Petrolio nel Golfo: archeologia flegrea e vesuviana in tv

Il 28 luglio 2017 la trasmissione “Petrolio” ha dedicato una puntata al Golfo di Napoli, tra i Campi Flegrei e il Vesuvio, tra storia e attualità. Il documentario dura 1h50′ ed è visibile sul website della Rai:

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Il filmato è visibile anche su Fb, dove è introdotto con le seguenti parole:

Nella prima parte della trasmissione, vengono mostrate in esclusiva le immagini del ritrovamento della tomba monumentale di Pompei nei pressi di Porta Stabia: il monumento funerario è decorato in marmo con la più lunga epigrafe funeraria finora ritrovata. “Una scoperta di straordinaria importanza – sottolinea il direttore generale del Parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna – che aggiunge nuovi tasselli e risposte su come si svolgesse la vita sociale di Pompei, in particolare sui giochi dei gladiatori e sui banchetti per raccogliere il consenso della popolazione“. L’eccezionale documentazione registrata da Petrolio nel febbraio scorso è un’esclusiva mondiale.
Nel corso della stessa puntata Petrolio esplora, con il passo dell’inviato speciale Duilio Giammaria, uno dei luoghi più straordinariamente rappresentativi delle ricchezze e delle contraddizioni d’Italia. Il cosiddetto Petrolio nel Golfo è quello delle bellezze architettoniche delle ville del Miglio d’Oro, delle ricchezze archeologiche e paesaggistiche del Golfo Di Napoli, per la prima volta raccontate nel loro complesso: da Capo Miseno, porto della Flotta Romana, a Baia, la Beverly Hills delle grandi ville romane ora sommerse dal mare, dai Campi Flegrei al Vesuvio, i luoghi in cui eruzioni e bradisismo hanno modellato il paesaggio e determinato la storia.

Sulle immagini di Petrolio a proposito della scoperta pompeiana di una tomba monumentale ne ha scritto anche “La Repubblica“.

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Discarica Vesuvio: una mostra fotografica tra bellezza e crudeltà

Il Vesuvio è una discarica da mezzo secolo e domani, 11 febbraio 2017, questa realtà verrà ribadita con la mostra fotografica “Contraddizioni”, di Antonio Cozzolino. Oggi ne ha scritto Antonio Cimmino su “Il Mattino” e la pagina-Fb “Rischio Vesuvio” vi ha aggiunto qualche considerazione.

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Intorno al Vesuvio il rischio vulcanico e il rischio ecologico sono strettamente legati. Lo sono per varie ragioni:

  1. innanzitutto perché il senso sociale del rischio non è analizzabile come se fosse legato ad una minaccia episodica o isolata, ma va studiato in relazione al contesto, per cui la condizione a rischio va considerata come un tutto;
  2. in secondo luogo perché le varie tipologie di rischio che incidono su un determinato territorio si condizionano vicendevolmente, ad esempio opponendosi le une alle altre o celandosi tra loro (in altre parole, si mettono in atto dei processi di selezione per cui vengono attribuite delle priorità);
  3. infine perché la mitigazione del rischio passa obbligatoriamente per una revisione del rapporto con l’ecosistema.

Sensibilizzare su questa complessità è uno dei compiti che ci siamo dati con questa pagina-Fb, ma sarebbe opportuno e urgente che se ne accorgessero soprattutto le istituzioni, compresa la Protezione Civile.
Intorno al Vesuvio le discariche legali e illegali esistono da mezzo secolo, i roghi di immondizia sono frequenti e asfissianti, le patologie tumorali preoccupano e da tempo si chiede un registro che permetta di monitorare la situazione. Per farvi un’idea, seguite i post taggati “immondizia” su questo stesso blog.
In questo solco, domani 11 febbraio 2017, alle 18h30 presso le Scuderie di villa Favorita ad Ercolano, verrà inaugurata la mostra-denuncia “Contraddizioni”, di Antonio Cozzolino, di cui oggi scrive su “Il Mattino” Antonio Cimmino: «Modelle tra sacchetti neri e materiale ingombrante. O ancora sedute su di un frigorifero al centro di una megadiscarica a cielo aperto in uno dei posti più belli e conosciti al mondo, le pendici del Vesuvio. Bellezza e crudeltà».
Altre info sono sulle pagine-Fb di “Le Scuderie di villa Favorita” e di “Giovani per il Territorio“. La locandina è la seguente (cliccandovi accederete alla pagina-evento su Fb):

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Il pennacchio intossicato del Vesuvio

ssv_incendio-discarica_2015giugno-luglioLo vedi, ti lacrimano gli occhi.
Lo odori, ti pungono le narici.
Lo tocchi, ti si appiccica sulla pelle.
Lo assapori, ti brucia lo stomaco.
Lo senti, sebbene sia silenzioso.
Sì, ne avverti la presenza e non c’è riparo: ti chiudi in casa in questa afosa calura estiva che meriterebbe finestre spalancate e tende mosse dalla brezza, invece lo ritrovi ovunque, impregna tutto con la sua puzza grassa e nauseante.
Fino ad alcuni anni fa i medici di Napoli prescrivevano soggiorni lassù, alle pendici del vulcano, perché l’aria era fresca, buona, pulita, in grado di guarire tutte le forme d’asma e di rigenerare ogni fatica.
Il Vesuvio, uno dei monti più noti al mondo, celebrato per la sua forza e la sua bellezza, teoricamente protetto da un Parco Nazionale e da una “zona rossa”, oggi agonizza. E, con lui, chi vi abita e, soprattutto, chi lo ama.
Inutile ripercorrere la storia di saccheggio e di rapina ai danni del Vesuvio, la conosciamo tutti molto bene. Quel che forse è meno chiaro è che questo è solo l’ultimo episodio, gravissimo, di un disastro di lunga durata che denunciamo da decenni.
Il 30 giugno qualcuno ha appiccato il fuoco alla discarica illegale a cielo aperto dell’area Novelle-Castelluccio, nota a tutti e ripetutamente segnalata. Per almeno quattro giorni l’incendio non è stato domato, per cui sorge il sospetto che questa inefficacia sia un modo cinico e irresponsabile di risolvere un altro problema, quello del periodico smaltimento di un enorme cumulo di spazzatura che altrimenti non si saprebbe dove dislocare e che renderebbe impraticabile quella zona più di quanto non lo sia già.
Proviamo ad andare a ritroso e poniamoci qualche domanda: com’è possibile che non si sia spento immediatamente quel rogo inquinante? Com’è possibile che solo in pochi informino su tale notizia e che, comunque, non si sollevi un dibattito pubblico? Com’è possibile che amministratori e forze dell’ordine non agiscano? Forse loro non ne sentono la puzza e non ne colgono la pericolosità? Sembra davvero strano. Può darsi che attendano un’analisi chimica dell’atmosfera, ma è davvero così burocraticamente necessario un documento scritto, dinnanzi all’evidenza dell’esperienza diretta, sensoriale e mentale che a migliaia hanno vissuto negli ultimi giorni? Ancora, risalendo la catena di cause ed effetti di questo disastro ambientale – per nulla imprevisto ma, al contrario, preparato da tempo – com’è possibile che la località Novelle-Castelluccio, nel comune di Ercolano, ma a ridosso di San Sebastiano al Vesuvio, sia una zona franca dello Stato italiano, un luogo a legalità sospesa della nostra Repubblica? Com’è possibile che da decenni nessuno veda e risolva la piaga criminale dell’abbandono di rifiuti? Cumuli di immondizia d’ogni tipo – domestica e industriale, di risulta e a trattamento speciale – segnano la strada di terra battuta che attraversa quel territorio, la tracciano nel suo andamento dissestato, la inquadrano nella sua tortuosità. Com’è possibile che non sia mai stata fermata la mano di chi là, per negligenza o per interesse, getta scarti di ogni genere e poi, sempre lo stesso delinquente (è evidente) vi va periodicamente ad appiccare il fuoco per liberare spazio a nuovi futuri depositi? Qui sono responsabili tanto l’ecocriminale quanto le istituzioni cieche e indifferenti o, e forse è ancora peggio, vacue e inconcludenti, perché se così fosse, sarebbero anche inutili.
Dalla metà degli anni Sessanta denunciamo la violenza rappresentata dalla grande discarica a cui è stata ridotta questa zona, perché non c’è differenza alcuna tra la “collina del disonore” dell’Ammendola-Formisano e l’attigua corona di pattume di Novelle-Castelluccio: la violenza di questo immenso immondezzaio è ambientale, paesaggistica, sanitaria, biologica; nella sua fattualità è una violenza della criminalità, organizzata o individuale, ma nell’inoperosità delle istituzioni è anche una violenza politica, una violenza contro il buon senso e il senso della misura, una violenza contro la pazienza, il rispetto, la speranza. È una violenza simbolica e concreta che si riproduce da cinquant’anni, sia quotidianamente negli spargimenti occulti, sebbene sfacciati, sia stagionalmente, nella scellerata pratica incendiaria di cui in questi giorni si pagano le conseguenze.
Quel vasto territorio è in piena area naturale protetta e necessita di una profonda bonifica dal punto di vista naturalistico e legale: si tratta di un’urgenza ecologica, nonché di un imperativo morale. A meno che non venga esplicitamente detto che ci troviamo in un’eterna deroga, in un’infinta eccezione.
Quel pennacchio vesuviano intossica, nel duplice senso che possono cogliere i nostri conterranei: avvelena e fa ammalare, ma fa anche arrabbiare, inquina il rapporto con le istituzioni, contamina la convivenza reciproca e alimenta la sfiducia, la disaffezione, la delusione. Quel pennacchio di diossina è lo specchio in cui non vogliamo rifletterci perché temiamo ciò che vedremmo, ovvero i lineamenti di una società tossica e assuefatta, la fisionomia di una comunità – locale e nazionale – né solida (e solidale), né liquida (e resiliente), ma ormai pulviscolare, gassosa, volatile. Con tutta evidenza, è necessario un nuovo metro, un nuovo stile, una nuova filosofia: una ecosofia che ripulisca l’aria, la terra, le falde acquifere, che ridia dignità al paesaggio e ai sentieri, ma che sia anche in grado di ristabilire un principio di equità, di legalità, di misura in questa autolesionistica deriva etica che nessuno sembra in grado di arrestare.

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Un video di Ciro Teodonno:


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Altre pubblicazioni online su questo incendio:

  • “San Sebastiano al Vesuvio News”, 30 giugno: QUI;
  • “San Sebastiano al Vesuvio News”, tre foto dall’interno dell’incendio: QUI;
  • Ciro Teodonno, “Fuoco invisibile“, in “Il Mediano”, 1 luglio 2015: QUI;
  • Ciro Teodonno, “Ercolano: la Terra dei Fuochi e la politica marziana“, in “Il Mediano”, 5 luglio 2015: QUI.

1944-2014: 70 anni dall’ultima eruzione vesuviana

L’ultima eruzione vesuviana, da cui la colata lavica che ha distrutto nel 1944 i due paesi attigui di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma, è nota, raccontata e analizzata in un gran numero di pubblicazioni, da quelle storico-locali ai saggi accademici di scienze naturali, dagli atti dei convegni sul rischio vulcanico fino alle guide turistiche di ampia tiratura.
Anche la letteratura ha narrato quei giorni drammatici tra disastro naturale e disastro bellico, come ha fatto Norman Lewis in “Napoli ’44“:

«19 marzo: oggi il Vesuvio ha eruttato. E’ stato lo spettacolo più maestoso e terribile che abbia mai visto. Il fumo dal cratere saliva lentamente in volute che sembravano solide. […] Di notte fiumi di lava cominciarono a scendere lungo i fianchi della montagna».

Oppure come ha scritto Curzio Malaparte ne “La Pelle” [già qui, su questo blog], di cui segnalo la presentazione video realizzata qualche anno fa da Stas’ Gawronski in “CultBook” (7’52″):

In questi giorni ricorrono i 70 anni di quell’esplosione, l’ultima del ciclo che si aprì catastroficamente nel 1631. Considerata la durata dell’attuale silenzio del vulcano napoletano, gli scienziati ritengono che il Vesuvio sia entrato in quiescenza, ovvero in quello stato che separa tra loro due “periodi di attività” e che, stando alla sua storia eruttiva, probabilmente può essere ancora lungo (in passato è durato anche alcuni secoli).
Per l’anniversario, a Napoli e provincia sono state organizzate almeno due occasioni per ricordare e riflettere su quell’evento: una storico-scientifica, l’altra spettacolare. Entrambe sono previste per martedì 18 marzo 2014.

Il primo appuntamento è presso l’Accademia di Scienze Fisiche e Matematiche (via Mezzocannone 8, Napoli), dove a partire dalle ore 9:30 verranno ricordate due ricorrenze: i 70 anni dell’ultima eruzione, appunto, e i 100 anni della scomparsa di Giuseppe Mercalli, uno dei padri della vulcanologia.
Il programma/invito è questo (anche su fb e sul web):

Clicca sull’immagine per accedere alla versione pdf.

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Il secondo appuntamento è presso il Museo Archeologico Virtuale (via IV Novembre 44, Ercolano), dove verrà proiettato «materiale audiovisivo originale d’epoca, girato dal corpo combattente statunitense e dagli impavidi giornalisti seguito da una carrellata d’immagini selezionate e montate per l’occasione». L’ingresso, per quel giorno, sarà gratuito.
La locandina è questa (anche su fb):

(Clicca sull’immagine per accedere all’evento fb)

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Breve cronologia dell’eruzione vesuviana del marzo 1944:
L’Osservatorio Vesuviano indica, quale data di inizio dell’ultima eruzione, il 13 marzo del 1944, quando un conetto di scorie, accumulatesi all’interno del Gran Cono dopo l’eruzione precedente, collassa a seguito dell’apertura del condotto principale. A distanza di pochi giorni, il 18 marzo, inizia un’intensa attività effusiva caratterizzata dall’emissione di piccole colate laviche lungo il versante orientale e meridionale della montagna e, in seguito, lungo quello settentrionale. In vista degli eventi, è ordinato lo sgombero delle città di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma ed è consigliato agli abitanti di Torre del Greco di abbandonare le proprie abitazioni ormai già investite da una continua pioggia di cenere. La lava, lenta ma inesorabile, raggiunge le due cittadine di San Sebastiano e Massa nella mattina del 21 marzo, devastandole entrambe [Foto + Mappa 1 + Mappa 2]. La parte conclusiva, e più spettacolare, dell’eruzione ha inizio già l’indomani, il 22 marzo, con una violenta attività esplosiva che pone fine all’alimentazione lavica e dà inizio a fontane di lava alte fino a 2 km. A queste fa rapidamente seguito il formarsi di un “pino vulcanico” di ceneri e lapilli che raggiunge un’altezza di circa 6 km, per poi collassare in flussi piroclastici verso Sud-Est, investendo le città di Terzigno e dell’agro nocerino-sarnese. Dall’incontro tra il magma e l’acqua in falda originano, come effetto collaterale dell’eruzione, numerose esplosioni freatomagmatiche associate ad intensa attività sismica, che va progressivamente diminuendo fino a cessare del tutto intorno al 29 marzo.
Nella sola San Sebastiano, il piano stradale si innalza di alcuni metri, circa 600 famiglie rimangono senza casa, gran parte della rete viaria è resa impraticabile e la rete idrica è fatalmente distrutta [fonte]. I danni riportati a seguito dell’eruzione sono di 26 morti nell’area interessata da ricaduta di ceneri e causati dai crolli dei tetti delle abitazioni (a Terzigno, Nocera Inferiore e Sarno), dei due centri abitati di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma in parte distrutti dalle colate laviche e di tre anni di raccolti persi nelle zone coperte dalle polveri vulcaniche.

[Alcuni giorni fa quell’eruzione è stata ricordata anche da Erri De Luca e da Gipi; ne ho scritto qui]

(Le fotografie sono tratte dal web)

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AGGIORNAMENTO del 24 marzo 2014
Il 28 marzo 2014 a Torre Annunziata il Centro Studi Storici “Nicolò d’Alagno” ricorderà l’eruzione del Vesuvio del 1944 con il convegno “Vesuvio: la paura fa 70!”. Saranno proiettate immagini d’epoca tratte dall’Archivio/raccolta fotografica di Vincenzo Marasco e riprese video recuperate da Angelo Pesce negli Archivi alleati:

Clicca sull’immagine per accedere alla pagina-evento su facebook.

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AGGIORNAMENTO del 20 ottobre 2014:
Domani, 21 ottobre 2014, alle ore 10 presso la Biblioteca Universitaria di Napoli verrà proiettato un filmato inedito dell’eruzione del Vesuvio del 1944, girato dagli Alleati. Altre info sono QUI e QUI.

“Vesuvio 1944”, a cura di Angelo Pesce

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vesuviodamareScongiurando l’eruzione reale, da qualche giorno a Napoli è possibile vivere un quarto d’ora di quella, virtuale, del 79 dC. La spettacolarizzazione del Vesuvio continua con un film in 3D. Eccone la presentazione tratta dal website ufficiale:

«Nella Stazione Marittima di Napoli, al centro di Napoli, tra terra e mare, il Teatro Multimediale i3D/multiD, invita, grandi e piccini,  a rivivere una grande esperienza immersiva,”VESUVIODAMARE”.  Come una macchina del tempo capace di trasferirci in altre epoche, un sofisticato impianto di multiproiezione stereoscopico consentirà di rivivere tutte le fasi della spettacolare eruzione  del Vesuvio del 79 d.C. che ha provocato la distruzione delle città di Ercolano e Pompei.
Una nube nera e terribile, squarciata da guizzi serpeggianti di fuoco, si apriva in vasti bagliori di incendio: erano essi simili a folgori, ma ancora più estesi […] Dopo non molto quella nube si abbassò verso terra e coprì il mare […]. Cadeva già della cenere, ma ancora non fitta. […] Scese la notte, non come quando non v’è luna o il cielo è nuvoloso, ma come quando ci si trova in un locale chiuso a lumi spenti. Udivi i gemiti delle donne, i gridi dei fanciulli, il clamore degli uomini: gli uni cercavano a gran voce i genitori, altri i figli, altri i consorti, li riconoscevan dalle voci; chi commiserava la propria sorte, chi quella dei propri cari: ve n’erano che per timore della morte invocavano la morte […]. (Plinio al suo amico Tacito)
Lo spettatore sarà avvolto da un senso di assorbimento e “immersione” sensoriale  e le immagini tridimensionali sembreranno uscire dallo schermo ed entrare nell’ambiente dove  egli si trova.
Il Teatro Multimediale sarà a servizio della cultura e delle imprese in quanto  può essere uno scenario ideale, declinabile secondo le diverse esigenze. E’ possibile realizzare proiezioni 3D su tematiche: culturali, mediche, artistiche, meccaniche,  etc…  Sofisticati proiettori multipli garantiscono una qualità video in alta risoluzione e luminosità su tutto lo schermo  cinematografico».

Altre e ulteriori info sono tra i commenti di questo post.

AGGIORNAMENTO (31 ottobre 2013):
La spettacolarizzazione del Vesuvio è internazionale. Ieri Neil MacGregor, direttore del “British Museum” di Londra, ha presentato “Pompei”, un vero e proprio “evento cinematografico” che sarà nelle sale solo il 25 e il 26 novembre 2013, basato sulla mostra “Life and death in Pompeii and Herculaneum“. Ulteriori info, QUI.

AGGIORNAMENTO (7 gennaio 2014):
La società DigitalGlobe (specializzata in foto satellitari) ha promosso un concorso fotografico su Facebook in cui ha vinto la foto «Il Monte Vesuvio visto dal satellite». “Il Mattino” titola: Concorso sul web, la foto del Vesuvio dallo spazio è la più bella al mondo: «Come si legge sul sito ufficiale, in 28 giorni ben 30mila persone hanno votato gli scatti provenienti da ogni angolo del mondo. Tra gli scatti in gara anche la reggia di Versailles, Aleppo, il vulcano Manam in Papua Nuova Guinea e il fiume Colorado».

Il rischio vulcanico e quello ecologico

SSV – cittadina definita dai suoi stessi abitanti ordinata e pulita, almeno rispetto ai comuni confinanti – è sovrastata non solo dal cratere del vulcano, ma a partire dalla seconda metà del Novecento anche da una enorme discarica di immondizia, la “Ammendola-Formisano”; una volta colmatasi l’omonima cava della zona alta del comune di Ercolano, con il progressivo accumulo di rifiuti è andata formandosi una vera e propria collina, la cui crescita è stata arrestata solo alla fine degli anni ’90. Sebbene la discarica sia ufficialmente dismessa, gli abitanti della zona ritengono che rappresenti ancora una minaccia alla salute, sia perché non è mai stata bonificata, sia perché è (stata) oggetto di continue deroghe: nel primo decennio degli anni Duemila, infatti, è stata riaperta ben due volte per far fronte all’emergenza napoletana e campana.
Il riferimento alla “Ammendola-Formisano” e ai suoi effetti (fetore, malattie, inquinamento) è emerso in molte delle interviste raccolte, spesso accompagnato dal contrasto con la virtuosità della raccolta differenziata sansebastianese (una delle più efficienti della provincia). Il frequente affiorare di tale argomento dai discorsi dei miei interlocutori, chiamati ad esporre il loro personale rapporto con il territorio, sembra concentrarsi in un luogo specifico dalle valenze simboliche (per di più vi si è sviluppato un piccolo culto popolare per la presenza di statuine, rosari e santini depositati in un incavo della roccia). Si tratta di una controversa fumarola, la “più bassa” del Vesuvio, a circa 1,5 km dal centro abitato di SSV. Sulle sue origini non c’è unanimità di pareri né tra i geologi, né tra gli amministratori: per qualcuno è un residuo del calore magmatico del 1944, per altri lo sfogo dei gas prodotti dalla discarica che dista poche centinaia di metri in linea d’aria.
Personalmente ritengo che, al di là della sua natura, la presunta fumarola rappresenti in maniera paradigmatica la compresenza – forse la commistione – tra due dimensioni del rischio, vulcanico ed ecologico, entrambi effetti di una modernità che in area vesuviana “esplode” dopo l’ultima eruzione del 1944. Il rischio è una condizione della società contemporanea (Beck, Giddens, Bauman) e, nel caso specifico vesuviano, è frutto di una rapida urbanizzazione lungo le falde del vulcano e di un aggressivo sfruttamento del territorio, prima con le cave estrattive, poi con il loro riempimento di rifiuti. A “certificare” l’esistenza di questa doppia insidia, nel 1995 sono stati istituiti due strumenti legislativi che potrebbero essere definiti come volti a difendere rispettivamente l’uomo dal vulcano (la Zona Rossa) e il vulcano dall’uomo (il Parco Nazionale del Vesuvio).
Al processo di scotomizzazione con cui gli abitanti rispondono al discorso sulla catastrofe annunciata (che altrimenti schiaccerebbe le loro vite in un angoscioso “non-esserci”), interviene principalmente l’ambiguità tra allarmismo e rassicurazione («il Vesuvio è il vulcano più pericoloso del mondo», ma è anche «il più monitorato sul pianeta»), supportata dalle nuove perimetrazioni del territorio, dai discorsi scientifici e mediatici, dalle scelte urbanistiche, da eventi storici particolari e da dinamiche politiche ed economiche.
L’aria pulita di SSV, che un tempo veniva raccomandata dai medici napoletani come cura ai propri pazienti, oggi è una preoccupazione: se la brezza spira in senso sfavorevole, il lezzo della «collina del disonore» (la discarica “Ammendola-Formisano”) o anche di altre realtà industriali («ieri ci siamo dovuti chiudere dentro per il fumo delle caldaie che il vento soffiava verso di noi», mi ha detto recentemente un testimone) costringe a ritirarsi in casa e a (pre)occuparsi della più imminente e quotidiana questione ecologica, rispetto al rischio vulcanico, ritenuto invece invisibile (le fumarole sono residuali e, comunque, osservabili esclusivamente in cima al cratere in giornate piuttosto fredde), impercettibile (se non alle sensibili strumentazioni scientifiche) e prodotto solo in termini di sapere (scientifico o anti-scientifico).
Come osserva Françoise Zonabend a proposito degli abitanti di La Hague – la “penisola nucleare” della Normandia –, «in questo contesto di modernità, […] gli stretti rapporti che la gente aveva con la natura si stanno rompendo. Il tempo, il vento, la pioggia e la nebbia, le nubi, le tempeste e i temporali, tutti questi fenomeni naturali di cui si lamentano rivelano, di fatto, che una civiltà, la loro civiltà, sta morendo».

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Queste sono riflessioni in itinere e da affinare, quindi da considerare assolutamente provvisorie e parziali.

Ma ho deciso di inserirle qui sul blog per le suggestioni ricevute da un articolo – pubblicato ieri da Ciro Teodonno sul “Mediano” – relativo alla voce che circola a SSV in questo periodo: una nuova presunta (e anche questa controversa) fumarola sarebbe emersa nella stessa zona di quella cui ho fatto riferimento: «ci siamo recati sul posto, che per altro conosciamo molto bene, per verificare di persona se ci fossero nuovi vapori all’orizzonte ma nulla di tutto ciò, solo una fessura incrostata e dal chiaro segno di una recente visitazione di qualche curioso, il tutto, a poca distanza dalla fumarola ufficiale, adibita ad edicola sacra da alcuni devoti del luogo». [Continua tra i commenti].

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AGGIORNAMENTO del 9 novembre 2013:
Antonello Caporale ha pubblicato un reportage (“Il Fatto Quotidiano”, 9 novembre, 2013, QUI) intitolato: Napoli, la Terra dei Fuochi: aria infetta, rifiuti e tumori attorno al Vesuvio. Viaggio nel cuore di una Campania alla ricerca di un riscatto impossibile tra edilizia selvaggia, criminalità e camorra. “Sono scappata da Afragola, non riuscivo a respirare”, spiega una giovane. Il geologo Benedetto De Vivo: “Stanno costruendo l’ospedale del mare dove, nel caso dovesse esserci l’eruzione, il flusso piroclastico, queste tremende bombe di terra e cenere, si riverserà. Si può essere più sciagurati?”.
Tra le altre testimonianze, il giornalista inserisce una battuta dell’antropologo Marino Niola.

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ALTRI AGGIORNAMENTI:

  • 26 ottobre 2013: manifestazione a Napoli contro la “Terra dei fuochi” (locandina) (“Il mediano”, 27 ottobre 2013, qui).
  • 9 novembre 2013: conferenza a Massa di Somma sull’incidenza di tumori nell’area vesuviana, promossa dal comitato di cittadini “Liberiamoci dal male” (“Il Mattino”, 5 novembre 2013, qui; “Il mediano”, 10 novembre 2013, qui [QUI].
  • 16 novembre 2013: manifestazione a Napoli (titolo: #fiumeinpiena) [Copia del comunicato di alcune associazioni che vi hanno partecipato: QUI].
  • 10 dicembre 2013: scoperte esalazioni tossiche a ridosso del PNV (“La Repubblica“).
  • 21 settembre 2014: raccolta di firme ad Ercolano contro la discarica Ammendola-Formisano [QUI, col testo della petizione].

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AGGIORNAMENTO del 23 febbraio 2014:
Il telegiornale regionale della Campania del 23 febbraio 2014, delle ore 19.00, ha trasmesso un servizio sulla discarica Ammendola-Formisano di Ercolano. Questo è il video:


Di questa situazione ne ha scritto anche l’Ansa (23 febbraio 2014) e Il Mediano (24 febbraio 2014).

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Anche oggi, 24 febbraio 2014 (h14), il TGR Campania ha dedicato un servizio (1’19”) alla discarica Ammendola Formisano, in pieno Parco Nazionale del Vesuvio:

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AGGIORNAMENTO del 24 marzo 2014
Ciro Teodonno riferisce di un convegno indetto due giorni fa da PD di Ercolano per affrontare il problema delle discariche: «molti dubbi e poche certezze» (QUI).

Monnezza: la storia infinita

Una storia delle discariche vesuviane dev’essere ancora scritta. Forse questa assenza è dovuta al peso della cronaca, troppo urgente e drammatica per consentire una qualsiasi riflessione più pacata. Personalmente, però, sento l’esigenza di un’analisi storica del fenomeno; e credo che potrebbe riservare delle sorprese, come ad esempio quella sull’età del problema.
La produzione dei rifiuti e la gravosa questione del loro smaltimento è un effetto della modernità, cioè – nel caso specifico vesuviano – della violenta urbanizzazione subita dal vulcano dopo la sua ultima eruzione. Con tutta evidenza, dunque, non si tratta di un problema degli ultimi 15-20 anni, ma almeno dell’ultimo mezzo secolo.
Nei cataloghi on-line delle biblioteche e delle librerie non ho trovato testi soddisfacenti. Ci sono La casta della monnezza (di De Stefano e Iurillo, 2009), Spazzatura. La prima guida mondiale al trash (di Salza, 1994), Monnezza. Viaggio nella spazzatura campana (di della Ragione, 2006), Il ciclo vizioso dei rifiuti campani (di Gribaudi, 2008) o alcuni testi di Jeremy Rifkin, ma sono tutti troppo generali o lontani dal caso di cui mi occupo.
Sul web l’articolo più vicino alle mie esigenze è di Maurizio Fraissinet (già Presidente del Parco nazionale del Vesuvio e Vicepresidente di Federparchi) pubblicato dal Gazzettino Vesuviano, il 7 novembre 2010:

Le discariche sul Somma-Vesuvio: una lunga storia che parte da lontano
di Maurizio Fraissinet

La vicenda della, ma è meglio dire delle discariche sul Vesuvio e sul Monte Somma prima, e nel Parco nazionale del Vesuvio poi, è una storia lunga che a mio giudizio va assolutamente conosciuta per capire tante cose,ma soprattutto la superficialità e l’ignoranza con cui troppo spesso, per non dire quasi sempre, si agisce nell’approccio ai problemi ambientali e alle conoscenze del territorio. Ne parlo perché di tale vicenda mi sono interessato a lungo negli anni ’80 come militante e dirigente del WWF Campania e della Sezione WWF dei Comuni vesuviani, negli anni ’90 nel mio ruolo di consigliere regionale dei Verdi nel consiglio regionale della Campania prima e di Presidente dell’Ente Parco nazionale del Vesuvio poi, e nel corso del primo decennio del 2000 allorquando ho fornito il mio contributo tecnico (da zoologo) a confutare punto per punto le deliranti valutazioni di incidenza prodotte dal Ministero dell’Ambiente nel tentativo, che spesso è caduto nel ridicolo, di giustificare l’assenza di danni ambientali delle discariche nel territorio del Parco. Mi sento quindi in dovere di manifestare una mia testimonianza su questa triste e “sporca” storia. E’ bene però iniziare capendo come le discariche sono arrivate nel vesuviano. Si perché sul Monte Somma e sul Vesuvio fino alla metà degli anni ’90 erano presenti tre discariche regolarmente autorizzate e in piena attività. La storia di come si sono avviate tali discariche è un po’ fumosa, confusa e incerta in considerazione del fatto che origina nel dopoguerra, e in una maniera probabilmente priva di ogni forma di autorizzazione iniziale e di controllo da parte delle autorità che già allora non mostravano alcun interesse per il territorio. Le discariche del Monte Somma hanno un’origine prevalentemente rurale, nel senso che alcuni allevatori di maiali, nel dopoguerra, iniziarono a raccogliere scarti alimentari (oggi li chiameremmo “umido”) per alimentare i loro maiali. Con l’avanzare del benessere degli italiani, conseguente al boom economico del dopoguerra, aumentò a dismisura la produzione di rifiuti, questa volta non solo di tipo alimentare, ma anche, e soprattutto di materiali nuovi non riutilizzabili: plastiche, vetro, carta, imballaggi vari. Chi raccoglieva rifiuti, come mi è stato riferito, non aveva certo un’anima santa e pia (la camorra, ricordiamolo, nella prima metà del ‘900 e fino al primo dopoguerra era soprattutto rurale), intuì il business che ne poteva derivare e cominciò a mettere a disposizione le ampie “buche” in cui raccoglieva l’”umido” per ospitare quello che oggi chiamiamo il “tal quale”, ovviamente senza alcuna preoccupazione di natura ambientale, sulle sorti del percolato (e che cos’è?) e via dicendo.

[continua al commento #01]

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[Nei commenti successivi altri articoli con qualche spunto storico e con qualche analisi medica]