Le motivazioni della sentenza

Giuseppe Caporale (“Repubblica”, 18 gennaio 2013) riferisce delle motivazioni della sentenza che condannò i sette esperti della Commissione Grandi Rischi, la quale «rassicurò parte della popolazione» dell’Aquila prima del terremoto del 2009: «Gli esperti lasciarono il loro sapere in un cassetto e si prestarono a un’operazione mediatica». E, inoltre, il giudice specifica che: «I terremoti non si possono prevedere». Tutto l’articolo è  QUI.

Ne scrive anche Virginia Piccolillo sul “CorSera” (18 gennaio 2013): Chiusero i loro saperi in un cassetto. E rassicurarono gli aquilani sulla base di valutazioni «approssimative, generiche e inefficaci». Mentre con una corretta analisi del rischio «si sarebbero potute salvare vite». Eccola la motivazione del processo contro i vertici della Commissione Grandi Rischi. «L’informazione corretta poteva salvare vite», «Si minimizzò lo sciame sismico in corso, inducendo alcune delle vittime a rimanere a casa anche dopo la prima scossa» [QUI].

Alcune reazioni:
Enzo Boschi: «Io non ho dato alcuna rassicurazione, non mi sento colpevole».
Giulio Selvaggi: «Si getta alle ortiche il lavoro di generazioni di sismologi e ingegneri sismici in quanto viene oscurato il valore, cui abbiamo sempre creduto, della prevenzione come strumento fondamentale per difendersi dai terremoti».

Inserirò ulteriori articoli tra i commenti. Altri riflessioni sono qui.

PS: il blog dell’INGV sul processo è QUESTO.

AGGIORNAMENTO del 9 agosto 2013: «Sisma L’Aquila, ricerca Università: “Nessun segno premonitore da radon”. Lo studio mostra che non ci fu aumento della concentrazione di gas rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Boschi: “È la fine delle polemiche sulla prevedibilità del terremoto”» (“Repubblica“).
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AGGIORNAMENTO del 20 novembre 2013: il 25 luglio 2013 Marco Cattaneo ha pubblicato sul suo blog le riflessioni di Enzo Boschi sul processo dell’Aquila, cui è seguito uno scambio molto interessante tra i commenti (ed io continuo a domandarmi quale sia il ruolo dell’antropologia culturale in questa storia).
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AGGIORNAMENTO del 9 dicembre 2013: è uscito il libro “Il terremoto tra scienza e diritto“, a cura del giurista Fabrizio Marinelli, che affronta il tema della responsabilità dello scienziato, fra funzioni delle previsioni scientifiche, modalità di comunicazione delle stesse e responsabilità penale (“Il giornale della protezione civile”, 9 dicembre 2013, QUI o tra i commenti).
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AGGIORNAMENTO del 20 marzo 2014: il blog dell’INGV su “Il terremoto a L’Aquila” ha pubblicato il 20 marzo 2014, (QUI e in basso tra i commenti) il post “Un’analisi della sentenza” scritto dall’astrofisico Giacomo Cavallo, «che ha approfondito la lettura dei documenti processuali e ci ha inviato il suo punto di vista, molto lucido e ben dettagliato. Pubblichiamo nel seguito la sua premessa, a seguire il sommario della sua analisi e rendiamo disponibile il testo integrale dei commenti alla sentenza in formato pdf scaricabile qui».

L’emergenza permanente

In un celebre aforisma, Carl Schmitt spiega che «sovrano è chi decide dello stato di eccezione». La filosofia che circonda il sintagma stato di eccezione – inteso come una sospensione legalizzata dell’ordine costituzionale – è stata ampiamente analizzata ed ulteriormente elaborata da Giorgio Agamben (Stato di eccezione, 2003). Costui, osservando il mondo post-11 settembre 2001, sostiene che lo stato di eccezione ha assunto il suo «massimo dispiegamento planetario» (grazie innanzitutto all’emanazione negli USA del “military order”, una sorta di decreto che autorizza la “indefinite detention” e il giudizio dei detenuti davanti a delle “military commissions”). Nello stato di eccezione – prosegue Agamben – «l’aspetto normativo del diritto può essere così impunemente obliterato e contraddetto da una violenza governamentale che, ignorando all’esterno, il diritto internazionale e producendo all’interno, uno stato di eccezione permanente, pretende tuttavia di stare ancora applicando il diritto». Evidentemente, da questa situazione degenerata non è possibile tornare ad uno stato di diritto perché i concetti stessi di stato e di diritto sarebbero ormai vuoti.
Ora, perché mi è venuta in mente questa pagina di filosofia del diritto? Beh, innanzitutto perché penso che si possa accostare lo stato di eccezione allo stato di emergenza (cioè alle emergenze più o meno naturali, cui personalmente presto maggiore attenzione). E, inoltre, perché ho il sospetto che attraverso questa particolare variante, anche in Italia spesso si eluda il diritto costituito per esercitare un potere sostanzialmente arbitrario che, a sua volta, tende a ridefinire il rapporto tra diritto e violenza. (Le new town aquilane sono un chiaro esempio di come l’emergenza ignori deliberatamente la legge preesistente, nel caso specifico il piano regolatore cittadino approvato nel 2004 e, al momento del terremoto del 6 aprile 2009, in attesa di attuazione: quiqui e qui; documenti: quiqui).
Per fare un esempio, ci sarebbe da riflettere sull’esponenziale crescita – politica, decisionale, economica, militare: sostanzialmente, di potere – che la Protezione Civile ha avuto negli ultimi anni. Ormai questo dipartimento si occupa di qualsiasi cosa: dall’organizzazione di eventi sportivi ai summit internazionali, dalla gestione post-sismica in Abruzzo alla crisi dei rifiuti in Campania, dai ciclici nubifragi autunnali al recupero delle navi incagliate tra gli scogli. Interviene dopo l’evento, ma già prima è in grado di sancire uno stato di emergenza, appunto.
Cautelarsi contro una catastrofe naturale significa scongiurare uno stato di eccezione. Simmetricamente, non prevenirla – dunque: non informare, non compiere esercitazioni, non educare, non controllare l’uso del territorio – vuol dire preparare uno stato di emergenza in cui il diritto sarà messo tra parentesi. E di questa responsabilità sono investite tutte le istituzioni, ad ogni livello.
Mi domando se sia legittimo avanzare questo rischio per la democrazia in caso di eruzione del Vesuvio o se finisco per passare anche io per un “apocalittico”. Un serio e preventivo Piano d’emergenza (partecipato, condiviso, conosciuto dagli abitanti, messo in pratica attraverso periodiche esercitazioni, differenziato a seconda degli scenari e così via) potrebbe scongiurare il possibile annullamento del diritto che generalmente si verifica nelle zone disastrate, ovvero la militarizzazione del territorio e la riduzione degli abitanti a meri corpi. Il problema, però, è che questo auspicabile Piano non c’è. Non c’è perché non è conosciuto, perché è confuso, perché è calato dall’alto, perché non è fatto “vivere” tra la gente, perché non lo si discute con gli interessati e perché non lo si adatta e aggiorna alla mutevole realtà sociale e ambientale locale.
Ho avuto consapevolezza di questa situazione quando a SSV, chiedendo un parere sulla preparazione giapponese ai terremoti, ho ricevuto la seguente risposta: «In Paesi in cui fenomeni di questo tipo avvengono con una frequenza molto più alta è più facile che ci sia questa preparazione. Considera che lì almeno un paio di volte al mese c’è un terremoto». In altre parole, i giapponesi sono pronti e disciplinati perché avvezzi ai terremoti.
Ho ripensato a questa frase nei giorni scorsi, durante lo snowmageddon del 3 febbraio 2012 a Roma, quando di fronte alla palese impreparazione e inefficienza delle autorità sentivo spesso giustificazioni di questo tipo: «I romani non sono abituati alla neve, a Roma nevica ogni 25-30 anni». Inutile ricordare che si tratta della capitale di uno dei Paesi più ricchi e industrializzati del mondo (per adesso), inutile sottolineare che non si è trattato di un fenomeno improvviso e imprevisto, inutile specificare che gli Appennini sono a poche decine di chilometri dalla città e che, dunque, gli spazzaneve dovrebbero essere immediatamente a disposizione. In casi come questi il pensiero localistico è quanto mai inopportuno: in Italia i terremoti sono frequentissimi e i nubifragi (e le copiose nevicate) accadono con annuale regolarità, pertanto sarebbe auspicabile un allargamento del pensiero da una dimensione paesana o cittadina ad un’altra quantomeno nazionale. In questo modo ci si accorgerebbe che è l’Italia intera ad essere un Paese costantemente a rischio (rischi d’ogni tipo: sismico, idrogeologico, vulcanico, energetico, ecologico…), a cui bisogna aggiungere un rischio particolare, quello della sospensione del diritto (un rischio politico, per la democrazia) che i continui stati di emergenza rendono ogni giorno sempre più “regola” durevole e ordinaria. (Lo stesso governo Monti, ad esempio, ci è stato fatto accettare per senso di responsabilità verso una profonda crisi economica che minaccia di farci saltare come Stato).
Il rischio permanente conduce all’emergenza permanente, dunque all’eccezione permanente. Tutto questo può essere scongiurato investendo sulla sicurezza ambientale, ovvero sulla conoscenza del territorio, sul rispetto delle sue caratteristiche, sulla lotta all’abusivismo e al consumo di suolo, sull’applicazione della legge, sulla periodica educazione alla gestione delle situazioni di pericolo, sulla cura e sulla prevenzione. In ultima analisi, sul ribaltamento del concetto di sviluppo, sganciandolo finalmente dall’idea che esso coincida con “crescita”.

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L’emergenza “conviene” (a qualcuno).
«L’Italia viene continuamente rattoppata perché c’è anche chi lucra e specula sull’emergenza. Che verificandosi a ripetizione, garantisce guadagni vita natural durante» (Guglielmo Pepe). Ecco perché bisognerebbe bandire locuzioni tipo “cultura dell’emergenza”. (L’articolo è anche tra i commenti qui sotto).

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AGGIORNAMENTO del 3 febbraio 2014
Il Dipartimento di Protezione Civile ha diramato una nota in cui sottolinea la differenza tra le definizioni di “stato di emergenza” e di “stato di calamità naturale“. Come viene spiegato, «essi non sono affatto strumenti equivalenti o interscambiabili» e, inoltre, tra loro «non c’è alcun rapporto di dipendenza»:
1) Lo “stato di emergenza” è un istituto previsto dall’art. 5 della legge 225 del 1992, «può avere una durata di 180 giorni prorogabili per altrettanti una sola volta» e consiste nell’insieme dei «primi interventi di emergenza: assistenza alla popolazione, ripristino della funzionalità dei servizi pubblici e delle infrastrutture di reti strategiche, interventi per ridurre il rischio residuo, ovviamente nel limite delle risorse messe a disposizione»; va aggiunta, inoltre, «una ricognizione dei danni, pubblici e privati [da portare] all’attenzione del Consiglio dei Ministri che valuta se e quante ulteriori risorse stanziare proprio per il ristoro dei danni».
2) Lo “stato di calamità naturale“, invece, «è uno strumento legato esclusivamente al settore agricolo: il suo riconoscimento, infatti, avviene per mezzo di un decreto del Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, su proposta della Regione coinvolta».