Un nuovo studio vulcanologico sui Campi Flegrei

Due post recenti della pagina Fb “Rischio Vesuvio”:

1) 22 dicembre 2016:

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Lo scorso 20 dicembre 2016 la rivista online “Nature Communications” ha pubblicato lo studio di un gruppo di scienziati internazionale, intitolato “Magmas near the critical degassing pressure drive volcanic unrest towards a critical state“, ovvero sulla pressione esercitata dal rilascio di gas da parte del magma della caldera dei Campi Flegrei, la quale, raggiungendo un determinato punto critico, può determinare un’instabilità del vulcano e produrre un sollevamento del magma stesso verso la crosta (ma ciò non significa che un’eruzione sia imminente).
Ne hanno scritto “The Guardian” in lingua inglese e “Le Scienze” in italiano: il primo ha ricordato che nell’area abitano circa 500mila persone, mentre il secondo ha spiegato che il fenomeno del sollevamento del suolo flegreo è nuovamente evidente dal 2005, al punto che nel 2012 si è passati dal livello di attenzione “verde” (quiete) a “giallo” (“attenzione scientifica”).
Che i Campi Flegrei siano attualmente il territorio napoletano geologicamente più monitorato, è noto, come ha spiegato due mesi fa la direttrice dell’Osservatorio Vesuviano, Francesca Bianco. All’attenzione scientifica, dunque, deve corrispondere un adeguato impegno politico-istituzionale, che va da una efficace e realistica pianificazione della fase di emergenza ad una serie di misure (urbanistiche, informative e socio-culturali) volte alla mitigazione del rischio.
A questo proposito, qualcosa si muove: ricordiamo, infatti, che dall’agosto 2016 esiste un Piano di Emergenza per i Campi Flegrei elaborato dalla Regione Campania e dalla Protezione Civile, il quale coinvolge quasi per intero anche la città di Napoli [6] (che da poco ha un proprio piano di emergenza comunale).

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2) 27 dicembre 2016:

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Negli ultimi giorni è stata molto condivisa la notizia di un possibile “allarme per i Campi Flegrei“. La stampa nazionale ha dato risalto ad uno studio pubblicato su “Nature Communications” che aiuta a capire meglio il funzionamento del complesso vulcanico di Pozzuoli, ad ovest di Napoli, e che può essere utile dal punto di vista della valutazione del rischio, ma che non dice ci sia un pericolo imminente. Ne avevamo scritto anche noi.
Per spiegarlo con parole diverse, usiamo quelle di Giancarlo Manfredi, un esperto di early warning:

«la ricerca ci rivela dell’esistenza di segni di “depressurizzazione del magma” nella caldera dei Campi Flegrei. Si tratta del rilascio di grandi quantità di vapore acqueo che sta riscaldando lo strato roccioso tra il magma e la superficie e che potrebbe evolvere verso un possibile stato di “pressione critica”. Lo studio, peraltro, non fa ipotesi sull’evoluzione della situazione, ma sostiene che servono nuove indagini e rilevazioni per stabilire la possibile evoluzione futura. I fatti parlano di deformazioni rilevate sul terreno, dell’aumento degli eventi sismici nella zona e di una attività più intensa di alcune fumarole, le previsioni non prospettano scenari disastrosi, se non la necessita’ di un monitoraggio costante, di una comunicazione del rischio corretta e di una pianificazione accurata della possibile emergenza».

Insomma, i Campi Flegrei sono attivi, ma non c’è alcuna emergenza in corso o imminente. D’altra parte è fin dal 2012 che l’attenzione è aumentata, cioè da quando si è passati dal livello “verde” (quiete) a “giallo” (“attenzione scientifica”).
I titoli delle notizie degli ultimi giorni, però, hanno avuto spesso toni “emotivi”: tra gli screenshot che alleghiamo, osservate in particolare quello di “La Repubblica“, che non fa un buon servizio alla popolazione; al contrario, leggete quello de “Il Post“, che invece spiega con precisione e capacità divulgativa (gli altri link sono qui, qui e qui).
Chi ci segue sa che scriviamo spesso sulla necessità di un migliore giornalismo scientifico e, perché no, di un osservatorio sulla disinformazione in merito al rischio di disastri; l’ultima volta ne abbiamo parlato l’8 dicembre scorso, meno di venti giorni fa.

La scienza apocalittica

Negli ultimi giorni sono apparse sulla stampa diverse “profezie apocalittiche”, ovvero informazioni che, con l’avallo della scienza, predicono la «fine del mondo» o, in termini antropologici, la «fine di un mondo» (la dissoluzione del proprio universo culturale). Non è una novità, io stesso ne raccolgo le notizie in almeno tre post: «Bufale apocalittiche» (sulle credenze e le leggende metropolitane relative a catastrofi di varia natura), «Apocalittici e complottisti» (sul caso specifico vesuviano), «L’archivio dell’apocalisse» (sul famoso “ultimo giorno” del calendario maya; ne ho scritto anche qui).
Le “predizioni” apparse sui mass-media italiani in questo mese di settembre 2013, però, non provengono da millenaristi e invasati, bensì da scienziati (che, certo, potrebbero essere affetti anch’essi da sindromi profetiche). Si tratta di notizie molto differenti tra loro, per ampiezza del contesto di riferimento e per le metodologie applicate; non va tralasciato, inoltre, che sono tutte informazioni filtrate attraverso sensibilità giornalistiche diverse, le quali possono accentuare toni ed evidenziare particolari, così da comunicare taluni aspetti piuttosto che altri. E’ da ricordare, infine, che al suo interno la scienza è molto più cauta e “insicura” di quel che appare all’esterno: il dibattito tra i membri della comunità internazionale è sempre sostenuto e, paradossalmente, il loro trait d’union è il disaccordo sul futuro (cfr. Mary Douglas, Una biosfera credibile, in Rischio e colpa, 1992). Comunque, tornando alle recenti notizie circa le previsioni “razionali” dell’apocalisse, è possibile individuarne almeno due forme, oltre un terza per certi versi intermedia.

Innanzitutto, ci sono le “profezie scientifiche“, cioè delle vere e proprie visioni (ma costruite basandole su dati e ragionamenti consequenziali, dunque su ipotesi) in cui gli studiosi immaginano le cause più verosimili (“probabili” è il termine che usano) del cosiddetto “giorno del giudizio”; in tali congetture vi è una inevitabile quota di vaghezza e – per quanto possano avere una loro utilità nell’indicare delle linee di tendenza – hanno un limite oggettivo: non sono in grado di dire quando accadrà cosa.
Ecco come ha titolato il «Corriere della Sera» il 13 settembre 2013: «Come finirà il mondo? Gli scienziati delineano nove scenari. Un elenco compilato da 27 studiosi inglesi: poco probabile il maxiasteroide, le principali minacce provengono dall’umanità stessa».
[AGGIORNAMENTO del 24 settembre 2013: Questa tipologia è riconducibile alla «fantascienza» di cui parla il Papa Emerito Joseph Ratzinger in una lettera al matematico Piergiorgio Odifreddi: «La fantascienza esiste, d’altronde, nell’ambito di molte scienze. Ciò che Lei espone sulle teorie circa l’inizio e la fine del mondo in Heisenberg, Schrödinger ecc., lo designerei come fantascienza nel senso buono: sono visioni ed anticipazioni, per giungere ad una vera conoscenza, ma sono, appunto, soltanto immaginazioni con cui cerchiamo di avvicinarci alla realtà» (qui)].

Il secondo caso è quello delle “prospettive scientifiche“, ovvero delle proiezioni nel futuro di processi storici appurati; qui gli scienziati sanno sia il quando, sia il cosa succederà, ma l’evento è piuttosto remoto o graduale, per cui è difficilmente percettibile nella sua concretezza e globalità dagli esseri umani (il tempo dei fenomeni naturali può essere molto più dilatato di quello umano, per cui – rispetto al tempo biologico – un secolo o anche alcuni decenni sono avvertiti come altrettanto indefiniti di un millennio o un’era geologica). In realtà, in questo caso un discrimine è dato dalle cause dell’eventualità a cui si fa riferimento: se l’accadimento atteso è di origine naturale (ad esempio: la deriva dei continenti), difficilmente ci si attiverà (adesso) per prendere delle misure di mitigazione del rischio; se, invece, il fenomeno previsto è riconducibile alle attività antropiche (ad esempio: il buco nell’ozono), allora è possibile una sua declinazione in senso politico. Ecco due esempi:
1) Il 20 settembre 2013 l’agenzia «Ansa» ha riportato la seguente notizia: «Addio Stivale, l’Italia destinata a cambiare. Il geologo Kurt Lambeck afferma che il caratteristico profilo della penisola ha i millenni contati».
2) Il 23 settembre 2013 il quotidiano «La Repubblica» ha titolato così: «Dieci anni per salvare il pianeta. L’allarme degli scienziati dell’Onu. […] Gli scenari previsti per la fine del secolo sono quattro».

Vi è, infine, un terzo caso in cui non è direttamente l’analisi scientifica a determinare l’entità dell’allarme, bensì il linguaggio usato per diffonderne i risultati (questo elemento, dunque, accomuna le due categorie appena esposte). In tal caso, cioè, il sapere scientifico è basato su questioni concrete gravi e suscettibili di ulteriori pesanti peggioramenti che, tuttavia, assumono una dimensione “apocalittica” attraverso le parole con cui l’eventualità nefasta viene comunicata.
Il portale «Virgilio Notizie» il 20 settembre 2013 ha scritto: «Fukushima, “ora si rischia l’Apocalisse”. Tokyo lancia l’allarme. Fukushima era una struttura a rischio, ben prima del disastro nucleare. Ora la situazione potrebbe esplodere». In genere, è questo il caso in cui intervengono i cosiddetti “imprenditori della paura”, i quali strumentalizzano il clamore per fini politici (esempio 1, esempio 2). Naturalmente, lo sfruttamento della paura e l’alimentazione del sospetto avviene anche con “previsioni” meno definitive (tendenzialmente espresse senza citare fonti e in assenza di dati verificabili); un esempio ricorrente è fornito dal meteo: «In arrivo l’inverno più freddo del secolo», che permette a qualcuno di rilanciare in questo modo: «Ogni giorno viene ormai sempre più diverso dallo stesso giorno dell’anno prima, ma il clima e i relativi disastri sono tabù per i media perché indicano che bisogna fermare il consumismo».

Sul perché si tenti di lucrare politicamente sull’insicurezza sociale è facile intuirlo (e, comunque, prima o poi ne scriverò un post), ma da un punto di vista socio-antropologico la domanda cruciale riguarda l’effetto che questo tipo di notizie ha sui lettori/spettatori.
Anzi, volendo spingere più a fondo la questione, si può arrivare addirittura a degli interrogativi esistenziali come quelli posti da Luis Borges: «Perché ci attrae la fine delle cose? Perché più nessuno canta l’aurora, e non v’è chi non canti l’occaso? Perché ci attrae più la caduta di Troia che le vicissitudini degli achei? Perché preferiamo l’Inferno della Commedia al Paradiso? […] Perché la tragedia gode di un rispetto che la commedia non ottiene? Perché sentiamo che il lieto fine è sempre fittizio? Perché i vinti sono, per la memoria, i vincitori? Perché la morte violenta è ora così facile? Perché pensiamo all’agonia e non alla resurrezione?» (qui).

Concludendo, ci sarebbe da riflettere a lungo sul ruolo della scienza e su quello dell’informazione nel processo di costruzione sociale del rischio, ovvero nel discorso pubblico su ciò che è ritenuto tollerabile e ciò che non lo è. Come osserva Ulrich Beck, tutto questo si fonda sui «rapporti di definizione» (chi può dire cosa) e sul possesso dei «mezzi di definizione» (chi gestisce la comunicazione). Vi è, in altre parole, una gerarchia del sapere per la quale «in caso di dubbio all’esperto spetta il monopolio della determinazione del sapere» (o meglio, allo scienziato mainstream). Esiste, inoltre, un sistema di mass-media che «non ubbidiscono ai princìpi dell’illuminismo, ma a quelli della razionalità del mercato e della valorizzazione del capitale» e, in base a questi, determina la propria capacità/incapacità o volontà/svogliatezza di selezionare e filtrare, di comprendere e raccontare.

PS: A proposito del disastro giapponese e dei tentativi di tornare ad una vita “normale” nonostante l’angoscia di una catastrofe nucleare, suggerisco la lettura di questo intenso articolo/racconto biografico di Banana Yoshimoto: «La mia vita dopo Fukushima» («Internazionale», 13 marzo 2012).

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NB: ho aggiornato questo post il 23 settembre 2013 con un piccolo approfondimento della seconda categoria (“prospettive scientifiche”) e il 24 settembre 2013 inserendo la citazione di Ratzinger al termine della prima categoria (“profezie scientifiche”).

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AGGIORNAMENTO del 17 gennaio 2014:
A proposito di Fukushima, qualche scienziato ha avanzato l’ipotesi di «evacuare l’emisfero nord della Terra e spostarsi tutti a sud dell’equatore». Ecco come il discorso apocalittico, nella sua finta e urlata preoccupazione, riesce a ridicolizzare un problema grave. In questo caso, però, quel che mi colpisce è l’idea che si possa disporre degli spazi altrui (il sud del mondo) come e quando si vuole.
Ne ha scritto “ArticoloTre” (gennaio 2014): QUI.
Ma ne aveva già riferito “Megachip” il 16 settembre 2013: QUI.

Le scienze sociali nell’analisi del rischio

Sono stato a Genova, vi mancavo da molti anni; è una città che non conosco, vi ho giusto trascorso una notte di capodanno alcune vite fa, un’altra volta vi ho preso un traghetto per la Sardegna e sporadicamente vi ho effettuato qualche scambio ferroviario.
L’altra mattina, appena sceso alla stazione di Brignole (♪♫♪), ho incontrato la città facendo colazione in un bar; al banco, alle spalle del barista, tra i liquori e la macchina del caffè era appesa una t-shirt bianca con uno slogan scarno ma intrigante: “Non c’è fango che tenga”, firmato: “I genovesi”. Il riferimento è alla drammatica alluvione dello scorso 4 novembre 2011, in seguito alla quale qualcuno ha realizzato decine di migliaia di copie di quel gadget al fine di raccogliere fondi da destinare ai commercianti sinistrati del quartiere maggiormente colpito. Avevo voglia di scattare una foto, ma poi ho rinunciato, pentendomene comunque. Bevevo il cappuccino, fissavo quella semplice frase e per qualche strana sinapsi mi sentivo a SSV. “Non c’è fango che tenga” va ben oltre la reazione collettiva ad una calamità e mi fa presumere che rappresenti anche la caparbietà di chi non intende spostarsi, di chi non concepisce la propria vita in un luogo diverso. Ciò non significa che si tratti di un ragionamento razionale e condivisibile: costruire sulle pendici di un vulcano, così come nell’alveo di un fiume o su una frana in lento movimento ha come conseguenza verosimile quella di trasferirsi, di reimpiantare altrove la propria vita, prima o poi; pertanto sembra del tutto giudizioso colui che chiede di evitare di mettersi in tali situazioni pericolose. L’osservazione razionale, però, è solo idealmente logica e, soprattutto, è anche la più facile, la più carica di (pre)giudizi quando si guarda a distanza.
Quella maglietta, dunque, mi è sembrata la premessa perfetta della giornata che stavo per cominciare nel vicino Teatro della Gioventù, essa ha rappresentato una sorta di parola-chiave del workshop che mi accingevo a seguire: “Pericoli naturali e percezione del rischio”, organizzato dalle regioni transfrontaliere italo-francesi e da altri enti pubblici dell’area.
Dopo il drammatico autunno vissuto dal capoluogo ligure e dai paesini dello spezzino e della Versilia, un “laboratorio” come questo non poteva che essere svolto a Genova. Ed è per tale ragione che mercoledì 8 febbraio 2012 mi ci sono recato per ascoltare ingegneri, geologi, economisti e funzionari di vari enti, in quello che intendeva essere innanzitutto un workshop divulgativo.
La formula, in effetti, è stata molto efficace: un presentatore ha introdotto cinque temi, ciascuno dei quali esposto da tre o quattro relatori attraverso slide e fotografie, con una durata massima di quattro minuti per ogni intervento. Questo modello, per quanto veloce e “televisivo”, ha favorito la chiarezza e la comprensione; con un unico limite rappresentato dalla impossibilità di porre delle domande (i tempi dell’intera mattinata erano tutti rigorosamente stabiliti da una scaletta molto serrata). Dopo la pausa pranzo immaginavo che potesse esserci maggior spazio per l’interazione con il pubblico intervenuto (piuttosto numeroso, considerato il tema “scientifico”), invece la tavola rotonda pomeridiana si è rivelata anch’essa una discussione a numero chiuso tra otto specialisti ed un moderatore, il quale – di tanto in tanto – ha chiesto qualche breve intervento a due o tre esperti di sua conoscenza (essenzialmente professori d’ingegneria e politici) che aveva riconosciuto in sala.
La sessione mattutina è stata più densa e interessante, snocciolata attraverso i seguenti cinque argomenti: 1) Rischio e pericolo; 2) Chi gestisce il rischio?; 3) Come ridurre i rischi?; 4) Rischi naturali e sistemi socio-economici; 5) Le attività sviluppate dal Progetto RiskNat.
Al di là di una certa “passerella” per ciascun ente chiamato a relazionare (sono andato via con la sensazione che tutti facciano molto e che, anzi, vorrebbero fare ancora di più, se solo ci fossero fondi sufficienti e maggior fiducia da parte dei politici e delle popolazioni), io ho scorto tre momenti particolari che mi avrebbe fatto piacere evidenziare pubblicamente per impostare in maniera diversa e, a mio avviso, ancor più costruttiva la giornata di studio.
Il primo riguarda il caso di Entrèves e La Palud, due frazioni del comune di Courmayeur interessate da una frana di 18 milioni di metri cubi di montagna che rischiano di staccarsi dal Mont de La Saxe (qui e qui). Gli abitanti implicati sono 500, che possono arrivare a 2500 con i turisti. L’attinenza con l’incubo eruttivo (repentinità del cataclisma) e lavico (stravolgimento del territorio) mi ha spinto a chiedere maggiori informazioni alla relatrice che aveva citato questo caso. Durante la pausa, costei mi ha presentato l’assessore alla protezione civile del comune valdostano, che gentilmente si è intrattenuta a spiegarmi la situazione. Con mia sorpresa, ho ascoltato le medesime parole che generalmente vengono pronunciate in area vesuviana: gli abitanti non hanno intenzione di allontanarsi per varie ragioni: perché lì sono nati e dunque hanno un legame molto stretto col territorio, perché il paesaggio è indubbiamente affascinante e, non da ultimo, perché le abitazioni hanno un valore molto alto. Sebbene la frana sia attentamente monitorata con sofisticati strumenti scientifici, la preoccupazione dell’amministrazione è duplice: da una parte, tenere informata la cittadinanza (è stata effettuata un’esercitazione di evacuazione e la comunicazione dei rischi è formulata per target sociali) e, dall’altra parte, non creare allarmismo (innanzitutto per difendere l’economia locale: nella frazione più esposta vi sono ben 12 alberghi). Su quest’ultimo punto mi sembra particolarmente importante il modo in cui l’assessore ha concluso la spiegazione che mi ha concesso: «Siamo attenti a come questa storia viene raccontata sulla stampa: vogliamo un’informazione seria e che non si faccia terrorismo». Mi sembra comprensibile e capisco bene l’angoscia della situazione, ma mi domando quale sia l’informazione seria. Forse quella sottovoce che non allarma i turisti? Non saprei e non voglio avanzare dubbi sulla buona fede e sull’impegno dell’amministrazione, d’altra parte l’assessore mi ha anche riferito che gli hotel sono obbligati ad informare i propri clienti sul rischio della frana. Certo, è un’affermazione piuttosto difficile da credere e meriterebbe una verifica diretta, ma comunque sia la situazione, ritengo che questo caso sia molto utile per inquadrare il primo assunto che ho elaborato durante la giornata: lungi dall’essere un mero calcolo probabilistico, l’analisi del rischio non può non tener conto delle ragioni degli abitanti locali, ovvero della specifica elaborazione storica che costoro hanno del proprio luogo e del rischio che vi è connesso.
Il secondo momento di particolare interesse è stato l’intervento dell’economista, il quale ha spiegato le modalità di un possibile mercato assicurativo sugli immobili in caso di calamità naturali e le ragioni per cui, secondo la sua analisi, fino ad ora tale sistema non si è sviluppato nel nostro Paese. Quello sull’opportunità di introdurre in Italia «un sistema di coperture assicurative contro le catastrofi naturali per il patrimonio abitativo civile» è un dibattito che va avanti da molti anni e governi d’ogni colore hanno provato – invano – a legiferare in tal senso. Considerando che da due decenni il danno economico globale da disastri naturali è in costante aumento, il relatore ha spiegato che economicamente una calamità ha tre tipi di conseguenze: provoca danni alla ricchezza personale (gli immobili in rovina, ad esempio), danni alla produzione (ovvero la perdita economica sopportata dagli imprenditori) e danni sistemici (un disastro impone il dislocamento di ingenti risorse). Tutto lascerebbe intuire, dunque, che il ricorso ad una pratica assicurativa sia urgente e ampiamente richiesta, ma invece questa azione non riesce a decollare e il sistema resta un puro esercizio di ipotesi. Perché? Per varie ragioni, è stato spiegato, strettamente intrecciate tra loro:
  • in primo luogo, l’offerta soffre di due ostacoli: dell’elevata rischiosità (vulnerabilità, direi più esattamente) del territorio italiano (per cui le coperture assicurative risultano particolarmente impegnative) e della varietà di cause possibili (vulcanismo, frane, flash floods, maremoti, mareggiate, acqua alta, terremoti, alluvioni e così via), ovvero della mancanza di modellistica predittiva e di dati attendibili;
  • in secondo luogo, la domanda è condizionata da svariati fattori: dai “limiti di opzione” (cioè, se i cittadini ritengono che la prevenzione costerà meno in futuro, tendono a rinviarla), dalle complicazioni relative ai titoli di proprietà (raramente si interviene su un immobile di cui non si detiene il titolo di proprietà), dalle difficoltà di accesso ai mercati e alla tecnologia che permetterebbero la prevenzione (a causa di costi elevati, tasse, burocrazia, tempi lunghi…) e, infine, dalla convinzione che comunque vada i danni verranno pagati dallo Stato (un’indolenza, verrebbe da dire, dovuta ad una sorta di “assistenzialismo degenerato”).
Anche altri fattori influenzano negativamente lo sviluppo di questo sistema assicurativo, come ad esempio le annose questioni fiscali per le aree sinistrate e i problemi nel definire da un lato gli eventi dannosi (cosa significano esattamente le parole disastro, catastrofe, calamità, incidente…?) e dall’altro l’entità del danno (cioè, implicitamente, il valore della ricostruzione). Come si intuisce, dei sistemi legislativi ed economici di livello macro influenzano fortemente la capacità locale di cautelarsi nei confronti di un possibile disastro naturale. Ma tale dimensione coinvolge anche altri settori, come ad esempio la comunità scientifica che con la sempre più accurata monitorizzazione del territorio può, paradossalmente, rassicurare al punto di indurre gli abitanti di una zona pericolosa ad abbassare la soglia di attenzione.
Anche in questo caso ho chiesto maggiori dettagli ed ho ricevuto un interessante documento dell’Ania (pdf) in cui due specifici passaggi sembrano confermare la necessità di una lettura sociologica del fenomeno: «In generale, nel nostro Paese non esiste alcun diritto al risarcimento dei danni causati ai beni dalle catastrofi naturali, tuttavia si può dire che, sulla base dell’esperienza, i vari Governi  sono  intervenuti con provvedimenti ad hoc per erogare finanziamenti ai cittadini per il ristoro, almeno parziale, dei danni patiti a seguito delle maggiori catastrofi accadute» [p.19]; «lo status quo non rappresenta una situazione ottimale per il fatto che disincentiva la responsabilizzazione individuale, non fornisce i giusti stimoli alle politiche di prevenzione e alle buone pratiche costruttive per limitare gli eventuali danni» [p.21].
Pertanto, il secondo assunto della giornata è il seguente: per quanto il rischio sia sempre culturalmente localizzato, la sua elaborazione da parte del gruppo sociale interessato dipende anche da condizioni di ordine macroscopico: nazionale, sovranazionale o addirittura sistemico.
Infine, il terzo momento della giornata che mi ha indotto a compiere delle riflessioni è stato l’intervento dell’ospite principale, il prof. Mario Tozzi. Il geologo ha detto molte cose condivisibili e, da qualcuno, ritenute addirittura “forti”: non esiste alcuna “frana assassina” o “valanga killer” (la natura non è cattiva, al massimo è indifferente alla sorte degli esseri umani: quindi, giornalisti fate attenzione a come raccontate gli eventi); non c’è nessuna “catastrofe naturale”, ma solo uomini che si mettono in condizioni di pericolo (l’unica catastrofe davvero naturale potrebbe essere la caduta di un meteorite); non abbiamo una classe dirigente preparata (pochi giorni prima il sindaco di Roma aveva dato ampia prova di non saper leggere un bollettino meteorologico; e sull’ignoranza dei politici ne aveva scritto già nel novembre scorso Giuseppina Ciuffreda: qui). Insomma, «siamo impreparati culturalmente e disorganizzati tecnicamente». Eccola, la parola magica ha finalmente fatto capolino! È una questione culturale. Personalmente non so che cosa voglia dire, ma per fortuna il professore ha fatto degli esempi. Anzi, un solo esempio: il Vesuvio.
Nel 1944, ha spiegato Tozzi, durante l’eruzione del vulcano napoletano i soldati americani sapevano benissimo cosa fare, mentre la popolazione locale portava in processione la statua di San Giorgio, tenendo pronta anche quella di San Gennaro, ma bendata, cosicché non si offendesse della preferenza accordata all’altra divinità. Oppure, ha esemplificato ancora Tozzi, l’Italia è il Paese in cui quando si effettua una (rara) esercitazione di evacuazione, molti fanno gli scongiuri e cacciano il cornetto, come è successo a Somma Vesuviana qualche anno fa. Noi italiani, ha concluso Tozzi (ma ha parlato solo di vesuviani), non siamo come i giapponesi: loro, anche se si spiegano i terremoti con il mito di Namazu – l’enorme pescegatto che, vivendo al di sotto della terra, dà origine ai terremoti – sono preparatissimi e, in caso di emergenza, sanno esattamente cosa fare.
Ora, fermo restando che in Italia (e, a maggior ragione, nei comuni della zona rossa vesuviana) non si effettua praticamente mai alcuna esercitazione e che il rigore giapponese è un modello da imitare urgentemente, gli episodi citati dal geologo sono una banalizzazione della realtà, oltre che una forma di paternalismo scientifico. In particolare, per quanto riguarda il caso del 1944, le testimonianze che ho raccolto a SSV trasmettono una consapevolezza molto più spiccata di quel che appare dal racconto di Norman Lewis, un inglese che non è detto che abbia capito davvero ciò di cui era testimone. La famosa processione di San Giorgio raccontataci dall’ex-soldato britannico, infatti, fu effettuata quando la colata lavica si era già fermata, cioè dopo aver messo in sicurezza se stessi e i propri beni, per quanto possibile (del San Gennaro bendato, invece, non ho trovato alcuna traccia attendibile). La questione non è di poco conto perché la cultura tradizionale e la religiosità popolare non sono saperi secondari o, addirittura, degli ostacoli alla prevenzione del rischio. Al contrario, possono essere il fattore coagulante di una consapevolezza locale, il motore di una partecipazione assolutamente necessaria per prepararsi opportunamente ad affrontare il pericolo incombente. Per spiegarmi meglio e per stare alla leggenda citata dallo stesso Tozzi, i giapponesi sono ammirevoli per il loro grado di preparazione e di disciplina nelle esercitazioni non “malgrado” il mito di Namazu, ma “grazie” ad esso: è proprio per mezzo della rappresentazione del pescegatto che si mantiene la memoria del terremoto e si favorisce la presa di coscienza individuale e collettiva, dunque l’attivazione e la partecipazione alle esercitazioni. Il problema, dunque, va completamente ribaltato, per cui diventa necessario domandarsi che fine abbia fatto, in Italia (e intorno al Vesuvio), il legame culturale col territorio: in che modo le comunità locali raccontano se stesse e il proprio spazio? cosa viene trasmesso da una generazione all’altra? Con ogni evidenza, nel secondo dopoguerra la cultura popolare italiana (mi verrebbe da scrivere: le culture subalterne legate ai luoghi) ha subìto parecchi traumi, numerose fratture. A mio avviso è proprio in questo sfilacciamento dei saperi locali e della memoria (minuta ed emozionale) che può individuarsi la difficoltà attuale a recepire adeguatamente l’invito (sempre che venisse realmente formulato, sempre che fosse preso seriamente in considerazione già dall’alto) ad aumentare la consapevolezza del rischio e a prepararsi in maniera appropriata ad esso.
Il terzo assunto emerso dalle relazioni del workshop genovese, dunque, è il seguente: per la formulazione di un piano di emergenza efficace è necessaria una relativizzazione dei saperi, ovvero un dialogo che favorisca la partecipazione e l’incontro tra sguardi e logiche diversificate, ciascuna per la quota di conoscenza che le è propria (conoscenza del fenomeno: prospettiva scientifica; conoscenza delle modalità del soccorso: prospettiva dell’early warning; conoscenza della reazione sociale: prospettiva antropologica e folklorica; conoscenza del contesto generale: prospettiva socio-economica…).
Si tratta di spunti di riflessione in divenire, semplici occasioni e parziali argomentazioni per ribadire la necessità di approcci antropologici, sociologici e folklorici anche in quello che appare – e, ad oggi, è trattato – come un tema puramente “tecnico” (nell’accezione di tecnologico). Studiare il rischio ed elaborare adeguati modelli di risposta è sì una questione culturale, ma a patto che venga declinata al plurale e che vengano coinvolti quanti più sguardi possibile.
PS: l’altro ieri all’università di Nizza ho seguito una conferenza per il “grand public” intitolata “Prédire les catastrophes?”. Al di là del titolo sbagliato (o forse era volutamente eclatante: catastrofe è un termine troppo ampio e generico, se non lo si accompagna ad una tipologia precisa), la relazione è stata molto numerica (piena di grafici, calcoli e rimandi a modelli fisici e matematici), ma una cosa l’ho imparata (e riguarda l’etologia): gli elefanti comunicano tramite delle vibrazioni nel terreno assimilabili alle onde sismiche, pertanto è forse per questa ragione che sono in grado di predire un terremoto (qui, qui e qui).
PPS: aggiornamento (18 maggio 2012): Una calamità distrugge la casa? Da oggi lo Stato non paga i danni: QUI.
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AGGIORNAMENTO
: A proposito di valutazioni (economiche) del rischio, nel 2010 WRN (Willis Research Network) – una società di Willis Group Holdings, uno dei broker assicurativi mondiali – effettuò una “previsione” delle conseguenze di un’eruzione vesuviana, la quale «potrebbe causare 8.000 vittime, 13.000 feriti gravi e danni totali per oltre 24 miliardi di dollari». In tale studio, «il Vesuvio appare al primo posto nell’elenco dei 10 vulcani più pericolosi del nostro continente». (Mount Vesuvius eruption could cause 21,000 casualties. Volcano Ranks Number One on Willis List of Europe’s 10 Most Dangerous, in «WRN News», 15 aprile 2010, QUI; un estratto in italiano è QUI).
Il paper originale dello studio – effettuato da ricercatori delle Università di Cambridge e “Federico II” di Napoli, oltre che dalla società Willis Re – è disponibile online in pdf: “Insurance Risks From Volcanic Eruptions in Europe” (questo studio prende in considerazione i 10 vulcani europei (non tutti in Europa) intorno ai quali vivono più di 10mila persone e che hanno un valore economico esposto al rischio di complessivi 85 miliardi di dollari. «Over 87% of this property value in concentrated in the Neapolitan region, around Vesuvius and Campi Flegrei»).

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AGGIORNAMENTO del 27 marzo 2014:
Il 27 marzo 2014 il “Corriere della Sera” ha pubblicato una galleria fotografica sulle 10 città più a rischio di catastrofi naturali del mondo, elenco stilato dalla compagnia riassicurativa “Swiss Re” nel 2013 con il paper “Mind the risk. A global ranking of cities under threat from natural disasters” (pdf). La notizia è ripresa dal sito web del “Guardian”.

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AGGIORNAMENTO del 19 aprile 2014:
Come ad Entreves, in Valle d’Aosta, anche in Liguria c’è una località a rischio frana. Si tratta di Castagnola, nel comune di Framura, nei pressi delle Cinque Terre, dove un radar – recentemente finanziato dalla Regione – monitorerà costantemente, e per tre anni, la frana che minaccia l’abitato. Ne ha scritto “Il Giornale della Protezione Civile“.

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AGGIORNAMENTO del 20 aprile 2014:
La frana del monte La Saxe, ad Entrèves e La Palud, nel comune di Courmayeur in Valle d’Aosta, si sta muovendo: “L’aumento delle temperatura ha accelerato l’andamento: per venti minuti è stato chiuso il traforo del Monte Bianco. Il sindaco rassicura: nessuna persona può essere coinvolta nel crollo, attendiamo l’evento naturale con tranquillità“. Più in particolare, “dallo scorso 8 aprile gli 80 residenti di La Palud sono stati evacuati per il “probabile crollo imminente” della frana, che viene monitorata dal 2009” (“Repubblica“, “CorSera“).
VIDEO della frana (1’35”) e testimonianza AUDIO di una sfollata (1’35”).
Il 22 aprile 2014 il capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli, ha rilasciato un’intervista a “La Repubblica” sullo stato della frana: “è una brutta besta” (QUI) e il ricercatore Daniele Giordan ha spiegato che “è figlia dell’evoluzione naturale del dissesto” (QUI) (entrambi i testi sono anche qui). Inoltre, qui ci sono 10 FOTO della frana.

Il costo dei disastri naturali

Tempo fa, impostando il mio studio sul rischio vesuviano, riflettevo sull’impatto che un’eventuale eruzione avrebbe sull’economia locale. Gli effetti sarebbero enormi e decisamente non limitati alla provincia di Napoli (dove verosimilmente ci sarebbe una paralisi), ma si avrebbero ripercussioni pesanti su tutto il Sud, dunque sull’Italia intera. Com’è intuibile, non mancherebbero conseguenze anche nel resto dell’Europa comunitaria.
Nelle interviste che ho raccolto nei mesi scorsi, questo tipo di preoccupazione è molto più circoscritta; spesso i miei interlocutori hanno fatto riferimento alla diminuzione del prezzo degli immobili in concomitanza di episodiche intensificazioni dell’allarme, magari perché il dibattito pubblico si è riacceso a causa di una catastrofe in Giappone oppure perché è stata effettivamente avvertita una scossa sismica o, ancora, perché qualcuno si è lanciato in una azzardata previsione… Da queste testimonianze sembrerebbe che basti poco a far scendere i valori delle case. (Mantengo il condizionale perché ho molti dubbi sul fatto che diminuiscano per delle semplici voci). Non ho possibilità di verifica, ma non credo che sia fondamentale appurarlo. Piuttosto, ciò che è primario è che questa preoccupazione sia ricorrente.
Tuttavia, se in loco è comprensibile che ci si preoccupi del singolo appartamento, ad una scala nazionale bisognerebbe porsi delle questioni più complesse e considerare che oltre ai probabili danni materiali (qui non considero i pur ingenti costi umani possibili), c’è da mettere in bilancio il blocco pressoché totale e a tempo indeterminato di buona parte delle attività economiche e produttive di un’importante parte del Paese.
Per completare l’abbozzo di questi cerchi concentrici, ad un livello ancora più ampio vanno posti gli organismi internazionali e le grandi agenzie di riassicurazione. Queste ultime, in particolare, valutano e quantificano il rischio del rischio, come ad esempio Munich Re.
Facendo riferimento a questa scala più grande, qualche giorno fa l’Economist ha pubblicato un articolo sul costo dei disastri naturali. Io l’ho letto ieri (14 gennaio 2012) nel rimando che ne ha fatto Il Post (qui):

Il costo dei disastri naturali
Calamità come terremoti e alluvioni uccidono meno persone nel mondo,
ma il loro impatto sull’economia mondiale è sempre più alto
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I disastri naturali stanno diventando meno mortali, nel mondo, ma più costosi per l’economia. Secondo l’Economist, cinque dei dieci disastri naturali che hanno avuto il maggior costo economico negli ultimi trent’anni sono avvenuti tra il 2008 e oggi. Questo cambiamento, spiega il settimanale britannico, ci dice qualcosa sull’organizzazione dell’economia mondiale, sempre più concentrata e interconnessa, sugli spostamenti della popolazione, dalle campagne ai centri urbani, e sui modi con cui è stata gestita la prevenzione dei disastri naturali.
Il 2011 è stato l’anno delle alluvioni in Thailandia, Cina e Australia, dello tsunami in Giappone e dei terremoti in Nuova Zelanda. Il collegamento tra il cambiamento climatico indotto dall’uomo e la frequenza di alcuni disastri, in particolare le tempeste tropicali, è ancora oggetto di discussione (l’Economist cita uno studio dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, che si è detto poco convinto della connessione tra il cambiamento climatico e la frequenza dei cicloni tropicali), ma di sicuro le comunità umane stanno ottenendo alcuni successi nel rendere le catastrofi naturali meno mortali. Ci sono stati miglioramenti sensibili nei sistemi di previsione anticipata e di allarme per gli tsunami, nell’informazione sui piani di evacuazione, nella costruzione di edifici antisismici.
I paesi dove i disastri naturali hanno ucciso più persone sono anche quelli più arretrati e isolati, che non hanno fatto nulla o quasi per la prevenzione: tra questi, il devastante terremoto di Haiti del 2010, i cui numeri non sono stati definiti con chiarezza due anni dopo il disastro ma che ha sicuramente ucciso diverse decine di migliaia di persone. Ma vista anche la crescita demografica della popolazione terrestre, che ha superato da poco i sette miliardi, il numero dei morti a causa delle calamità naturali è sicuramente in calo.
I costi economici, al contrario, sono in crescita. Questo è dovuto, scrive l’Economist, al fatto che «una parte crescente della popolazione mondiale e dell’attività economica si va concentrando in luoghi a rischio di calamità naturali: coste tropicali e delta dei fiumi, vicino alle foreste e lungo faglie a rischio sismico». Un esempio esaminato dal settimanale è quello della Thailandia.
Dopo le ultime alluvioni molto serie, nel 1983 e nel 1995, i distretti industriali più orientati all’esportazione si sono concentrati intorno a Bangkok e nelle pianure alluvionali più a nord, lungo il fiume Chao Phraya, che fino ad allora erano coltivate a risaia proprio perché erano regolarmente esposte ad alluvioni. Nelle ultime alluvioni, le acque hanno superato le dighe di sei metri intorno al distretto industriale di Rojana, allagando le fabbriche di importanti produttori di automobili e materiale tecnologico, tra cui Honda e Western Digital, un’azienda di dischi rigidi. I prezzi dei dischi rigidi hanno subito un aumento in tutto il mondo, mentre le alluvioni hanno causato complessivamente una diminuzione della produzione industriale stimata da J.P. Morgan in un 2,5 per cento, con un costo per il paese di circa 40 miliardi di dollari, il più costoso della storia della Thailandia.
L’evoluzione urbanistica e la crescita economica nei paesi in via di sviluppo rendono più probabili disastri con un grande impatto economico: secondo uno studio dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico pubblicato nel 2007, nel 2070 sette dei dieci maggiori centri urbani del mondo esposti al rischio di inondazioni si troveranno nei paesi in via di sviluppo, mentre nel 2005 non ce n’era nessuno. Il processo sembra inevitabile, dice l’Economist, e i paesi del mondo dovranno prendere le contromisure adeguate:
Da una parte, l’urbanizzazione toglie alle città le difese naturali contro i disastri ed espone più persone alla perdita della vita o delle proprietà in caso di terremoto o di ciclone. Dall’altra parte, l’urbanizzazione arricchisce le persone povere. La densità e le infrastrutture delle città rendono le persone più produttive e più capaci di permettersi le misure per mantenersi sicure. Le misure per mitigare l’impatto dei disastri non devono scoraggiare la gente dall’ammassarsi nelle vulnerabili città, ma piuttosto devono essere un incentivo per le città e i loro abitanti a proteggersi ancora meglio.
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AGGIORNAMENTO
: A proposito di valutazioni (economiche) del rischio, nel 2010 WRN (Willis Research Network) – una società di Willis Group Holdings, uno dei broker assicurativi mondiali – effettuò una “previsione” delle conseguenze di un’eruzione vesuviana, la quale «potrebbe causare 8.000 vittime, 13.000 feriti gravi e danni totali per oltre 24 miliardi di dollari». In tale studio, «il Vesuvio appare al primo posto nell’elenco dei 10 vulcani più pericolosi del nostro continente». (Mount Vesuvius eruption could cause 21,000 casualties. Volcano Ranks Number One on Willis List of Europe’s 10 Most Dangerous, in «WRN News», 15 aprile 2010, QUI; un estratto in italiano è QUI).
Il paper originale dello studio – effettuato da ricercatori delle Università di Cambridge e “Federico II” di Napoli, oltre che dalla società Willis Re – è disponibile online in pdf: “Insurance Risks From Volcanic Eruptions in Europe” (questo studio prende in considerazione i 10 vulcani europei (non tutti in Europa) intorno ai quali vivono più di 10mila persone e che hanno un valore economico esposto al rischio di complessivi 85 miliardi di dollari. «Over 87% of this property value in concentrated in the Neapolitan region, around Vesuvius and Campi Flegrei»).

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L’emergenza “conviene” (a qualcuno).
«L’Italia viene continuamente rattoppata perché c’è anche chi lucra e specula sull’emergenza. Che verificandosi a ripetizione, garantisce guadagni vita natural durante» (Guglielmo Pepe). Ecco perché bisognerebbe bandire locuzioni tipo “cultura dell’emergenza”. (L’articolo è anche tra i commenti qui sotto).

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AGGIORNAMENTO del 27 marzo 2014:
Il 27 marzo 2014 il “Corriere della Sera” ha pubblicato una galleria fotografica sulle 10 città più a rischio di catastrofi naturali del mondo, elenco stilato dalla compagnia riassicurativa “Swiss Re” nel 2013 con il paper “Mind the risk. A global ranking of cities under threat from natural disasters” (pdf). La notizia è ripresa dal sito web del “Guardian”.