La discarica SS268

La Strada Statale 268 è indicata come “via di fuga” in caso di emergenza vesuviana, ma in che modo una strada circolare possa permettere l’evacuazione di massa resta un mistero. Anzi, la SS268 “del Vesuvio” è una strada mortale in sé, sia per gli umani [1] che per gli animali.
Ciro Teodonno l’ha percorsa insieme a Mimmo Russo per documentarne e denunciarne un’altra criticità, quella dell’immondizia che ne riempie i bordi, le piazzole di sosta, ma soprattutto le stradine laterali e lo spazio sottostante i cavalcavia, spesso incendiata provocando altri ed ulteriori problemi. Si tratta di rifiuti d’ogni tipo, soprattutto industriali di aziende che lavorano in nero, in una catena di piaghe sociali ed ecologiche che si alimentano l’un l’altra. E’ un vero e proprio viaggio nell’abisso del nostro tempo, tra gli scarti di una modernità che sviluppa rovine e produce malattie.
L’articolo di Teodonno si intitola “SS 268, quello che non si vede” ed è stato pubblicato sul webjournal “Il Mediano” il 14 settembre 2014. Fanno parte integrante dell’inchiesta anche una galleria fotografica ed un videodocumentario di 47′:


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[1] Gli incidenti sono frequenti, talvolta tragici, come un paio nel 2013: a gennaio morirono 4 persone e a maggio un’intera famiglia.
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Raccolgo informazioni sulla SS268 in questo post privato.

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La Costa Concordia «come se»

«Il naufragio della Costa Concordia è un monumento alla stupidità umana», ha scritto Marco Imarisio nel suo instant-book “Concordia. La vera storia”. «Davanti alla follia e alla stupidità umana ogni sapere, ogni progresso tecnologico diventa inutile. Questa, nel bene e nel male, è una storia di uomini, dei loro piccoli gesti di coraggio, soprattutto delle loro grandi debolezze. […] Questa è una tragedia degli uomini». La sera del 13 gennaio 2012 una macchina strabiliante, una raffinata opera dell’ingegno, aveva dimostrato la sua grande fragilità: bastava affidarla ad un uomo che non ne era all’altezza e tutta la sua forza e magnificenza potevano svanire in pochi istanti. In altre parole, l’affondamento di quella nave sembrava rivelare che la stupidità era più forte dell’intelligenza.
Dopo 20 mesi, oggi 16 settembre 2013 l’attesa per il recupero del relitto accasciato davanti all’isola del Giglio è notevole anche perché, a leggere i titoli dei giornali e ad ascoltare gli esperti, pare essere in gioco un riscatto del razionale sull’irrazionale o, per riprendere i termini di Imarisio, dell’intelligenza sulla stupidità. Tornando su quel che accadde nel gennaio 2012, è come se allora ci fosse stato una specie di trionfo dell’illogico: l’incidente era stato provocato dal cosiddetto “inchino” della nave, una pratica assurda, sebbene da anni tollerata da tutte le autorità in numerose località costiere italiane; il comportamento del capitano era stato inconcepibile (e vigliacco); le prime testimonianze dei naufraghi erano tutte (comprensibilmente) emotive: «E’ stato veramente un incubo, in confronto le scene del Titanic facevano meno paura»; il paese di origine del capitano si ostinava a difendere il proprio concittadino (qui provai a individuare qualche spiegazione); qualche mezzo di informazione non aveva disdegnato di dare spazio a congetture fantasiose, osservando che il naufragio era «accaduto di venerdì 13» e ricordando che il varo del 2006 «fu sfortunato» perché «non si ruppe la bottiglia» (da cui numerose “leggende” sulla supposta maledizione della nave) [raccolsi alcune informazioni qui].
Nel corso di questo anno e mezzo che ci separa da quella tragica notte, il relitto della Costa Concordia è diventato una sorta di sfondo fotografico per turisti e un souvenir da portare a casa (sono state messe in commercio t-shirt e cartoline, ma anche pezzi di scoglio, riproduzioni, miniature); e tutto questo in virtù del fatto che quella nave si è trasformata in un oggetto culturale, cioè in un tema dotato di una propria dimensione simbolica. La Concordia è stata presto riconosciuta sia come la testimonianza di un fatto storico, sia come una allegoria dell’attuale condizione italiana. Nel primo caso si parlò de «La nave di maggior tonnellagio mai affondata» e ancora oggi si riferisce che quello in atto è «il più grande recupero mai tentato» (un primato, d’altronde, che fu individuato già l’indomani del disastro: qui), mentre nel secondo si fa allusione alla crisi economica del Paese e all’inadeguatezza della sua classe dirigente: lo hanno sostenuto in molti, tra i quali Beppe GrilloNicolò Carnimeo, Adriano SofriUto Ughi, Tito Boeri e altri).
Oggi tutto questo vuole essere cancellato (raddrizzato, recuperato, dunque riscattato, redento) attraverso la complessa e delicata operazione ingegneristica messa in opera dalle ditte Titan Salvage e Micoperi, sotto la supervisione della Protezione Civile (mentre scrivo, i lavori sembra che stiano procedendo bene, senza conseguenze per l’ambiente: qui). Oggi, stando al clamore mediatico (457 giornalisti accreditati, di cui 310 stranieri), non è in ballo solo lo spostamento fisico di una enorme nave adagiata su una fragile e bellissima scogliera, ma è in gioco qualcosa di più etereo e, allo stesso tempo, profondo: si sta tentando la rimozione di un simbolo di decadenza e fallimento: il capitano Gregorio De Falco, uno dei protagonisti “positivi” di quella notte, ha testé dichiarato che «Oggi riscattiamo l’immagine dell’Italia cialtrona» (pare, inoltre, che su Twitter l’hashtag odierno sia “riemergere“).
La notte del 13 gennaio 2012, imperizia, arroganza, superficialità e incuria determinarono una vera e propria sciagura, aggravata dall’umiliazione di non avere neppure un capitano coraggioso che si prendesse carico del disastro; mentre oggi, al contrario, «nulla è stato lasciato al caso» («ogni rischio è stato calcolato e ridotto al minimo») e, soprattutto, è presente un leader, ovvero qualcuno che, valorosamente, si assume l’onere delle scelte: «In caso di esito cattivo, la responsabilità è mia», ha dichiarato Franco Gabrielli. Questa frase è da manuale: svelando l’incertezza dell’operazione in atto – ovvero il suo possibile fallimento – il capo della Protezione Civile riesce comunque a rassicurare assumendo su se stesso il peso dell’aspettativa. Il bisogno sociale di sicurezza porta a credere nell’autorità e che questa sia infallibile; siamo convinti, cioè, che i “sistemi esperti” impegnati al Giglio sappiano ciò che fanno e che non siano composti da persone avventate. Ci affidiamo all’idea che costoro, lavorando in equipe, si controlleranno gli uni con gli altri e, soprattutto, non compiranno degli azzardi, ma, al contrario, faranno in modo che l’imprevisto non prevalga sul calcolo (qui un esempio fornito da un gigliese). Noi che seguiamo il loro lavoro come spettatori, non possiamo che fidarci e confidare in questa ostentata capacità tecnico-ingegneristica di risolvere il problema. Riteniamo, in altre parole, che le competenze superino le improvvisazioni e che la statistica produca i risultati che lascia intendere («90% di possibilità che la rotazione funzioni»), per cui tendiamo a porre in secondo piano altre conoscenze che pure abbiamo: innanzitutto che i saperi tecnico-scientifici non sempre sono garanzie sufficienti a scongiurare che la peggiore eventualità si verifichi (molta letteratura sociologica sul rischio lo ha ormai appurato), inoltre sappiamo che lo scafo può spezzarsi o, addirittura, sfaldarsi durante la sua rotazione e, ancora, che il movimento è in grado di far fuoriuscire delle sostanze inquinanti (la Protezione Civile ne aveva fatto un elenco, ma Greenpeace ha realizzato un inventario più accurato e preoccupato, tuttavia c’è l’Arpa toscana a monitorare le acque). In un miscuglio di conoscenza e di non conoscenza, di calcolo e di aleatorietà (il rischio è questo: considerare una probabilità), ci troviamo dinnanzi ad un “sistema astratto” (astratto perché impersonale, ovvero composto di ruoli, prima che di individui) in cui alcune figure tendono a catalizzare l’attenzione mostrandosi degni di fiducia: essi rappresentano, spiega Anthony Giddens, «l’anello di congiunzione tra la fiducia personale e la fiducia nel sistema». In un quadro che ha nella relazione con l’incertezza una sua costante, la nostra sostanziale impotenza di spettatori si declina in quella che possiamo definire l’illusione di un’azione o la delega di un’azione, ovvero nello sperare: «Speriamo nella tecnologia e nella faccia che ci mette l’armatore. Speriamo che ci abbiano raccontato tutta la verità sui rischi ambientali che potrebbero verificarsi dopo lo sversamento in mare dei liquidi inquinanti che sono nello scafo. E speriamo che la nave possa essere trasferita in un porto dove lo smantellamento avvenga nel tempo più rapido e nel miglior modo possibile. Insomma, visto che si tratta di un’operazione mai tentata prima, speriamo» (Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia, qui).
Comunque andrà l’operazione di recupero, domani la Costa Concordia continuerà ad essere spunto per ragionamenti «come se», ovvero per metafore e semplificazioni del dibattito sociale: potrà essere ancora effige plastica del degrado nazionale oppure, in una radicale inversione di valore, immagine di speranza per una riemersione che dall’irrazionalità conduca alla razionalità, dalla cialtroneria alla serietà. In un caso o nell’altro, quel relitto continuerà ad essere una rappresentazione su cui costruire discorsi che, ci piaccia o meno, produrranno realtà.