La Corte di Strasburgo rigetta il ricorso dei vesuviani

Alla fine di ottobre 2013, dodici abitanti della “zona rossa” vesuviana presentarono un ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo contro lo Stato Italiano. La motivazione era che «non sta facendo il proprio dovere nel garantire nel migliore dei modi la sicurezza dei cittadini».
Dopo varie vicissitudini, oggi la Corte ha rigettato il ricorso di quelle persone, non perché le accuse non sussistano (questo aspetto non è stato valutato), ma perché i ricorrenti avrebbero dovuto prima tentare di avere giustizia davanti ai tribunali nazionali (Tar e Consiglio di Stato) o attraverso una class action [ANSA, Adnkronos, Il Mattino, Metropolis].
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In serata il primo firmatario del ricorso, Rodolfo Viviani, ha così commentato sul suo profilo fb:

Alla Corte europea di Strasburgo si “lavano le mani” rispetto al nostro ricorso per le responsabilità dello Stato italiano in materia di riduzione del rischio Vesuvio. Dovremmo chiedere giustizia ai magistrati che hanno sempre chiuso gli occhi davanti alle pubbliche denunce fatte da Pannella e dai Radicali, non accorgendosi ad esempio, delle decine di migliaia di abitazioni abusive che in questi trenta anni sorgevano in zona sismica e vulcanica. E allora che dire, aspettiamo che il Vesuvio ci lavi col fuoco?

Altri link: 1) mio fb, 2) pagina fb sul rischio vesuviano.

Il solito schema del giornalismo che fa una scampagnata sul Vesuvio

«C’è un luogo che più di ogni altro simboleggia quella sorta di rimozione del pericolo che ci caratterizza, tra scaramanzia e incoscienza. Stiamo parlando di Napoli e del suo vulcano, il Vesuvio […]».

Queste sono le parole che introducono un servizio come tanti: il giornalista che raccoglie i commenti popolari più ricorrenti («No, non so che fare in caso di eruzione», «No, non ho paura del vulcano», «Evvabbè, ‘na vota s’adda murì»), che intervista i soliti esperti (più o meno) catastrofisti (fisicamente, dico: sempre loro), che evidenzia la piaga dell’abusivismo (che c’è e va contrastato, ma ormai fa la parte del feticcio: origine e fine d’ogni male vesuviano, come se la caotica urbanizzazione intorno al vulcano fosse tutta illegale), che sottolinea l’assenza di vie di fuga e di preparazione all’emergenza (e, dunque, qual è la domanda successiva? la suggerisco io? ok: chi è responsabile dell’inadeguatezza e dell’impreparazione? silenzio).
Insomma, per farla breve, questo servizio di SkyTG24 (1° dicembre 2014, di 5′) ci fa scoprire (per l’ennesima volta) che i napoletani, i flegrei e i vesuviani sono incoscienti, ignoranti, scaramantici e menefreghisti.

Clicca sull'immagine per accedere al filmato.

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Come un riflesso pavloviano, quando si parla di un disastro – ovunque nel mondo – prima o poi si fa una deviazione sul Vesuvio. Qui si parlava di bombe d’acqua, inondazioni e allagamenti, eppure l’approfondimento sulla vulnerabilità del territorio italiano è stato fatto, comme d’habitude, sul caso del vulcano napoletano. Sarà che il Vesuvio è sempre una notizia che fa audience?

PS: altri post sul Vesuvio in tv sono qui e qui.

Il Vesuvio alla Corte di Strasburgo

La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha deliberato che entro il 12 maggio 2014 l’Italia dovrà presentare prove che dimostrino con certezza che la sicurezza degli abitanti della zona rossa del Vesuvio è adeguatamente garantita dallo Stato.
Ho conservato articoli su questa vicenda nei seguenti post: Marco Pannella e il rischio Vesuvio (20 dicembre 2013), L’impreparazione all’emergenza è un prodotto storico (31 ottobre 2013), Il rischio vulcanico (dal basso) (8 febbraio 2011).

Da "Il Roma", 12 aprile 2014

Da “Il Roma”, 12 aprile 2014 (fonte)

Maggiori approfondimenti li ha scritti MalKo: Rischio Vesuvio e piani di emergenza: la Corte Europea di Strasburgo indaga (15 aprile 2014).

Cinzia Craus ricorda, inoltre, che il rischio vesuviano non va affrontato solo a livello centrale e che, anzi, gli enti locali hanno importanti doveri (che spesso non rispettano): Rischio Vesuvio: quello che i sindaci non fanno (10 aprile 2014).

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AGGIORNAMENTO del 20 aprile 2014:
In merito al finanziamento dei piani comunali d’emergenza, MalKo ha pubblicato l’articolo seguente: Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: soldi per i piani d’emergenza (“Hyde Park”, 20 aprile 2014).

Ecosistema Rischio, dossier 2013

E’ stato presentato il dossier “Ecosistema Rischio 2013“, a cura di Legambiente e del Dipartimento di Protezione Civile:

ECOSISTEMARISCHIO2013

Clicca sull’immagine per scaricare il pdf.

Dal documento emerge, ancora una volta, che il dissesto idrogeologico è alla base del principale rischio del nostro Paese: l’82% dei comuni italiani presenta aree franose e alluvionali. In dieci anni, ha dichiarato Franco Gabrielli, «è cambiato poco o nulla, urge passare dalla parole ai fatti» [QUI].
E’ da osservare, inoltre, che i rischi spesso si sommano tra loro: il comune con il punteggio più basso è San Giuseppe Vesuviano, in piena “zona rossa” vulcanica, che non solo non ha avviato sufficienti attività per la mitigazione del rischio (di frane e alluvioni), ma non ha intrapreso nemmeno un’adeguata organizzazione del sistema comunale di protezione civile (pp. 11-12).

Ho scritto e archiviato di frane e alluvioni nei seguenti post: QUI, QUI e, più in generale, nei post segnati da questo tag.

Marco Pannella e il rischio Vesuvio

Alla fine di ottobre 2013 dodici abitanti della “zona rossa” vesuviana appartenenti ai Radicali Italiani hanno presentato un ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo contro lo Stato Italiano, perché «non sta facendo il proprio dovere nel garantire nel migliore dei modi la sicurezza dei cittadini» [ne ho scritto QUI; altri articoli sono QUI].
Il 12 dicembre 2013, nell’ambito del convegno «Intervista al Vesuvio: vulcano o montagna?», organizzato da “Il Fiore Uomosolidale“, il leader storico dei radicali Marco Pannella ha annunciato – con termini piuttosto forti – il ricorso alla Corte Europea.
Eccone alcuni servizi video:





Alcuni articoli sul convegno e sul ricorso europeo dei Radicali sono QUI (Angelo Lomonaco, “Corriere del Mezzogiorno”), QUI (“Il Fiore Uomosolidale”), QUI (“Il Fiore Uomosolidale”).

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AGGIORNAMENTO del 16 aprile 2014:
La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha deliberato che entro il 12 maggio 2014 l’Italia dovrà presentare prove che dimostrino con certezza che la sicurezza degli abitanti della zona rossa del Vesuvio è adeguatamente garantita dallo Stato.
Ne ha scritto MalKo: Rischio Vesuvio e piani di emergenza: la Corte Europea di Strasburgo indaga (15 aprile 2014).

Cinzia Craus ricorda, però, che il rischio vesuviano non va affrontato solo a livello centrale e che, anzi, gli enti locali hanno importanti doveri (che spesso non rispettano): Rischio Vesuvio: quello che i sindaci non fanno (10 aprile 2014).

L’impreparazione all’emergenza è un prodotto storico

Il Prefetto Franco Gabrielli, capo del Dipartimento di Protezione Civile, ripete spesso che i vesuviani e i flegrei sono impreparati al rischio geologico dei loro territori. Intorno a questo punto si gioca molta parte del processo di prevenzione e di mitigazione di un possibile evento disastroso: una popolazione preparata all’emergenza è un fattore imprescindibile per la riduzione della vulnerabilità della stessa. La questione, però, è che lo dice con parole che si prestano ad interpretazioni ambigue.
Alcuni giorni fa ha dichiarato: in quelle aree «riscontriamo una consapevolezza che non è all’altezza della situazione […]. Tutti guardano alla pianificazione nazionale, poi quando si scende sul territorio per capire che cosa è stato fatto e capire i comportamenti che sono stati posti in essere allora molto spesso riscontriamo una non eguale responsabilità. Si è molto propensi a chiedere e poco propensi a fare» [QUI].
Nel gennaio scorso aveva detto cose simili: «C’è un’eccessiva insensibilità e una mancanza di consapevolezza del rischio fra gli abitanti di queste zone. […] Nella zona dei Campi Flegrei la percentuale di gente che non conosce il rischio su cui è letteralmente seduta raggiunge picchi del 70-80 per cento. Il rischio è che questa insensibilità spesso si traduce in un atteggiamento non adeguato nei confronti delle istituzioni che invece hanno il dovere di rendere consapevoli i cittadini» [QUI].
Ora, posto che effettivamente i vesuviani e i flegrei siano “insensibili” e “inconsapevoli” del rischio geologico del territorio in cui abitano (queste etichette che debordano nel morale non mi convincono mai e mi piacerebbe sapere come sono state ricavate le percentuali fornite), quel che non riesco a cogliere nelle parole di Gabrielli è se egli consideri tale situazione una condizione “di natura” o un risultato “storico” (dunque: “politico”). Si tratta, in altri termini, del nodo intorno al quale si aggroviglia il concetto di resilienza: la capacità di affrontare e superare le avversità è innata o acquisita? Se applicata a dei gruppi umani, la prima sfumatura è molto controversa e può riproporre logiche sociali evoluzioniste ormai ampiamente superate. (Gabrielli era incespicato su questo punto anche nell’ottobre 2012, a proposito della risposta collettiva al sisma data rispettivamente dagli emiliani e dagli abruzzesi: QUI e QUI).
Nella dichiarazione più recente mi sembra che Gabrielli usi parole più accorte rispetto a quelle d’inizio 2013: sembra accennare, infatti, al coacervo di interessi economici ed elettorali che ha soffocato dei territori così fragili e che, con tutta evidenza, rappresenta la vera matassa da sciogliere. In generale, però, nelle sue parole si avverte comunque una sorta di giudizio generalizzato e questo pone una inevitabile domanda: ripetere che le popolazioni suddette sono “ignoranti” e “irrazionali” è un modo per risolvere il problema? A me sembra, piuttosto, che quella “apatia popolare” evidenziata dal capo della Protezione Civile sia, almeno in parte, anche una forma di rifiuto della logica gerarchica mostrata dai pianificatori dell’emergenza annunciata. Pertanto, ritengo che assumere nel novero delle interpretazioni sociologiche anche questa lettura “di contrapposizione” possa rivelarsi fondamentale per realizzare una (più) efficace mitigazione del rischio.
E’ di un paio di giorni fa la notizia di un ricorso presentato da dodici abitanti della “zona rossa” vesuviana alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo contro lo Stato Italiano, perché «non sta facendo il proprio dovere nel garantire nel migliore dei modi la sicurezza dei cittadini» [vari articoli: QUI]. Si tratta di una iniziativa innanzitutto politica, in quanto realizzata da esponenti del Partito Radicale e dei Radicali Italiani (il primo firmatario dell’esposto è Rodolfo Viviani, presidente dell’associazione radicale “Per la grande Napoli“), ma rappresenta comunque un esempio lampante di quanto il “disinteresse” locale verso il rischio sia un pregiudizio: «Al di là della necessità di porre fine agli abusivismi edilizi, che oltretutto spesso ostruiscono le vie di fuga previste, mancano soprattutto informazione, sensibilizzazione e chiari piani di evacuazione. Quasi non sappiamo neanche cosa fare se viene un terremoto. Figuriamoci il resto. Ci auguriamo che la Cedu possa richiamare lo Stato all’ordine. Per ora siamo nella fase del “richiamo”, dopo potremo passare alla fase propositiva» [QUI].
A questo punto, come osserva MalKo, «Sarà interessante il trattamento che la corte di Strasburgo riserverà alle denunce italiane, soprattutto in capo al soggetto su cui affibbiare la responsabilità di tali inadempienze» [QUI].

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AGGIORNAMENTO del 12 dicembre 2013:
Marco Pannella, leader storico dei Radicali Italiani, ha annunciato – con termini molto forti – il ricorso a Corte Europea. Un servizio video di Pupia.tv: VIDEO.

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AGGIORNAMENTO del 14 dicembre 2013:
Dove andare in caso di allarme vesuviano? Il Piano di Emergenza Nazionale redatto nel 1995 prevede dei gemellaggi tra i comuni della “zona rossa” e le regioni italiane (wikipedia), ma con la nuova zona rossa delineata nel 2013 cambiano anche tali gemellaggi, sui quali tuttavia c’è ancora confusione.
Ne ha scritto Angelo Lomonaco sul “Corriere del Mezzogiorno” del 14 dicembre 2013, «Chi vive a Nola va in Val d’Aosta». Dove fuggire se erutta il Vesuvio.

AGGIORNAMENTO del 24 gennaio 2014:
In seguito alla lettura di un nuovo articolo in cui si elencano degli ipotetici gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni italiane (QUI), ho scritto QUESTO.

AGGIORNAMENTO del 14 febbraio 2014:
E’ stata approvata la nuova tabella dei gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni d’Italia.
Ne ho scritto QUI.

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AGGIORNAMENTO del 20 gennaio 2014:
E se la “protezione civile” diventasse materia scolastica? In effetti le società non sono resilienti per natura, al limite lo diventano. E’ la proposta avanzata dal capo del DPC Franco Gabrielli, riferisce Gianluca Testa (“Corriere della Sera“): «insegnare la protezione civile a scuola può essere d’aiuto. Cittadini più consapevoli possono stimolare le amministrazioni locali e le comunità, possono rappresentare le sentinelle vigili dei territori e – perché no? – applicare conoscenza e consapevolezza anche nell’acquisto di una nuova casa. Saprebbero valutare se la zona dove andranno ad abitare è a rischio oppure no. Saprebbero come dialogare col proprio Comune».

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AGGIORNAMENTO del 24 marzo 2014:
Il 18 marzo 2014 “Fanpage” ha pubblicato un servizio video titolato “Fuga dal Vesuvio: funzionerà il piano di emergenza?“, presentato con queste parole: «La Protezione Civile ha stilato un piano di emergenza in caso di eruzione del Vesuvio, ma numerose sono le criticità sottolineate dagli esperti. Abbiamo percorso una delle vie di fuga previste ed abbiamo impiegato mezz’ora per arrivare all’autostrada in condizioni di traffico regolare. In caso di reale emergenza, è realistico supporre che ci siano tempi di percorrenza ben peggiori. “I campani fuggiranno a piedi come i pompeiani” sostiene Francesco Borrelli dei Verdi della Campania, mentre il prof. Mastrolorenzo dell’Osservatorio Vesuviano sottolinea: “Il piano si basa sull’ipotesi di eruzione sub-pliniana, ma da studi della stessa protezione civile la probabilità che si verifichi un’eruzione pliniana -come quella che distrusse Pompei ed Ercolano- potrebbe arrivare anche al 20%. Sono a rischio due milioni di persone”».

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AGGIORNAMENTO del 16 aprile 2014:
La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha deliberato che entro il 12 maggio 2014 l’Italia dovrà presentare prove che dimostrino con certezza che la sicurezza degli abitanti della zona rossa del Vesuvio è adeguatamente garantita dallo Stato.
Ne ha scritto MalKo: Rischio Vesuvio e piani di emergenza: la Corte Europea di Strasburgo indaga (15 aprile 2014).

Cinzia Craus ricorda, però, che il rischio vesuviano non va affrontato solo a livello centrale e che, anzi, gli enti locali hanno importanti doveri (che spesso non rispettano): Rischio Vesuvio: quello che i sindaci non fanno (10 aprile 2014).

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AGGIORNAMENTO del 28 maggio 2014:
Lunedì 26 maggio il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli ha tenuto un’audizione presso la Commissione Territorio, Ambiente, Beni ambientali del Senato a proposito del rischio vulcanico in Italia. Riferendosi al Vesuvio, ha detto che: «è fondamentale un Piano nazionale di emergenza “partecipato” tra Stato centrale e realtà locali» e che «è in programma lo sviluppo di una campagna di comunicazione dedicata al rischio vulcanico». In particolare, ha spiegato che per la popolazione residente in quel territorio «vivere in area vulcanica è evidente», tuttavia «non percepisce il rischio come imminente e, di conseguenza, pospone questo problema alle ordinarie urgenze del territorio». Pertanto, ha concluso, dev’esserci «una costante e corretta informazione».
Ne ha scritto “Il Giornale della Protezione Civile” (28 maggio 2014, anche tra i commenti in basso), ma qui è disponibile in pdf il testo dell’intera audizione.

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AGGIORNAMENTO del 16 luglio 2014:
“Repubblica” riferisce di una ricerca “Ispos” per “Save The Children“, secondo cui “a due anni dal varo della legge per l’adozione di un Piano di Emergenza Comunale, i territori più a rischio non si sono ancora adeguati“: Emergenze naturali, il 40 % degli italiani non sa come affrontarle.

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AGGIORNAMENTO del 7 dicembre 2014:
MalKo spiega il ruolo dei comuni nella pianificazione dell’emergenza in caso di allarme vesuviano: “Il sindaco è l’autorità locale di protezione civile ed ha il compito di garantire la sicurezza ad ogni cittadino residente o di transito sul territorio amministrato a prescindere dalla nazionalità e dallo stato giuridico“. I comuni della zona rossa dovranno pubblicare entro il 31 dicembre 2015 i piani di protezione civile (anche online), così da permettere alla popolazione di venirne a conoscenza.

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INTEGRAZIONE del 22 gennaio 2015:
Il 19 gennaio è cominciato “EDURISK 2015“, un progetto di formazione e sensibilizzazione per 332 docenti di 34 istituti scolastici dei comuni delle zone rosse del Vesuvio e dei Campi Flegrei.
L’intento è di coinvolgere il mondo scolastico in un percorso di scoperta dei rischi, al fine di diffondere efficacemente le informazioni scientifiche e, così, accrescere la consapevolezza e avviare strategie di prevenzione e riduzione dei rischi naturali.
Il programma si svolge in varie scuole fino al 27 gennaio.
Ulteriori informazioni sono sul website della “Regione Campania“, sugli spazi web e social di EDURISK e in un articolo de “Il Giornale della Protezione Civile“.

Ils sont fous, ces Vésuviens

Recupero dal «Taccuino dell’Altrove» un post del 16 gennaio 2013 che è più appropriato conservare in quest’altro mio blog.

E’ stata presentata la nuova perimetrazione della zona rossa vesuviana, che è stata allargata da 18 a 24 comuni. In un articolo del «CorSera» vengono riportate le parole di Franco Gabrielli, capo della Protezione Civile: «C’è un’eccessiva insensibilità e una mancanza di consapevolezza del rischio fra gli abitanti di queste zone». E ancora, spostando l’oggetto dal Vesuvio all’area flegrea, ha aggiunto: «Nella zona dei Campi Flegrei la percentuale di gente che non conosce il rischio su cui è letteralmente seduta raggiunge picchi del 70-80 per cento. Il rischio è che questa insensibilità spesso si traduce in un atteggiamento non adeguato nei confronti delle istituzioni che invece hanno il dovere di rendere consapevoli i cittadini» [QUI].
Cioè, detto altrimenti, gli abitanti vesuviani (e flegrei) non sanno niente e sono insensibili, per cui le istituzioni (che vorrebbero e si sforzano tantissimo) non riescono a renderli consapevoli del rischio che corrono. Insomma, dev’esserci qualcosa nella natura di questa strana popolazione che la fa essere votata al suicidio di massa. Saranno i troppi caffè che circolano in città e in provincia? Chissà. Intanto, applausi.

D’altra parte Gabrielli non è nuovo a queste perle socioantropologiche: qualche mese fa disse che gli aquilani avevano reagito peggio degli emiliani perché «C’è in alcune comunità un attivismo, una voglia di fare, che sono insiti. La differenza, storicamente, in Italia, non la fa la quantità di denaro destinato agli aiuti ma la capacità di progettualità di ogni singolo territorio» [Ne ho parlato io stesso QUI e al commento #01]. Ancora applausi.

Infine, ancora un’altra considerazione. Questa nuova perimetrazione della zona rossa è stata presentata insieme all’assessore regionale Edoardo Cosenza, che fa parte di quella stessa Giunta che intende reintrodurre il cemento nella zona rossa attraverso un Piano Paesaggistico Regionale che il ministro Passera ha definito «una vera follia» [QUI]. Ovazione.

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AGGIORNAMENTO del 4 aprile 2014:
A proposito di capacità (o incapacità) di rialzarsi dopo un disastro, Gian Antonio Stella, in occasione del quinto anniversario del terremoto abruzzese, racconta (“Corriere della Sera”, 4 aprile 2014) di una ricostruzione lenta (a L’Aquila), se non praticamente ferma (a Onna), talvolta sbagliata come nel caso delle case fatiscenti degli sfollati a Cansatessa, poco distante da Coppito: L’Aquila, 5 anni dopo: macerie e sfollati. La ricostruzione è ancora lontana.
L’anniversario è ricordato anche da Serena Giannico sul “manifesto” del 4 aprile 2014: L’Aquila sospesa.

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AGGIORNAMENTO del 28 maggio 2014:
Lunedì 26 maggio il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli ha tenuto un’audizione presso la Commissione Territorio, Ambiente, Beni ambientali del Senato a proposito del rischio vulcanico in Italia. Riferendosi al Vesuvio, ha detto che: «è fondamentale un Piano nazionale di emergenza “partecipato” tra Stato centrale e realtà locali» e che «è in programma lo sviluppo di una campagna di comunicazione dedicata al rischio vulcanico». In particolare, ha spiegato che per la popolazione residente in quel territorio «vivere in area vulcanica è evidente», tuttavia «non percepisce il rischio come imminente e, di conseguenza, pospone questo problema alle ordinarie urgenze del territorio». Pertanto, ha concluso, dev’esserci «una costante e corretta informazione».
Ne ha scritto “Il Giornale della Protezione Civile” (28 maggio 2014, anche tra i commenti in basso), ma qui è disponibile in pdf il testo dell’intera audizione.