“Montagna ‘e ‘stu core, te voglio assaje bene”

Punta Nasone, o Ciglio, è la più caparbia delle testimonianze del grande e antico vulcano che un tempo dominava il golfo di Napoli e che una serie di forti eruzioni esplosive – alcune migliaia di anni fa – troncarono e distrussero. Quei cataclismi formarono una caldera al cui centro, come su un piedistallo, oggi si erge il Gran Cono del Vesuvio. L’imponente barriera semicircolare sul versante settentrionale di questo bacino è chiamata monte Somma e, senza apparire troppo enfatico, penso che possa essere legittimamente definito come un vero e proprio scrigno di tesori naturali e culturali.
Ogni anno, il sabato dopo Pasqua vi si tiene un pellegrinaggio chiamato “Il Sabato dei Fuochi” (ogni 3 maggio, inoltre, vi è anche un’altra festa: “Il Tre della Croce”, che quest’anno cade particolarmente vicino alla ricorrenza precedente), a cui ieri ha partecipato anche Ciro Teodonno.

Lo spirito comunicativo e narrativo di Ciro ha in serbo alcuni articoli che trasmettano il senso e il significato della famosa celebrazione. Oggi sul “Mediano” è apparso il primo contributo, relativo ad un incontro preparatorio che l’autore ha tenuto un paio di settimane fa con alcuni dei protagonisti della festa. Da parte sua vi si scorge l’emozione della scoperta, l’attenzione – che a volte è timore – a non interferire eccessivamente con i protagonisti del rito, il saper osservare partecipando, la consapevolezza del grande valore sociale delle tradizioni che in molte aree intorno allo stesso vulcano vanno scomparendo rapidamente. Nell’articolo, però, Ciro lascia che siano gli stessi protagonisti a raccontare il mito di fondazione del culto e le dinamiche del rito, riuscendo così a trasmettere a noi lettori il senso del loro orgoglio di fedeli attivi e responsabili verso una pratica tradizionale che li precede di molte generazioni, anche se sul finale passa anche una certa loro autoassoluzione a proposito dell’impatto ambientale dei festeggiamenti. Emerge, infine, anche quella particolare forma di rispetto – ben più che religiosa in senso istituzionale – nei confronti di una serie di gesti (la benedizione col vino da parte del capo-paranza) e di oggetti (la pertica “fiorita” da donare ai propri cari al ritorno in paese) che sarebbe superficiale e squalificante tacciare come magici o come sopravvivenze arcaiche: si tratta, piuttosto, di azioni dotate di senso particolarmente significative all’interno di quel contesto sociale e che, oggi come ieri, contribuiscono a tenere unita la comunità, a scandire il tempo sociale, a sottolineare e a trasmettere saperi, ruoli, orizzonti.

L’articolo (pubblicato oggi 1° maggio 2011 su “Il mediano“) inizia con il brano che segue e continua al primo commento:

Santa Maria a Castello, la tradizione continua
di Ciro Teodonno

Certo non risulta facile immaginare il Vesuvio come una montagna, anche se, la sua parte più antica, il Somma, viene spesso chiamata così, ‘a Muntagna. Forse perché ha un aspetto meno vulcanico del meglio delineato e riconoscibile Cono, per le sue verdi e umide pendici, per le sue creste irte e frastagliate. Non risulta comunque facile, interpretarlo come monte, poiché la nostra cultura ha in prevalenza trovato il suo sbocco culturale nel vicino mare e di cui ne è pervasa; questo quando l’immagine del Vulcano non viene addirittura annullata sotto una coltre che sfuma tra un colpevole oblio e un’ipocrita rassegnazione. 
La mostruosa urbanizzazione del Vesuvio ha dimostrato poi quanto invisibile potesse essere un vulcano attivo.
La lucida follia degli uomini, fa sì che si continui a non voler vedere; a negare l’esistenza del pericolo reale del Monte Vesuvio. Tanto da sostenere che al di là del Somma la lava e i gas non ci siano mai arrivati, il che forse è vero e in epoche recenti ma si forza così l’interpretazione storica con l’enfasi del luogo comune e probabilmente dell’opportunismo, omettendo il fatto che in passato, la zona settentrionale della caldera fu più volte interessata da flussi piroclastici e colate di fango, che ammazzano, come e più del temuto flusso di roccia fusa, cosa che accadde e con inusitato fragore nel 1631. 

(continua al commento #01)

PS: il titolo del post è una frase del poeta vesuviano Gino Auriemma, scolpita in una pietra lungo un sentiero del monte Somma.
PPS: i prossimi reportage sulle feste del Somma saranno archiviati tra i commenti di questo post.

Sentieri e memoria

L’anno scorso, per alcuni mesi, Ciro Teodonno ha proposto ai suoi lettori de “Il mediano” un reportage a puntate sui sentieri del Parco Nazionale di cui fa parte il paese di SSV. L’iniziativa è stata molto apprezzata, sia per la qualità del racconto (non solo naturalistico, ma anche antropico e, per certi versi, personale), sia perché invoglia ad un tipo di fruizione dell’area protetta la cui comunicazione è, invece, usualmente ostica e lacunosa. Io stesso ho sempre grandi difficoltà a recuperare informazioni sulla sentieristica vesuviana e sui permessi, gli orari, gli ostacoli e così via (website scadente, innumerevoli telefonate agli addetti, uffici chiusi di domenica…).
Tra i commenti a questo post raccolgo tutti gli articoli (e i relativi commenti dei lettori) sugli 11 sentieri (più o meno percorribili), cominciando dallo scritto introduttivo che copio qui di seguito (grassetti miei).

“Il mediano”, 12 aprile 2010 (qui)
PASSEGGIATE VESUVIANE
Ciro Teodonno
“Passeggiate Vesuviane” è una nuova rubrica del nostro giornale, ma anche una provocazione. Saranno presentati degli itinerari utili a conoscere meglio il Parco Nazionale; un atto d’amore in barba alle deroghe delle leggi che intendono ridurlo a discarica.

È consolidata abitudine quella di vantarsi delle proprie bellezze artistiche e paesaggistiche, si fa sfoggio, specie qui da noi, del più retrivo sciovinismo, in special modo, quando qualcuno osa mettere in dubbio l’unicità del nostro territorio.
Talvolta ci si veste anche dei millantati panni di esperto del genius loci, ma andando in fondo, sotto sotto, affiora, alla luce del deleterio ed evidente prodotto del nostro disamore, che queste non son altro che il frutto di una posa, una presa di posizione, che tende a nascondere la nostra ignoranza e la nostra inerzia.
È difficile trovare altrove una simile quantità di luoghi comuni e di false promesse d’amore, come nel caso del Vesuvio e del suo parco nazionale, decantato quale vulcano per eccellenza e poi ridotto a discarica a cielo aperto e non solo adesso che le deroghe alla legge lo sanciscono.
Siccome siamo convinti che amore sia anche e soprattutto conoscenza, abbiamo deciso di presentare con questo speciale una serie itinerari che rendano al meglio la reale immagine del fintamente temuto Sterminator Vesevo.
Lo scopo della serie di articoli che seguiranno, non sarà però quello esplicito di denunciare i mali del Vesuvio che, ahinoi sono tanti (altrove abbiamo già trattato e sembra che purtroppo seguiremo a trattare questi tristi argomenti)! Ma sarà quello, forse presuntuoso ma ben determinato, di stimolare la fruizione del nostro più grande patrimonio naturale. Dare spunti, indicazioni, avvertimenti e tutto il necessario bagaglio informativo per fare una piacevole e consapevole passeggiata o escursione a pochi passi da casa. E, allo stesso tempo, tutelarne l’esistenza con la presenza attiva, civile e consapevole del proprio territorio.
Sarà una relazione-guida in “presa diretta” perché avrà il valore di un taccuino di viaggio, con la pretesa, appunto, di avvicinare il più possibile le persone alla natura vesuviana.
Per lo meno ci metteremo tutta la nostra buona volontà e passione, che spesso, come si sa, è assai contagiosa.
Vogliamo andare in ordine progressivo, come ci illustra la bella mappa che, da neanche un anno, ha fatto pubblicare l’Ente Parco e che finalmente rende onore alla montagna, con la sua legenda turistica ma anche con le sue curve di livello che la rendono gradita ai più esigenti escursionisti.
I sentieri ufficiali sono al momento 11, ma non tutti di facile accesso e percorribilità, e anche per questo tenteremo di volta in volta di analizzarli e di guidarvi nella scelta del percorso migliore o del suo stato di percorribilità.
A seguire gli undici sentieri ufficiali che tratteremo nella nostra piccola guida:

n°1 – La Valle dell’Inferno (qui)
n°2 – Lungo i Cognoli (qui)
n°3 – Il Monte Somma (qui)
n°4 – Attraverso la Riserva del Tirone (qui)
n°5 – Il Gran Cono (qui)
n°6 – La Strada Matrone (qui)
n°7 – Il Vallone della Profica (qui)
n°8 – Il Trenino a Cremagliera (qui)
n°9 – Il Fiume di Lava (qui)
n°10 – L’Olivella (qui)
n°11 – La Pineta di Terzigno (qui)

Altri aggiornamenti:
* Ciro Teodonno, Prospettive verdi per Massa di Somma (qui)

Noi siamo il nostro luogo

In un brano che cito spesso, Vito Teti scrive: «Le nostre sensazioni, le nostre percezioni, la nostra memoria, la nostra vita non possono che essere raccontate e rappresentate rispetto a un luogo. Noi siamo il nostro luogo, i nostri luoghi: tutti i luoghi, reali o immaginari, che abbiamo vissuto, accettato, scartato, combinato, rimosso inventato. Noi siamo anche il rapporto che abbiamo saputo e voluto stabilire con i luoghi».
La prima reazione della maggior parte delle persone a cui chiedo un’intervista per la mia ricerca è di un certo disagio o imbarazzo. Qualche reminiscenza di interrogazioni scolastiche si riaffaccia alla memoria, per cui subito scatta una sorta di “meccanismo di difesa” che porta a schivare la mia proposta e a reindirizzarmi verso qualcuno più “esperto” di loro. Dal canto mio faccio il possibile per non usare il termine “intervista”, che reputo logoro e monodirezionale (nel mio settore, ovviamente), pertanto uso “chiacchierata”, quale in effetti poi si rivela anche agli occhi dei miei informatori.
Studiare la “vita quotidiana” stupisce, evidentemente perché nel “banale” si ritiene non ci sia nulla di interessante: “ma che ti posso dire, io?“, sembrano pensare molti che, anzi, a volte me lo dicono chiaramente. “Io, proprio io, sono una persona semplice, conduco una vita regolare, apro il negozio, sto qui tutto il giorno, frequento solo la mia famiglia o qualche parente… uso l’auto, non vado a piedi; sul vesuvio ci vado quando fa la neve o per una festa di matrimonio… che posso dirti, io?“. Invece a me interessano proprio i dettagli “insignificanti”, quelli in cui posso anche ritrovare me stesso: i miei ricordi in altri luoghi, con altre persone, ma in situazioni simili, con esigenze e legami più vicini di quanto possa apparire ad un primo sguardo. E poi arriva sempre la sorpresa, la particolarità che non ti aspetti, la sfumatura che rende unici ciascuno di noi.

In queste prime due-tre settimane del 2011 ho incontrato molte persone, con tutte ho costruito un bel dialogo, ma tutti naturalmente da proseguire e approfondire. Ho preso anche molti altri contatti e la mia preoccupazione, in questo momento, è di non intasarmi di appuntamenti. Dopo ogni incontro ho bisogno di un certo distacco, di un po’ di silenzio per assorbire ciò di cui abbiamo parlato, ciò che mi è stato raccontato. In questo senso, le ore trascorse in auto per raggiungere SSV o per tornare a casa mia sono una specie di camera di decompressione in cui, a seconda del senso di marcia, preparo o ripenso all’incontro. In autostrada, tra le strade tortuose della mia Penisola e lungo le vie trafficate del vesuviano non è semplice concentrarsi su altro che non sia la guida, ma col registratore acceso conservo i pensieri che mi vengono in mente, magari raccontando in viva voce la giornata alla mia fidanzata al telefono…

Vabbè. Piccoli dettagli, dicevo, episodi minimi, luoghi secondari, pomeriggi d’infanzia… Non sempre li si può evocare “a comando”, allora bisogna coglierli quando si manifestano nel modo più spontaneo. Conosco una persona che ha una grande capacità di riconoscere e comunicare aneddoti, circostanze, sensazioni quasi impercettibili eppure di grande significato e profondità. Costui me le racconta, le colgo dalle sue riflessioni ad alta voce, ma le scrive anche pubblicamente. Di seguito alcuni brani tratti dal suo blog e dal webgiornale con cui collabora.

A proposito di una piccola stradina oggi abbandonata e vandalizzata: “I miei ricordi di bambino mi portano indietro nel tempo, quando andavo in quel casolare a comprare il vino per mio nonno. Ricordo quando m’accoglieva una bonaria vecchietta sdentata che mi affidava al marito, vecchietto troppo alto per reggere il peso del lavoro e degli anni che, perennemente curvo, s’incamminava, accompagnandomi verso la cantina. E questa era la vera sorpresa, si passava prima in un cellario, leggermente al di sotto del livello del terreno ma poi, attraverso un’angusta scalinata scavata nella lava si scendeva verso il basso, alla cantina vera e propria, molto umida ma piacevolmente fresca d’estate. Era illuminata da una lampada da sessanta watt appesa a una piattina bianca che faceva vibrare le ombre al nostro passaggio. Lentamente risalivo alla luce; era piacevole attardarsi e fantasticare con quelle ombre ma il vecchierello mi esortava a sbrigarmi. Chissà se esiste ancora quella cantina“.

A proposito di un’associazione sportiva nata dal basso: “Ricordo ancora quando, tassativamente, prima di cominciare una partita di calcio, all’epoca si riusciva ancora a giocare in ventidue su un campo semiregolamentare, si doveva zappettare il campo di gioco, sradicare erbacce e togliere pietre. Mentre i nostri genitori, accantonate le vicissitudini della quotidianità, si arrovellavano in riunioni fiume nelle proprie case, per la gestione di quel sogno comune, dare uno spazio degno di questo nome ai giovani di via degli Astronauti. Sia ben chiaro, all’epoca, volendo, si poteva ancora giocare a pallone per strada, e addirittura in discesa! Ora però, la cara, vecchia e malandata via, se sei fortunato, forse, riesci solo ad attraversarla“.
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Tra i commenti le versioni complete dei due post citati, più altre informazioni
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Percorsi plurali

Accade spesso che le persone che contatto per la mia ricerca, al momento del nostro incontro mi propongano di fare un giro per il paese. Vogliono mostrarmi i luoghi, dopo che al telefono o per e-mail ho spiegato loro l’oggetto del mio studio. L’appuntamento è davanti alla chiesa o in un bar, generalmente quello equo-solidale. Questo, almeno, finora.
Io, naturalmente, ne sono contento perché osservare le persone nel loro territorio e farselo raccontare percorrendolo insieme era ed è una delle caratteristiche metodologiche che intendo sperimentare. La difficoltà è nel riuscire a raccogliere tutte le informazioni: il discorso segue la strada e lo sguardo spesso viaggia più veloce delle parole, per cui è complicato riuscire a fermarne i tratti essenziali. Sono consapevole che non è quello il momento per essere puntuali, ma mi sto accorgendo di quanto una tale modalità sia importante per un altro tipo di informazioni, quello relativo al modo di muoversi sul territorio, alla padronanza dei luoghi, alle preferenze personali e così via. Mi lascio letteralmente guidare e lascio che l’itinerario sia deciso e illustrato interamente dall’informatore.
Ognuno ha la propria lettura dei luoghi, ognuno mi propone un percorso personale.
Ad esempio, con G.P., un uomo sui sessant’anni, sono andato in giro per il vulcano, salendovi lungo la strada più antica, quella che passa per il borgo collinare di un comune vicino. E’ stata quasi un’escursione biografica, attraversando innanzitutto i luoghi della sua infanzia – quel borgo, appunto – per poi proseguire tra gli spazi e le persone della sua età lavorativa, quindi accanto ai boschi e ai sentieri che invece frequenta adesso da pensionato (anzi, che rifrequenta come da ragazzo) per andare a funghi o per accompagnare amici e nipoti. Ha lavorato come tecnico telefonico e durante la nostra passeggiata mi ha presentato vari amici che hanno le loro attività sulle pendici del Vesuvio: ristoratori, artigiani, venditori di souvenir; tutte persone a cui controllava la linea telefonica e che ancora lo chiamano in caso di qualche imprevisto agli apparecchi. Durante il nostro giro abbiamo fatto sosta all’imbocco di alcuni sentieri o su determinati affacci particolarmente ampi da cui vedere vecchie baracche di fuochi artificiali o l’antica stazione Cook della funicolare, ristrutturata a poca distanza dai decennali cumuli di immondizia di una discarica ormai ricoperta d’erba. Alla fine, così come era cominciata, la nostra escursione si è conclusa a SSV, tra i luoghi del suo quotidiano: la chiesa, il comune, le ottime panetterie…
In una seconda occasione, invece, ho percorso in automobile tutte le strade principali del comune in compagnia di V.C., un imprenditore trentenne che nel tempo libero si occupa di un’associazione molto attenta alla vita politico-amministrativa del paese. Dopo un caffè in centro, dove ci siamo incontrati, siamo andati direttamente nella zona industriale, quella più a valle al confine con altri comuni. Siamo passati accanto ad aziende di vario tipo e ad un paio di locali notturni molto frequentati, ma anche intorno ad un’antica splendida villa settecentesca un po’ malandata e ad un paio di masserie che forse diverranno ristoranti per cerimonie. Ci siamo fermati al cantiere bloccato di un grande albergo e fuori al cancello del parco comunale su cui forse sorgerà una nuova chiesa. In un’altra zona ho visto il terreno su cui qualcuno intende costruire un parcheggio multipiano ed un centro commerciale, e in un’altra – nella zona alta del paese – la strada dove si appartano le coppiette la sera, nei pressi di un maneggio e di alcuni ristoranti da matrimonio. Il giro è terminato in centro, in un paio di zone dove hanno sede alcune associazioni di volontariato come ad esempio la Croce Rossa. La descrizione dei luoghi (e delle loro previste trasformazioni future) era incentrata sull’attualità politico-amministrativa del comune: il mio interlocutore è molto addentro alle questioni locali e conosce provvedimenti e storie che lo rendono un serio competente.
In un altro caso ho incontrato C.T. che, soprattutto attraverso l’impegno giornalistico, frequenta e racconta il suo territorio per mezzo di vari media. Anche lui mi ha proposto di camminare per le strade, ma si era già fatto buio, per cui ho preferito restare a parlare al tavolo di un bar. La sua attitudine da trekker è emersa comunque con grande evidenza: è stato il mio incontro più formale, ma mi ha parlato dei vari luoghi che ama percorrere, sia per monitorarli, sia per continuare a riscoprirli. E’ stato un racconto che dovremo approfondire, ma che mi ha mostrato vari piani di percezione: tra il reale e l’onirico, tra i ricordi e le prospettive future, tra la conservazione e la trasformazione.
Infine, ho parlato con B.C., un giovane e preparatissimo storico locale, che – per ora al telefono – mi ha raccontato dei beni culturali del paese e di alcune vicende arcaiche che possono essere utili a comprendere certe dinamiche attuali. Mi ha molto colpito, ad esempio, la notizia per cui la lava è colata nel territorio di SSV solo in tre occasioni e tutte dopo il 1852, quando per cause geologiche la barriera naturale che protegge l’abitato dal cratere – ovvero la parte più occidentale del monte Somma – si è abbassata rendendo possibile la tracimazione del magma e il suo pericoloso avvicinamento all’abitato. Naturalmente voglio verificare questa informazione con un vulcanologo, tuttavia mi sembra comunque importante (anche se fosse solo parzialmente corretta) se si considera che, invece, il racconto più celebrato narra di una continua e secolare lotta col vulcano fatta di caparbie ricostruzioni post-eruzione da parte degli abitanti: un mito che probabilmente va problematizzato.

In ciascuno degli incontri che ho raccontato in questo post ho avvertito un forte attaccamento al territorio, sebbene in modalità diverse e dando centralità a luoghi differenti. In un caso si trattava dei luoghi dei ricordi, in un altro di quelli del mutamento, in un altro ancora quasi di spazi sensoriali, infine di quelli delle radici. Sono tutti luoghi relazionali, cioè luoghi di scambio e di condivisione dove però il vulcano è presente con pesi diversi.
Ovviamente, la sommaria e provvisoria classificazione che ho appena proposto non è fra compartimenti stagni, ma fra tendenze prevalenti. Il territorio (io preferisco dire il paesaggio) è un testo scritto collettivamente attraverso le generazioni, ma che è letto e interpretato individualmente. Le mie “chiacchierate in movimento” (“intervista” è un termine che mi piace poco, almeno per quanto riguarda il mio lavoro, ma lo spiegherò meglio in un post successivo) mi sembrano un’interessantissima sperimentazione: una forma di dialogo attraverso sentieri non asfaltati e che probabilmente non asfalteremo.