, ed il gioco sarà̀ fatto” (in “Agro24”, 11 febbraio 2013).
La moltiplicazione delle definizioni (zona rossa, gialla, 1, 2 e così via) ha creato una certa confusione che è conveniente riordinare: la “zona rossa 2” (ovvero la quota di territorio esterna alla “linea Gurioli” nei comuni che sono toccati da questa) è, in sostanza, la vecchia “zona gialla”, per cui, se Scafati è stata – ma con quale atto? – estromessa per intero dalla zona a più alto rischio, nulla cambia dal punto di vista urbanistico e della pianificazione del rischio rispetto alla situazione delineata nel 1995, sebbene rientri ancora nel nuovo elenco dei comuni gemellati con altre regioni italiane, dunque da evacuare (in Sicilia) in caso di allarme.
Ai primi di maggio 2014, poi, c’è stato il caso (questo sì, ufficiale) di Boscoreale (che è un comune già presente per intero nella precedente zona rossa), a cui il Tribunale Amministrativo della Regione Campania ha riconosciuto il diritto di distinguere il proprio territorio tra quello interno alla “linea Gurioli” e quello esterno, dunque di sottoporlo a due diversi regimi urbanistici, che per Boscoreale, in sostanza, significa riavviare l’edilizia dopo quasi vent’anni di blocco. Come ha ben spiegato Malko (il 13 maggio 2014, ma lo aveva preannunciato già un anno prima, il 28 maggio 2013), a questo punto è facile aspettarsi ricorsi simili da parte degli altri comuni che si trovano nella medesima situazione: Cercola, Pompei, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Torre Annunziata.
La morale di questa situazione è che, a dispetto della retorica razionalista, ogni zona a rischio può essere modificata come se si trattasse di un elastico: a piacimento o, per meglio dire, a peso politico. Nulla di nuovo, per la verità: come ho già scritto qui sopra, ogni perimetrazione del rischio è una negoziazione, ma è opportuno ribadirlo per non cadere nell’illusione che le zone rosse siano rigorosamente scientifiche. Al contrario, come dimostra il caso del Vesuvio, l’area a più alto rischio viene continuamente modificata, tirata, slabbrata, talvolta derogata, per opportunità o convenienza, in una proliferazione di definizioni e di livelli ufficiali e ufficiosi che si sovrappongono, si sommano e si confondono, lasciando nel limbo i cittadini, trattati alla stregua di pedine di un risiko vesuviano giocato da amministratori alla conquista, o alla difesa, di poltrone.

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AGGIORNAMENTO del 3 maggio 2015:
L’andamento pressoché circolare dell’attuale zona rossa del #Vesuvio, decretata nel 2013, segue principi scientifici (della vulcanologa Lucia Gurioli) più convincenti rispetto a quelli della prima versione (risalente al 1995), quando l’area di maggior rischio vulcanico seguiva acriticamente i confini dei comuni. La nuova perimetrazione, tuttavia, ha portato con sé nuove problematiche: un comune che rientra solo parzialmente all’interno della “linea Gurioli” deve applicare a tutto il suo territorio la legge regionale campana 21/2003 (che vieta l’edificazione per uso residenziale)? Il comune di Boscoreale, interessato dal quesito, ha presentato un ricorso al TAR della Campania, che gli ha dato ragione: può estrapolare dalla classificazione di zona ad alto rischio quella parte di territorio boschese che va oltre il limite Gurioli. L’ultima parola, tuttavia, ci sarà tra un mese, il prossimo 4 giugno 2015, quando la querelle sarà presentata dinnanzi al Consiglio di Stato.
Il blogger MalKo spiega la situazione nei dettagli, anche storicamente: “Rischio Vesuvio: la zona rossa sui banchi del Consiglio di Stato“.

La Costa Concordia «come se»

«Il naufragio della Costa Concordia è un monumento alla stupidità umana», ha scritto Marco Imarisio nel suo instant-book “Concordia. La vera storia”. «Davanti alla follia e alla stupidità umana ogni sapere, ogni progresso tecnologico diventa inutile. Questa, nel bene e nel male, è una storia di uomini, dei loro piccoli gesti di coraggio, soprattutto delle loro grandi debolezze. […] Questa è una tragedia degli uomini». La sera del 13 gennaio 2012 una macchina strabiliante, una raffinata opera dell’ingegno, aveva dimostrato la sua grande fragilità: bastava affidarla ad un uomo che non ne era all’altezza e tutta la sua forza e magnificenza potevano svanire in pochi istanti. In altre parole, l’affondamento di quella nave sembrava rivelare che la stupidità era più forte dell’intelligenza.
Dopo 20 mesi, oggi 16 settembre 2013 l’attesa per il recupero del relitto accasciato davanti all’isola del Giglio è notevole anche perché, a leggere i titoli dei giornali e ad ascoltare gli esperti, pare essere in gioco un riscatto del razionale sull’irrazionale o, per riprendere i termini di Imarisio, dell’intelligenza sulla stupidità. Tornando su quel che accadde nel gennaio 2012, è come se allora ci fosse stato una specie di trionfo dell’illogico: l’incidente era stato provocato dal cosiddetto “inchino” della nave, una pratica assurda, sebbene da anni tollerata da tutte le autorità in numerose località costiere italiane; il comportamento del capitano era stato inconcepibile (e vigliacco); le prime testimonianze dei naufraghi erano tutte (comprensibilmente) emotive: «E’ stato veramente un incubo, in confronto le scene del Titanic facevano meno paura»; il paese di origine del capitano si ostinava a difendere il proprio concittadino (qui provai a individuare qualche spiegazione); qualche mezzo di informazione non aveva disdegnato di dare spazio a congetture fantasiose, osservando che il naufragio era «accaduto di venerdì 13» e ricordando che il varo del 2006 «fu sfortunato» perché «non si ruppe la bottiglia» (da cui numerose “leggende” sulla supposta maledizione della nave) [raccolsi alcune informazioni qui].
Nel corso di questo anno e mezzo che ci separa da quella tragica notte, il relitto della Costa Concordia è diventato una sorta di sfondo fotografico per turisti e un souvenir da portare a casa (sono state messe in commercio t-shirt e cartoline, ma anche pezzi di scoglio, riproduzioni, miniature); e tutto questo in virtù del fatto che quella nave si è trasformata in un oggetto culturale, cioè in un tema dotato di una propria dimensione simbolica. La Concordia è stata presto riconosciuta sia come la testimonianza di un fatto storico, sia come una allegoria dell’attuale condizione italiana. Nel primo caso si parlò de «La nave di maggior tonnellagio mai affondata» e ancora oggi si riferisce che quello in atto è «il più grande recupero mai tentato» (un primato, d’altronde, che fu individuato già l’indomani del disastro: qui), mentre nel secondo si fa allusione alla crisi economica del Paese e all’inadeguatezza della sua classe dirigente: lo hanno sostenuto in molti, tra i quali Beppe GrilloNicolò Carnimeo, Adriano SofriUto Ughi, Tito Boeri e altri).
Oggi tutto questo vuole essere cancellato (raddrizzato, recuperato, dunque riscattato, redento) attraverso la complessa e delicata operazione ingegneristica messa in opera dalle ditte Titan Salvage e Micoperi, sotto la supervisione della Protezione Civile (mentre scrivo, i lavori sembra che stiano procedendo bene, senza conseguenze per l’ambiente: qui). Oggi, stando al clamore mediatico (457 giornalisti accreditati, di cui 310 stranieri), non è in ballo solo lo spostamento fisico di una enorme nave adagiata su una fragile e bellissima scogliera, ma è in gioco qualcosa di più etereo e, allo stesso tempo, profondo: si sta tentando la rimozione di un simbolo di decadenza e fallimento: il capitano Gregorio De Falco, uno dei protagonisti “positivi” di quella notte, ha testé dichiarato che «Oggi riscattiamo l’immagine dell’Italia cialtrona» (pare, inoltre, che su Twitter l’hashtag odierno sia “riemergere“).
La notte del 13 gennaio 2012, imperizia, arroganza, superficialità e incuria determinarono una vera e propria sciagura, aggravata dall’umiliazione di non avere neppure un capitano coraggioso che si prendesse carico del disastro; mentre oggi, al contrario, «nulla è stato lasciato al caso» («ogni rischio è stato calcolato e ridotto al minimo») e, soprattutto, è presente un leader, ovvero qualcuno che, valorosamente, si assume l’onere delle scelte: «In caso di esito cattivo, la responsabilità è mia», ha dichiarato Franco Gabrielli. Questa frase è da manuale: svelando l’incertezza dell’operazione in atto – ovvero il suo possibile fallimento – il capo della Protezione Civile riesce comunque a rassicurare assumendo su se stesso il peso dell’aspettativa. Il bisogno sociale di sicurezza porta a credere nell’autorità e che questa sia infallibile; siamo convinti, cioè, che i “sistemi esperti” impegnati al Giglio sappiano ciò che fanno e che non siano composti da persone avventate. Ci affidiamo all’idea che costoro, lavorando in equipe, si controlleranno gli uni con gli altri e, soprattutto, non compiranno degli azzardi, ma, al contrario, faranno in modo che l’imprevisto non prevalga sul calcolo (qui un esempio fornito da un gigliese). Noi che seguiamo il loro lavoro come spettatori, non possiamo che fidarci e confidare in questa ostentata capacità tecnico-ingegneristica di risolvere il problema. Riteniamo, in altre parole, che le competenze superino le improvvisazioni e che la statistica produca i risultati che lascia intendere («90% di possibilità che la rotazione funzioni»), per cui tendiamo a porre in secondo piano altre conoscenze che pure abbiamo: innanzitutto che i saperi tecnico-scientifici non sempre sono garanzie sufficienti a scongiurare che la peggiore eventualità si verifichi (molta letteratura sociologica sul rischio lo ha ormai appurato), inoltre sappiamo che lo scafo può spezzarsi o, addirittura, sfaldarsi durante la sua rotazione e, ancora, che il movimento è in grado di far fuoriuscire delle sostanze inquinanti (la Protezione Civile ne aveva fatto un elenco, ma Greenpeace ha realizzato un inventario più accurato e preoccupato, tuttavia c’è l’Arpa toscana a monitorare le acque). In un miscuglio di conoscenza e di non conoscenza, di calcolo e di aleatorietà (il rischio è questo: considerare una probabilità), ci troviamo dinnanzi ad un “sistema astratto” (astratto perché impersonale, ovvero composto di ruoli, prima che di individui) in cui alcune figure tendono a catalizzare l’attenzione mostrandosi degni di fiducia: essi rappresentano, spiega Anthony Giddens, «l’anello di congiunzione tra la fiducia personale e la fiducia nel sistema». In un quadro che ha nella relazione con l’incertezza una sua costante, la nostra sostanziale impotenza di spettatori si declina in quella che possiamo definire l’illusione di un’azione o la delega di un’azione, ovvero nello sperare: «Speriamo nella tecnologia e nella faccia che ci mette l’armatore. Speriamo che ci abbiano raccontato tutta la verità sui rischi ambientali che potrebbero verificarsi dopo lo sversamento in mare dei liquidi inquinanti che sono nello scafo. E speriamo che la nave possa essere trasferita in un porto dove lo smantellamento avvenga nel tempo più rapido e nel miglior modo possibile. Insomma, visto che si tratta di un’operazione mai tentata prima, speriamo» (Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia, qui).
Comunque andrà l’operazione di recupero, domani la Costa Concordia continuerà ad essere spunto per ragionamenti «come se», ovvero per metafore e semplificazioni del dibattito sociale: potrà essere ancora effige plastica del degrado nazionale oppure, in una radicale inversione di valore, immagine di speranza per una riemersione che dall’irrazionalità conduca alla razionalità, dalla cialtroneria alla serietà. In un caso o nell’altro, quel relitto continuerà ad essere una rappresentazione su cui costruire discorsi che, ci piaccia o meno, produrranno realtà.