Una città tra i vulcani. Rischio multiplo e prevenzione istituzionale a Napoli

Durante una conferenza tenuta il 3 marzo 2006, il filosofo Biagio De Giovanni citò lo scrittore Raffaele La Capria, secondo il quale “Napoli è città della decadenza“. Il contesto in cui venne pronunciata questa frase fu un convegno dai Radicali di Napoli sul rischio Vesuvio (uno dei tanti, nel corso degli ultimi decenni, proposto da quella compagine politica). Le parole di La Capria sono un ottimo sfondo per una questione enorme che, con fatica, si tenta di far emergere nel dibattito sociale, culturale e politico in merito al rischio cui è esposta la città: come ridare un futuro a Napoli, deviando dal percorso attendista cui sembra essersi adagiata negli ultimi decenni, ovvero uscendo da un pantano che ha paralizzato menti e gesti.
Una selezione di interventi di quella giornata del 2006 è stata riproposta il 22 giugno 2017 su “Radio Radicale”: in una trasmissione di oltre 2 ore, curata da Aurelio Aversa, si sono susseguite le voci di Marco Pannella, di De Giovanni, appunto, e di Giuseppe Luongo e Aldo Loris Rossi. E’ possibile ascoltare tutto cliccando qui:

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A mia volta, propongo la trascrizione di alcuni brani delle relazioni di questi ultimi due. Le parole di Luongo e di Rossi, infatti, sono particolarmente adatte per introdurre un articolo che ho firmato insieme a Clementina Sasso per “Napoli MONiTOR”, il 15 giugno 2017, in cui affrontiamo il rischio multiplo della città di Napoli, e di cui farò una presentazione più ampia dopo le due citazioni.

Giuseppe Luongo, vulcanologo (dal minuto 35’30”):

Abbiamo un primato, quello di avere il rischio vulcanico più elevato al mondo. La mitigazione del rischio non solo è un impegno morale e sociale, ma è anche un buon affare, perché possiamo vedere che la riduzione del rischio attraverso una pianificazione dell’uso del territorio – e quindi riducendo l’esposizione del territorio all’evento naturale – riduce l’impegno economico del Paese quando avviene un’emergenza. Se noi scegliamo l’emergenza come unico obiettivo, noi spendiamo almeno il 20% in più di quanto è possibile risparmiare con la pianificazione. […] Perché questo territorio è a rischio? Per la sua natura, innanzitutto: da Ischia alla Penisola Sorrentina è una sorgente di pericolosità. Per pericolosità ci riferiamo all’evento naturale, cioè alla probabilità che possa verificarsi un evento che produce un danno […]. Ebbene, seppur la pericolosità – cioè la probabilità che avvenga un evento – sia bassa in alcuni periodi, il rischio è alto perché è alta la vulnerabilità del territorio, cioè è alto il valore esposto. Tutto ciò significa che, qualora si verificasse un evento, il rischio è il prodotto della probabilità che accadrà l’evento e dei danni possibili che possono realizzarsi: i danni crescono se è alta la vulnerabilità e se è alto il valore esposto. Siccome vulnerabilità e valore esposto sono alti, anche la pericolosità può essere un po’ più bassa, il prodotto risulta comunque molto elevato. Il nostro obiettivo, quindi, è mitigare il rischio attraverso: 1) la riduzione della vulnerabilità del territorio (del costruito, dell’urbanizzato), 2) la riduzione del valore esposto dei territori.
Uno dei problemi, dunque, è come ridurre la vulnerabilità del territorio: come si riduce? Si riduce con una pianificazione dell’uso del territorio: ricerca scientifica alla base, forte conoscenza del comportamento del territorio, e contromisure. […] In altre parole, bisogna ridurre il livello di vulnerabilità del territorio e il numero di abitanti. Quindi, il problema della città di Napoli va risolto in un contesto territoriale molto più ampio: se non si legge questo fenomeno ad un livello almeno regionale, noi non lo risolveremo mai.
Il rischio è anche una grande occasione perché, attraverso la considerazione del rischio, possiamo attrarre risorse per la trasformazione del territorio. Quindi, non è solo un guaio, ma può essere anche un volàno […] ma è necessario canalizzare le idee, cioè avere un progetto che attragga abitanti in zone meno pericolose e, nelle zone più esposte, che recuperi uno sviluppo compatibile (coinvolgendo dunque il Parco Nazionale del Vesuvio, parchi archeologici, attività di alta formazione, turismo avanzato… attività produttive molto soft e poco hard, perché è il cervello ciò che deve produrre e non la fabbrica, in questi casi). Se noi riusciamo a fare un’operazione di questo genere – in 25-30 anni si può anche fare, come elaborazione generale – qui arriva una quantità di quattrini che fa paura. Soprattutto, c’è un progetto, c’è futuro, non c’è attesa.

Aldo Loris Rossi, urbanista (dal minuto 50’12”):

Chi ha modo di girare per l’area metropolitana napoletana può constatare un livello di degrado che non ha paragoni né in Italia, né in Europa. Per avere un minimo riferimento dimensionale, ricordo che la Campania ha la stessa popolazione della Norvegia, della Finlandia e della Danimarca, però concentrata su un’area estremamente più piccola. Pensate che nella provincia di Napoli c’è una densità abitativa di 2800 abitanti per km quadrato, cioè 4 volte quella di Roma, 9 volte quella di Firenze e 10 volte quella di Palermo. Abbiamo, quindi, una densità abitativa esplosiva. Aggiungete, poi, che il territorio è piccolissimo: pensate che la distanza da Napoli a Caserta è di soli 20 km, cioè quanto l’isola di Manhattan, quanto il diametro del Raccordo Anulare di Roma, sicché Caserta e Napoli sono sul Raccordo Anulare di Roma! Pensate che la provincia di Napoli è due terzi del solo comune di Roma.
Allora, in questa condizione disastrosa, è evidente che occorre una strategia strutturale per modificare questa realtà. […] Qui occorrono quattro rivoluzioni intrecciate: occorre una rivoluzione etico-politica, senza la quale non è possibile fare un passo in avanti; occorre una rivoluzione economica, cioè una transazione dalla struttura produttiva tardo industriale a quella post-industriale; occorre una strategia di riequilibrio ambientale; occorre costruire, infine, uno scheletro portante a questo sistema invertebrato, che è quello dell’area metropolitana di Napoli.
I dati sono precipitati negli ultimi 60 anni. Pensate che nel 1945, in Italia, circolavano 300.000 auto; oggi ne abbiamo 40 milioni. Pensate che la rete autostradale del 1945 era di 479 km; oggi siamo a 6.000 km. Per quanto riguarda i vani costruiti, nel 1945 avevamo 35 milioni di vani residenziali; oggi ne abbiamo 120 milioni. Questi dati ci impongono di prendere coscienza di una situazione incontrovertibile: i problemi di Napoli non si possono risolvere all’interno del confine comunale. […]

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Venendo all’articolo mio e di Clementina Sasso, ecco come lo ho presentato in altra sede:

Da due anni la pagina Facebook “Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci“, che curo con Clementina Sasso, riporta (talvolta “traduce”) notizie sul rischio geologico dell’area vesuviana e flegrea, tentando di alimentare un dialogo costante con i residenti nelle zone rosse (e, più in generale, con gli utenti di questo media).
Alcuni giorni fa abbiamo fatto un passo avanti, avviando una collaborazione con “Napoli MONiTOR“: il nostro obiettivo è di proporre periodicamente delle analisi più ampie, rispetto ai post su Fb, in merito al rischio dell’area napoletana. Differenziando i linguaggi e moltiplicando le piattaforme, la nostra ambizione è che il tema del rischio (vulcanico, sismico, ma pure ecologico, sanitario…) cresca nella collettività, così da farne un argomento politico in senso pieno.
Il primo contributo è uscito la settimana scorsa e riguarda soprattutto Napoli, bellissima e millenaria città che, sorta tra i Campi Flegrei e il Vesuvio, negli ultimi decenni è divenuta una metropoli che ha abbracciato e, anzi, inglobato entrambi i vulcani. Oltre ad analizzare il contesto urbano e gli strumenti istituzionali attualmente in atto, ci siamo spinti ad indicare alcune strade da percorrere. Discuterne pubblicamente sarebbe per noi un gran risultato.
Il testo è pubblicato in una sezione speciale di “Napoli MONiTOR”, intitolata “Lo stato della città”, ossia la versione digitale – in continuo aggiornamento – di un libro collettivo uscito nel 2016.
Inutile dirvi quanto ne sia contento.

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La pagina-Facebook di “Napoli MONiTOR” ha presentato il testo pubblicando questa anteprima:

Oltre al livello essenzialmente tecnico dell’evacuazione, in una futura emergenza vulcanica di Napoli – sia sul versante flegreo che su quello vesuviano – si dovrebbero considerare almeno altri tre piani, tutti da costruire ora che – come si dice nell’ambiente del risk management – è “tempo di pace”. Andrebbe intanto fatta una riflessione su quello che Escobar, Sachs e altri hanno definito “post-sviluppo”, una sorta di strumento critico di ripensamento e ricollocazione. L’invito, cioè, è a considerare lo sviluppo come un fenomeno storico emerso nel secondo dopoguerra in quanto espressione della modernità e del capitalismo, dunque coi suoi eccessi e azzardi. Ciò significa avviare politiche di mitigazione del rischio, che sono difficili, di lungo periodo e che richiedono enorme coraggio politico in varie sedi istituzionali, ma che rappresenterebbero anche la presa di coscienza che l’esposizione attuale degli abitanti che vivono nelle zone rossa e gialla è stata costruita – si potrebbe dire edificata – nel corso degli ultimi decenni.
In secondo luogo, bisognerebbe cominciare un dialogo – quotidiano e continuo – con la popolazione: oggi ne abbiamo i mezzi, per esempio attraverso il web, ma con un’attenzione maggiore rispetto a quella osservata nel paragrafo precedente. Posto che sia fondato e fattibile, infatti, il piano di evacuazione ha qualche possibilità di successo solo se è conosciuto e condiviso, ossia ri/elaborato insieme a chi ne è direttamente coinvolto, i residenti; altrimenti sarà – come attualmente è – non solo ignorato, ma rifiutato.
Infine, sarebbe opportuno iniziare una governance del territorio che promuova la partecipazione e la sussidiarietà: a Napoli, come intorno al Vesuvio e nei Campi Flegrei, ci sono moltissime persone che hanno voglia di fare e che già ora si prendono cura del territorio. Questo, però, accade al di fuori delle istituzioni, in piccoli gruppi di amici, in associazioni talvolta sconosciute: sono comunità di scopo che rappresentano enormi risorse di cittadinanza attiva, interi pezzi di città che vanno coinvolti e messi in rete. Se non si vuole scivolare nell’illusione di far apparire fattibile un piano di evacuazione che metta in salvo centinaia di migliaia di persone in poche ore, anzi se non ci si vuole prestare a una pericolosa forma di “rassicurazionismo” di massa che allontana la consapevolezza e fa abbassare l’attenzione, è ora di cominciare a considerare “beni comuni” anche talune immaterialità, come, appunto, la sicurezza collettiva.

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Come ho commentato sotto un’altra condivisione, tengo a precisare che:

il Piano di Emergenza (a qualsiasi livello venga applicato) non ha il compito di comunicare, così come – a rigore – non ha quello di mitigare. Sono due punti, infatti, che ritengo debbano essere considerati e sviluppati dalla politica (e, Clementina ed io, nel testo non ne abbiamo fatto riferimento in merito alla Protezione Civile o, chessò, al campo scientifico: ne abbiamo parlato discutendo del website dell’Amministrazione Comunale).
Sul comunicare, il dibattito è piuttosto avanzato, sebbene – limitatamente alla comunicazione del rischio – di soluzioni concrete ne veda ancora poche; sulla mitigazione, invece, la questione è prettamente politica: riguarda una determinata visione del territorio e dello sviluppo, oltre che una specifica idea di democrazia e partecipazione (è un’utopia? può darsi, ma come tutte le utopie, non indica una meta, bensì un percorso).
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PS: per dirla tutta, personalmente ritengo il Vesuvio come un caso-studio con cui sperimentare forme prototipali di comunicazione e partecipazione: ormai anni fa, ho proposto sia al Dipartimento di Protezione Civile a Roma, sia all’Assessorato alla Protezione Civile della Campania (ma ne ho parlato anche a livello comunale) un progetto di comunicazione specifico per il Vesuvio, volto a favorire il dialogo e la sussidiarietà. Inutile sottolineare da quanto tempo stia aspettando che ai sorrisi, ai complimenti e alle pacche sulle spalle seguano decisioni concrete.

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Per concludere, segnalo che un’ottima integrazione dell’articolo è, secondo me, la “Piccola storia del PRG Napoli 2004” pubblicata il 17 giugno 2017 da Vezio De Lucia su “Eddyburg”:

Un piano misconosciuto, ancora vigente e positivamente operante poiché costruito e gestito nei decenni in cui le scelte urbanistiche erano espressione di valori sociali e culturali altrove smarriti o contraddetti nei decenni successivi.

Napoli e il rischio vulcanico: tra Vesuvio e Campi Flegrei

Come ho avuto modo di scrivere in altre occasioni, il Vesuvio non pone solo delle questioni sulla sicurezza e sulla prevenzione, ma fornisce spunti di riflessione sul modello urbanistico, economico e democratico seguito nel corso del Novecento. L’altro ieri [12 ottobre 2016] è stato presentato il (corposo) “Piano di Evacuazione del Vesuvio”, di cui poco fa ha scritto anche “The Independent“, a sottolinerare l’eco che il caso-Vesuvio ha in larga parte del pianeta. Però, al di là dell’organizzazione della fuga in caso di allarme (che è e resta un compito cruciale), non si può prescindere da una riflessione più ampia sullo stato del territorio. Oggi l’occasione è fornita da un’immagine inedita, sebbene sotto gli occhi di tutti: unendo le perimetrazioni del rischio vulcanico flegreo e vesuviano, infatti, emerge una mappa che pone la città di Napoli e la sua provincia sotto un’ottica completamente nuova.
Ne ha scritto la pagina Fb Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci:

L’altro ieri, il 12 ottobre 2016, la Regione Campania e il Dipartimento della Protezione Civile hanno presentato alla stampa il “Piano di Evacuazione del Vesuvio” [ne abbiamo scritto qui, qui e qui].
Poche settimane fa le stesse istituzioni hanno aggiornato il “Piano di Emergenza dei Campi Flegrei“, che stabilisce una “zona rossa” includente tutta l’area occidentale di Napoli e una “zona gialla” che arriva a lambire i quartieri più orientali del capoluogo, ovvero quelli interessati dal rischio vesuviano.
Come si può osservare dall’immagine qui in basso, abbiamo affiancato le perimetrazioni del rischio vulcanico di entrambi i complessi, Vesuvio e Campi Flegrei, così da far emergere due dati fondamentali:
1) il comune di Napoli è interamente interessato dal rischio vulcanico;
2) pressoché tutta la provincia è soggetta a tale minaccia.

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L’immagine è stata realizzata da Gaetano Magro (che ringraziamo).

Teniamo a sottolineare che le zone “rossa” e “gialla” si differenziano principalmente per due parametri: un fattore tempo (la “zona rossa” è quella più direttamente e immediatamente soggetta all’eruzione) e un fattore pericolosità (terremoti, flussi piroclastici e lave si abbattono con più violenza nelle immediate vicinanze del cratere). Entrambe le perimetrazioni, però, sono importanti e, anzi, nella “zona gialla” è molto alto il rischio crolli per l’accumulo di ceneri sui tetti delle abitazioni (a titolo esemplificativo: nel 1944 i 26 morti dell’ultima eruzione vesuviana furono tutti fuori dall’attuale “zona rossa”).
Come ha osservato l’urbanista Aldo Loris Rossi, la provincia di Napoli ha un’estensione quanto l’area all’interno del Grande Raccordo Anulare di Roma, con la particolarità che vi sono presenti ben due vulcani attivi. Si tratta di un caso unico al mondo e, a nostro avviso, richiede risposte coraggiose e inedite, che vadano oltre l’organizzazione della fuga, per quanto importante: c’è da ripensare, cioè, il rapporto città-campagna, l’urbanizzazione (tra legale e illegale), le infrastrutture e la loro manutenzione, nonché la partecipazione, la sussidiarietà e la governance.
Su Napoli, poi, c’è da sfatare un’illusione, ovvero che non sia mai stata colpita da eruzioni. In realtà, strati di lava sono stati riscontrati in più punti del centro cittadino e, come ha mostrato Mario Tozzi in tv un anno fa, il rapporto tra Napoli e il Vesuvio ha una storia lunga almeno 2000 anni. In ogni caso, gli Lloyd’s di Londra hanno anche calcolato quanto costerebbe a Napoli un’eruzione vulcanica: 1,08 miliardi di euro, ovvero il 15,48% della ricchezza cittadina. Come è noto, prevenire i rischi avrebbe un impatto economico molto minore.
Stretta tra due vulcani, dunque, Napoli deve ripensarsi urgentemente alla luce di queste nuove mappe del rischio: la città è cresciuta in maniera disordinata durante il Novecento e, come ha scritto un mese fa Roberto Saviano, «nel capoluogo campano il 44% degli edifici è a rischio sisma». Le istituzioni cittadine (e metropolitane, ex provinciali) hanno ormai il dovere (burocratico, ma soprattutto etico) di prendere delle misure, di studiare delle soluzioni. Napoli, come ha rivelato Angelo Agrippa due giorni fa, non ha ancora un “Piano di Emergenza Comunale” (né per il rischio idrogeologico, né per quello sismico ed eruttivo, né per quasiasi altra minaccia). Il vicesindaco Raffaele Del Giudice ha replicato che il Piano sarà pronto «tra dieci giorni», ma il punto non è solo di rispettare una scadenza, bensì di costruire un sistema di protezione molto più articolato e lungimirante. Innanzitutto sarà necessario – ad opera della Regione o del Dipartimento di Protezione Civile – armonizzare e razionalizzare i singoli Piani di Emergenza Comunali, ma soprattutto sarà fondamentale avviare una gestione del territorio più ecocompatibile ed equa, nonché instaurare un continuo e costante dialogo con la popolazione: informarla, aggiornarla, ascoltarla, includerla.
La questione riguarda ogni livello istituzionale e al momento, al di là delle carte, cosa di tutto ciò sia in lavorazione o in programma non è dato sapere.

L’innaturale disastro dell’uragano Matthew ad Haiti

La settimana scorsa l’uragano Matthew ha causato centinaia di morti ad Haiti (il numero è ancora incerto, ma compreso tra 500 e 1000). Ora c’è un fortissimo rischio di epidemie e, purtroppo, questa cifra aumenterà.
Ieri Jason von Meding e Giuseppe Forino hanno pubblicato su “The Conversation” un articolo che spiega quanto questa catastrofe sia poco naturale. Altri Paesi caraibici e gli Stati Uniti sud-orientali sono stati colpiti dalla tempesta, eppure in nessun altro luogo si è registrata una tale devastazione: come mai? Inoltre, aggiungono gli autori, com’è possibile che ciò accada in un Paese in cui dal 2010, dopo lo sconvolgente terremoto di Port-au-Prince, operano direttamente sul campo sia l’ONU, sia centinaia di ONG?

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Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo su “The Conversation”

L’esposizione al rischio e la vulnerabilità di Haiti, spiegano von Meding e Forino, hanno radici nella storia coloniale, nell’ingiustizia strutturale, nel capitalismo predatorio internazionale.
I disastri sono socialmente costruiti e la riduzione del rischio deve necessariamente considerare le cause che ne sono alla base, cioè – osserva il citato Jocelyn McCalla – deve passare per un radicale ripensamento dell’economia, del concetto di sviluppo, della governance.
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L’articolo è disponibile anche sul blog personale di Giuseppe Forino, con l’aggiunta di una premessa in italiano.

Postilla
Ad Haiti fu già estremamente complicato fornire un dato verosimile – per quanto ancora impreciso – sulle vittime del terremoto del 2010. Lo spiegò due anni fa Giovanna Salome in una relazione presentata al convegno SIAA di Rimini, poi pubblicata nel primo numero della rivista “Antropologia Pubblica”, curato da Mara Benadusi e dedicato alla “Antropologia dei disastri” (dicembre 2015): “Saperi mobili. Un’etnografia ibrida dell’emergenza abitativa post-sisma a Port-au-Prince“.

[Questo post è apparso anche su Fb]