Sul commissariamento dell’Osservatorio Vesuviano

Dalla pagina Fb “Rischio Vesuvio“:

Il 17 febbraio 2016 il Consiglio di Amministrazione dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), a quel tempo presieduto da Stefano Gresta, commissariò Giuseppe De Natale, allora direttore dell’Osservatorio Vesuviano (che è la sede napoletana dell’ente) per «gravissime criticità nella Direzione della Sezione, in ordine all’organizzazione, al funzionamento e alla gestione di vari servizi anche essenziali, al riconoscimento della leadership dirigenziale e al benessere organizzativo della Sezione». La notizia fu data da tutti i giornali campani e nazionali: “Il Mattino“, “La Repubblica“, “Corriere del Mezzogiorno“.
L’attività di monitoraggio dei vulcani Vesuvio e Campi Flegrei non è mai stata a rischio, perché il provvedimento ha riguardato solo aspetti amministrativi, tuttavia per gran parte del 2016 all’interno dell’OV non si è respirata un’atmosfera serena. Per lunghi mesi si è passati tra sospensioni del commissariamento e nuove ri-sospensioni, tra ricorsi alla giustizia amministrativa e attesa del pronunciamento, che è finalmente avvenuto il 12 ottobre scorso. In tale sentenza il TAR Campania ha dichiarato illegittimo il commissariamento [la sentenza è disponibile anche qui], tuttavia De Natale non potrà comunque tornare alla direzione, in quanto nel frattempo è giunta la scadenza naturale dei tre anni dell’incarico. In ogni caso, potrebbe avviare un’azione risarcitoria, che però lui stesso esclude in un’intervista rilasciata ieri a “Il Mediano”.

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Come ci hanno insegnato i filosofi della scienza e gli scienziati sociali, anche la comunità scientifica (o, per dirla con Pierre Bourdieu, il campo della scienza) è attraversata da lotte furibonde al proprio interno: pensare che i ricercatori siano tutti uniti e con lo sguardo teso all’orizzonte della conoscenza è una visione ingenua e falsa, perché in realtà sono altamente competitivi tra loro e, nella gestione del potere, talvolta anche irrazionali o non adeguati al ruolo. Bisognerebbe, dunque, anche domandarsi perché si è arrivati al commissariamento, perché nel febbraio scorso l’Osservatorio Vesuviano abbia ricevuto un colpo così duro, in seguito a proteste e dimissioni [anche qui]. Ciò che speriamo è che questa vicenda, in futuro, serva da lezione per tutti.
Intanto, dagli inizi di settembre il nuovo direttore dell’OV è la dottoressa Francesca Bianco, esperta di sismologia, a cui auguriamo buon lavoro.

INTEGRAZIONE:
La vicenda giuridica accennata nel post è piuttosto complessa e per comprenderla a pieno sarebbe necessario leggere ed ascoltare di più. Per limitarci ai documenti pubblici, ci sembra opportuno segnalare la Delibera del Consiglio di Amministrazione dell’INGV n. 285, del 29 novembre 2016, con la quale le parti si impegnano a «sottoscrivere un accordo transattivo con il Dott. Giuseppe De Natale, [attraverso il quale costui] si impegna a non esperire qualsivoglia azione giudiziaria nei confronti di INGV in merito ai provvedimenti che avevano determinato il Commissariamento della Sezione di Napoli»: pdf [il download è diretto; l’elenco delle delibere 2016 è qui].

Radio Anch’io sul Vesuvio

Stamattina ho condiviso sul mio fb una breve lezione di filosofia della scienza tenuta per TED da Naomi Oreskes, che in premessa esprime un concetto fondamentale:

«Non possiamo quasi mai giudicare gli assunti scientifici da soli. E questo è vero anche per gli scienziati fuori dall’ambito delle loro specializzazioni. Se ci pensate, un geologo non può dirvi se un vaccino sia sicuro oppure no. La maggior parte dei chimici non è esperto di teoria evolutiva. Un fisico non può dirvi se il tabacco provochi o meno il cancro».

Nella mia presentazione su fb ho usato il plurale, “scienze”, perché appunto esistono numerosi ambiti e tante specialità. Sembra un’ovvietà, eppure non è così, allora continuo: tra le tante discipline scientifiche ci sono anche quelle sociali (apertamente disprezzate dal quel genio di Sheldon Cooper, certo), che a loro volta hanno ulteriori specializzazioni: sociologia, psicologia sociale, antropologia culturale e sociale e così via.
Ora, oggi ho recuperato una puntata di due giorni fa della trasmissione “Radio Anch’io” (Rai Radio 1) dedicata al Vesuvio e ad altri vulcani italiani, diffusa in diretta dalla sede storica dell’Osservatorio Vesuviano, con ospiti vulcanologi, esponenti della Protezione Civile e politici regionali. La si può ascoltare in streaming, dura 1h15′.

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Clicca sulla foto per accedere al tweet da cui è tratta.

Tra l’altro, si è parlato anche del rischio vulcanico e della sua prevenzione in area napoletana. Al di là della retorica sull’esistenza del piano di emergenza, dei tempi di preavviso e delle modalità di evacuazione, le difficoltà di attuazione che tutti intuiamo sono dovute, secondo gli intervenuti, sostanzialmente a due fattori: ad un deficit di comunicazione con la popolazione e ad una impreparazione (talvolta definita “inconsapevolezza”) degli abitanti della zona rossa vesuviana. Posto che ciò sia vero (a mio avviso i motivi di preoccupazione sull’efficacia di una fuga di massa organizzata sono anche altri e, comunque, va sottolineato che l’evacuazione non mitiga il rischio, che è una questione del tutto taciuta), ebbene queste non sono cause, bensì prodotti storici.
Ogni disastro (anche se solo annunciato) è tale perché risulta dalla combinazione di tre elementi: l’evento calamitoso (una scossa sismica, un’alluvione, un’eruzione vulcanica…), la propensione al danneggiamento (la vulnerabilità, cioè, ad esempio, come sono state costruite le abitazioni) e la presenza umana (che rimanda alla sfera sociale, psicologica e culturale). Questi fattori hanno solo in parte attinenza con la vulcanologia, perché poi riguardano altri ambiti, come l’ingegneria e, appunto, le scienze sociali. Fa un certo effetto, dunque, sentir parlare di “consapevolezza” o di “fatalismo” chi non ha dimestichezza con tali concetti, col risultato che la puntata riproduce ancora una volta una stigmatizzazione degli “ignoranti” da parte dei “sapienti” (che sapienti non sono in determinati campi), veicolando un’idea della scienza per “fede” e non per “autorevolezza” che continuerà ad erodere la fiducia della gente.
Sarà un problema degli scienziati sociali, evidentemente, che devono partecipare al dibattito pubblico con maggior spirito di servizio, ma è anche vero che sia all’Osservatorio Vesuviano che alla Protezione Civile sono a conoscenza di studi socio-antropologici sul caso vesuviano e sul rischio in generale (a settembre uscirà un numero monografico di una nuova rivista di antropologia applicata, interamente dedicato al rischio e ai disastri). Allora perché continuare ad ignorarli? Davvero possiamo continuare a raccontarci la favola che la gente è indifferente alla natura del territorio in cui vive? Che c’è bisogno di maggiore “cultura del rischio”? Che bisogna comunicare di più? Ma la lingua del posto la conoscono? E le voci locali le hanno mai ascoltate?
La trasmissione avrebbe dovuto prevedere l’intervento di qualcuno che spiegasse perché reagiamo come reagiamo dinnanzi ad un pericolo, perché sembra che ci sia disinteresse rispetto ai catastrofici scenari prospettati, perché il piano di emergenza non è conosciuto (e dunque inapplicabile) e così via. Solo il geologo Fosco d’Amelio, intervenuto telefonicamente sul finire della puntata, ha posto attenzione al “fattore umano”, ma ormai il tempo era in scadenza e, allora, ancora una volta sarà per la prossima volta.