1944-2014: 70 anni dall’ultima eruzione vesuviana

L’ultima eruzione vesuviana, da cui la colata lavica che ha distrutto nel 1944 i due paesi attigui di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma, è nota, raccontata e analizzata in un gran numero di pubblicazioni, da quelle storico-locali ai saggi accademici di scienze naturali, dagli atti dei convegni sul rischio vulcanico fino alle guide turistiche di ampia tiratura.
Anche la letteratura ha narrato quei giorni drammatici tra disastro naturale e disastro bellico, come ha fatto Norman Lewis in “Napoli ’44“:

«19 marzo: oggi il Vesuvio ha eruttato. E’ stato lo spettacolo più maestoso e terribile che abbia mai visto. Il fumo dal cratere saliva lentamente in volute che sembravano solide. […] Di notte fiumi di lava cominciarono a scendere lungo i fianchi della montagna».

Oppure come ha scritto Curzio Malaparte ne “La Pelle” [già qui, su questo blog], di cui segnalo la presentazione video realizzata qualche anno fa da Stas’ Gawronski in “CultBook” (7’52″):

In questi giorni ricorrono i 70 anni di quell’esplosione, l’ultima del ciclo che si aprì catastroficamente nel 1631. Considerata la durata dell’attuale silenzio del vulcano napoletano, gli scienziati ritengono che il Vesuvio sia entrato in quiescenza, ovvero in quello stato che separa tra loro due “periodi di attività” e che, stando alla sua storia eruttiva, probabilmente può essere ancora lungo (in passato è durato anche alcuni secoli).
Per l’anniversario, a Napoli e provincia sono state organizzate almeno due occasioni per ricordare e riflettere su quell’evento: una storico-scientifica, l’altra spettacolare. Entrambe sono previste per martedì 18 marzo 2014.

Il primo appuntamento è presso l’Accademia di Scienze Fisiche e Matematiche (via Mezzocannone 8, Napoli), dove a partire dalle ore 9:30 verranno ricordate due ricorrenze: i 70 anni dell’ultima eruzione, appunto, e i 100 anni della scomparsa di Giuseppe Mercalli, uno dei padri della vulcanologia.
Il programma/invito è questo (anche su fb e sul web):

Clicca sull’immagine per accedere alla versione pdf.

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Il secondo appuntamento è presso il Museo Archeologico Virtuale (via IV Novembre 44, Ercolano), dove verrà proiettato «materiale audiovisivo originale d’epoca, girato dal corpo combattente statunitense e dagli impavidi giornalisti seguito da una carrellata d’immagini selezionate e montate per l’occasione». L’ingresso, per quel giorno, sarà gratuito.
La locandina è questa (anche su fb):

(Clicca sull’immagine per accedere all’evento fb)

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Breve cronologia dell’eruzione vesuviana del marzo 1944:
L’Osservatorio Vesuviano indica, quale data di inizio dell’ultima eruzione, il 13 marzo del 1944, quando un conetto di scorie, accumulatesi all’interno del Gran Cono dopo l’eruzione precedente, collassa a seguito dell’apertura del condotto principale. A distanza di pochi giorni, il 18 marzo, inizia un’intensa attività effusiva caratterizzata dall’emissione di piccole colate laviche lungo il versante orientale e meridionale della montagna e, in seguito, lungo quello settentrionale. In vista degli eventi, è ordinato lo sgombero delle città di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma ed è consigliato agli abitanti di Torre del Greco di abbandonare le proprie abitazioni ormai già investite da una continua pioggia di cenere. La lava, lenta ma inesorabile, raggiunge le due cittadine di San Sebastiano e Massa nella mattina del 21 marzo, devastandole entrambe [Foto + Mappa 1 + Mappa 2]. La parte conclusiva, e più spettacolare, dell’eruzione ha inizio già l’indomani, il 22 marzo, con una violenta attività esplosiva che pone fine all’alimentazione lavica e dà inizio a fontane di lava alte fino a 2 km. A queste fa rapidamente seguito il formarsi di un “pino vulcanico” di ceneri e lapilli che raggiunge un’altezza di circa 6 km, per poi collassare in flussi piroclastici verso Sud-Est, investendo le città di Terzigno e dell’agro nocerino-sarnese. Dall’incontro tra il magma e l’acqua in falda originano, come effetto collaterale dell’eruzione, numerose esplosioni freatomagmatiche associate ad intensa attività sismica, che va progressivamente diminuendo fino a cessare del tutto intorno al 29 marzo.
Nella sola San Sebastiano, il piano stradale si innalza di alcuni metri, circa 600 famiglie rimangono senza casa, gran parte della rete viaria è resa impraticabile e la rete idrica è fatalmente distrutta [fonte]. I danni riportati a seguito dell’eruzione sono di 26 morti nell’area interessata da ricaduta di ceneri e causati dai crolli dei tetti delle abitazioni (a Terzigno, Nocera Inferiore e Sarno), dei due centri abitati di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma in parte distrutti dalle colate laviche e di tre anni di raccolti persi nelle zone coperte dalle polveri vulcaniche.

[Alcuni giorni fa quell’eruzione è stata ricordata anche da Erri De Luca e da Gipi; ne ho scritto qui]

(Le fotografie sono tratte dal web)

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AGGIORNAMENTO del 24 marzo 2014
Il 28 marzo 2014 a Torre Annunziata il Centro Studi Storici “Nicolò d’Alagno” ricorderà l’eruzione del Vesuvio del 1944 con il convegno “Vesuvio: la paura fa 70!”. Saranno proiettate immagini d’epoca tratte dall’Archivio/raccolta fotografica di Vincenzo Marasco e riprese video recuperate da Angelo Pesce negli Archivi alleati:

Clicca sull’immagine per accedere alla pagina-evento su facebook.

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AGGIORNAMENTO del 20 ottobre 2014:
Domani, 21 ottobre 2014, alle ore 10 presso la Biblioteca Universitaria di Napoli verrà proiettato un filmato inedito dell’eruzione del Vesuvio del 1944, girato dagli Alleati. Altre info sono QUI e QUI.

“Vesuvio 1944”, a cura di Angelo Pesce

Il Vesuvio, una notizia bomba

Chi gestisce un organo di informazione deve fare i conti con almeno tre fattori: la verità, la deontologia e i numeri (tiratura, audience, web analytics…). E’ difficile, naturalmente, definire in maniera univoca tali ambiti (soprattutto i primi due), che in realtà sono il risultato di una relazione quotidiana tra ciascuna redazione e i propri lettori: giorno dopo giorno, cioè, sono in gioco il rispetto e la fiducia, in una conquista che non è mai perenne, ma che è sottoposta ad una incessante rielaborazione simbolica. Verità, deontologia e numeri, in altre parole, sono elementi strettamente interconnessi, eppure, godendo ciascuno di essi di un certo grado di autonomia, il rapporto che tiene insieme la triade è dinamico e fluido. Ed è questo, pertanto, il punto su cui prestare attenzione; è qui che si può scorgere un dislivello che rischia di compromettere l’equilibrio tra le tre componenti: se si impone l’ossessione per i numeri (che è il caso più frequente), con tutta evidenza i princìpi deontologici tendono ad essere derogati, con l’effetto che la verità della notizia può assottigliarsi o, addirittura, essere manipolata. Per dirla con Pierre Bourdieu, quando la logica commerciale domina, il “campo giornalistico” perde autonomia e viene schiacciato dalla sua componente eteronoma. D’altra parte, «la libertà non è una proprietà che cade dal cielo; essa si conquista per gradi» [qui]; e direi che ciò vale anche per la credibilità.

Lo scorso mese di agosto, il magazine satirico statunitense “The Onion” ha spiegato in maniera brillante, sebbene per mezzo di una finta lettera di una dirigente della CNN, la ragione della presenza tra le principali notizie della celebre all-news americana della discinta esibizione di una giovane cantante: «Era un tentativo di farvi cliccare su CNN.com in modo che aumentassimo il nostro traffico online, cosa che avrebbe a sua volta permesso di aumentare i nostri guadagni pubblicitari». [Il testo intero, tradotto in italiano, è su “Il Post“]. Insomma, un chiarimento semplice e lineare, praticamente intuitivo.

Spesso invitando esplicitamente alla condivisione sui socialmedia («Tema caldo», «Condividi per primo con i tuoi amici questo post», «Fai sapere ai tuoi amici che ti piace questa foto»…), le strategie per aumentare i numeri possono seguire varie strade e, soprattutto, possono attingere a molti altri argomenti, come ad esempio questi:

  1. pubblicare un’intercettazione “clamorosa” di un politico (anche se in realtà non contiene alcuna notizia);
  2. gestire una sezione pruriginosa (la si può chiamare “boxino morboso” o “sideboob”, la sostanza non cambia);
  3. confezionare con regolarità delle gallerie fotografiche con cuccioli e animali “sorprendenti” (il fu orsetto Knut è stata una benedizione non solo per lo zoo di Berlino, ma anche per una miriade di mass-media che ci hanno aggiornato sul fatto che “è nato”, “è ingrassato”, “è a dieta”, “si è fidanzato”, “è depresso”, “è morto”…);
  4. sparare un titolo allarmistico su qualche minoranza etnica, di status, di genere o di qualsiasi altro tipo (sembrerà cinico, ma – in maniera sia esplicita che subdola – accade di continuo; d’altronde difficilmente qualcuno pretenderà delle smentite o delle scuse);
  5. urlare di un prossimo cataclisma vesuviano (il nostro vulcano è uno dei topos più conosciuti al mondo, a lui si deve Pompei, che è tra i siti archeologici più noti; ciò che è in grado di compiere è termine di paragone per qualsiasi disastro, passato o futuro che sia).

Personalmente faccio una certa attenzione proprio a quest’ultimo caso, cioè censisco e archivio numerosi articoli che spuntano senza sosta un po’ ovunque, in siti web d’ogni tipo e nessuna attendibilità, con toni catastrofisti se non apocalittici, copiandosi gli uni con gli altri, eppure sempre molto condivisi sui socialmedia e colmi di commenti (più o meno vacui, ma con l’indubbio effetto di far aumentare l’audience e la visibilità del contenitore). L’ultimo pezzo che ho letto è di ieri, pubblicato da un webjournal locale, il quale torna su questo tema regolarmente e con grande frequenza: riferisce che, secondo alcuni “esperti italiani”, alla prossima eruzione «non ci sarà scampo».
Viene da domandarsi se un’informazione del genere, su un tema così delicato, sia utile ai lettori. Leggendo le reazioni e osservando con costanza la realtà del vesuviano, direi molto poco: di rado quegli articoli forniscono notizie chiare e provate, quasi mai indicano fonti per approfondire, in rari casi alimentano discussioni strutturate; la verità della notizia di cui si fanno megafono incede esclusivamente sul clamore catastrofista, con conseguente flessione e sacrificio della deontologia giornalistica. Nemmeno da un punto di vista ideale i numerosi articoli sul vulcano napoletano (sempre, appunto, sensazionalistici e dai toni eclatanti) hanno una validità sociale e politica, perché non contribuiscono ad alcuna presa di coscienza sul rischio di cui vorrebbero tenere alta l’attenzione, né dimostrano di possedere un vocabolario appropriato o un’idea delle modalità di early warning attualmente in vigore.
Inoltre, è ormai appurato che l’eccesso di informazione (a maggior ragione quando si tratta di semplice cicaleccio, come spesso accade per il caso vesuviano) genera assuefazione, apatia, invisibilità: «davanti ai nostri occhi scorrono in continuazione, sugli schermi televisivi o dei computer, notizie che finiscono per equivalersi e quindi non possono che produrre indifferenza» [A. Dal Lago, qui].
Allora che fare? A mio avviso, invitare a ignorare o a non condividere sui socialmedia questi testi inconsistenti sarebbe non solo ingenuo e inutile, ma soprattutto sbagliato: sia perché, personalmente, ho un’intima diffidenza verso ogni forma di boicottaggio (la considero una pratica più demagogica che efficace, che alimenta percorsi sotterranei di aggiramento dei filtri in cui prosperano i più scaltri e i più cinici), sia perché il problema vero non è la presenza di ignoranti, ciarlatani, catastrofisti e manipolatori, quanto, piuttosto, l’assenza di voci autorevoli e credibili che spazzino via la marea di congetture arbitrarie e sregolate che si leggono in giro. Qui non c’entra il pluralismo, bensì l’eminenza e il prestigio delle istituzioni; qui non c’entra l’assenza di competenza, bensì la volontà delle autorità di investire e di impegnarsi nella comunicazione. (E, chissà, forse ci stanno provando davvero).
Tre mesi fa il vulcanologo giapponese Nakada Setsuya invitò gli italiani a parlare di più del Vesuvio, però, come mi sembra palese, la questione non è il “quanto”, ma il “come” se ne parla e il “chi” lo fa. Intorno al “vulcano più famoso del mondo“, la confusione non è dovuta al chiacchiericcio, bensì al silenzio di chi dovrebbe parlare per statura scientifica, istituzionale e morale.

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AGGIORNAMENTO:
Il 28 agosto 2013 il Dipartimento di Protezione Civile e l’INGV hanno diffuso una nota alle redazioni giornalistiche (QUI) in cui, tra l’altro, viene specificato che «[…] È fondamentale quindi che l’intero sistema di protezione civile – di cui anche gli organi di informazione fanno parte – affronti con equilibrio i temi legati al rischio sismico, senza cadere negli eccessi di rassicurazione, da una parte, o allarmismo, dall’altra. […] Per queste ragioni, come Dipartimento della Protezione Civile e INGV chiediamo la collaborazione di tutte le redazioni affinché, quando si parla di terremoto, sia fornito un messaggio corretto e chiaro al pubblico, prestando la dovuta attenzione anche al significato dei termini utilizzati […]».

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AGGIORNAMENTO del 12 marzo 2014:
La pagina fb “Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci” ha condiviso (qui e qui) un articolo sulla “strumentalizzazione” del Vesuvio a fini di audience, apparso il 20 settembre 2012 su “Tutto è…“, settimanale di Torre del Greco (a firma di SG):

(Per una lettura più agevole, la trascrizione dell’articolo è a QUESTO commento).

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AGGIORNAMENTO del 29 aprile 2014:
Pietro Minto ha spiegato su “Rivista Studio” (29 aprile 2014) cosa c’è dietro le notizie false e, in particolare, come «il vivacissimo ecosistema delle bufale [abbia] trovato un habitat perfetto nei social media: c’è chi ha fiutato il business e i click e ha fatto della disinformazione la sua linea editoriale, e non solo». Esistono la hoax (la notizia-farsa), la bufala (che punta a contrastare ogni svelamento, mirando all’ambiguità, alla palude tra il vero e il falso), la frovocation (la provocazione falsa), la notizia assurda-ma-credibile, il prodotto di fiction, la anti-notizia creata per far ridere, non per disinformare, la bullshit (che è pronunciata da chi «non sta ne dalla parte della verità né dalla parte del falso. I suoi occhi non guardano in nessun modo»).
Tutto ciò si basa sulla «superficialità che contraddistingue la lettura degli articoli online: letture non completate, condivisioni fatte senza aver letto veramente il pezzo, un torrente continuo di informazioni delle quali abbiamo sempre meno il controllo. Un modello di business basato sulla quantità e su dei lettori poco attenti: è l’Eden delle frottole».
Insomma, «l’idea di stampare bufale per aumentare lettori è vecchia quanto la stampa commerciale» e tra i suoi massimi esponenti c’è Mark Twain, che cominciò proprio così. QUI (o qui).

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AGGIORNAMENTO del 22 aprile 2015:
Raphael Zanotti racconta la vicenda di due avvocati che da alcuni anni sfornano bufale riprese dai mass-media e rilanciate sul web con il solo scopo di farsi pubblicità (“La Stampa”, 22 aprile 2015, QUI).

Prevenzione e precauzione

Tutti riconosciamo che la prevenzione è fondamentale, tuttavia raramente ne applichiamo i princìpi. Comunque sia, quello della prevenzione non è un concetto univoco. Ad esempio: quando la prevenzione è sufficiente? chi decide che è abbastanza? o, ancora, qual è la sua differenza con il controverso “principio di precauzione”?
Non ho intenzione di indagare qui le varie sfumature di tali categorie, ma prendo spunto da un articolo del blog «INGV Terremoti» per conservare gli articoli che ne parlano.
Attiguo è il tema dei “costi dei disastri”, le cui notizie archivio in QUEST’ALTRO post.

«INGV Terremoti», 12 luglio 2013, QUI
LA PREVENZIONE PAGA
Carlo Meletti – Centro di Pericolosità Sismica INGV

Appena avvertita la scossa di terremoto di magnitudo 5.2 che venerdì 21 giugno ha colpito la Lunigiana orientale, il primo pensiero di chi si occupa professionalmente di terremoti è stato quello di un disastro che poteva aver provocato molti crolli e quindi probabilmente anche vittime. La magnitudo 5.2 di per sé non è una magnitudo elevatissima (in Italia si sono avuti storicamente eventi che hanno superato magnitudo 7, ultimi tra questi il terremoto di Reggio Calabria-Messina del 1908 e quello di Avezzano del 1915) ed è stata frequentemente rilevata: dal 1900 a oggi sono oltre 150 le scosse di magnitudo pari o uguale a 5.2 verificatesi nel territorio nazionale.
Abbiamo però un record negativo nel nostro paese: una elevata vulnerabilità del patrimonio edilizio, vale a dire una scarsa capacità di resistere ai terremoti. Le ragioni di questa fragilità sono molteplici: sicuramente un’età elevata delle nostre case, probabilmente gli effetti degli anni di boom economico durante i quali si è costruito senza guardare troppo per il sottile, sicuramente una scarsa tradizione nella progettazione di edifici con criteri antisismici. Fino agli anni ’80 una zona veniva dichiarata sismica solo dopo che vi si era verificato un forte terremoto e conseguentemente diventava obbligatorio adottare le norme antisismiche del momento nella progettazione del nuovo, ma nessun vincolo particolare era imposto sugli edifici esistenti
.

CONTINUA (anche QUI)

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AGGIORNAMENTO dalla CAMPANIA (24 luglio 2013):
Presentato il nuovo sistema regionale di protezione civile: QUI. In particolare, «per quanto riguarda il Piano Vesuvio, a giorni approveremo la delibera per la delimitazione della nuova zona rossa 1 e 2 del Piano di emergenza in base alle proposte che sono pervenute dai Comuni interessati».

AGGIORNAMENTO (1 ottobre 2013):
Per il terzo anno consecutivo si è svolta la campagna di sensibilizzazione “Terremoto io non rischio”, promossa dal Dipartimento della Protezione Civile. Al termine del fine settimana dedicato a questo tema, il capo del DPC, Franco Gabrielli, ha dichiarato che il nostro Paese «ha bisogno di essere consapevolizzato, non tranquillizzato» («Il giornale della protezione civile», 1 ottobre 2013, QUI). Altre info sono tra i commenti.

AGGIORNAMENTO (7 ottobre 2013):
Per organizzare una buona prevenzione bisogna, evidentemente, comprendere quale sia il senso sociale del rischio (di ciascun tipo di rischio). Credo che questo lavoro vada compiuto antropologicamente, cioè indagando il vissuto delle persone, osservandole sui propri luoghi, registrandone le relazioni e così via, ma più di frequente lo si svolge (quando lo si svolge) tramite questionari rigidi, tipici degli approcci quantitativi. E’ quanto ha compiuto l’INGV per indagare «la percezione del rischio sismico in Italia». Eccone i risultati (a voi i commenti): Blog «INGV Terremoti», 7 ottobre 2013, QUI.

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AGGIORNAMENTO del 20 gennaio 2014:
E se la “protezione civile” diventasse materia scolastica? In effetti le società non sono resilienti per natura, al limite lo diventano. E’ la proposta avanzata dal capo del DPC Franco Gabrielli, riferisce Gianluca Testa (“Corriere della Sera“): «insegnare la protezione civile a scuola può essere d’aiuto. Cittadini più consapevoli possono stimolare le amministrazioni locali e le comunità, possono rappresentare le sentinelle vigili dei territori e – perché no? – applicare conoscenza e consapevolezza anche nell’acquisto di una nuova casa. Saprebbero valutare se la zona dove andranno ad abitare è a rischio oppure no. Saprebbero come dialogare col proprio Comune».

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L’emergenza “conviene” (a qualcuno).
«L’Italia viene continuamente rattoppata perché c’è anche chi lucra e specula sull’emergenza. Che verificandosi a ripetizione, garantisce guadagni vita natural durante» (Guglielmo Pepe). Ecco perché bisognerebbe bandire locuzioni tipo “cultura dell’emergenza”. (L’articolo è anche tra i commenti qui sotto).

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Un filmato caricato su YouTube il 5 maggio 2010 intitolato “Tu e il terremoto“, presentato così: “Conoscere come è fatta la propria casa è importante per affrontare un eventuale terremoto. Questa breve animazione realizzata nell’ambito del progetto EDURISK (www.edurisk.it) suggerisce da dove cominciare…

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AGGIORNAMENTO del 17 aprile 2014:
«E’ stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 79 del 4 aprile 2014 la Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 14 gennaio 2014 relativa al Programma nazionale di soccorso per il rischio sismico. La Direttiva fornisce – per quanto riguarda il rischio sismico – le indicazioni per la redazione della pianificazione dell’emergenza, in particolare di livello nazionale, in continuità con le indicazioni riportate nella Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 3 dicembre 2008, presupposto indispensabile per assicurare la capacità di allertamento, attivazione e intervento del Servizio nazionale della protezione civile in caso di emergenza» CONTINUA QUI (o tra i commenti).

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INTEGRAZIONE del 1° luglio 2014:
Il rischio viene presentato spesso come un dato oggettivo, ma invece la sua caratteristica – come per ogni probabilità – è l’incertezza. “Il Post” ha tradotto un articolo del “Washington Post” in cui, tra le righe, emerge quanto il rischio sia una costruzione sociale, una negoziazione politica. Non potendo rispondere con esattezza a questioni sul dove-come-quando-quanto, soprattutto in merito a previsioni di lungo periodo, la domanda su cui ci si dovrebbe concentrare è: «quanto sicuro è ciò che è abbastanza sicuro per questa particolare cultura?».

COSA ASPETTARSI DAL RISCALDAMENTO GLOBALE
di Lori Montgomery – Washington Post – 1 luglio 2014
La storia esemplare degli abitanti di una costa americana, che non vogliono sapere se le loro case saranno sott’acqua tra un secolo: anche perché non lo possiamo sapere, se lo saranno.

CONTINUA QUI (oppure QUI)
(La versione originale in inglese è QUI)

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INTEGRAZIONE del 22 gennaio 2015:
Il 19 gennaio è cominciato “EDURISK 2015“, un progetto di formazione e sensibilizzazione per 332 docenti di 34 istituti scolastici dei comuni delle zone rosse del Vesuvio e dei Campi Flegrei.
L’intento è di coinvolgere il mondo scolastico in un percorso di scoperta dei rischi, al fine di diffondere efficacemente le informazioni scientifiche e, così, accrescere la consapevolezza e avviare strategie di prevenzione e riduzione dei rischi naturali.
Il programma si svolge in varie scuole fino al 27 gennaio.
Ulteriori informazioni sono sul website della “Regione Campania“, sugli spazi web e social di EDURISK e in un articolo de “Il Giornale della Protezione Civile“.

Apocalittici e complottisti

Anche intorno al Vesuvio gravitano un paio di categorie umane presenti in tanti ambiti del sociale: quella degli apocalittici (“non vi è alcuno scampo all’eruzione che accadrà, che sarà senza eguali“) e quella dei complottisti (“non ci dicono niente, non fanno nulla per evitare una carneficina, vogliono la nostra morte“). Entrambi i gruppi partono da un dato reale, ovvero l’assenza di politiche per la mitigazione del rischio, allo scopo di denunciare uno scenario da fine del mondo che, nel secondo caso, sembrerebbe addirittura determinato da un non meglio specificato grande disegno ai danni degli abitanti locali.
Sul web si incontrano spesso argomentazioni del genere, in canali forse poco visibili, ma comunque con dei loro ascoltatori. (Tra i commenti di questo post ne archivierò tutti quelli che incontrerò nelle mie navigazioni online). Il problema è reale: manca un piano di emergenza adeguato (e conosciuto, condiviso, sperimentato), manca un progetto di convivenza sostenibile con il vulcano, manca la volontà politica di affrontare seriamente la questione (vi sono in ballo interessi economici ed elettorali), ma soprattutto vi sono validi sospetti per dubitare che l’allarme – quando accadrà – verrà lanciato (o verrà lanciato per tempo). Tuttavia, l’idea che tale silenzio sia voluto «da chi detiene il potere» ai danni di «quasi due milioni di persone, considerate “carne da macello”», mi sembra paranoica e piuttosto fantasiosa, oltre che decisamente irritante («Il Post» ha dedicato un interessante articolo alla psicologia dei complottisti: qui o tra i commenti) (E ugualmente ha fatto «La Stampa»: qui o tra i commenti).
L’ultima versione di questo mantra è di un paio di giorni fa:

«A rischio quasi due milioni di persone, considerate “carne da macello” da chi detiene il potere o, più eufemisticamente, potenziali morti per catastrofi naturali, da piangere con funerali di Stato. Sono stati registrati terremoti superficiali con ipocentro localizzato lungo il condotto, oltre che in emissioni fumaroli che lungo i fianchi del cono e del cratere. A parere degli esperti, una più che probabile ripresa dell’attività eruttiva, implicherebbe quindi un rapido rilascio di tutta l’energia accumulata. E’ considerato dagli esperti uno dei vulcani a maggior rischio del mondo. La sua storia ha insegnato che può produrre sia eruzioni effusive, sotto forma di effusione di colate laviche, nonché le ben più pericolose eruzioni esplosive. Nel frattempo, in attesa del peggio, la NATO ha evacuato alcuni suoi insediamenti nell’area. Ma questo è un segreto militare. […] Lo scenario atteso dalle autorità italiane è catastrofico, eppure sul sito della Protezione Civile l’ultimo aggiornamento visibile alla popolazione risale al 2006. […] L’incremento demografico all’interno delle zone a rischio non è mai stato contrastato né dalle istituzioni locali e tantomeno dallo Stato centrale» [Fonte].

AGGIORNAMENTO del 23 novembre 2013:
Il prossimo 21 dicembre 2013 a Modena ci sarà il primo corteo/flash-mob italiano contro le “scie chimiche“. Lo annuncia il “Corriere della Sera”, QUI.

AGGIORNAMENTO del 27 novembre 2013:
Tra i commenti di questo post ho archiviato alcuni articoli che spiegano la psicologia dei complottisti (“Il Post”) e la storia di talune teorie cospirazioniste come quella delle “scie chimiche” (“La Stampa”). Oggi è stato pubblicato un nuovo contributo: un’intervista a Paolo Attivissimo, il “cacciatore di bufale”, il quale, tra l’altro, spiega che le teorie del complotto hanno successo «perché sono delle narrazioni affascinanti: sono gialli, dei drammi. Oltretutto appagano alcuni bisogni psicologici comunissimi e perfettamente umani. Uno di questi bisogni è la necessità, il desiderio di trovare ordine nelle cose. Vale a dire che io posso scegliere se pensare che i terremoti capitano per caso e non ci posso fare nulla, quindi avere un senso di impotenza, oppure che i terremoti sono causati da un’installazione americana in Alaska, e quindi avere la sensazione che ci sia un ordine nel mondo: non è colpa mia se sul lavoro vado male e viene promosso il mio collega; è perché il mio collega fa parte della massoneria, o degli Illuminati, o dei rettiliani. Il cospirazionismo è gratificante perché dà ordine al caos. Noi, umanamente, tendiamo di solito ad avere paura di ciò che è disordinato». Tuttavia, si tratta anche di fenomeni socialmente pericolosi: le teorie del complotto, infatti, «creano delle angosce per fenomeni che in realtà non hanno nessun aspetto di pericolosità, e distraggono dai fenomeni che in realtà sono davvero pericolosi. [Queste storie favoriscono] il controllo mentale [e distraggono] da tante questioni che potrebbero essere affrontate più seriamente. Causano danni sociali, come per esempio questa tesi che circola da tempo secondo la quale i vaccini causerebbero l’autismo». L’intervista integrale è QUI (o tra i commenti) (di Alessandro Martorana, in “International Business Times”, 27 novembre 2013).

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AGGIORNAMENTO del 21 marzo 2014:
Fabio Chiusi ha presentato su “Wired” (20 marzo 2014) uno studio condotto da ricercatori delle università di Lucca, Lione e della Northeastern di Boston sul ruolo e sulle dinamiche delle bufale diffuse da troll sul social network Facebook. Il paper è disponibile online in pdf e si intitola “Collective Attention in the Age of (Mis)Information“. Tra i risultati, si attesta che «le affermazioni prive di fondamento si diffondono quanto le informazioni verificate» e che «diverse culture coesistono, ciascuno in competizione per l’attenzione degli utenti». Si tratta di un danno prodotto dal cattivo giornalismo «e perpetuato da un’opinione pubblica incapace di fare lo sforzo per separarlo dal buon giornalismo». Come ha sottolineato il World Economic Forum del 2013, «la disinformazione digitale di massa» è «uno dei principali rischi per la società moderna».
Il 22 marzo 2014, ne hanno scritto anche Walter Quattrociocchi e Gianni Riotta su “La Stampa”: Il potere della (Dis)informazione nell’era della grande credulità.

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AGGIORNAMENTO del 24 marzo 2014:
La Procura di Trani, in Puglia, “ha aperto un fascicolo per ora a carico di ignoti all’indomani della denuncia dei genitori di due minori che avrebbero contratto l’autismo e il diabete dopo il vaccino” (QUI). Secondo l’Oms e i pediatri, però, non c’è correlazione (QUI). “Il Post” ne ha scritto un approfondimento molto curato: I vaccini e l’autismo. La storia del presunto legame tra vaccinazione trivalente e autismo – tornata attuale in Italia per via di un’inchiesta giudiziaria – si deve a una delle più grandi frodi scientifiche degli ultimi cent’anni“.

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AGGIORNAMENTO del 26 marzo 2014:
Mariangela Vaglio (ovvero Galatea) ha scritto un profilo del “bufalista“, colui che amplifica in maniera compulsiva notizie assurde e ricostruzioni complottistiche, colui che «non è un prodotto di internet. E’ sempre esistito, fin dalla Preistoria» (“TechEconomy”, 26 marzo 2014, QUI).

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AGGIORNAMENTO del 1° aprile 2014:
Leonardo Tondelli ha raccontato come funziona la “fabbrica delle bufale“: «[…] Ogni tanto qualcuno su internet scrive una storia smaccatamente falsa, volutamente paradossale (ad esempio un popolo rettile extraterrestre ha invaso la terra secoli fa e si nasconde tra noi); qualcuno la legge, la apprezza, la segnala ai suoi contatti; la storia si propaga finché non incontra esponenti di quella minoranza statistica che non riesce a capire la differenza tra cronaca e fiction. Purtroppo sono più di quelli che crediamo, e se a loro manca il senso critico, non fa difetto l’energia per indignarsi e trasmettere la loro indignazione: una volta arrivata fino a loro, la storia si spoglia di tutti quei tratti che ci consentivano di identificarla immediatamente come finzionale, e viene irradiata sotto forma di storia vera, da condividere con chi non crede alla realtà ufficiale!!1! […] Questa gente esiste, e oggi pubblicherà contenuti ridicoli, esponendosi al pubblico ludibrio. La questione però è molto meno divertente di quel che sembra, e forse dovrebbe stimolare un dibattito sull’atteggiamento di chi divulga notizie in rete: quanto è giusto usare l’ironia in un contesto in cui il 20% non la capisce? È chiaro che chi sta qui per far satira continuerà a farla, ma chi invece si veste di una relativa serietà fino a che punto può permettersi di usare un linguaggio figurato? Anche chi accusa Napolitano di golpe probabilmente all’inizio stava scherzando; se dopo qualche mese però si trova costretto a chiedere un procedimento di impeachment, è evidente che qualcosa sta sfuggendo di mano pure a lui. Disseminare storie false su internet è un passatempo che con gli anni mi sembra sempre meno divertente e sempre più pericoloso […]» (“ComUnità”, 31 marzo 2014, QUI).

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AGGIORNAMENTO del 3 aprile 2014:
A chi giovano le bufale e le teorie del complotto? Lo spiega (con linguaggio forte e colorito) Fabrizio Leone sul blog “Gente con le PalleQuadre” in un post del 2 aprile 2014, Complottisti: le contraddizioni e chi guadagna realmente: «[…] non fanno altro che sputare su grosse aziende e multinazionali, denigrando il concetto stesso di lavoro e tutto il resto, ma lo fanno intascando bei soldoni da Google (multinazionale) che mostra pubblicità di grosse aziende […]».

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AGGIORNAMENTO del 10 aprile 2014:
Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini (“La Repubblica”, 9 aprile 2014, via-Associazione Luca Coscioni) spiegano perché «irrazionalità, fanatismo, emotività, tecnofobia, antimodernismo, anti-industrialismo, populismo» (in merito al caso Stamina, alla sperimentazione animale, al presunto ruolo dei vaccini nell’eziologia dell’autismo e alla ricerca e coltivazione di ogm) sono «una corda alla quale si sta impiccando il futuro di questo Paese», l’Italia. «La confusione sistematica e strumentale tra quel che si può credere, desiderare o preferire soggettivamente, e quel che si può provare o che è stato controllato e accertato oggettivamente, avrà un impatto diseducativo e destabilizzante sul piano di un presupposto culturale e civile che è da secoli il fondamento per una sana e funzionale convivenza democratica: la fiducia nelle istituzioni e quindi anche nella politica». «Manipolare i fatti è pericoloso anche perché si rischia di aizzare le deboli menti impreparate». (Si veda anche “Il Post“).
Giulio Finotti (blog “Dai diamanti non nasce niente”, su “L’Espresso”, 9 aprile 2014), a proposito di bufale, pone l’accento su «cosa produce o rischia di generare questo sistema di pseudo-informazione, che per aumentare i profitti, inietta nella rete informazioni false, spesso inventate di sana pianta, che continuano ad essere poi diffuse anche per anni». Se ci rifacciamo ai soli website di news, la ragione per cui si producono e/o si diffondono notizie false «non può che essere quella legata al marketing virale. Si creano appositamente contenuti dal potenziale virale, ovvero che hanno un’alta probabilità di essere condivisi e diffusi attraverso gli stessi utenti sul web, al solo scopo di generare traffico. Anche se poi la notizia può essere smentita in un secondo momento, l’effetto è ormai ottenuto». Il problema, però, è a lungo termine: «cosa produrrà una tale massa di informazioni false? […] Penso alla sostituzione della realtà che viene effettuata, forse spesso inconsapevolmente (chissà) attraverso queste operazioni. [E’ così che pian piano si crea] il nostro universo percettivo. Come vediamo il mondo, che idea abbiamo di ciò che ci circonda».
In un articolo prettamente politico, Fabio Avallone (“Huffington Post Italia”, 10 aprile 2014) parla della disinformazione a fini elettorali perpetrata da un partito italiano e spiega che le conseguenze di tale “strategia” sono pericolose, a livello sociale: «Sotto il profilo del nostro essere comunità e della fiducia nelle istituzioni, invece, questo atteggiamento è devastante. Instillare la certezza che non si possa credere più a niente, che le istituzioni sono composte da bande di malfattori, falsari e bugiardi, pronti a fregarci con il più classico dei giochi delle tre carte, non può che portare ad un peggioramento della vita di tutti noi».

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AGGIORNAMENTO del 16 aprile 2014:
Razzismo, bufale e complottismo si mischiano nell’ultima notizia falsa che circola sul web, quella di una presunta epidemia di ebola in Italia – ovviamente taciuta dal governo, secondo i diffusori di questa disinformazione – per arginare la quale bisognerebbe chiudere le frontiere e bloccare l’immigrazione, soprattutto dall’Africa. Ne ha scritto ampiamente Leonardo Bianchi su “Vice” del 16 aprile 2014: In Italia non c’è nessuna epidemia di ebola (l’articolo è linkato anche da “Il Post”: Le bufale su ebola in Italia). Io ne ho conservato traccia in questo commento.

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AGGIORNAMENTO del 24 aprile 2014:
Solo oggi ho recuperato lo streaming video di una tavola rotonda dell’ “International Journalism Festival” del 2013 dedicata al complotto: “Con il supporto della Storia scopriremo cosa sia un complotto, come si organizza una congiura e cosa occorre fare perché funzioni. Così da separare quali vicende dei giorni d’oggi possano nascondere dei complotti e quali invece sono solo questioni complicate, dove la teoria del complotto serve a dare una chiave di lettura semplice ma fuorviante. Vedremo che cosa offre spazio alla formulazione di teorie complottiste misleading e qualche esempio pratico di teorie del complotto demolite dai fatti“. Ne parlano Paolo Attivissimo, Andrea Boda, Gaia Giorgio Fedi.

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AGGIORNAMENTO del 29 aprile 2014:
Pietro Minto ha spiegato su “Rivista Studio” (29 aprile 2014) cosa c’è dietro le notizie false e, in particolare, come «il vivacissimo ecosistema delle bufale [abbia] trovato un habitat perfetto nei social media: c’è chi ha fiutato il business e i click e ha fatto della disinformazione la sua linea editoriale, e non solo». Esistono la hoax (la notizia-farsa), la bufala (che punta a contrastare ogni svelamento, mirando all’ambiguità, alla palude tra il vero e il falso), la frovocation (la provocazione falsa), la notizia assurda-ma-credibile, il prodotto di fiction, la anti-notizia creata per far ridere, non per disinformare, la bullshit (che è pronunciata da chi «non sta ne dalla parte della verità né dalla parte del falso. I suoi occhi non guardano in nessun modo»).
Tutto ciò si basa sulla «superficialità che contraddistingue la lettura degli articoli online: letture non completate, condivisioni fatte senza aver letto veramente il pezzo, un torrente continuo di informazioni delle quali abbiamo sempre meno il controllo. Un modello di business basato sulla quantità e su dei lettori poco attenti: è l’Eden delle frottole».
Insomma, «l’idea di stampare bufale per aumentare lettori è vecchia quanto la stampa commerciale» e tra i suoi massimi esponenti c’è Mark Twain, che cominciò proprio così. QUI (o qui).

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AGGIORNAMENTO del 27 maggio 2014:
“Il Post” ha tradotto un articolo di Jesse Walker per “Slate” sugli studi relativi al complottismo, che evidenziano quanto nessuno sia “davvero immune alle teorie cospirazioniste“: E’ tutto un complotto.

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AGGIORNAMENTO dell’11 ottobre 2014:
Marco Letizia riferisce sul “Corriere della Sera” delle teorie del complotto intorno all’epidemia di ebola: “Con il diffondersi del virus aumentano, in rete e non solo, anche le teorie della cospirazione che riguardano la febbre emorragica“: il complotto delle case farmaceutiche, la selezione eugenetica, il complotto teologico, la burla di 4Chan.

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AGGIORNAMENTO del 20 ottobre 2014:
Michael Allen ha raccontato su “Vice” (20 ottobre 2014, QUI) la storia di Chris Bovey, l’uomo che ha trollato i fan della teoria delle scie chimiche.

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AGGIORNAMENTI del 2015:
Dopo la strage di Parigi al “Charlie Hebdo” e al supermercato “Hyper cacher”:

Dopo il disastro aereo della compagnia Germanwings sulle Alpi francesi:

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AGGIORNAMENTO del 22 aprile 2015:
Raphael Zanotti racconta la vicenda di due avvocati che da alcuni anni sfornano bufale riprese dai mass-media e rilanciate sul web con il solo scopo di farsi pubblicità (“La Stampa”, 22 aprile 2015, QUI).

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AGGIORNAMENTO dell’11 settembre 2015:
Tra i saggi del libro “11/9 La cospirazione impossibile“, curato da Massimo Polidoro e pubblicato dal CICAP nel 2014, c’è il contributo dello psicologo sociale Lorenzo Montali: “Il grande fascino della cospirazione” (il testo intero è tra i commenti qui in basso). Tra l’altro scrive:

«Se guardiamo alla letteratura che ha indagato il problema delle teorie cospirative da un punto di vista psicologico e sociale possiamo distinguere due approcci principali. […] Il primo filone […] si concentra sull’analisi delle variabili psicologiche e microsociologiche che consentono di distinguere chi crede alle teorie cospirative da chi invece le rifiuta. L’obiettivo è quello di individuare dei tratti di personalità, di tipo tendenzialmente stabile, che spieghino perché una persona tende a preferire una spiegazione degli eventi come quella proposta dalle teorie del complotto […]. L’idea che guida tali ricerche è infatti che queste teorie siano l’espressione di una forma di pensiero di tipo paranoico, che nelle persone si sviluppa come reazione, oppure come tentativo di trovare un accomodamento, rispetto a una situazione di difficoltà che hanno vissuto […]. In termini di stili di personalità, quindi, le persone che sentono di essere prive di un reale potere di incidere sulla propria vita avrebbero la tendenza a sviluppare quello che viene chiamato uno stile attribuzionale esterno, che le spinge a incolpare forze esterne, reali o inventate, degli eventi che li colpiscono. […] Le teorie cospirative esprimerebbero quindi una forma di condanna di quel “sistema” che costringe le persone a vivere in una condizione di difficoltà e in questo senso potrebbero essere condivise, ovvero credute reali, da parte di chi, pur non facendo parte di gruppi svantaggiati, ha motivi di critica nei confronti di quel sistema. In entrambi i casi si tratterebbe di uno stile di pensiero che sottrae le persone alle proprie responsabilità e alla necessità di riflettere sulle proprie azioni attraverso un meccanismo di proiezione psicologica che inventa dei nemici sui quali viene scaricata ogni colpa di ciò che avviene […]. Lo studio forse più interessante in questa linea di indagine è quello condotto da Abalakina-Paap e altri (1999), che parte dall’identificazione di cinque ipotesi in grado di spiegare perché le persone credono e diffondono le teorie cospirative: 1) il sentimento di alienazione; 2) la sensazione di non avere alcun potere; 3) il fatto che le cospirazioni servono a semplificare un mondo troppo complesso; 4) l’idea che le cospirazioni possono essere utilizzate per spiegare i propri problemi personali; 5) il fatto che queste teorie forniscono un bersaglio per la propria ostilità. […] Alcuni autori hanno proposto una diversa lettura del fenomeno, che inquadra le teorie cospirative come esempi di etnosociologie, ovvero di teorie che le persone comuni costruiscono e utilizzano per spiegare la realtà sociale. Waters infatti osserva che nella nostra società vi sono pochi chimici, fisici o biotecnologi amatoriali, ma in compenso tutti siamo, o tendiamo ad essere, sociologi o psicologi dilettanti (1997). […] Le teorie che le persone elaborano per interpretare e dare senso al mondo intorno a loro sono quindi delle etnosociologie, ovvero delle spiegazioni elaborate da persone nonesperte. È però importante essere molto chiari: questo non significa che siano sbagliate, ma semplicemente che non sono il frutto di un sapere formalizzato, codificato nei libri di testo, indagato attraverso le normali procedure con le quali si costruisce la conoscenza scientifica. Si tratta infatti di un sapere di tipo ‘ingenuo’, senza che a questo aggettivo si debba dare una connotazione di valore negativo. […] In quest’ottica, la differenza tra chi crede e chi non crede nelle teorie cospirative non va interpretata nei termini di una contrapposizione tra malati e sani, paranoici e razionali, ma piuttosto come una competizione tra diverse versioni e fonti, finalizzata a comprendere la realtà sociale».