The Walk, una mostra d’arte contemporanea sul Vesuvio

Dopo un accurato restauro, ieri, sabato 23 maggio, è stata riaperta la sede storica del Reale Osservatorio Vesuviano sul colle del Salvatore, sul ‎Vesuvio‬ [fb]. Oltre al concerto del pianista Fabrizio Soprano, si è tenuto anche il vernissage della mostra d’arte contemporanea “The Walk. Viandanti e vesuviani”, con opere di oltre 40 artisti internazionali [programma].
L’occasione è stata davvero interessante, specie per le plurime e stimolanti aperture di senso fornite dagli sguardi che tanti artisti hanno posato sulla realtà locale. Fuori da schemi e lontano da definizioni rigorose, ogni installazione – quasi tutte fotografiche – fornisce suggestioni materiche, psicologiche, emotive, storiche, ma anche riflessioni sul mezzo, sul veicolo attraverso cui l’artista comunica.
E allora, con la foto di un lembo del Gran Cono, la stessa aula ottagono diventa il cratere del vulcano, nelle cui profondità si trovano i visitatori; la sabbia nera posta su un tavolo diventa spazio interattivo, di gioco e di comunicazione in continuo mutamento; le foto dei migranti poste sotto i pannelli ufficiali (e istituzionali) del museo raccontano pieghe spesso taciute della realtà vesuviana; le insegne delle pizzerie tedesche issate sulla terrazza davanti al Vesuvio rimandano al ritorno sognato dagli emigrati; rotoli di fotografie, talvolta bruciacchiate, sembrano rulli di sismografi o antichi papiri ercolanesi; bottigline di Tabasco nelle vetrine delle collezioni mineralogiche giocano col contesto, evidenziandolo all’attenzione del visitatore; residui di plastica da discarica nascosti tra i reperti storici più preziosi svelano altre forme di rischio; performance estemporanee e opere esposte alle intemperie stimolano alla finitezza, alla dissoluzione. Le opere sono numerose e bisogna aguzzare la vista, nonché la curiosità per notarle e per interpretarle. Ritengo sia un ottimo esercizio, che consiglio a tutti.
Un’anteprima è disponibile sul blog “Fairbanks 142“, dove Ciro Teodonno ha pubblicato una galleria fotografica del nostro pomeriggio di ieri:

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Clicca sull’immagine per accedere alla galleria fotografica di Ciro Teodonno.

La mostra “The Walk” sarà in esposizione fino al 23 settembre 2015.
Per ulteriori informazioni e contatti, website dell’OV.

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Presentazione della cerimonia sul website dell’OV (la versione estesa è qui):

CERIMONIA DI RIAPERTURA REAL OSSERVATORIO VESUVIANO
Sabato 23/5/2015, nella Sede Storica dell’Osservatorio Vesuviano, si terrà la Cerimonia di riapertura della stessa dopo intensi lavori di ristrutturazione e restauro durati circa un anno. La Cerimonia celebrerà anche il riconoscimento dell’Osservatorio, da parte della ‘European Physical Society’ (EPS), come Sito Storico della Fisica. Il prestigioso riconoscimento, assegnato a pochi altri siti Italiani come la Collina di Arcetri dove dimorò Galileo, la villa dove visse e operò Marconi e l’Istituto di via Panisperna dove il gruppo di ricerca di Fermi fece le sue più importanti scoperte, è stato assegnato all’Osservatorio Vesuviano per i suoi illustri trascorsi scientifici: primo Osservatorio Vulcanologico al Mondo (1841), diretto da grandi scienziati come Macedonio Melloni, scopritore della radiazione elettromagnetica infrarossa; come Luigi Palmieri, inventore del primo sismografo elettromagnetico e primo scopritore dell’Elio sulla Terra; come Giuseppe Mercalli, insigne Vulcanologo e Sismologo, ancor oggi famoso per la scala d’intensità sismica che porta il suo nome. L’apposizione della Targa in ricordo del prestigioso riconoscimento come Sito Storico della Fisica avverrà alla presenza del Vice-Direttore dell’European Physical Society, la Prof. Lucia Cifarelli. Per l’occasione, nella Sede Storica saranno esposte le opere degli allievi delle Accademie d’Arte di Karlsruhe, New York e delle Facoltà di Architettura di Zurigo (ETH) e di Amburgo (Università), ideate durante uno stage degli stessi nell’area Vesuviana ed all’Osservatorio, effettuato nel Marzo 2015.
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Scarica qui il programma definitivo della cerimonia.

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Un articolo di Ciro Teodonno per “Il Mediano” (25 maggio 2015), con un auspicio più che condivisibile: “c’è da sperare che simili iniziative vengano riproposte per rivitalizzare in maniera coerente e non stantia un Vulcano e un parco nazionale abbandonati fin troppo all’oblio“.

La sparizione di un villaggio a Capo Verde

Dalla fine di novembre 2014 il vulcano Fogo, nell’arcipelago di Capo Verde, ha ripreso l’attività eruttiva (ne ho scritto qui e qui). Il complesso vulcanico ricorda quello del Vesuvio: il cratere sorge all’interno di una caldera, parzialmente circondata dall’ampio arco montuoso dell’antico edificio vulcanico:

All’interno della caldera sorgono alcuni villaggi, come Portela e Bangaeira (map), i cui abitanti (intorno al migliaio), dopo alcuni rifiuti iniziali, hanno dovuto evacuare (e, per fortuna, non si contano vittime).
Il 27 novembre la colata lavica ha cominciato a inghiottire la sede del Parco Naturale del Fogo e una quindicina di case di Portela (fonte):

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La colata lavica del vulcano Fogo raggiunge il villaggio di Portela (27 novembre 2014)

Nel fine settimana del 6-7 dicembre, il villaggio di Portela è sparito completamente sotto il manto della lava, di quella che è ritenuta l’eruzione più imponente del Fogo dal 1995 (altra fonte).
Le immagini che seguono sono tratte dai profili pubblici degli account fb di Observatorio Vulcanologico de Cabo Verde, Instituto Volcanologico de Canarias, Geovol Grupo de Investigacion, FogoNews:

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AGGIORNAMENTI:
Il blog “Culture Volcan” riferisce che anche il villaggio di Bangaeira è sparito sotto la colata lavica del Fogo: “en l’espace de 15 jours seulement, c’est plus d’un siècle et demie d’histoire qui a littéralement été effacé sur l’île de Fogo, les constructions les plus anciennes dans la Caldera remontant aux années 1860“.

E’ stata aperta una pagina fb intitolata “Vulcão do Fogo 23-11-14“, in cui sono presenti immagini molto drammatiche. Le divido in due gallerie fotografiche.
La prima è dedicata all’evacuazione della popolazione:

La seconda raccolta di immagini è dei cartelli d’aiuto pubblicati online:

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AGGIORNAMENTO del 10 dicembre 2014:
Il telegiornale serale della Radiotelevisione Capoverdiana ieri ha mandato in onda un servizio dalle cittadine costiere di Fonsaco e di Mosteiros Tras (map), sull’isola di Fogo, dove la popolazione sta evacuando volontariamente, preoccupata dall’avanzare della colata lavica che ha già distrutto i villaggi di Portela e Bangaeira. Questo è il filmato e, di seguito, alcuni screenshot dello stesso:

Clicca sull'immagine per accedere al filmato.

Clicca sull’immagine per accedere al filmato.

Una galleria di screenshot del servizio di RTC:

Ulteriore galleria fotografica è questa pubblicata dalla Marina Militare portoghese, un cui battaglione ha portato aiuti e sostegno alla popolazione dell’isola di Fogo, in particolare agli abitanti della località Monte Grande:

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AGGIORNAMENTO del 15 dicembre 2014:
Su varie pagine di socialnetwork ho trovato ulteriori testimonianze fotografiche dei drammatici effetti dell’eruzione del Fogo, le raccolgo in un’unica galleria di immagini che mette insieme fotografie della coltura della vite (precedente alla colata lavica) e della messa in salvo delle botti di vino, immagini della disperazione dei contadini e degli aiuti umanitari provenienti da vari Paesi come l’Angola e il Portogallo, nuovi cartelli di sostegno (anche spirituale) alla popolazione disastrata e alcuni scatti dall’interno del villaggio invaso dalla lava in via di raffreddamento.
Le fonti di queste immagini sono Montrond Theo, Jorge Nogueira Nogueira, Waldemar Pires (qui, qui e qui), Marcos Rocha de Pina, il gruppo fb Fogo na coracao.

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AGGIORNAMENTO del 17 dicembre 2014:
Pauline Texier-Teixeira è una maitre de conférences in geografia dell’università di Lyon 3 “Jean Mulin” e tra i suoi temi di ricerca c’è la riduzione del rischio in varie località del pianeta, compresa l’isola di Fogo a Capo Verde. Oggi ha lasciato questo commento molto interessante sul blog “Culture Volcan”:

Bonjour à tous,
Merci pour ce site très bien fait et pour toutes ces infos. Je viens d’écrire un long message qui s’est effacé, alors je le refait en plus bref : je suis Pauline Texier Fernandes Teixeira, et je travaille depuis 2010 à Fogo en tant qu’enseignant chercheur en géographie, et je suis co-auteur de l’article paru en 2013 sur Fogo et le risque volcanique.
Je souhaite réagir par rapport à toutes ces remarques pertinentes : la terre dans la caldeira présente à la fois une valeur inestimable pour ceux qui la cultivent depuis 1917 et l’ont valorisée à la sueur de leur front, car elles sont fertiles et apportent de nombreuses ressources uniques à Fogo, à la fois sont sans “valeur foncière”, puisqu’il s’agit de terres d’Etat, liées au Parc Naturel, et les habitants n’ont pas de titres de propriété, seulement un droit d’usage, dans la limite des autorisation du zonage du Parc. Deux événements ont marqué 2014 : l’émergence d’un plan d’urbanisation, interdisant entre autre plus de construction à Bangaiera et chamboulant la définition des lots de terre, et l’éruption, qui remet aujourd’hui tout en question. Aujourd’hui, il existe de très fortes tensions quant à l’avenir des habitants réfugiés de Cha : le gouvernement souhaite a priori les reloger dans les maisons de 1995 (dernière éruption), aujorud’hui délabrées, et ainsi éliminer en quelques sortes le risque, en déplaçant les gens exposés directement (ce qui n’est paradoxalement pas sans conséquence sur la vulnérabilité économique des déplacés!). A l’opposé, les habitants qui s’organisent depuis quelques jours en collectif autour de l’association des Guides de Cha, souhaitent retourner habiter dans la caldera, et continuer à vivre avec le risque. En effet, ils sont conscients des risques, mais il reste des terres cultivées pour le moment épargnées par le volcan : la terre, c’est la vie la bas. Sans terre, on ne survit pas. C’est ce qui explique qu’ils soient retournés vivre dans la caldera après l’éruption de 95. Alors que vaut il mieux ? Vivre avec le risque volcanique ? Ou survivre à la précarité quotidienne, qui représente à leurs yeux un risque beaucoup plus important ? A eux d’en décider!
Bonne journée,
ps : si vous etes sur Lyon, j’organise ce soir 17 décembre, à 18h30 une conférence sur Fogo au bar Le Pré Soir, 9, rue du jardin des plantes, métro Hôtel de Ville.
Avec des amis et collègues, nous avons constitué un collectif pour leur venir en aide et soutenir leur action de reconstruction post-catastrophe : un pot commun a été ouvert en suivant ce lien [evento fb: QUI],
A bientôt!
Pauline

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AGGIORNAMENTO del 22 dicembre 2014:
L’eruzione continua e, sebbene non sia violenta, sta procurando enormi danni: FogoNews (via-CultureVolcan) riferisce che la colata lavica inghiotte giorno dopo giorno sempre più abitazioni e terre agricole: in particolare, “la cave “Sodade” d’où avaient été évacués les quelques 40.000 litres de vins a été totalement détruite hier: il sera donc encore un peu plus difficile de remettre cette activité économique en route, entre la diminution de la surface de terres fertiles et la disparition des infrastructures permettant leur transformation et leur stockage“.

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AGGIORNAMENTO del 15 aprile 2015:
Dopo poco più di quattro mesi dall’eruzione, sulla colata lavica che ha devastato due villaggi nella grande caldera del Fogo è stata ricavata una strada in terra battuta, come mostrano le fotografie postate su fb da Dom Danillon, un abitante della zona:

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AGGIORNAMENTO del 26 settembre 2015:
L’altro ieri è uscita un’agenzia che annuncia per il 1° ottobre l’apertura di un hotel costruito su quella lava: si chiamerà “Casa Mariza 2.0”, avrà 14 stanze, un ristorante e, come si augura l’imprenditore Mustafá Eren, dovrebbe riattivare i flussi turistici nella zona.
Considerando anche altre strutture private ricostruite dopo l’ultima eruzione, in questo modo l’area di Cha das Caldeiras raggiunge la cifra di 34 stanze disponibili per eventuali visitatori.

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AGGIORNAMENTO del 4 ottobre 2015 (non c’entra con l’ultima eruzione del Fogo, bensì con la sua storia arcaica):
La corrispondente di “Haaretz” Ruth Schuster ha riferito di uno studio sul crollo dell’edificio vulcanico del Fogo, a Capo Verde, avutosi 73mila anni fa e che provocò un mega-tsunami (con onde di almeno 250 metri). Questo fenomeno (crollo di un vulcano costiero e conseguente mega-tsunami) è raro, secondo uno studioso avviene ogni 10mila anni, tuttavia è così repentino da non poter essere previsto, né arginato. Un caso si è avuto sicuramente anche nel Mediterraneo, quando 8mila anni fa l’Etna perse 6 miglia quadrate di rocce formando un’onda di maremoto di 50 metri.
Ulteriori notizie sono QUI.

La discarica SS268

La Strada Statale 268 è indicata come “via di fuga” in caso di emergenza vesuviana, ma in che modo una strada circolare possa permettere l’evacuazione di massa resta un mistero. Anzi, la SS268 “del Vesuvio” è una strada mortale in sé, sia per gli umani [1] che per gli animali.
Ciro Teodonno l’ha percorsa insieme a Mimmo Russo per documentarne e denunciarne un’altra criticità, quella dell’immondizia che ne riempie i bordi, le piazzole di sosta, ma soprattutto le stradine laterali e lo spazio sottostante i cavalcavia, spesso incendiata provocando altri ed ulteriori problemi. Si tratta di rifiuti d’ogni tipo, soprattutto industriali di aziende che lavorano in nero, in una catena di piaghe sociali ed ecologiche che si alimentano l’un l’altra. E’ un vero e proprio viaggio nell’abisso del nostro tempo, tra gli scarti di una modernità che sviluppa rovine e produce malattie.
L’articolo di Teodonno si intitola “SS 268, quello che non si vede” ed è stato pubblicato sul webjournal “Il Mediano” il 14 settembre 2014. Fanno parte integrante dell’inchiesta anche una galleria fotografica ed un videodocumentario di 47′:


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[1] Gli incidenti sono frequenti, talvolta tragici, come un paio nel 2013: a gennaio morirono 4 persone e a maggio un’intera famiglia.
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Raccolgo informazioni sulla SS268 in questo post privato.

1944-2014: 70 anni dall’ultima eruzione vesuviana

L’ultima eruzione vesuviana, da cui la colata lavica che ha distrutto nel 1944 i due paesi attigui di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma, è nota, raccontata e analizzata in un gran numero di pubblicazioni, da quelle storico-locali ai saggi accademici di scienze naturali, dagli atti dei convegni sul rischio vulcanico fino alle guide turistiche di ampia tiratura.
Anche la letteratura ha narrato quei giorni drammatici tra disastro naturale e disastro bellico, come ha fatto Norman Lewis in “Napoli ’44“:

«19 marzo: oggi il Vesuvio ha eruttato. E’ stato lo spettacolo più maestoso e terribile che abbia mai visto. Il fumo dal cratere saliva lentamente in volute che sembravano solide. […] Di notte fiumi di lava cominciarono a scendere lungo i fianchi della montagna».

Oppure come ha scritto Curzio Malaparte ne “La Pelle” [già qui, su questo blog], di cui segnalo la presentazione video realizzata qualche anno fa da Stas’ Gawronski in “CultBook” (7’52″):

In questi giorni ricorrono i 70 anni di quell’esplosione, l’ultima del ciclo che si aprì catastroficamente nel 1631. Considerata la durata dell’attuale silenzio del vulcano napoletano, gli scienziati ritengono che il Vesuvio sia entrato in quiescenza, ovvero in quello stato che separa tra loro due “periodi di attività” e che, stando alla sua storia eruttiva, probabilmente può essere ancora lungo (in passato è durato anche alcuni secoli).
Per l’anniversario, a Napoli e provincia sono state organizzate almeno due occasioni per ricordare e riflettere su quell’evento: una storico-scientifica, l’altra spettacolare. Entrambe sono previste per martedì 18 marzo 2014.

Il primo appuntamento è presso l’Accademia di Scienze Fisiche e Matematiche (via Mezzocannone 8, Napoli), dove a partire dalle ore 9:30 verranno ricordate due ricorrenze: i 70 anni dell’ultima eruzione, appunto, e i 100 anni della scomparsa di Giuseppe Mercalli, uno dei padri della vulcanologia.
Il programma/invito è questo (anche su fb e sul web):

Clicca sull’immagine per accedere alla versione pdf.

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Il secondo appuntamento è presso il Museo Archeologico Virtuale (via IV Novembre 44, Ercolano), dove verrà proiettato «materiale audiovisivo originale d’epoca, girato dal corpo combattente statunitense e dagli impavidi giornalisti seguito da una carrellata d’immagini selezionate e montate per l’occasione». L’ingresso, per quel giorno, sarà gratuito.
La locandina è questa (anche su fb):

(Clicca sull’immagine per accedere all’evento fb)

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Breve cronologia dell’eruzione vesuviana del marzo 1944:
L’Osservatorio Vesuviano indica, quale data di inizio dell’ultima eruzione, il 13 marzo del 1944, quando un conetto di scorie, accumulatesi all’interno del Gran Cono dopo l’eruzione precedente, collassa a seguito dell’apertura del condotto principale. A distanza di pochi giorni, il 18 marzo, inizia un’intensa attività effusiva caratterizzata dall’emissione di piccole colate laviche lungo il versante orientale e meridionale della montagna e, in seguito, lungo quello settentrionale. In vista degli eventi, è ordinato lo sgombero delle città di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma ed è consigliato agli abitanti di Torre del Greco di abbandonare le proprie abitazioni ormai già investite da una continua pioggia di cenere. La lava, lenta ma inesorabile, raggiunge le due cittadine di San Sebastiano e Massa nella mattina del 21 marzo, devastandole entrambe [Foto + Mappa 1 + Mappa 2]. La parte conclusiva, e più spettacolare, dell’eruzione ha inizio già l’indomani, il 22 marzo, con una violenta attività esplosiva che pone fine all’alimentazione lavica e dà inizio a fontane di lava alte fino a 2 km. A queste fa rapidamente seguito il formarsi di un “pino vulcanico” di ceneri e lapilli che raggiunge un’altezza di circa 6 km, per poi collassare in flussi piroclastici verso Sud-Est, investendo le città di Terzigno e dell’agro nocerino-sarnese. Dall’incontro tra il magma e l’acqua in falda originano, come effetto collaterale dell’eruzione, numerose esplosioni freatomagmatiche associate ad intensa attività sismica, che va progressivamente diminuendo fino a cessare del tutto intorno al 29 marzo.
Nella sola San Sebastiano, il piano stradale si innalza di alcuni metri, circa 600 famiglie rimangono senza casa, gran parte della rete viaria è resa impraticabile e la rete idrica è fatalmente distrutta [fonte]. I danni riportati a seguito dell’eruzione sono di 26 morti nell’area interessata da ricaduta di ceneri e causati dai crolli dei tetti delle abitazioni (a Terzigno, Nocera Inferiore e Sarno), dei due centri abitati di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma in parte distrutti dalle colate laviche e di tre anni di raccolti persi nelle zone coperte dalle polveri vulcaniche.

[Alcuni giorni fa quell’eruzione è stata ricordata anche da Erri De Luca e da Gipi; ne ho scritto qui]

(Le fotografie sono tratte dal web)

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AGGIORNAMENTO del 24 marzo 2014
Il 28 marzo 2014 a Torre Annunziata il Centro Studi Storici “Nicolò d’Alagno” ricorderà l’eruzione del Vesuvio del 1944 con il convegno “Vesuvio: la paura fa 70!”. Saranno proiettate immagini d’epoca tratte dall’Archivio/raccolta fotografica di Vincenzo Marasco e riprese video recuperate da Angelo Pesce negli Archivi alleati:

Clicca sull’immagine per accedere alla pagina-evento su facebook.

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AGGIORNAMENTO del 20 ottobre 2014:
Domani, 21 ottobre 2014, alle ore 10 presso la Biblioteca Universitaria di Napoli verrà proiettato un filmato inedito dell’eruzione del Vesuvio del 1944, girato dagli Alleati. Altre info sono QUI e QUI.

“Vesuvio 1944”, a cura di Angelo Pesce

A tre anni da Fukushima

Oggi, tre anni fa, il Giappone veniva devastato da un cataclisma senza pari, un evento così grande e così complesso da aver reso insufficienti le definizioni classiche: da allora la dizione “catastrofe naturale” appare del tutto anacronistica. Vi furono 15.880 morti e 2.694 dispersi, ma per certi versi il post-disastro fu anche più duro: nella sola prefettura di Fukushima perirono 1.656 persone a causa dello stress e per complicazioni di salute, più delle 1.607 morte direttamente nell’evento. Intorno alla centrale nucleare di Daiichi, 13.000 sono i chilometri quadrati da decontaminare e i più giovani sono i maggiormente colpiti dalle radiazioni: è in corso uno studio epidemiologico su circa 360.000 bambini e adolescenti che vivevano nella zona esposta alla contaminazione nel 2011 ed è attivo anche un costante monitoraggio psicologico (un quarto dei bambini dai 3 ai 5 anni che hanno vissuto lo tsunami soffrono di disturbi comportamentali) [QUI].
Il nuovo millennio si è aperto con eventi shockanti: gli attentati di New York (che a loro volta hanno generato altri orrori, come quello di Madrid, di cui oggi è il decennale), lo tsunami di Sumatra, l’inondazione di New Orleans, il terremoto di Haiti, la sequenza disastrosa di Fukushima. Come riuscire a dare una spiegazione a tutto ciò? Se Goethe sosteneva che con il sisma di Lisbona del 1755 Voltaire (cioè “il mondo antico”) aveva lasciato il posto a Rousseau (considerato “il mondo nuovo”, razionale e libero dal peso di Dio), oggi Dupuy ritiene che è proprio l’approccio voltairiano a dover essere recuperato, perché più adatto alla visione postmoderna che guarda in faccia la contingenza dell’evento, piuttosto che «abbandonarsi alle consolazioni finte delle spiegazioni razionalizzanti» [QUI].
Se è difficile dare un senso a catastrofi di tali entità e modalità, l’approccio antropologico può indicare una strada: il fulcro di uno studio socio-culturale di questo tipo non è “dentro all’evento”, ma fuori di esso, nel sistema sociale che è colpito. La comunità disastrata, spiega Lombardi, reagisce «in funzione del tipo di cultura specifico posseduto da ciascun sistema sociale nei confronti di quell’evento» [QUI]. E’ per questa ragione che due episodi di pari intensità e di caratteristiche simili che colpiscono due sistemi sociali diversi non producono mai gli stessi danni e spesso non sono nemmeno paragonabili tra loro [QUI].
Quel che è accaduto a Fukushima e in Giappone tre anni fa ha un significato specifico per le comunità direttamente colpite, ma probabilmente lo ha anche a livello planetario, data la grande eco mediatica ed emotiva che non smette di riverberarsi. Dovremmo domandarci, pertanto, se quella tragedia ha modificato la nostra visione del “male”; dovremmo interrogarci come fecero i contemporanei del disastro di Lisbona: cos’è oggi il male, Dio, la natura, la giustizia?, quali sono le aspirazioni e il destino degli esseri umani?, cos’è veramente “progresso”? Probabilmente risposte definitive non ce ne sono, ma ritengo che vi siano di certo percorsi di conoscenza e, dunque, di presa di coscienza. In quest’ottica, quell’evento può (potrebbe) essere considerato “apocalittico”, ovvero come qualcosa «che è portatore di rivelazione» [Dupuy].

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Oggi, 11 marzo 2014, i principali giornali italiani dedicano un ricordo all’anniversario:

  • Ilaria Maria Sala, Fukushima 3 anni dopo. Il dramma dei bambini colpiti dalle radiazioni. Crescono in modo anomalo i tumori alla tiroide. E in migliaia non possono più giocare all’aria aperta, “La Stampa”: QUI.
  • Redazione, Fukushima, il Giappone ricorda le 18mila vittime dello tsunami di tre anni fa. Ancora non risolti i problemi alla centrale nucleare dell’incidente. Circa 270mila giapponesi non sono ancora potuti tornare nelle loro case, “La Repubblica”: QUI
  • Emilio Fuccillo, Tre anni fa il disastro di Fukushima, l’emergenza continua, “RaiNews”: QUI
  • Damir Sagolj, reportage fotografico, Fukushima: 3 anni dal disastro, “Corriere della Sera”: QUI.

Damir Sagolj, settembre 2013:
“Un blocco stradale impedisce l’ingresso nella zona altamente contaminata di Namie”
(clicca sull’immagine per accedere alle altre fotografie del reportage)

Il VIDEO dell’inchino dell’imperatore Akihito alla cerimonia in onore delle vittime tenuta a Tokyo.

Tre anni fa ero in piena etnografia vesuviana. Il disastro giapponese entrò prepotentemente nelle conversazioni e nelle interviste che raccolsi in quei giorni. Io, però, non riuscii a scriverne nulla, se non questo (che poi ho aggiornato con reportage e analisi pubblicate online).

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INTEGRAZIONE del 12 giugno 2014:
In Finlandia c’è un sito di stoccaggio di scorie radioattive, il complesso di Onkalo, pensato per durare 100mila anni. In altri termini, un’eternità. «Nothing built by man has lasted a tenth of that time, but we consider ourselves a very potent civilization».
Il regista danese Michael Madsen lo ha raccontato nel documentario “Into Eternity” (2010, website), ponendo al centro della riflessione l’avvenire che stiamo lasciando alle generazioni future. «If you, some time far into the future, find this, what will it tell you about us?».
L’opera (1h15′) è visibile su YouTube (en, sub-en):

Il film verrà proiettato il 16 giugno 2014 al Musée du Louvre, dopo la conferenza di Michaël Ferrier intitolata “Notes sur l’art au temps de Fukushima“: QUI.

Emergenze ed evacuazioni

Contrariamente ai terremoti, le eruzioni vulcaniche possono essere previste con un certo anticipo (tra i segnali precursori ci sono proprio i sismi). In questo post raccolgo le notizie relative agli “stati di emergenza” per le popolazioni che vivono intorno ai vulcani. Comincio da un caso andino.

Nei primi giorni di settembre 2013 il vulcano Ubinas, nel sud del Perù, ha cominciato un’attività che non sembra arrestarsi (QUI, QUI e QUI). A causa della «caídas de ceniza [sulla] localidad de Querapi y algunos otros pueblos del valle de Ubinas», nel pomeriggio del 4 settembre l’IGP (Instituto Geofísico del Perú) e l’INGEMMET (Instituto Geológico Minero y Metalúrgico) hanno sollecitato l’evacuazione preventiva dei 150 abitanti di Querapi, un villaggio posto a soli 4 km dal cratere:

«Andina», 4 settembre 2013, QUI

RECOMIENDAN EVACUAR A POBLADORES DE QUERAPI POR ACTIVIDAD DE VOLCAN UBINAS
La evacuación de los pobladores de Querapi, que se ubica a 4 kilómetros al sur del volcán Ubinas, región Moquegua, recomendaron los especialistas del Instituto Geofísico del Perú (IGP) y del Instituto Geológico, Minero y Metalúrgico (Ingemmet), debido a la alta vulnerabilidad de la zona.
[…] Por ello, se aconseja a las poblaciones aledañas al volcán Ubinas, realizar preparativos, a fin de mitigar los efectos de posibles caídas de ceniza en la salud de las personas, áreas de cultivo y fuentes de agua.
Además, como la caída de cenizas afecta principalmente la zona norte y noroeste del volcán, influenciado por la dirección de los vientos, los expertos sugieren a las autoridades locales y regionales, efectuar una evaluación de daños y efectos en dichas zonas.
Asimismo, se sugiere a las autoridades competentes, elevar el nivel de alerta volcánica al color amarillo, así como activar el Plan de Contingencia frente a un eventual incremento de la actividad del Ubinas.
Dentro de las conclusiones, se precisa que el monitoreo sísmico indica, hasta ahora, la inexistencia de evidencias compatibles con ascenso de magma nuevo, necesario para una eventual erupción magmatica inminente.
[…] El volcán Ubinas, considerado el más activo del sur peruano, se ubica en el extremo Norte de la región Moquegua, a 70 kilómetros al Este de la ciudad de Arequipa. Desde el año 1550 D.C. se han producido alrededor de 25 erupciones. La última erupción se registró entre el 2006 y 2009 y fue de magnitud baja, con un Índice de Explosividad Volcánica 2, en una escala que va de 0 a 8.
Dicha erupción afectó principalmente a siete pueblos ubicados al sureste del volcán, por lo que se evacuó a cerca de 2000 pobladores en riesgo, quienes permanecieron en 2 refugios (Anascapa y Chacchagen) durante casi más de 10 meses. […]».

Rispetto al vulcano Ubinas, Querapi si trova QUI (anche QUI, meglio).

L’invito ad evacuare la popolazione presentato dagli esperti è stato subito commentato dalle autorità amministrative locali. Marín Vizcarra, il presidente della regione Moquegua (in cui si trova Querapi), ha dichiarato che «el traslado deberá efectuarse de todas maneras debido a la alta vulnerabilidad de la zona. […] “La población de Querapi está muy cerca al volcán, por ello hay que ponerla a buen resguardo, con fumarolas o sin ellas”» («Moquegua: Evaluarán evacuación de pobladores de Querapi ante cercanía con volcán Ubinas», «La Prensa», 5 settembre 2013, QUI).

AGGIORNAMENTO del 18 aprile 2014:
Il vulcano Ubinas continua la sua attività, che è sempre più forte. Il livello di allerta è passato all’arancione85 famiglie sono state evacuate a causa della gran quantità di cenere emessa del vulcano. Inoltre, sono stati sfollate 188 persone, oltre 120 capi di bestiame e alcuni animali domestici. Come ha sottolineato un funzionario, “Querapi quedó como un pueblo fantasma”, il villaggio di Querapi è come un villaggio fantasma (Maps).

AGGIORNAMENTO del 9 aprile 2015:
Il blog “Culture Volcan” riferisce che ieri, 8 aprile, c’è stata una nuova (modesta) esplosione sul vulcano Ubinas: QUI.

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AGGIORNAMENTI:

  • Vulcano Sakurajima, Giappone: 4 settembre 2013 (foto).
  • Vulcano Sinabung, Nord Sumatra (Indonesia): 16 settembre 2013 (altre info: qui e qui)
    (Aggiornamenti: qui).
    (Aggiornamenti dell’11 novembre 2013: nuove evacuazioni, qui e qui).
    (Aggiornamento del 24 novembre 2013: si intensifica l’attività del vulcano e il livello di allerta è stato elevato al suo massimo, sia per quanto riguarda il sorvolo aereo, sia per l’evacuazione di altri abitanti – potenzialmente altri 15mila; ieri si sono avute almeno 8 esplosioni che hanno provocato ricadute di cenere in numerose città, tra le quali Medan, a più di 50km a nord-est del vulcano: di notte, le ceneri hanno ridotto la visibilità a 20m: foto; anche “Repubblica” vi dedica una galleria fotografica).
    (Aggiornamento del 28 novembre 2013: “Culture Volcan” dice che «Le dernier recensement, terminé hier en fin d’après-midi par les autorités, indique que ce sont au total 16721 personnes qui ont été déplacées et sont actuellement réparties dans 30 sites. L’évacuation semble donc menée à son terme et, jusqu’à ce que la situation évolue (en mieux ou en pire), ce chiffre ne devrait plus trop varier»).
    (Aggiornamento del 31 dicembre 2013 (c’è un video): “La Repubblica” riferisce che per l’eruzione del vulcano indonesiano Sinabung sono state «evacuate oltre 19 mila persone»: il vulcano, in eruzione da mesi, «questa notte ha riversato lapilli e lava sugli abitanti intorno al cratere. […] “Questa notte, 19.126 persone hanno lasciato le loro case e crediamo che questa cifra continuerà ad aumentare”, ha detto Sutopo Purwo Nugroho, portavoce dell’agenzia responsabile per la prevenzione delle catastrofi naturali. Il Sinabung, che era stato in letargo per quasi un secolo, si era già risvegliato in agosto e settembre del 2010»).
    (Aggiornamento del 12 gennaio 2014: gli sfollati dalle pendici del Sinabung sono saliti a 25.516. “Il Post” ha pubblicato una galleria fotografica che su fb ho commentato così: Le immagini delle calamità si somigliano tutte, nello spazio e nel tempo. In alcune di queste fotografie sembra di rivedere degli scorci vesuviani del 1944: la coltre di fuliggine grigia su ogni cosa, le strade impraticabili dagli automezzi a causa del fango, i camion carichi di oggetti privati, le immagini sacre, una certa rassegnata serenità nello sguardo degli sfollati. “Il Giornale della Protezione Civile” del 15 gennaio 2014 parla di 30mila sfollati: qui).
    (Aggiornamento del 1 febbraio 2014: La situazione intorno al vulcano Sinabung si fa ancora più preoccupante: nelle ultime ore ci sono stati 14 morti, riferisce “RaiNews24“).
    (Aggiornamento del 2 febbraio 2014: il “CorSera” ha pubblicato una galleria fotografica titolata “L’eruzione del Sinabung, Sumatra come Pompei” e un video in cui si afferma che i morti sono almeno 15; “Culture Volcan” fornisce molte più informazioni, anche in merito agli sfollati; si veda anche tra i commenti qui in basso).
    (Aggiornamento del 4 febbraio 2014: “RaiNew24” ha pubblicato una galleria fotografica con immagini di preghiere per placare l’eruzione del vulcano Sinabung).
    (Aggiornamento del 12 febbraio 2014: Il Sinabung continua la sua attività eruttiva, sebbene ormai solo effusiva. Intanto, “Les habitants de 4 villages, Batu Karang, Rimo Kayu, Cimbang, Ujung Payung tous situés à plus de 5 km de distance, ont été autorisés hier à retourner chez eux, pour commencer à faire le ménage et recommencer à travailler. Pour les aider, un soutient financier de 6000 roupies indonésienne (0.36€) et 400 grammes de riz leur sera donné pendant 30 jours. Cela reste peu car il faudra des semaines, en espérant que les émissions de cendres ne reprennent pas, pour faire ce nettoyage qui, par ailleurs, demande beaucoup d’effort physique“, QUI).
  • Vulcano Etna, Sicilia (Italia): il 23 novembre 2013 c’è stata la 17esima eruzione dall’inizio dell’anno, con una colonna di ceneri di almeno 3km e conseguente ricaduta di lapilli sulle cittadine circostanti: galleria fotografica, altra galleria fotografica. Un VIDEO interessante della cenere piovuta a Giardini Naxos, Taormina e Letojanni.
  • Vulcano Kelud, Giava (Indonesia), 14 febbraio 2014: Sono morte almeno due persone, in 100 mila sono state evacuate, uno strato di cenere e detriti copre un’area vasta 100 chilometri (“Il Post“, con foto). Ulteriori informazioni (più tecniche) sono su “Culture Volcan“: il numero massimo di sfollati è stato di circa 100.250, alloggiati in 293 rifugi. “RaiNews24” parla di oltre 200mila persone in fuga (con foto).
  • Vulcano Mayon, Filippine, 17 settembre 2014: Circa 24mila persone sono state già fatte evacuare dalle autorità filippine per il pericolo legato alla possibile eruzione del vulcano Mayon, il più attivo dell’arcipelago. Dal cratere infatti ha iniziato ad uscire lava, ma il timore dei vulcanologi è che questo possa essere solo l’inizio di un fenomeno assai più violento dal momento che l’attività del vulcano, alto 2.460 metri e distante 340 chilometri dalla capitale Manila, è in graduale intensificazione. Le evacuazioni sono state imposte nella cittadina di Guinobatan, nella provincia di Albay, dove è stato inviato l’esercito per favorire le operazioni. A rischio ci sarebbero 12mila famiglie, per un totale di 60mila persone. L’attività del Mayon ha fatto registrare ad ora diverse scosse sismiche e dal cratere vengono espulsi frammenti di lava e rocce incandescenti con frequenza sempre maggiore. Negli ultimi 500 anni il vulcano ha eruttato 50 volte, in alcuni casi in modo molto violento e minacciando gli abitanti della zona (Il Giornale della Protezione Civile).
  • Vulcano Fogo, Capo Verde, 26 novembre 2014: ha ripreso l’attività eruttiva da alcuni giorni; il complesso vulcanico ricorda quello del Vesuvio: il cratere sorge all’interno di una caldera, parzialmente circondata dall’ampio arco montuoso dell’antico edificio vulcanico. I villaggi di Portela e di Chã das Caldeiras si trovano, come indicano i toponimi stessi, all’interno della caldera [Gmaps] e in queste ore i suoi mille abitanti, dopo alcuni rifiuti iniziali hanno dovuto evacuare [portoghese] [francese]. AGGIORNAMENTO sulla situazione del vulcano FOGO (27 novembre 2014): Oltre una quindicina di case del villaggio di Portela sono state inghiottite dalla colata lavica del vulcano Fogo, nell’arcipelago di Capo Verde: FONTE.
    La colata lavica del Fogo alle porte del villaggio capoverdiano di Portela, 27 nov 2014

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AGGIORNAMENTO del 14 dicembre 2013:
Dove andare in caso di allarme vesuviano? Il Piano di Emergenza Nazionale redatto nel 1995 prevede dei gemellaggi tra i comuni della “zona rossa” e le regioni italiane (wikipedia), ma con la nuova zona rossa delineata nel 2013 cambiano anche tali gemellaggi, sui quali tuttavia c’è ancora confusione.
Ne ha scritto Angelo Lomonaco sul “Corriere del Mezzogiorno” del 14 dicembre 2013, «Chi vive a Nola va in Val D’Aosta». Dove fuggire se erutta il Vesuvio.
Sulla questione dei gemellaggi ho scritto QUESTO.

AGGIORNAMENTO del 14 febbraio 2014:
E’ stata approvata la nuova tabella dei gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni d’Italia.
Ne ho scritto QUI.

AGGIORNAMENTO del 20 aprile 2014:
Non si tratta di un vulcano, ma di una frana, per la quale è stato evacuato un intero villaggio: in Italia, in Valle d’Aosta, nelle frazioni di Entrèves e La Palud del comune di Courmayeur: “L’aumento delle temperatura ha accelerato l’andamento: per venti minuti è stato chiuso il traforo del Monte Bianco. Il sindaco rassicura: nessuna persona può essere coinvolta nel crollo, attendiamo l’evento naturale con tranquillità“. Più in particolare, “dallo scorso 8 aprile gli 80 residenti di La Palud sono stati evacuati per il “probabile crollo imminente” della frana dal monte La Saxe, che viene monitorata dal 2009” (“Repubblica“, “CorSera“).
VIDEO della frana (1’35”) e testimonianza AUDIO di una sfollata (1’35”).
Il 22 aprile 2014 il capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli, ha rilasciato un’intervista a “La Repubblica” sullo stato della frana: “è una brutta besta” (QUI) ) e il ricercatore Daniele Giordan ha spiegato che “è figlia dell’evoluzione naturale del dissesto” (QUI). Inoltre, qui ci sono 10 FOTO della frana.

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GLOSSARIO e NORMATIVE
Il Dipartimento di Protezione Civile ha diramato una nota in cui sottolinea la differenza tra le definizioni di “stato di emergenza” e di “stato di calamità naturale“. Come viene spiegato, «essi non sono affatto strumenti equivalenti o interscambiabili» e, inoltre, tra loro «non c’è alcun rapporto di dipendenza»:
1) Lo “stato di emergenza” è un istituto previsto dall’art. 5 della legge 225 del 1992, «può avere una durata di 180 giorni prorogabili per altrettanti una sola volta» e consiste nell’insieme dei «primi interventi di emergenza: assistenza alla popolazione, ripristino della funzionalità dei servizi pubblici e delle infrastrutture di reti strategiche, interventi per ridurre il rischio residuo, ovviamente nel limite delle risorse messe a disposizione»; va aggiunta, inoltre, «una ricognizione dei danni, pubblici e privati [da portare] all’attenzione del Consiglio dei Ministri che valuta se e quante ulteriori risorse stanziare proprio per il ristoro dei danni».
2) Lo “stato di calamità naturale“, invece, «è uno strumento legato esclusivamente al settore agricolo: il suo riconoscimento, infatti, avviene per mezzo di un decreto del Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, su proposta della Regione coinvolta».

Località abbandonate dopo una catastrofe

Non sempre le città risorgono da una catastrofe. I casi esemplificabili sono innumerevoli, da quello celebre di Pompei ai tanti villaggi delle montagne calabresi, abbandonati a causa di un terremoto, di una frana, di un’inondazione. In questo post raccolgo informazioni sui casi che mi capita di incontrare nelle mie letture e nelle mie navigazioni sul web.

Comincio segnalando Villa Epecuén, in Argentina, una cittadina che fu fondata negli anni Venti del Novecento nei pressi di una laguna. Dalla metà del secolo divenne una località turistica sempre più prospera, fino al 10 novembre 1985, quando l’abitato fu inondato e distrutto dalle acque. Non morì nessuno perché la città fu evacuata in tempo, ma in seguito all’evento calamitoso, essa fu abbandonata e mai più ricostruita. Maggiori info e, soprattutto, fotografie sono QUI (ma anche qui e qui).

AGGIORNAMENTO del 7 ottobre 2014:
“Il Post” riporta una selezione di fotografie di Romain Veillon, che ha realizzato un reportage sulle rovine di Villa Epecuen, riemersa da un lago – che l’aveva inondata negli anni Ottanta – a partire dal 2009 a causa della siccità: QUI, ma anche QUI e QUI.
PS: altra galleria fotografica de “Il Post” dedicata a luoghi abbandonati (castelli, ospedali, fabbriche, scuole) è quella di Martin Vaissie: QUI (2013).

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AGGIORNAMENTO del 28 settembre 2013:
A volte la catastrofe è la modernità, nella forma di un aeroporto (rumore, incidenti aerei); è quanto accaduto a Goussainville-Vieux Pays (un villaggio agricolo a 20 chilometri da Parigi) con la costruzione dell’aeroporto Charles De Gaulle: 22 fotografie di Charles Platiau sul villaggio-fantasma sono QUI.

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AGGIORNAMENTO del 13 novembre 2013:
Oggi, nel 1985, ci fu una delle eruzioni più potenti del Novecento: l’esplosione del Nevado del Ruiz, in Colombia, provocò una delle tragedie vulcaniche più grandi degli ultimi cinque secoli. Morirono tra le 20 e le 25mila persone [qui], la città di Armerò e altri 14 villaggi furono completamente sepolti dai lahar [qui] e nella memoria collettiva globale c’è l’agonia di Omayra Sanchez intrappolata nel fango [qui]. Qualche giorno dopo la tragedia, Lucia Annunziata pubblicò questo reportage: Armero, un’immensa palude di morte (17 novembre 1985).
Armero non è stata mai più ricostruita e, oggi, le rovine che ne rimangono formano un paese fantasma inghiottito dalla vegetazione, come è possibile vedere tramite StreetView.
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In occasione del 28esimo anniversario della tragedia di Armero del 1985, il website colombiano “Caracol” ha scritto che il vulcano Nevado del Ruiz «es el más vigilado del mundo»: QUI (ne ho conservato traccia anche in questo post).
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Il website “Armando Armero” tiene viva la memoria di quell’evento: QUI. La sua pagina facebook è QUI.

AGGIORNAMENTO del 14 novembre 2014: Fosco d’Amelio ha scritto un articolo sull’Huffington Post Italia per ricordare la tragedia di Armero di 29 anni fa: QUI.
In un commento d’Amelio ha aggiunto: “il discorso di Omayra Sánchez purtroppo è molto complesso. gran parte della storia di Armero si concentra sulla sua figura, simbolo di quelli che non ce l’hanno fatta. in un modo quasi perverso il mito di Omayra continua ad oscurare i sopravvissuti. c’è una complessità nel “dopo” di questa storia che fa paura. L’unico posto che viene ripulito, curato e visitato delle macerie di Armero è il luogo dove morì Omayra, alla cui figura molte persone associano capacità miracolose. Le due personalità più mediatizzate di Armero sono il pilota che scoprì il disastro (che è così stanco di raccontare che non rilascia più interviste) ed Omayra“.

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AGGIORNAMENTO del 21 novembre 2013:
Non sapevo che nei Campi Flegrei nel passato c’era un villaggio che poi è scomparso in seguito ad un fenomeno tellurico. Si tratta del villaggio di Tripergole: «A seguito dell’opera di Pietro da Eboli, il De Balneis Puteolanis (o il De Balneis Terrae Laboris), scritta nel XIII secolo alla corte di Federico II di Svevia, gli Angioini incoraggiarono la popolazione all’uso delle sorgenti flegree a fini terapeutici. Sul Lago Lucrino, presso una piccola collinetta di tufo (chiamata Monticello del Pericolo) su cui essi avevano edificato un castello, sorse ben presto un villaggio chiamato Tripergole. Esso si sviluppò dove più numerose si addensavano le fonti e gli impianti termali romani, proprio a seguito dell’afflusso dei numerosi malati. Il villaggio, oltre ad avere un certo numero di case, aveva una chiesa nel castello (dedicata allo Spirito Santo e a Santa Marta) ed una seconda chiesa dedicata a Santa Maddalena, un ospedale con circa 30 letti fatto costruire da Carlo II d’Angiò con annessa una farmacia, poi tre osterie per i forestieri, ed infine una casina di caccia reale, ed una cavallerizza. Con l’eruzione vulcanica del 1538 la topografia del luogo cambia totalmente: viene cancellato completamente il villaggio di Tripergole con tutti i suoi edifici civili, religiosi e militari; scompare il Monticello del Pericolo; vengono totalmente distrutte o sepolte le antiche sorgenti termali di epoca romana che si trovavano presso il villaggio (da Pietro da Eboli chiamate: Balneum Ciceronis o Balneum Prati; Balneum Tripergula; Balneum Arcus; Balneum Raynerii; Balneum de Scrofa; Balneum de Sancta Lucia; Balneum de Cruce); distrutti per sempre anche i resti della villa di Cicerone chiamata Academia; scompare anche una grande sala termale romana, di forma circolare con sei finestre nella cupola, chiamata “Truglio”; infine, il Lago Lucrino subisce un drastico ridimensionamento, riducendosi ad un decimo di quello che era stata la sua estensione in epoca romana, come appare ancora al giorno d’oggi» (Fonte: Wikipedia).
E’ da ricordare, naturalmente, che un’altra località abbandonata dei Campi Flegrei è il Rione Terra di Pozzuoli, in seguito al bradisismo del 1970.

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AGGIORNAMENTO del 24 novembre 2013:
Cercando informazioni su Gairo e Osini, due paesi dell’Ogliastra abbandonati nel 1951 in seguito ad un’alluvione, ho scoperto “Sardegna Abbandonata“, un website dedicato proprio alle località sarde spopolate per varie ragioni.

Una voce di Wikipedia, inoltre, raccoglie tutte (o, comunque, tante) località italiane abbandonate, ordinate per regione: Città fantasma italiane.
Tra i paesi della Campania è da segnalare San Pietro Infine, in provincia di Caserta: abbandonato in seguito ai massicci bombardamenti della seconda guerra mondiale, dei quali ha conservato memoria il documentario di John Huston “The battle of San Pietro” (che è possibile vedere e/o scaricare QUI).
Un altro paese abbandonato a causa della guerra è Cirella Vecchia (Cosenza), lasciato dai suoi abitanti nel 1806 in quanto bombardato dalla flotta francese durante la “insurrezione calabrese“.

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I “paesi fantasma” sono diventati spesso set cinematografici. Qualche esempio:

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ALTRE LOCALITA’
Oggi, 5 febbraio 2014, è l’anniversario di uno dei terremoti più catastrofici della storia della penisola italiana, quello che nel 1783 devastò la Calabria meridionale e che, ancora oggi, è ricordato come “Gran flagello”. Vi furono tra le 30mila e le 50mila vittime e cambiò addirittura l’orografia del territorio. (Wikipedia).
Alcuni anni fa, durante una campagna etnofotografica tra i rituali della Settimana Santa calabrese, feci tappa anche a Briatico Vecchia, un paese devastato da quella scossa e poi abbandonato dai sopravvissuti. Questi sono i miei appunti di quella giornata: “I ruderi di Briatico vecchia” (16 aprile 2006).
Il 19 febbraio 2014 il blog “INGV Terremoti” ha pubblicato un post storico (e molto interessante) sul sisma calabrese del 1783: “I Borboni di Napoli e il grande terremoto delle Calabrie del 1783“.

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INTEGRAZIONE:
Eleonora Guadagno, che studia la mobilità umana a seguito di catastrofi in Italia, ha scritto l’articolo “Dove la nostalgia diventa un bene comune” (pubblicato da “Lavoro culturale” il 12 febbraio 2014), in cui, osservando i due disastri di Sarno (1998) e di Cavallerizzo di Cerzeto (2005), spiega quanto queste catastrofi generate da una vulnerabilità ambientale e sociale “si tramutano, ancora una volta, in disastri collettivi, minando i beni comuni materiali (l’ambiente) ed emozionali (la memoria e la nostalgia) di una comunità“. E si domanda: “Che cosa succede, però, quando una comunità umana è costretta ad allontanarsi da un luogo? Quali sono i sentimenti nei confronti della vita in quel territorio che ha visto gli alberi crescere, i figli giocare e diventare grandi, ma che in ultimo ha traumatizzato la memoria collettiva? Cosa significa perdere un bene comune? Quali conseguenze a livello immateriale determina questa perdita? Il territorio di una comunità non è solo un luogo, un insieme di elementi che si giustappongono, ma è fatto di beni dotati di significati profondi. Una strada, una scuola, una chiesa, una quercia, una panchina non sono solo parte dell’urbanistica o dell’arredo urbano ma rappresentano un punto di riferimento nella memoria singolare e plurale, tanto nella mappa mentale individuale quanto in quella tramandata in maniera collettiva“.

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INTEGRAZIONE de 2 aprile 2014:
Un particolare tipo di abbandono è quello della fuga dalla galera in caso di terremoto. E’ quanto accaduto la scorsa notte a Iquique, nel nord del Cile, in seguito ad una forte scossa registrata nell’oceano Pacifico: “Tra le conseguenze del terremoto una fuga di massa dal carcere di Iquique, da cui sono evase circa 300 detenute. Il ministro degli Interni, Rodrigo Penailillo, ha precisato che questo è stato l’unico incidente di rilievo registrato finora a causa del sisma, smentendo le voci circolate su presunti saccheggi. E ha annunciato l’impiego dei militari per mantenere l’ordine” (Fonte: Terremoto di magnitudo 8.2 al largo del Cile, tsunami di oltre due metri: cinque morti. Allarme per tutta la costa latinoamericana sul Pacifico e per le Hawaii. Ordinata l’evacuazione delle zone vicine all’epicentro. A migliaia senza corrente elettrica, la presidente Bachelet dichiara lo stato di calamità naturale nelle regioni del Nord, “Repubblica” e “INGV“).

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INTEGRAZIONE:
Il blog “INGV terremoti” ha pubblicato il 26 giugno 2014 la storia del grande terremoto del Sannio del 5 giugno 1688, che rase al suolo i paesi di Cerreto Sannita, Civitella Licinio e Guardia Sanframondi e che provocò enormi danni anche nelle città di Napoli, Avellino e, soprattutto, Benevento. Le vittime furono almeno 10mila. [Si veda anche su Wikipedia].
In particolare, il vecchio abitato di Cerreto Sannita, totalmente distrutto dalla scossa, fu abbandonato e il conte Marzio Carafa, feudatario del paese, «decise di ricostruire la nuova cittadina più a valle, su un terreno considerato più stabile e seguendo criteri di costruzione considerati all’epoca moderni e antisismici: una pianta con strade larghe, isolati squadrati, edifici di 1 o 2 piani, muri di pietre squadrate, ecc.)».

Una veduta odierna dei resti del vecchio abitato di Cerreto Sannita,
raso al suolo dal terremoto del 1688 e successivamente abbandonato (QUI)
.

Sulla ricostruzione del paese sannita segnalo un testo di Billy Nuzzolillo, disponibile online in pdf, intitolato: Cerreto Sannita, un modello di ricostruzione post-sismica (Sannio Press, 2002): «All’indomani del terribile terremoto del 1688 a Cerreto Sannita fu realizzata una delle più belle pagine della storia dell’architettura meridionale».
Dopo circa un secolo, in occasione del terremoto del 1783, i Borbone applicarono ulteriori criteri antisismici che recentemente sono stati considerati ancora validi da uno studio ingegneristico/storico: «Corriere della Sera», 9 settembre 2013, QUI.
(Di prevenzione e misure antisismiche ho scritto e scrivo anche in questo post).

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AGGIORNAMENTO del 21 novembre 2014:
Galleria fotografica di “Repubblica”, 21 novembre 2014, QUI
Sono definiti “villaggi fantasma” perché della vita che un tempo li animava è rimasto solo il segno dei ruderi. Dall’Italia all’America, passando per la Turchia, ecco un viaggio attraverso una piccola parte delle migliaia di luoghi ormai deserti in Italia e nel mondo, disabitati perché colpiti da catastrofi naturali o dimenticati a seguito di guerre. Spesso rivalutati dalle amministrazioni locali, diventano sede di attrazioni e iniziative per i turisti affascinati dalla decadenza e dai segni del tempo. Ma spesso, purtroppo, restano immobili nel loro abbandono, sullo sfondo di altre città, come ricordo delle origini di transfughi costretti a lasciare le loro case. (A cura di Virginia Della Sala)

Le località fotografate, ordinate per Paese:

ITALIA:

  • Craco, provincia di Matera, Basilicata. Il centro storico fu abbandonato intorno agli anni Sessanta a causa di una frana (e completamente svuotato in seguito per un alluvione e il terremoto del 1980). Oggi, completamente abbandonato, è definito una città fantasma.
  • Pentedattilo, Calabria. Adiacente alla Rupe del Monte Calvario, si è spopolato nell’ultimo decennio e la popolazione ha formato un nuovo piccolo centro più a valle. Il borgo ha ripreso vita grazie ai commercianti e gli artigiani locali che vi hanno aperto alcune botteghe.
  • Curon, Bolzano. Più che una città, a Curon (nella provincia autonoma di Bolzano), di fantasma c’è il vecchio campanile sommerso del Lago di Resia. Risalente al 1357, una leggenda vuole che d’inverno si sentano suonare le campane, rimosse intorno al 1950.
  • Valle Piola, Torricella Sicura, Teramo. E’ un paese disabitato dal 1977. Lo spopolamento fu dovuto all’eccessivo isolamento del paese.
  • Roghudi vecchio, Reggio Calabria. Fu abitato fino al 1950. Poi, dopo due alluvioni, fu dichiarata inagibile.
  • Romagnano al Monte, Campania. Abbandonata dopo il terremoto del 1980.
  • Monterano, Lazio. Città fiorente fino al XVIII secolo fu pian piano abbandonata con la perdita della sua importanza commerciale e per diverse dispute e saccheggi. Il castello, fu riprogettato da Gian Lorenzo Bernini nel 1679.

ARGENTINA:

  • Villa Epecuén, Buenos Aires, Argentina. Fu un importante villaggio turistico, ma nel 1985 il vicino Lago Epecuén sommerse l’abitato che iniziò a riemergere solo nel 2009.

FRANCIA:

  • Occi, Corsica. L’ultimo abitante dell’antico villaggio morì nel 1927 e le rovine del paese sono oggi un perfetto punto panoramico sul mare.

GIAPPONE:

  • L’isola giapponese abbandonata Hashima. Dal 1887 al 1974 è stata una base per l’estrazione del carbone sottomarino.

IRAN:

  • Ghalat, Iran. Il villaggio è stato distrutto da un terremoto.

NAMIBIA:

  • Kolmanskop, in Namibia, fu una città mineraria fondata dai tedeschi nei primi anni del XX secolo e poi abbandonata. Oggi è invasa dalla sabbia.

OMAN:

  • Villaggio di Jebel Akhdar, Oman. Un villaggio di montagna abbandonato intorno al 1960 dopo l’omonima guerra.

PORTOGALLO:

  • Indefinito villaggio abbandonato, Portogallo

REGNO UNITO, CARAIBI:

  • La città abbandonata di Plymouth, UK. Situata sulle isole Leeward, fu abbandonata per le eruzioni vulcaniche nel 1997.

SPAGNA:

  • Gallicant, Tarragona, Spagna. Villaggio montano abbandonato.
  • Ochate, Spagna. Fu abbandonato intorno agli anni ’20 e oggi è famoso per presunti fenomeni paranormali legati agli UFO.
  • Villaggio di Peguera, Catalogna.
  • Rodén, Saragozza. Il villaggio fu distrutto durante la guerra civile spagnola (1936-1939).

TURCHIA:

  • Kayaköy, in Turchia. Era abitato da cristiani ortodossi di lingua greca che abbandonarono il villaggio dopo la guerra Greco-turca e il trattato di Losanna del 1923. Oggi è un museo all’aperto con circa 500 case in rovina e chiese da visitare. L’UNESCO ha dichiarato Kadiköy un “villaggio dell’amicizia e della pace nel mondo”.

USA:

  • Frisco, Beaver County, Utah. E ‘stato un campo di minatori attivo dal 1879 al 1929.
  • Orla, Texas. Fu fondata nel 1890, durante la costruzione della Ferrovia della Valle del Pecos. Ha registrato al massimo 250 abitanti e oggi ne restano solo due.

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INTEGRAZIONE del 7 marzo 2015:
Cento anni fa nella Marsica ci fu uno dei più gravi terremoti della storia italiana (oltre 30 mila vittime e ingenti danni in numerosi centri abitati dell’Abruzzo).
Tra le iniziative di questo anniversario c’è la pubblicazione di “Le Radici Spezzate, Marsica 1915 – 2015“, un documentario di Lucrezia Lo Bianco ed Agostino Pozzi, finanziato dall’INGV. La prima parte (di tre) è disponibile da ieri su YouTube e vi sono raccolte memorie – del sisma e, soprattutto, del dopo-sisma – legate al borgo di Frattura, frazione di Scanno (AQ), la cui popolazione, delocalizzata in un nuovo centro, ancora oggi mantiene un forte legame col paese abbandonato (fb e web):

A metà marzo 2015 sono uscite anche le altre due parti de “Le Radici Spezzate”: QUI.

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INTEGRAZIONE del 22 marzo 2015:
Non in seguito ad un disastro naturale, né in conseguenza d’una guerra, ma per un processo di pace e per un ritiro militare, il caso della cittadina israeliana di Yamit, nella parte settentrionale della penisola del Sinai (Egitto), è comunque piuttosto interessante ai fini archivistici di questo post. Aveva circa 2500 abitanti e fu costruita durante l’occupazione israeliana di quel territorio, dopo la Guerra dei Sei Giorni nel 1967, ma fu evacuata nell’aprile 1982 quando l’area fu consegnata all’Egitto in base al Trattato di Pace tra i due Paesi siglato nel 1979. L’insediamento di Yamit fu anche distrutto coi bulldozer perché l’accordo prevedeva che il territorio venisse reso nelle medesime condizioni in cui si trovava prima dell’occupazione. Ulteriori informazioni sono su Wikipedia: english e français. E qui, invece, un video dell’epoca:

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INTEGRAZIONE del 24 maggio 2015:
“Il Post” ha pubblicato un articolo sul libro “North Brother Island: The Last Unknown Place in New York City”, del fotografo americano Chris Payne, dedicato all’isola abbandonata di North Brother, nei pressi del Bronx a New York. L’isola è disabitata da circa cinquant’anni, ma non in seguito ad una calamità, bensì ad una sorta di decadimento progressivo della sua funzione di luogo d’isolamento (per pazienti affetti da malattie infettive).