Una città tra i vulcani. Rischio multiplo e prevenzione istituzionale a Napoli

Durante una conferenza tenuta il 3 marzo 2006, il filosofo Biagio De Giovanni citò lo scrittore Raffaele La Capria, secondo il quale “Napoli è città della decadenza“. Il contesto in cui venne pronunciata questa frase fu un convegno dai Radicali di Napoli sul rischio Vesuvio (uno dei tanti, nel corso degli ultimi decenni, proposto da quella compagine politica). Le parole di La Capria sono un ottimo sfondo per una questione enorme che, con fatica, si tenta di far emergere nel dibattito sociale, culturale e politico in merito al rischio cui è esposta la città: come ridare un futuro a Napoli, deviando dal percorso attendista cui sembra essersi adagiata negli ultimi decenni, ovvero uscendo da un pantano che ha paralizzato menti e gesti.
Una selezione di interventi di quella giornata del 2006 è stata riproposta il 22 giugno 2017 su “Radio Radicale”: in una trasmissione di oltre 2 ore, curata da Aurelio Aversa, si sono susseguite le voci di Marco Pannella, di De Giovanni, appunto, e di Giuseppe Luongo e Aldo Loris Rossi. E’ possibile ascoltare tutto cliccando qui:

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A mia volta, propongo la trascrizione di alcuni brani delle relazioni di questi ultimi due. Le parole di Luongo e di Rossi, infatti, sono particolarmente adatte per introdurre un articolo che ho firmato insieme a Clementina Sasso per “Napoli MONiTOR”, il 15 giugno 2017, in cui affrontiamo il rischio multiplo della città di Napoli, e di cui farò una presentazione più ampia dopo le due citazioni.

Giuseppe Luongo, vulcanologo (dal minuto 35’30”):

Abbiamo un primato, quello di avere il rischio vulcanico più elevato al mondo. La mitigazione del rischio non solo è un impegno morale e sociale, ma è anche un buon affare, perché possiamo vedere che la riduzione del rischio attraverso una pianificazione dell’uso del territorio – e quindi riducendo l’esposizione del territorio all’evento naturale – riduce l’impegno economico del Paese quando avviene un’emergenza. Se noi scegliamo l’emergenza come unico obiettivo, noi spendiamo almeno il 20% in più di quanto è possibile risparmiare con la pianificazione. […] Perché questo territorio è a rischio? Per la sua natura, innanzitutto: da Ischia alla Penisola Sorrentina è una sorgente di pericolosità. Per pericolosità ci riferiamo all’evento naturale, cioè alla probabilità che possa verificarsi un evento che produce un danno […]. Ebbene, seppur la pericolosità – cioè la probabilità che avvenga un evento – sia bassa in alcuni periodi, il rischio è alto perché è alta la vulnerabilità del territorio, cioè è alto il valore esposto. Tutto ciò significa che, qualora si verificasse un evento, il rischio è il prodotto della probabilità che accadrà l’evento e dei danni possibili che possono realizzarsi: i danni crescono se è alta la vulnerabilità e se è alto il valore esposto. Siccome vulnerabilità e valore esposto sono alti, anche la pericolosità può essere un po’ più bassa, il prodotto risulta comunque molto elevato. Il nostro obiettivo, quindi, è mitigare il rischio attraverso: 1) la riduzione della vulnerabilità del territorio (del costruito, dell’urbanizzato), 2) la riduzione del valore esposto dei territori.
Uno dei problemi, dunque, è come ridurre la vulnerabilità del territorio: come si riduce? Si riduce con una pianificazione dell’uso del territorio: ricerca scientifica alla base, forte conoscenza del comportamento del territorio, e contromisure. […] In altre parole, bisogna ridurre il livello di vulnerabilità del territorio e il numero di abitanti. Quindi, il problema della città di Napoli va risolto in un contesto territoriale molto più ampio: se non si legge questo fenomeno ad un livello almeno regionale, noi non lo risolveremo mai.
Il rischio è anche una grande occasione perché, attraverso la considerazione del rischio, possiamo attrarre risorse per la trasformazione del territorio. Quindi, non è solo un guaio, ma può essere anche un volàno […] ma è necessario canalizzare le idee, cioè avere un progetto che attragga abitanti in zone meno pericolose e, nelle zone più esposte, che recuperi uno sviluppo compatibile (coinvolgendo dunque il Parco Nazionale del Vesuvio, parchi archeologici, attività di alta formazione, turismo avanzato… attività produttive molto soft e poco hard, perché è il cervello ciò che deve produrre e non la fabbrica, in questi casi). Se noi riusciamo a fare un’operazione di questo genere – in 25-30 anni si può anche fare, come elaborazione generale – qui arriva una quantità di quattrini che fa paura. Soprattutto, c’è un progetto, c’è futuro, non c’è attesa.

Aldo Loris Rossi, urbanista (dal minuto 50’12”):

Chi ha modo di girare per l’area metropolitana napoletana può constatare un livello di degrado che non ha paragoni né in Italia, né in Europa. Per avere un minimo riferimento dimensionale, ricordo che la Campania ha la stessa popolazione della Norvegia, della Finlandia e della Danimarca, però concentrata su un’area estremamente più piccola. Pensate che nella provincia di Napoli c’è una densità abitativa di 2800 abitanti per km quadrato, cioè 4 volte quella di Roma, 9 volte quella di Firenze e 10 volte quella di Palermo. Abbiamo, quindi, una densità abitativa esplosiva. Aggiungete, poi, che il territorio è piccolissimo: pensate che la distanza da Napoli a Caserta è di soli 20 km, cioè quanto l’isola di Manhattan, quanto il diametro del Raccordo Anulare di Roma, sicché Caserta e Napoli sono sul Raccordo Anulare di Roma! Pensate che la provincia di Napoli è due terzi del solo comune di Roma.
Allora, in questa condizione disastrosa, è evidente che occorre una strategia strutturale per modificare questa realtà. […] Qui occorrono quattro rivoluzioni intrecciate: occorre una rivoluzione etico-politica, senza la quale non è possibile fare un passo in avanti; occorre una rivoluzione economica, cioè una transazione dalla struttura produttiva tardo industriale a quella post-industriale; occorre una strategia di riequilibrio ambientale; occorre costruire, infine, uno scheletro portante a questo sistema invertebrato, che è quello dell’area metropolitana di Napoli.
I dati sono precipitati negli ultimi 60 anni. Pensate che nel 1945, in Italia, circolavano 300.000 auto; oggi ne abbiamo 40 milioni. Pensate che la rete autostradale del 1945 era di 479 km; oggi siamo a 6.000 km. Per quanto riguarda i vani costruiti, nel 1945 avevamo 35 milioni di vani residenziali; oggi ne abbiamo 120 milioni. Questi dati ci impongono di prendere coscienza di una situazione incontrovertibile: i problemi di Napoli non si possono risolvere all’interno del confine comunale. […]

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Venendo all’articolo mio e di Clementina Sasso, ecco come lo ho presentato in altra sede:

Da due anni la pagina Facebook “Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci“, che curo con Clementina Sasso, riporta (talvolta “traduce”) notizie sul rischio geologico dell’area vesuviana e flegrea, tentando di alimentare un dialogo costante con i residenti nelle zone rosse (e, più in generale, con gli utenti di questo media).
Alcuni giorni fa abbiamo fatto un passo avanti, avviando una collaborazione con “Napoli MONiTOR“: il nostro obiettivo è di proporre periodicamente delle analisi più ampie, rispetto ai post su Fb, in merito al rischio dell’area napoletana. Differenziando i linguaggi e moltiplicando le piattaforme, la nostra ambizione è che il tema del rischio (vulcanico, sismico, ma pure ecologico, sanitario…) cresca nella collettività, così da farne un argomento politico in senso pieno.
Il primo contributo è uscito la settimana scorsa e riguarda soprattutto Napoli, bellissima e millenaria città che, sorta tra i Campi Flegrei e il Vesuvio, negli ultimi decenni è divenuta una metropoli che ha abbracciato e, anzi, inglobato entrambi i vulcani. Oltre ad analizzare il contesto urbano e gli strumenti istituzionali attualmente in atto, ci siamo spinti ad indicare alcune strade da percorrere. Discuterne pubblicamente sarebbe per noi un gran risultato.
Il testo è pubblicato in una sezione speciale di “Napoli MONiTOR”, intitolata “Lo stato della città”, ossia la versione digitale – in continuo aggiornamento – di un libro collettivo uscito nel 2016.
Inutile dirvi quanto ne sia contento.

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La pagina-Facebook di “Napoli MONiTOR” ha presentato il testo pubblicando questa anteprima:

Oltre al livello essenzialmente tecnico dell’evacuazione, in una futura emergenza vulcanica di Napoli – sia sul versante flegreo che su quello vesuviano – si dovrebbero considerare almeno altri tre piani, tutti da costruire ora che – come si dice nell’ambiente del risk management – è “tempo di pace”. Andrebbe intanto fatta una riflessione su quello che Escobar, Sachs e altri hanno definito “post-sviluppo”, una sorta di strumento critico di ripensamento e ricollocazione. L’invito, cioè, è a considerare lo sviluppo come un fenomeno storico emerso nel secondo dopoguerra in quanto espressione della modernità e del capitalismo, dunque coi suoi eccessi e azzardi. Ciò significa avviare politiche di mitigazione del rischio, che sono difficili, di lungo periodo e che richiedono enorme coraggio politico in varie sedi istituzionali, ma che rappresenterebbero anche la presa di coscienza che l’esposizione attuale degli abitanti che vivono nelle zone rossa e gialla è stata costruita – si potrebbe dire edificata – nel corso degli ultimi decenni.
In secondo luogo, bisognerebbe cominciare un dialogo – quotidiano e continuo – con la popolazione: oggi ne abbiamo i mezzi, per esempio attraverso il web, ma con un’attenzione maggiore rispetto a quella osservata nel paragrafo precedente. Posto che sia fondato e fattibile, infatti, il piano di evacuazione ha qualche possibilità di successo solo se è conosciuto e condiviso, ossia ri/elaborato insieme a chi ne è direttamente coinvolto, i residenti; altrimenti sarà – come attualmente è – non solo ignorato, ma rifiutato.
Infine, sarebbe opportuno iniziare una governance del territorio che promuova la partecipazione e la sussidiarietà: a Napoli, come intorno al Vesuvio e nei Campi Flegrei, ci sono moltissime persone che hanno voglia di fare e che già ora si prendono cura del territorio. Questo, però, accade al di fuori delle istituzioni, in piccoli gruppi di amici, in associazioni talvolta sconosciute: sono comunità di scopo che rappresentano enormi risorse di cittadinanza attiva, interi pezzi di città che vanno coinvolti e messi in rete. Se non si vuole scivolare nell’illusione di far apparire fattibile un piano di evacuazione che metta in salvo centinaia di migliaia di persone in poche ore, anzi se non ci si vuole prestare a una pericolosa forma di “rassicurazionismo” di massa che allontana la consapevolezza e fa abbassare l’attenzione, è ora di cominciare a considerare “beni comuni” anche talune immaterialità, come, appunto, la sicurezza collettiva.

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Come ho commentato sotto un’altra condivisione, tengo a precisare che:

il Piano di Emergenza (a qualsiasi livello venga applicato) non ha il compito di comunicare, così come – a rigore – non ha quello di mitigare. Sono due punti, infatti, che ritengo debbano essere considerati e sviluppati dalla politica (e, Clementina ed io, nel testo non ne abbiamo fatto riferimento in merito alla Protezione Civile o, chessò, al campo scientifico: ne abbiamo parlato discutendo del website dell’Amministrazione Comunale).
Sul comunicare, il dibattito è piuttosto avanzato, sebbene – limitatamente alla comunicazione del rischio – di soluzioni concrete ne veda ancora poche; sulla mitigazione, invece, la questione è prettamente politica: riguarda una determinata visione del territorio e dello sviluppo, oltre che una specifica idea di democrazia e partecipazione (è un’utopia? può darsi, ma come tutte le utopie, non indica una meta, bensì un percorso).
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PS: per dirla tutta, personalmente ritengo il Vesuvio come un caso-studio con cui sperimentare forme prototipali di comunicazione e partecipazione: ormai anni fa, ho proposto sia al Dipartimento di Protezione Civile a Roma, sia all’Assessorato alla Protezione Civile della Campania (ma ne ho parlato anche a livello comunale) un progetto di comunicazione specifico per il Vesuvio, volto a favorire il dialogo e la sussidiarietà. Inutile sottolineare da quanto tempo stia aspettando che ai sorrisi, ai complimenti e alle pacche sulle spalle seguano decisioni concrete.

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Per concludere, segnalo che un’ottima integrazione dell’articolo è, secondo me, la “Piccola storia del PRG Napoli 2004” pubblicata il 17 giugno 2017 da Vezio De Lucia su “Eddyburg”:

Un piano misconosciuto, ancora vigente e positivamente operante poiché costruito e gestito nei decenni in cui le scelte urbanistiche erano espressione di valori sociali e culturali altrove smarriti o contraddetti nei decenni successivi.

Discarica Vesuvio: una mostra fotografica tra bellezza e crudeltà

Il Vesuvio è una discarica da mezzo secolo e domani, 11 febbraio 2017, questa realtà verrà ribadita con la mostra fotografica “Contraddizioni”, di Antonio Cozzolino. Oggi ne ha scritto Antonio Cimmino su “Il Mattino” e la pagina-Fb “Rischio Vesuvio” vi ha aggiunto qualche considerazione.

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Intorno al Vesuvio il rischio vulcanico e il rischio ecologico sono strettamente legati. Lo sono per varie ragioni:

  1. innanzitutto perché il senso sociale del rischio non è analizzabile come se fosse legato ad una minaccia episodica o isolata, ma va studiato in relazione al contesto, per cui la condizione a rischio va considerata come un tutto;
  2. in secondo luogo perché le varie tipologie di rischio che incidono su un determinato territorio si condizionano vicendevolmente, ad esempio opponendosi le une alle altre o celandosi tra loro (in altre parole, si mettono in atto dei processi di selezione per cui vengono attribuite delle priorità);
  3. infine perché la mitigazione del rischio passa obbligatoriamente per una revisione del rapporto con l’ecosistema.

Sensibilizzare su questa complessità è uno dei compiti che ci siamo dati con questa pagina-Fb, ma sarebbe opportuno e urgente che se ne accorgessero soprattutto le istituzioni, compresa la Protezione Civile.
Intorno al Vesuvio le discariche legali e illegali esistono da mezzo secolo, i roghi di immondizia sono frequenti e asfissianti, le patologie tumorali preoccupano e da tempo si chiede un registro che permetta di monitorare la situazione. Per farvi un’idea, seguite i post taggati “immondizia” su questo stesso blog.
In questo solco, domani 11 febbraio 2017, alle 18h30 presso le Scuderie di villa Favorita ad Ercolano, verrà inaugurata la mostra-denuncia “Contraddizioni”, di Antonio Cozzolino, di cui oggi scrive su “Il Mattino” Antonio Cimmino: «Modelle tra sacchetti neri e materiale ingombrante. O ancora sedute su di un frigorifero al centro di una megadiscarica a cielo aperto in uno dei posti più belli e conosciti al mondo, le pendici del Vesuvio. Bellezza e crudeltà».
Altre info sono sulle pagine-Fb di “Le Scuderie di villa Favorita” e di “Giovani per il Territorio“. La locandina è la seguente (cliccandovi accederete alla pagina-evento su Fb):

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Due prospettive diverse sul rischio Vesuvio

Sul numero odierno del “Corriere del Mezzogiorno”, la giornalista e scrittrice Eleonora Puntillo ha pubblicato un articolo sul nostro Vesuvio: «Vesuvio, il gigante (finora) buono
che merita più rispetto. Troppe chiacchiere sul vulcano da esperti a caccia di pubblicità: sarebbe meglio rilanciare i progetti dell’Ente parco con una visione d’insieme».Screenshot 2016-01-18 13.26.21.png

Tra un’immagine romantica («il gigante appare molto amato, abbracciato com’è da un mare di case») e una dimostrazione d’affetto («è una terra piena di risorse, fruttifera, ospitale, salubre, ricca di bellezza e di storia»), Puntillo esprime tutta la sua preoccupazione per il rischio generato dal rapporto squilibrato tra l’azione umana e la natura dell’area, confidando nell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio come unico strumento davvero efficace «per difendere e valorizzare correttamente l’intero territorio». Oltre a speculatori d’ogni tipo, la scrittrice individua altri personaggi “dannosi”, come «imprenditori televisivi bisognosi di introiti pubblicitari» che fanno leva sulla paura, nonché «sedicenti scienziati vogliosi di gloria mediatica», anch’essi preoccupati solo di lanciare allarmi (in questo caso, per la verità, il ragionamento appare più debole perché se si intende difendere l’ambiente e le istituzioni ad esso preposte, allora non si capisce perché chi si oppone alle trivellazioni sfidi «il ridicolo», secondo l’autrice). Comunque sia, l’articolo pone al centro del discorso sul rischio due aspetti poco “da Protezione Civile”, ovvero appunto l’ambiente e la cultura, che come cambio di prospettiva rispetto al solo approccio emergenziale, non ci dispiace affatto.

Per contro, il prossimo 30 gennaio 2016 a Massa di Somma alcune associazioni vesuviane terranno il convegno “Sviluppo sostenibile per la Zona Rossa: definizione del Condono e valorizzazione del territorio” [2]. A giudicare dal comunicato stampa [il download è diretto], in questo caso lo sguardo appare molto diverso da quello proposto da Eleonora Puntillo.

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Queste brevi riflessioni introduttive ai due testi sono anche sulla pagina facebook “Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci“.

Il Vesuvio brucia

Ieri pomeriggio, 16 settembre 2015, il Vesuvio ha cominciato a bruciare. Si tratta di tre focolai divampati piuttosto in alto, nei pressi della Riserva Alto Tirone, una zona particolarmente protetta all’interno del Parco Nazionale, o ancora più in quota, alla base del Gran Cono. Questa è una foto scattata da Sorrento:

Foto scattata a Sorrento da Sciorincio.

Foto scattata a Sorrento da Sciorincio.

Una cronaca è su “Il Mattino“, mentre altre immagini sono su “YouReporter“, “FanPage“, “Repubblica” e sulla pagina fb dell’utente Carlo Falanga.

Come osserva Ciro Teodonno su “Il Mediano”, «Inutile sottolineare il danno inestimabile che subisce ancora una volta il fragile e già martoriato ecosistema del Parco Nazionale del Vesuvio». Inoltre, bisogna usare cautela in merito alle cause dell’incendio perché ancora non vi sono prove che sia doloso.
Tuttavia, al di là di eventualità naturali (a causa dei fulmini, ad esempio, mentre l’autocombustione è quasi improbabile) e a ragioni accidentali (ad esempio uccelli folgorati sui pali elettrici e che, cadendo a terra, causano una combustione, ma è un’altra possibilità statisticamente irrilevante), la gran parte degli incendi è dovuta a ragioni colpose e dolose. Nel primo caso si tratta di imprudenza e imperizia, come il celebre mozzicone di sigaretta gettato da un’automobile o i fuochi dei gitanti e talune pratiche colturali. Nel secondo rientra un vero e proprio atto illecito, a sua volta determinato da due possibili figure, l’incendiario (per vandalismo, per vendetta, per profitto o per altro crimine) e il piromane (che è un criminale affetto da disturbi psichiatrici).
Ognuna di queste sfumature richiede contromisure adeguate, di educazione, terapia, tutela e così via. Ma c’è un piano che è prettamente sociale, dunque politico, ovvero quello degli interessi economici. Per comprenderne l’ampiezza, rimando ad una inchiesta firmata da Fabrizio Gatti il 23 agosto 2013 su “L’Espresso”: «Affari di fuoco. Nessuna prevenzione, tanti sprechi. E gli interessi delle società che spengono i roghi. Ecco perché l’Italia brucia».

Intanto, il dolore di chi ama il Vesuvio è profondo, come traspare da alcuni post su fb.

La “Associazione Vesuvio Natura da Esplorare – Laboratorio AMV” ha scritto:

L’incendio al Vesuvio di oggi rattrista gli animi di tutti; le proporzioni sono considerevoli e una grande parte di macchia mediterranea sopra quota 600m slm si sta tuttora bruciando.
Si spera che il fuoco non arrivi nella pineta del Tirone… Ogni pino che prende fuoco infatti divampa in una fiammata visibile da tutto il golfo. Con grande probabilità l’incendio è DOLOSO.. e su questo c’è solo da stendere un velo pietoso…
I forestali sono intervenuti da subito ma non si è riusciti ad arginare l’incendio prima di notte.. e nelle ore notturne purtroppo non è possibile operare.
Domani alle prime luci dell’alba partiranno di nuovo le squadre antincendio. Ma il danno c’è ed è consistente, tante specie animali e vegetali stanno ora morendo o hanno perso il loro habitat.
Non c’è perdono per chi è capace di fare una cosa del genere, né c’è scusante!
Tutto il popolo vesuviano stasera è a lutto!

Il gruppo “Anima Vesuviana” ha pubblicato queste parole:

Lagrime di fuoco…
Arde il Vesuvio…arde da 8 ore, arde la stessa natura che aveva vinto il fuoco distruttore, ardono i fiori e i pini che erano tornati a rendere verde e vivo il cratere dopo 60 anni..
Arde tutto…arde l’anima di chi può solo chiedere aiuto, impotente.
Nel devastante silenzio dell’indifferenza di chi può e non agisce e nel fallimento di chi avrebbe potuto, tutto Arde, e poco possiamo noi.
Fiamme che diventano lacrime, lacrime di fuoco …osservate e non comprese da chi sopravvive all’esistenza…
Lacrime di fuoco che dovrebbero penetrarci l’Anima ..
In questo folle esistenza dove noi diveniamo Carnefici e un vulcano vivo diviene vittima..l’egoismo e il famelico bisogno di primeggiare nella stupidità ci hanno distrutto.
Arde l’Anima mia…Arde il Vesuvio, Formidabile e nero..più nero del buio della notte…arde…ed io ardo assieme a lui.
Laura Noviello/ Anima Vesuviana

Stamattina sono riprese le operazioni di spegnimento con l’impiego di un canadair, dopo che le fiamme hanno arso per tutta la notte: “Ansa“, “Corriere del Mezzogiorno“, “Repubblica“. Sempre più forti, infine, i sospetti che si tratti di un incendio doloso, dal momento che sono stati rilevati almeno tre i punti di innesco segnalati in posti diversi.

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Di recente, il Vesuvio ha bruciato anche il 30 agosto 2015:

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Incendio del 30 agosto 2015: clicca sulla foto per accedere alla cronaca de “Il Mattino”. (L’immagine è mia, scattata da Sorrento).

PS: Di entrambi gli incendi ho scritto sul mio fb: il 30 agosto e il 16 settembre.

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AGGIORNAMENTO del 18 settembre 2015 (mattina):
In questo momento (7h30 del mattino) il Vesuvio brucia ancora. Il focolaio attivo è, secondo Massimo Ginelli, un testimone incontrato su fb, ad un chilometro dal fuoco divampato il 16 settembre. Cause accidentali o naturali? Vista la dinamica, direi che non ci sono più dubbi sul dolo o, quanto meno, sulla negligenza. Quanto bosco e quanto macchia mediterranea devono sparire prima che un Parco Nazionale venga difeso adeguatamente?
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Intanto, fiamme ardono in ben due località della Penisola Sorrentina:
– a Nerano (nel comune di Massa Lubrense): qui e qui (fiamme appiccate senza dubbio da qualcuno);
– a Tordigliano (tra i comuni di Piano di Sorrento e Vico Equense in Costiera Amalfitana): qui (in questo caso, però, l’incendio pare sia dovuto ad un’auto andata a fuoco).

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AGGIORNAMENTO del 18 settembre 2015 (pomeriggio):
Poco fa, alle ore 14h00, il Vesuvio era ancora in queste condizioni:

18 settembre 2015 ore 14

L’immagine è stata scattata da Sorrento (ancora da Sciorincio, che ringrazio).

Sono le 18h00 e sul web sta circolando un appello a volontari che vadano a scavare una trincea per spezzare la linea del fuoco: le fiamme sono a poche centinaia di metri dalle abitazioni più in quota di Torre del Greco, non ci sono né mezzi, né personale sufficienti per domare un incendio in un Parco Nazionale e, come ha commentato un amico, questi vorrebbero salvarci in caso di allarme eruttivo.

Il pennacchio intossicato del Vesuvio

ssv_incendio-discarica_2015giugno-luglioLo vedi, ti lacrimano gli occhi.
Lo odori, ti pungono le narici.
Lo tocchi, ti si appiccica sulla pelle.
Lo assapori, ti brucia lo stomaco.
Lo senti, sebbene sia silenzioso.
Sì, ne avverti la presenza e non c’è riparo: ti chiudi in casa in questa afosa calura estiva che meriterebbe finestre spalancate e tende mosse dalla brezza, invece lo ritrovi ovunque, impregna tutto con la sua puzza grassa e nauseante.
Fino ad alcuni anni fa i medici di Napoli prescrivevano soggiorni lassù, alle pendici del vulcano, perché l’aria era fresca, buona, pulita, in grado di guarire tutte le forme d’asma e di rigenerare ogni fatica.
Il Vesuvio, uno dei monti più noti al mondo, celebrato per la sua forza e la sua bellezza, teoricamente protetto da un Parco Nazionale e da una “zona rossa”, oggi agonizza. E, con lui, chi vi abita e, soprattutto, chi lo ama.
Inutile ripercorrere la storia di saccheggio e di rapina ai danni del Vesuvio, la conosciamo tutti molto bene. Quel che forse è meno chiaro è che questo è solo l’ultimo episodio, gravissimo, di un disastro di lunga durata che denunciamo da decenni.
Il 30 giugno qualcuno ha appiccato il fuoco alla discarica illegale a cielo aperto dell’area Novelle-Castelluccio, nota a tutti e ripetutamente segnalata. Per almeno quattro giorni l’incendio non è stato domato, per cui sorge il sospetto che questa inefficacia sia un modo cinico e irresponsabile di risolvere un altro problema, quello del periodico smaltimento di un enorme cumulo di spazzatura che altrimenti non si saprebbe dove dislocare e che renderebbe impraticabile quella zona più di quanto non lo sia già.
Proviamo ad andare a ritroso e poniamoci qualche domanda: com’è possibile che non si sia spento immediatamente quel rogo inquinante? Com’è possibile che solo in pochi informino su tale notizia e che, comunque, non si sollevi un dibattito pubblico? Com’è possibile che amministratori e forze dell’ordine non agiscano? Forse loro non ne sentono la puzza e non ne colgono la pericolosità? Sembra davvero strano. Può darsi che attendano un’analisi chimica dell’atmosfera, ma è davvero così burocraticamente necessario un documento scritto, dinnanzi all’evidenza dell’esperienza diretta, sensoriale e mentale che a migliaia hanno vissuto negli ultimi giorni? Ancora, risalendo la catena di cause ed effetti di questo disastro ambientale – per nulla imprevisto ma, al contrario, preparato da tempo – com’è possibile che la località Novelle-Castelluccio, nel comune di Ercolano, ma a ridosso di San Sebastiano al Vesuvio, sia una zona franca dello Stato italiano, un luogo a legalità sospesa della nostra Repubblica? Com’è possibile che da decenni nessuno veda e risolva la piaga criminale dell’abbandono di rifiuti? Cumuli di immondizia d’ogni tipo – domestica e industriale, di risulta e a trattamento speciale – segnano la strada di terra battuta che attraversa quel territorio, la tracciano nel suo andamento dissestato, la inquadrano nella sua tortuosità. Com’è possibile che non sia mai stata fermata la mano di chi là, per negligenza o per interesse, getta scarti di ogni genere e poi, sempre lo stesso delinquente (è evidente) vi va periodicamente ad appiccare il fuoco per liberare spazio a nuovi futuri depositi? Qui sono responsabili tanto l’ecocriminale quanto le istituzioni cieche e indifferenti o, e forse è ancora peggio, vacue e inconcludenti, perché se così fosse, sarebbero anche inutili.
Dalla metà degli anni Sessanta denunciamo la violenza rappresentata dalla grande discarica a cui è stata ridotta questa zona, perché non c’è differenza alcuna tra la “collina del disonore” dell’Ammendola-Formisano e l’attigua corona di pattume di Novelle-Castelluccio: la violenza di questo immenso immondezzaio è ambientale, paesaggistica, sanitaria, biologica; nella sua fattualità è una violenza della criminalità, organizzata o individuale, ma nell’inoperosità delle istituzioni è anche una violenza politica, una violenza contro il buon senso e il senso della misura, una violenza contro la pazienza, il rispetto, la speranza. È una violenza simbolica e concreta che si riproduce da cinquant’anni, sia quotidianamente negli spargimenti occulti, sebbene sfacciati, sia stagionalmente, nella scellerata pratica incendiaria di cui in questi giorni si pagano le conseguenze.
Quel vasto territorio è in piena area naturale protetta e necessita di una profonda bonifica dal punto di vista naturalistico e legale: si tratta di un’urgenza ecologica, nonché di un imperativo morale. A meno che non venga esplicitamente detto che ci troviamo in un’eterna deroga, in un’infinta eccezione.
Quel pennacchio vesuviano intossica, nel duplice senso che possono cogliere i nostri conterranei: avvelena e fa ammalare, ma fa anche arrabbiare, inquina il rapporto con le istituzioni, contamina la convivenza reciproca e alimenta la sfiducia, la disaffezione, la delusione. Quel pennacchio di diossina è lo specchio in cui non vogliamo rifletterci perché temiamo ciò che vedremmo, ovvero i lineamenti di una società tossica e assuefatta, la fisionomia di una comunità – locale e nazionale – né solida (e solidale), né liquida (e resiliente), ma ormai pulviscolare, gassosa, volatile. Con tutta evidenza, è necessario un nuovo metro, un nuovo stile, una nuova filosofia: una ecosofia che ripulisca l’aria, la terra, le falde acquifere, che ridia dignità al paesaggio e ai sentieri, ma che sia anche in grado di ristabilire un principio di equità, di legalità, di misura in questa autolesionistica deriva etica che nessuno sembra in grado di arrestare.

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Un video di Ciro Teodonno:


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Altre pubblicazioni online su questo incendio:

  • “San Sebastiano al Vesuvio News”, 30 giugno: QUI;
  • “San Sebastiano al Vesuvio News”, tre foto dall’interno dell’incendio: QUI;
  • Ciro Teodonno, “Fuoco invisibile“, in “Il Mediano”, 1 luglio 2015: QUI;
  • Ciro Teodonno, “Ercolano: la Terra dei Fuochi e la politica marziana“, in “Il Mediano”, 5 luglio 2015: QUI.

Vesuvio 70: vesuviani che parlano del vulcano

Sabato 20 dicembre 2014 alle ore 19:00 si terrà un convegno-tavola rotonda intitolato “Vesuvio, settant’anni dall’ultima eruzione“, presso la Sala del Refettorio del Convento delle suore francescane “R. Verolino”, in via Principessa Margherita 18 a San Sebastiano al Vesuvio (NA).
Sono previsti interventi di Giuseppe Rolandi, Angelo Pesce, Giovanni Gugg, Bernardo Cozzolino, Umberto Saetta. La seconda parte dell’incontro si svolgerà nella forma di “tavola rotonda” e saranno invitati a intervenire i sindaci di San Sebastiano e di Massa di Somma, Giuseppe Capasso e Antonio Zeno.
L’organizzazione è di GV70, Gruppo Vesuvio 70 (Gaetano Cella, Bernardo Cozzolino, Giovanni Gugg, Gino Scarpato, Ciro Teodonno).

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L’ultima eruzione vesuviana, da cui la colata lavica che ha distrutto nel 1944 i due paesi attigui di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma, è nota, raccontata e analizzata in un gran numero di pubblicazioni, da quelle storico-locali ai saggi accademici di scienze naturali, dagli atti dei convegni sul rischio vulcanico fino alle guide turistiche e ai romanzi, come quelli famosi di Norman Lewis, Curzio Malaparte ed Emmanuel Roblès.
Quest’anno, per il 70esimo anniversario di quell’esplosione, sono state organizzate varie iniziative in provincia di Napoli. Presso l’Accademia di Scienze Fisiche e Matematiche,ad esempio, è stata organizzata una giornata di studio storico-scientifico in cui, tra l’altro, è stato ricordato Giuseppe Mercalli a 100 anni dalla morte; presso il Museo Archeologico Virtuale di Ercolano, il Centro Studi Storici “Nicolò d’Alagno” di Torre Annunziata e, ancora, la Biblioteca Universitaria di Napoli, invece, sono state proposte manifestazioni più spettacolari, con proiezioni di materiale audiovisivo d’epoca.
In questi giorni, un gruppo di abitanti di San Sebastiano al Vesuvio e di Massa di Somma propone un’ulteriore occasione d’incontro in cui, oltre alla rievocazione di quanto accadde nel marzo del 1944 nelle due cittadine, viene allargato il focus a ciò che è avvenuto dopo, cioè durante gli ultimi sette decenni, quelli della ricostruzione post-lavica e post-bellica, ma soprattutto quelli di una vasta urbanizzazione che, oltre ad una vera e propria città vesuviana, ha “costruito” anche l’attuale vulnerabilità dell’area. Si tratta, in altre parole, di una circostanza per riflettere non solo sul rischio vulcanico e sulla sua possibile mitigazione (e, a questo proposito, c’è da dire che il lavoro è ancora molto, tra la definizione dei piani di evacuazione comunali, il potenziamento delle vie di fuga, la comunicazione capillare dei comportamenti da tenere in caso di allarme e così via), ma più in generale sulla gestione ordinaria del territorio, segnato da ferite ambientali, cementizie e criminali, e con un potenziale turistico-culturale inespresso e un patrimonio naturalistico occultato.
Contrariamente ad un luogo comune piuttosto diffuso sulla presunta “insensibilità” locale a qualsiasi forma di prevenzione e precauzione, ci sono vari esempi dell’interesse che, tra una parte della popolazione vesuviana, assumono i discorsi sui rischi territoriali e sul futuro dell’area. Questo convegno si pone tra tali esempi: alcuni residenti di due paesi della zona rossa hanno organizzato, in autonomia, un’occasione per ragionare collettivamente sul proprio territorio, alla luce delle sue minacce geologiche e dei danni ecologici che gli sono stati perpetrati, e che nonostante ciò ha delle grandi possibilità di sviluppo compatibile e sostenibile. Questa occasione, in altre parole, evidenzia una necessità di partecipazione, un bisogno di apertura democratica dei processi di pianificazione sia dell’emergenza, sia dell’amministrazione quotidiana della regione, nella ricerca di nuove forme di costruzione della convivenza col vulcano.

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Rassegna stampa:

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AGGIORNAMENTO:
L’AGI, l’Agenzia Giornalistica Italia, il 22 dicembre 2014 ha lanciato una notizia sui risultati del convegno di sabato scorso per i 70 anni dell’ultima eruzione del Vesuvio:

Vulcani: rischio Vesuvio, piano evacuazione sotto lente residenti
(AGI) – Napoli, 22 dic. – Gli abitanti di San Sebastiano al Vesuvio, nel Napoletano, si mobilitano per valutare e capire, grazie a un pool di esperti, come migliorare il piano di evacuazione in caso di un’eruzione del Vesuvio. L’incontro,organizzato da un gruppo di residenti della ‘zona rossa’ vesuviana, e’ legato dal 70esimo anniversario dell’ultima eruzione del vulcano napoletano, che colpi’ soprattutto San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma. Interventi di rappresentanti di più discipline: vulcanologia (Giuseppe Rolandi), antropologia (Giovanni Gugg), storia (Angelo Pesce e Bernardo Cozzolino), botanica e ambientalismo (Umberto Saetta). Per Gugg il dibattito ha fatto emergere aspetti di una certa rilevanza per quanto riguarda il rischio Vesuvio. “Innanzitutto la necessita’ di una maggiore attenzione da parte delle istituzioni per affrontare ancora più a fondo, con coerenza e costanza, il rischio eruzione”, dice Gugg, ricordando come “al momento, sussiste una sostanziale assenza di comunicazione tra le istituzioni e la popolazione in merito al rischio vulcanico e sismico nell’area. Poi una richiesta di correzione all’attuale Piano di Emergenza Nazionale, sia per quanto riguarda le modalità di perimetrazione della ‘zona rossa’, sia per ciò che concerne i gemellaggi dei comuni più esposti con le altre regioni d’Italia”. “Aspettiamo risposte – conclude – come vivrebbero le decine di migliaia di famiglie di sfollati lontani dal lavoro. Per quanto tempo e dove? Le regioni italiane lo sanno? Per quel che attiene alle infrastrutture sul territorio, le vie di fuga radiali e non circolari come, ad esempio, la statale 268, sono rare, spesso di difficile scorrimento e senza alcun tipo di segnalazione, così come mancano punti informativi e di raccolta, censimenti delle case disabitate nel resto della Campania e delle persone con particolari necessita’”. (AGI)

Il lancio dell’Agi è stato ripreso da molti webjournal; alcuni linkano direttamente l’agenzia, mentre altri inseriscono la notizia sulle proprie pagine:

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Sul “Mattino” di oggi, 23 dicembre 2014, Antonio Cimmino ha dedicato un articolo (ma il titolo non gli rende giustizia) al convegno per i 70 anni dell’ultima eruzione del Vesuvio:

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INTEGRAZIONE del 22 febbraio 2015:
Pannello espositivo per il Convegno “Vesuvio, 70 anni dall’ultima eruzione“, tenutosi a San Sebastiano al Vesuvio il 20 dicembre scorso, organizzato dal Gruppo Vesuvio 70:

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La discarica SS268

La Strada Statale 268 è indicata come “via di fuga” in caso di emergenza vesuviana, ma in che modo una strada circolare possa permettere l’evacuazione di massa resta un mistero. Anzi, la SS268 “del Vesuvio” è una strada mortale in sé, sia per gli umani [1] che per gli animali.
Ciro Teodonno l’ha percorsa insieme a Mimmo Russo per documentarne e denunciarne un’altra criticità, quella dell’immondizia che ne riempie i bordi, le piazzole di sosta, ma soprattutto le stradine laterali e lo spazio sottostante i cavalcavia, spesso incendiata provocando altri ed ulteriori problemi. Si tratta di rifiuti d’ogni tipo, soprattutto industriali di aziende che lavorano in nero, in una catena di piaghe sociali ed ecologiche che si alimentano l’un l’altra. E’ un vero e proprio viaggio nell’abisso del nostro tempo, tra gli scarti di una modernità che sviluppa rovine e produce malattie.
L’articolo di Teodonno si intitola “SS 268, quello che non si vede” ed è stato pubblicato sul webjournal “Il Mediano” il 14 settembre 2014. Fanno parte integrante dell’inchiesta anche una galleria fotografica ed un videodocumentario di 47′:


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[1] Gli incidenti sono frequenti, talvolta tragici, come un paio nel 2013: a gennaio morirono 4 persone e a maggio un’intera famiglia.
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Raccolgo informazioni sulla SS268 in questo post privato.