Il rischio e l’assicurazione sui disastri naturali

L’etimologia della parola “rischio” è ignota, ma secondo Anthony Giddens risale ad un termine nautico spagnolo che alla fine del medioevo significava «andare incontro a un pericolo o a uno scoglio» [qui]. Per Sylvain Piron, invece, la comparsa del concetto di “rischio” è più antica e risale al vocabolo arabo rizq del XII secolo [qui], poi introdotto nell’Italia settentrionale dalle rampanti aristocrazie marittime genovesi e pisane in guerra contro i saraceni, soprattutto in Sardegna [qui]. In ogni caso, osserva Luhmann, il termine si diffonde in Europa solo con l’invenzione della stampa e, comunque, in ambiti specifici come le assicurazioni navali e il commercio [qui]. Il controllo pianificato del rischio conseguente al calcolo delle probabilità, apparso durante il XVII secolo [qui], conduce alla trasformazione del rischio in concetto astratto quale limite attuale della conoscenza, ma anche come stimolo fondamentale della società moderna che, per definizione, è «orientata verso il futuro» e che, dice Giddens, «vede il futuro proprio come un territorio da conquistare o colonizzare».
Lo sviluppo delle compagnie assicurative, dunque, segna la nostra era; attraverso il (tentativo di) calcolare la probabilità di ogni evento, compresa la morte, cioè, tra previsione, previdenza e prudenza la nostra esistenza procede – in maniera più o meno fiduciosa – alla ricerca di una sorta di “provvidenza razionale”.

In Italia, il dibattito su «un sistema di coperture assicurative contro le catastrofi naturali per il patrimonio abitativo civile» [qui] va avanti da molto tempo e governi d’ogni colore hanno provato – invano – a legiferare in tal senso. L’ultimo è stato l’esecutivo presieduto da Mario Monti, il quale con il “decreto legge n.59 del 2012” sulla riforma della Protezione Civile (pubblicato sulla “Gazzetta Ufficiale” del 17 maggio 2012) stabiliva che i danni da calamità naturali agli edifici dei cittadini sarebbero stati a carico dei proprietari, i quali si sarebbero potuti premunire stipulando un’assicurazione. Questa previsione, però, è stata poi cancellata dal testo definitivo della norma (la “legge n. 100 del 12 luglio 2012“, a sua volta modificata dalla “legge n. 119 del 15 ottobre 2013“). Il decreto intendeva «consentire l’avvio di un regime assicurativo per la copertura dei rischi derivanti da calamità naturali sui fabbricati a qualunque uso destinati, [così da estendere] tutte le polizze assicurative contro qualsiasi tipo di fabbricato appartenente a privati. [E ciò al fine di] garantire adeguati, tempestivi ed uniformi livelli di soddisfacimento delle esigenze di riparazione e ricostruzione [che altrimenti rischierebbero tempi lunghi] per la cronica carenza di fondi [statali]». A suo tempo, ne avevano scritto Giovanna Cavalli sul “CorSera” del 18 maggio 2012 (un rimando a questo articolo è anche su “Il Post“) e Gian Antonio Stella sul “CorSera” del 7 giugno 2012 (secondo il quale «la polizza sui disastri non è una tassa, ma se fatta nel modo giusto, può dimostrarsi indispensabile»).
Questo “mercato assicurativo”, dunque, ancora non esiste in Italia e, probabilmente, ciò è dovuto anche al fatto che non sono state risolte diverse problematiche specifiche del nostro Paese. Innanzitutto, ci si domanda come si intenda rispettare il principio di uguaglianza tra cittadini che vivono in zone “a rischio” e cittadini che non vi rientrano. Chi abita, ad esempio, alle pendici del Vesuvio pagherà tre polizze? Cioè contro le eruzioni, i terremoti e le frane? Siccome l’Italia è un Paese estremamente vulnerabile dal punto di vista naturale e considerato che qui il sistema assicurativo contro le calamità ambientali richiederebbe ingenti risorse, a quanto ammonteranno le singole polizze? Sarebbe il caso di capire di più, per verificare se lo Stato intenda o meno abbandonare i cittadini a loro stessi pur di far quadrare i conti.

In un convegno a cui ho assistito l’8 febbraio 2012 a Genova, uno dei relatori, un assicuratore, spiegò che:

economicamente, una calamità ha tre tipi di conseguenze: provoca danni alla ricchezza personale (gli immobili in rovina, ad esempio), danni alla produzione (ovvero la perdita economica sopportata dagli imprenditori) e danni sistemici (un disastro impone il dislocamento di ingenti risorse). Tutto lascerebbe intuire, dunque, che il ricorso ad una pratica assicurativa sia urgente e ampiamente richiesta, ma invece questa azione non riesce a decollare e il sistema resta un puro esercizio di ipotesi. Perché? Per varie ragioni, è stato spiegato, strettamente intrecciate tra loro:

* in primo luogo, l’offerta soffre di due ostacoli: dell’elevata rischiosità (vulnerabilità, direi più esattamente) del territorio italiano (per cui le coperture assicurative risultano particolarmente impegnative) e della varietà di cause possibili (vulcanismo, frane, flash floods, maremoti, mareggiate, acqua alta, terremoti, alluvioni e così via), ovvero della mancanza di modellistica predittiva e di dati attendibili;

* in secondo luogo, la domanda è condizionata da svariati fattori: dai “limiti di opzione” (cioè, se i cittadini ritengono che la prevenzione costerà meno in futuro, tendono a rinviarla), dalle complicazioni relative ai titoli di proprietà (raramente si interviene su un immobile di cui non si detiene il titolo di proprietà), dalle difficoltà di accesso ai mercati e alla tecnologia che permetterebbero la prevenzione (a causa di costi elevati, tasse, burocrazia, tempi lunghi…) e, infine, dalla convinzione che comunque vada i danni verranno pagati dallo Stato (un’indolenza, verrebbe da dire, dovuta ad una sorta di “assistenzialismo degenerato”).

Anche altri fattori influenzano negativamente lo sviluppo di questo sistema assicurativo, come ad esempio le annose questioni fiscali per le aree sinistrate e i problemi nel definire da un lato gli eventi dannosi (cosa significano esattamente le parole disastro, catastrofe, calamità, incidente…?) e dall’altro l’entità del danno (cioè, implicitamente, il valore della ricostruzione). Come si intuisce, dei sistemi legislativi ed economici di livello macro influenzano fortemente la capacità locale di cautelarsi nei confronti di un possibile disastro naturale, ma tale dimensione coinvolge anche altri settori, come ad esempio la comunità scientifica che con la sempre più accurata monitorizzazione del territorio può, paradossalmente, rassicurare al punto di indurre gli abitanti di una zona pericolosa ad abbassare la soglia di attenzione.

Un interessante documento dell’Ania (Associazione Nazionale tra le Imprese Assicuratrici) sembra confermare la necessità di integrare il mero calcolo probabilistico con una lettura sociologica del fenomeno:

«In generale, nel nostro Paese non esiste alcun diritto al risarcimento dei danni causati ai beni dalle catastrofi naturali, tuttavia si può dire che, sulla base dell’esperienza, i vari Governi  sono  intervenuti con provvedimenti ad hoc per erogare finanziamenti ai cittadini per il ristoro, almeno parziale, dei danni patiti a seguito delle maggiori catastrofi accadute» [p.19];

«lo status quo non rappresenta una situazione ottimale per il fatto che disincentiva la responsabilizzazione individuale, non fornisce i giusti stimoli alle politiche di prevenzione e alle buone pratiche costruttive per limitare gli eventuali danni» [p.21].

Queste difficoltà, com’è evidente, non sono solo politiche, ma derivano anche da un deficit di cui soffrono gli approcci al rischio meramente tecnicistici e matematici. Come evidenzia il metodo antropologico, il rischio non è un’entità banalmente oggettivabile: gli effetti sociali e culturali che produce dipendono da un complesso intreccio di fattori “oggettivi” (quelli legati, ad esempio, all’ambiente esterno fisico o biologico) e “soggettivi” (quelli ascrivibili alle modalità dell’antropizzazione e agli effetti delle attività umane). Il rischio, in altre parole, è frutto di un vero e proprio “dialogo” tra le diverse parti sociali (Mary Douglas parla di «dibattito culturale», se non addirittura di «lotta») in cui, tuttavia, nel momento della circolazione delle idee, alcune opinioni possono risultare più determinanti di altre nella formazione del punto di vista. In questo senso, il rischio è sempre culturalmente localizzato e la sua elaborazione da parte del gruppo sociale interessato dipende da numerosi fattori (anche di ordine macroscopico: nazionale, sovranazionale o addirittura sistemico) e da priorità, percezioni, capacità di immaginare una risposta efficace nei confronti dell’evento atteso. (In area vesuviana, ad esempio, un peso notevole è dato dall’inquinamento da discarica, che arriva a condizionare l’elaborazione del rischio vulcanico, se non a fondersi con esso).
Realizzare una politica governativa volta a favorire l’assicurazione contro i disastri naturali, pertanto, esige non solo una volontà precisa in tal senso e una notevole complessità di calcolo, ma anche una maggiore attenzione alle risposte culturali che le singole realtà territoriali elaborano in merito al rischio o ai rischi cui sono soggette. La vulnerabilità di quelle specifiche località e comunità, scrive Ligi, dipende dall’«insieme delle variabili socio-culturali che possono avere l’effetto di elevare o abbassare – talvolta annullare del tutto – la pericolosità fisica dell’evento o l’intensità e la gravità del danno» [qui].

Calcoli matematici e valutazioni economiche di possibili (o probabili) eventi disastrosi, comunque, continuano incessanti, in particolare da parte delle grandi compagnie di riassicurazione del mondo (“Munich Re” e “Swiss Re“, ad esempio). Tra queste analisi, com’è intuibile, non manca il caso del Vesuvio.
Nel 2010 WRN (Willis Research Network) – una società di Willis Group Holdings, uno dei broker assicurativi mondiali – effettuò una “previsione” delle conseguenze di un’eruzione vesuviana, la quale «potrebbe causare 8.000 vittime, 13.000 feriti gravi e danni totali per oltre 24 miliardi di dollari». In tale studio, «il Vesuvio appare al primo posto nell’elenco dei 10 vulcani più pericolosi del nostro continente». (Si veda: Mount Vesuvius eruption could cause 21,000 casualties. Volcano Ranks Number One on Willis List of Europe’s 10 Most Dangerous, in «WRN News», 15 aprile 2010; un estratto in italiano è QUI).
Il paper originale dello studio – effettuato da ricercatori delle Università di Cambridge e “Federico II” di Napoli, oltre che dalla società Willis Re – è disponibile online in pdf: “Insurance Risks From Volcanic Eruptions in Europe“. Si tratta di uno studio che prende in considerazione i 10 vulcani europei – non tutti in Europa – intorno ai quali vivono più di 10mila persone e che hanno un valore economico esposto al rischio di complessivi 85 miliardi di dollari. «Over 87% of this property value in concentrated in the Neapolitan region, around Vesuvius and Campi Flegrei».

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Questo tipo di approccio a calcolare rischi, costi, vittime ed entità dei danni di un disastro annunciato riguarda principalmente le zone urbane del pianeta, come dimostra lo studio effettuato dalla compagnia riassicurativa “Swiss Re” sulle 10 città più a rischio di catastrofi naturali del mondo: “Mind the risk. A global ranking of cities under threat from natural disasters” (2013, pdf). Questo elenco è stato ripreso sia dal “Guardian” (25 marzo 2014) che dal “Corriere della Sera” (27 marzo 2014), le cui gallerie fotografiche ho riprodotto al primo commento qui in basso.
Le 10 città più “a rischio” sono le seguenti:

1] la regione di Tokyo-Yokohama (Giappone)
2] Manila (Filippine)
3] l’area del delta del fiume delle Perle (Cina)
4] Osaka (Giappone)
5] Jakarta (Indonesia)
6] Nagoya (Giappone)
7] Calcutta (India)
8] le aree che sorgono sui fiumi di Shanghai (Cina)
9] Los Angeles (California, USA)
10] Teheran (Iran)

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AGGIORNAMENTO del 28 aprile 2014:
L’eccesso di “matematizzazione” delle previsioni sembra essere alla base degli errori compiuti dai meteorologi italiani, come dice Massimiliano Pasqui in quest’intervista a Margherita De Bac: “«Perché noi meteorologi a volte sbagliamo?». Le previsioni reggono a lungo solo d’estate. Uno dei problemi è che in Italia non esistono percorsi universitari per il meteorologo” (“CorSera“) (o qui).

Il racconto del Vesuvio sulla stampa degli ultimi giorni

Negli ultimi tempi mi torna spesso in mente un passaggio di un post di Hamilton Santià riportato nei primi giorni del 2014 su “Ciwati”:

«Lo ammetto, ho sempre creduto all’utopia della rete come luogo della costruzione di una nuova cittadinanza consapevole, di una nuova diffusione della conoscenza. Per questo mi sento a disagio quando vedo che ad oggi internet è solo un enorme bar in cui ognuno dice la sua e lo dice in maniera più violenta perché non esistono più quei confini del corpo».

Il riferimento era alle parole d’odio che spudoratamente ogni giorno vengono vomitate sul web contro il nemico di turno (in quel caso era addirittura Pierluigi Bersani ricoverato d’urgenza in ospedale), ma più in generale vi si esprimeva sconforto verso una speranza digitale tradita. La rete, infatti, da possibile strumento di sviluppo di un’intelligenza più ampia e collettiva, al momento è spesso preda di una moltitudine piuttosto chiassosa che esprime giudizi improvvisati su qualsiasi cosa e che diffonde svariate notizie infondate (o dalle fonti inconsistenti), generalmente catastrofiste. Sembrerebbe un fenomeno spontaneo dovuto ad un generale abbassamento della soglia del pudore e della cautela, ma probabilmente lo è solo in parte perché, al contrario, frequente è il caso di notizie (o pseudo tali) che vengono costruite da organi di stampa in cerca di audience: il clamore, facendo rumore, attira sempre un certo flusso di visitatori su determinate pagine web e questo, in concreto, significa vendita di banner pubblicitari, cioè aumento degli introiti di denaro. Ciò accade ad ogni livello: dai webjournal più autorevoli che non si fanno mancare il “boxino morboso” e i cuccioli di dalmata, fino ai notiziari locali che propongono articoli sensazionalistici, passando per blog specializzati in teorie del complotto, unicamente votati a creare scalpore e momentanea indignazione. Nel settore dell’informazione, però, talvolta può essere una notizia l’informazione stessa, ovvero un giornale può riferire ciò che raccontano i concorrenti o gli altri media e può spiegare il modo in cui lo fanno. Per avere una loro dignità, tuttavia, articoli del genere necessitano di un punto di vista chiaro, di un taglio teorico ed interpretativo esplicito, altrimenti l’effetto è quello di un’illusione ottica o di un’operazione di plagio.
All’interno delle multiformi dinamiche assunte dalla comunicazione contemporanea, il Vesuvio è molto presente; il vulcano napoletano – come ho già scritto qualche tempo fa – è una notizia di per sé, figurarsi quando sulle sue pendici vi si registra anche solo una lieve scossa sismica; non mancano, però, per completare il quadro, nemmeno gli articoli metagiornalistici, come quello edito il 18 febbraio 2014 dal website de “Il Mattino”.

Ieri il principale quotidiano di Napoli ha pubblicato un pezzo non firmato che non avrebbe sfigurato sul blog di un Luke Thomas qualsiasi [chi è], un testo assemblato raccattando tra le cialtronerie diffuse da una serie di website di “serie c” e confezionato senza alcuna capacità critica, per di più senza nemmeno motivazioni di cronaca (sul web, l’ultima ondata apocalittica vesuviana si è avuta durante le festività natalizie 2013-2014 e, per porvi un argine, lo stesso direttore dell’OV ha dovuto scriverne una nota).
Nel pezzo in questione, intitolato “«Un milione di vittime per la prossima eruzione del Vesuvio». La paura corre sul web“,  viene ampiamente citata una dichiarazione di Flavio Dobran, di cui tuttavia non è mai fornita la fonte originaria: l’articolo sostiene che provenga da «uno studio pubblicato nei mesi scorsi», ma non ne indica il titolo, la rivista, la casa editrice, un abstract, un link… niente. Inoltre, quelle parole circolano sul web da almeno due anni, non da qualche mese: 

«All’improvviso il Vesuvio che sonnecchia dal 1944 esploderà con una potenza mai vista. Una colonna di gas, cenere e lapilli s’innalzerà per duemila metri sopra il cratere. Valanghe di fuoco rotoleranno sui fianchi del vulcano alla velocità di 100 metri al secondo e una temperatura di 1000 gradi centigradi, distruggendo l’intero paesaggio in un raggio di 7 chilometri spazzando via case, bruciando alberi, asfissiando animale, uccidendo forse un milione di esseri umani. Il tutto, in appena 15 minuti».

Per quanto catastrofista e disarmante, la drammatica ipotesi avanzata da Dobran non è affatto irreale, tuttavia delinea solo uno tra gli scenari possibili. Al momento, infatti, nessuno sul pianeta è in grado di (pre)dire l’entità, le modalità e i tempi del risveglio del Vesuvio (e se qualcuno lo afferma è un cialtrone, senza appello). Che avvenga tra 1 anno o tra 2 secoli, la prossima eruzione potrebbe essere subpliniana (come nel 1631: catastrofica), pliniana (come nel 79 dC: spaventosa), ancora più potente (come 3800 anni fa: infernale) o, al contrario, modesta (come quella del 1944: improbabile, ma non è escluso). Considerando le lacune e i ritardi dell’attuale Piano di Emergenza, anche io sono piuttosto pessimista e temo che una eventuale eruzione possa causare una tragedia senza precedenti, tuttavia, per essere operativi, la questione che bisogna porsi è la seguente: tra i vari scenari possibili, a quale possiamo dare delle risposte concrete? per quale tipo di eruzione siamo in grado di organizzare un piano di protezione civile realistico? Verosimilmente solo quello del 1631, devono essersi risposti nel 1995 gli estensori della prima versione del Piano. Forse è una sottostima, io non sono in grado di confutarlo, ma sarei meno preoccupato se la colossale macchina organizzativa che comunque è necessaria, si avviasse seriamente già su questo scenario, nonostante difetti e carenze.
Di Dobran sono disponibili dei testi scientifici sul vulcano, ma anche contributi in merito alla pianificazione dell’emergenza. Su quest’ultimo aspetto, in particolare, è piuttosto stimolante il volume Vesuvius 2000: education, security and prosperity (a cura di F. Dobran, edito nel 2006 da Elsevier Science & Technology), in cui vi è delineata una logica di convivenza col vulcano alternativa a quella emergenziale del Piano della Protezione Civile. Secondo Dobran, infatti, si dovrebbe puntare a «disegnare e costruire» un ambiente «sicuro e prospero» per i vesuviani, per cui la «grande sfida» è che «le popolazioni intorno al vulcano acquisiscano la consapevolezza dell’ambiente in cui vivono e partecipino alla soluzione di questa difficile situazione». L’obiettivo di «un nuovo paradigma per i vesuviani», cioè, passerebbe per una sorta di “uomo nuovo”, rigenerato dall’educazione e dalla conoscenza, così come dalla partecipazione democratica e dalla moderna tecnologia.
Com’è intuibile, s
i tratta di un obiettivo forse ideale, ma che tuttavia si pone in maniera costruttiva rispetto alla questione di fondo, per cui ho difficoltà a comprendere la ratio (giornalistica) del rilanciare periodicamente allarmi di entità inapprocciabile: ripetere che moriranno «un milione di esseri umani in 15 minuti» ha un qualche altro scopo, oltre a quello di determinare la paralisi di qualsiasi iniziativa? D’altra parte, cosa si vuole proteggere se sparirà ogni forma di vita in un quarto d’ora? Ebbene, forse è il caso di ribadire ancora una volta che:

«È fondamentale quindi che l’intero sistema di protezione civile – di cui anche gli organi di informazione fanno parte – affronti con equilibrio i temi legati al rischio sismico, senza cadere negli eccessi di rassicurazione, da una parte, o allarmismo, dall’altra» (DPC e INGV, 28 agosto 2013, qui)

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Negli ultimi giorni, però, l’attenzione mediatica al Vesuvio è stata particolarmente alta anche per un ulteriore fattore: la definizione governativa dei nuovi gemellaggi tra i comuni della zona rossa e le regioni d’Italia. L’altro ieri sera, 17 febbraio 2014, il principale telegiornale italiano ne ha trasmesso un servizio, soffermandosi sulle scarse e scarne vie di fuga e raccogliendo alcune testimonianze degli abitanti. Tra queste se ne distinguono due:

Anziana: «Addò ce mànnano? Che putìmmo fà?»
Giornalista: «Vi mandano in Veneto»
Anziana: «Veneto? E dove si trova il Veneto?».

Giornalista: «Lei si è mai sentito minacciato dal Vesuvio?»
Giovane: «No, mai».

Seguendo in diretta, ho immaginato il pensiero dell’intera nazione in quell’istante: «ignoranti e insensibili, sono pazzi questi vesuviani». L’abusivismo, i condoni che periodicamente lo legalizzano, la mancanza di strade adeguate, l’impreparazione all’emergenza sono problemi reali ed enormi, ma sono innanzitutto prodotti storici, ovvero sono il frutto di scelte o di mancate scelte. L‘entità del rischio vesuviano, in altre parole, è dato dall’assenza di pianificazione territoriale e da una politica (locale e non solo) votata al rimando. Ma c’è di più. Come tendo a ripetere spesso, nel caso vesuviano è del tutto insufficiente una comunicazione coordinata ed autorevole da parte delle istituzioni, un dialogo aperto con gli abitanti che eviti allarmismi ingiustificati, un colloquio durevole e comprensibile che porti il Tg1 – visto che ne sto parlando – ad evitare inutili montaggi  sensazionalistici, perché, a rigore, non è necessario che un’anziana sappia dove si trova il Veneto, ma è fondamentale che sappia in quale piazza del paese debba presentarsi in caso di allarme affinché qualcuno la porti in Veneto.

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Infine, e tocco ancora un caso giornalistico, come viene raccontato il rischio vesuviano nel resto d’Italia? Il 15 febbraio 2014 il quotidiano trentino “L’Adige” ha scritto dei nuovi gemellaggi tra i comuni della zona rossa e le regioni italiane, che questa volta interessano anche Trento e Bolzano. Nel precedente elenco, infatti, tali province non erano coinvolte, mentre adesso, con la nuova perimetrazione del rischio vulcanico, è stato previsto che accolgano i 14mila abitanti di Pollena Trocchia. L’idea, tuttavia, non sembra essere stata recepita con particolare entusiasmo tra le Dolomiti, se l’autore del pezzo definisce questa decisione come «l’ultimo “regalino” del governo Letta». Necessariamente, a questo punto, mi sembra opportuno riproporre una domanda già posta in calce ad un precedente mio intervento:

«le altre regioni del nostro Paese lo sanno che il “rischio Vesuvio” riguarda anche loro? Si stanno attrezzando per l’accoglienza degli eventuali sfollati napoletani? Il Piano di Emergenza (giusto, sbagliato, incompleto, sottostimato e così via) è comunque “nazionale”, lo sa il resto d’Italia?»

Su quest’ultimo caso spero di riuscire a recuperare gli articoli dei giornali locali delle altre regioni. Se chi capita su questo blog vuole collaborare in tal senso, ne sarei molto contento.

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AGGIORNAMENTO del 23 febbraio 2014:
Le voci allarmistiche sul Vesuvio continuano e, per la terza volta dall’inizio del 2014, il direttore dell’Osservatorio Vesuviano ha pubblicato una nota per chiarire che il vulcano napoletano si trova sempre nello stesso stato: quiescente.

«AVVISO del 21/02/2014
Negli ultimi giorni si è diffuso, per l’ennesima volta, un allarmismo ingiustificato sullo stato del Vesuvio. Tale allarme deriva, a nostra conoscenza e per quanto riferito dalle persone che ci contattano, da due fonti: la prima è una ricostruzione giornalistica, sembra a firma di un ricercatore americano e che viene riportata ogni volta che si diffondono voci allarmistiche sui nostri vulcani, dei dettagli catastrofici di un’eruzione pliniana del Vesuvio; la seconda sarebbe una errata interpretazione del fatto che, essendo stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la nuova legge sui piani di emergenza Vesuvio, essa diventerà operativa entro 45 giorni. Questo fatto sarebbe stato erroneamente interpretato nel senso che ‘fra 45 giorni diventerebbe operativa (ossia inizierebbe) l’evacuazione’. Questa errata ed assurda interpretazione, che sembra stia ricorrendo sul web tramite i ‘social network’ è, ribadiamo, assolutamente falsa. Nel contempo, ribadiamo ancora una volta che l’attuale stato del Vesuvio è lo stesso che persiste dal 1944 ad oggi, ossia di quiescenza. Non c’è alcuna evidenza di attività anomala che potrebbe indicare una ripresa imminente di attività; anzi, l’attuale sismicità di fondo, che è assolutamente normale su ogni vulcano ed è normalmente registrata al Vesuvio dal 1944 ad oggi, è notevolmente più bassa che nel passato. Quindi, per quanto possa essere spaventosa una ricostruzione giornalistica (o cinematografica) di un’eruzione catastrofica, bisogna comprendere la differenza tra ‘possibile’, ‘probabile’ ed ‘imminente’. Eruzioni estremamente violente del Vesuvio (come di ogni vulcano esplosivo) sono certamente ‘possibili’, ma non sono ‘probabili’ (nel senso che per fortuna sono eventi rari), nè sono tantomeno, assolutamente, ‘imminenti’.
a cura del Direttore Giuseppe De Natale – http://www.ov.ingv.it/ov/ ».

Stato di emergenza e stato di calamità

Il Dipartimento di Protezione Civile ha diramato una nota in cui sottolinea la differenza tra le definizioni di “stato di emergenza” e di “stato di calamità naturale“. Come viene spiegato, «essi non sono affatto strumenti equivalenti o interscambiabili» e, inoltre, tra loro «non c’è alcun rapporto di dipendenza»:

  1. Lo “stato di emergenza” è un istituto previsto dall’art. 5 della legge 225 del 1992, «può avere una durata di 180 giorni prorogabili per altrettanti una sola volta» (su deliberazione del Consiglio dei Ministri e su proposta del Capo del DPC) e consiste nell’insieme dei «primi interventi di emergenza: assistenza alla popolazione, ripristino della funzionalità dei servizi pubblici e delle infrastrutture di reti strategiche, interventi per ridurre il rischio residuo, ovviamente nel limite delle risorse messe a disposizione»; va aggiunta, inoltre, «una ricognizione dei danni, pubblici e privati [da portare] all’attenzione del Consiglio dei Ministri che valuta se e quante ulteriori risorse stanziare proprio per il ristoro dei danni».
  2. Lo “stato di calamità naturale“, invece, «è uno strumento legato esclusivamente al settore agricolo: il suo riconoscimento, infatti, avviene per mezzo di un decreto del Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, su proposta della Regione coinvolta».

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AGGIORNAMENTO del 22 marzo 2014
Il website francese “Pole Risquesfornisce degli elementi per definire i “rischi emergenti“:

Qu’est ce qu’un risque émergent ?
Un risque émergent se définit comme un risque à la fois “nouveau” et “croissant

« Nouveau » signifie :
– Que le risque n’existait pas auparavant.
– Qu’un problème de longue date est désormais considéré comme un risque à cause de l’évolution de la perception du public, de la société ou de nouvelles connaissances scientifiques

Un « risque » est croissant si :
– Le nombre de dangers entraînant ce risque est croissant.
– La probabilité d’exposition à des dangers entraînant ce risque est croissante. L’effet du danger sur la santé des travailleurs va en s’aggravant

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AGGIORNAMENTO del 3 maggio 2014:
Sul website del Dipartimento della Protezione Civile c’è una pagina dedicata alla definizione di “rischio“:

Che cos’è il rischio?
Ai fini di protezione civile, il rischio è rappresentato dalla possibilità che un fenomeno naturale o indotto dalle attività dell’uomo possa causare effetti dannosi sulla popolazione, gli insediamenti abitativi e produttivi e le infrastrutture, all’interno di una particolare area, in un determinato periodo di tempo.
Rischio e pericolo non sono dunque la stessa cosa: il pericolo è rappresentato dall’evento calamitoso che può colpire una certa area (la causa), il rischio è rappresentato dalle sue possibili conseguenze, cioè dal danno che ci si può attendere (l’effetto).
Per valutare concretamente un rischio, quindi, non è sufficiente conoscere il pericolo, ma occorre anche stimare attentamente il valore esposto, cioè i beni presenti sul territorio che possono essere coinvolti da un evento, e la loro vulnerabilità.
Il rischio quindi è traducibile nella formula: R = P x V x E
P = Pericolosità: la probabilità che un fenomeno di una determinata intensità si verifichi in un certo periodo di tempo, in una data area.
V = Vulnerabilità: la vulnerabilità di un elemento (persone, edifici, infrastrutture, attività economiche) è la propensione a subire danneggiamenti in conseguenza delle sollecitazioni indotte da un evento di una certa intensità.
E = Esposizione o Valore esposto: è il numero di unità (o “valore”) di ognuno degli elementi a rischio presenti in una data area, come le vite umane o gli insediamenti.