Presentazione del Piano di Evacuazione del Vesuvio

Ieri [12 ottobre 2016] la Regione Campania e la Protezione Civile hanno presentato il “Piano di Evacuazione” della zona-rossa del Vesuvio. La pagina Fb “Rischio Vesuvio” ne ha scritto alcune considerazioni, al di là degli slogan e delle facili rassicurazioni, poi riportate anche dal website “Aucelluzzo“:

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L’attuale sistema di prevenzione del rischio per il vulcano Vesuvio prevede 4 diversi livelli di allerta:

  1. base (che ha un tempo indefinito ed è quello in cui ci troviamo adesso);
  2. attenzione (che ha un tempo indefinito o, comunque, non meno di alcuni mesi);
  3. preallarme (da mesi a settimane);
  4. allarme (da settimane a giorni).

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(Per ulteriori approfondimenti, rimandiamo a due articoli: qui e qui)

Facciamo questa premessa perché oggi il Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, e il Capo del Dipartimento di Protezione Civile, Fabrizio Curcio, hanno incontrato la stampa per illustrare il “Piano Evacuazione del Vesuvio”, come annunciato ieri. A rigore, la fase di evacuazione si compirebbe in due momenti: il primo spontaneo (durante il livello di “preallarme”) e il secondo obbligatorio (durante il livello di “allarme”). Questa specificazione oggi non è stata riportata dai giornali online che, invece, hanno sottolineato tutti un’affermazione di De Luca: «Mettiamo in salvo 700mila cittadini in 72 ore» [Repubblica, Il Mattino, Corriere del Mezzogiorno]. Questa frase non è nuova, l’hanno ripetuta tutti i governatori campani degli ultimi anni, almeno a partire dall’aggiornamento del Piano del 2003, e, tradotta in termini più accessibili, significa che, quando verrà decretato ufficialmente l’allarme dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, in (almeno) 3 giorni lasceranno le proprie case 10mila persone all’ora. A questo punto, per chi dovesse avere dei dubbi sull’attuabilità di tale proposito, segnaliamo le parole di Curcio in un servizio-video di “FanPage“: «il Piano è sostenibile con le infrastrutture [territoriali] che si hanno adesso». Il Capo della Protezione Civile, poi, ha lasciato intendere che, con adeguamenti futuri (sia delle infrastrutture, sia del Piano stesso), tale scenario potrebbe anche migliorare.

Il documento presentato oggi è disponibile sul sito-web della Regione Campania [pdf] e riguarda le modalità di sgombero della “zona rossa” secondo lo schema seguente:

  1. allontanamento: dalla propria abitazione alle “aree di attesa” (indicate nel Piano di Protezione Civile di ogni singolo comune) e poi alle “aree di incontro” fuori dalla zona di maggior rischio (ad opera della Regione Campania);
  2. trasferimento: dalle “aree di incontro” ai “punti di prima accoglienza” (organizzato dalla Regione ospitante);
  3. accoglienza: dai “punti di prima accoglienza” alle “strutture di accoglienza” (è un’operazione a cura della Regione ospitante che prevede l’uso delle reti ferroviaria, stradale, marittima e aerea).

Si tratta, in effetti, di un passo in avanti rispetto al “Piano di Emergenza“, il quale fornisce solo delle indicazioni generali, per quanto influenti (ad esempio, nel nostro caso, perimetra una “zona rossa” e una “zona gialla”, stabilisce dei gemellaggi e così via). Il “Piano di Evacuazione“, invece, indica – nel dettaglio – le strade, i mezzi, i tempi, gli organi, le modalità con cui far allontanare la popolazione.

(Sulla differenza, non solo terminologica, tra questi due strumenti,
suggeriamo il seguente approfondimento)

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Clicca sull’immagine per accedere al “Piano di Evacuazione del Vesuvio”

Ora, posto che tutto ciò sia attuabile (e ce lo auguriamo vivamente), vogliamo evidenziare due aspetti che ci sembrano lacunosi, se non addirittura assenti:

  • Alla catena di passaggi previsti da questo “Piano di Evacuazione” manca il primo, essenziale anello: non esistono ancora, infatti, tutti i “Piani di Emergenza Comunali” delle municipalità della “zona rossa”. Per essere concreti, in quale piazza del comune “X” (in quale “luogo di attesa”) dovrà farsi trovare uno dei 500 pullman messi a disposizione dalle istituzioni per caricare i residenti? Inoltre, quel bus quali strade dovrà percorrere per evacuare? Vi sembra una sciocchezza? Invece no, perché è il “Piano di Emergenza Comunale” a dover fornire questa informazione, che è possibile ricavare solo dopo un’attenta valutazione della vulnerabilità strutturale dei palazzi che si affacciano su una determinata strada, la quale potrebbe essere impercorribile a causa di crolli di edifici troppo vecchi e non resistenti ai sismi pre-eruttivi. Inoltre, è fondamentale un’armonizzazione dei singoli piani comunali, perché il bus del nostro esempio attraverserà comuni diversi, per cui è fondamentale che le vie di fuga di un paese siano razionalizzate con quelle della città adiacente.
  • Se anche tutto fosse già definito e preparato a livello burocratico e istituzionale, ci domandiamo: la popolazione ne è a conoscenza? Io, abitante del solito comune “X”, so dove recarmi per essere sfollato? Dove posso ricevere questa informazione? Esiste un ufficio, una brochure o un sito internet che me lo spieghi efficacemente? Ma, soprattutto, come può essere sostenibile un Piano che non è partecipato, che non è comunicato, che non è conosciuto? Come si può pensare che tutto filerà liscio se quanto progettato non ha mai neanche preso in considerazione la necessità di includere e di ascoltare le voci del territorio?

Noi vogliamo credere alle buone intenzioni di tutti, ma allora ci aspettiamo entro la fine di questo mese – la stessa scadenza annunciata dalle suddette autorità per il completamento definitivo del Piano – anche un preciso programma di informazione e comunicazione. Si potrebbe/dovrebbe aprire, ad esempio, un website regionale espressamente dedicato al rischio Vesuvio, chiaro e facilmente accessibile, oltre a dei canali di dialogo con la popolazione, magari sui socialmedia che, come dimostra questa nostra pagina Fb (autonoma e indipendente), sono uno dei canali privilegiati di accesso alle informazioni, nonché di formazione e diffusione della consapevolezza del rischio.

Postilla
Al contrario di quel che generalmente si ritiene, i numeri possono essere molto nebbiosi e, dunque, essere usati a proprio piacimento. In particolare, per il caso del Vesuvio la questione riguarda il numero preciso di abitanti da evacuare: quanti sono, esattamente? Il Piano presentato ieri prevede due tipi di allontanamento dalla “zona rossa”: il primo spontaneo e autonomo già nella fase di “preallarme” (secondo i dati della Protezione Civile si tratterebbe di metà della popolazione residente, dunque circa 350mila persone che si allontanerebbero con mezzi propri), il secondo obbligatorio e con mezzi messi a disposizione dalle istituzioni durante la fase di “allarme” (riguarderebbe i restanti 350mila residenti, da sfollare nelle famose 72 ore indicate da De Luca).
A questa precisazione va aggiunta una ulteriore considerazione: ad oggi non si sa quante persone abitino nel territorio entro la cosiddetta “linea Gurioli“, ovvero all’interno della “zona rossa”: tale perimetro, infatti, non segue i confini comunali, come nella precedente zonizzazione del 1995, e non è stato effettuato alcun censimento per conoscere il numero esatto di persone coinvolte. Inoltre, entrando nel merito, non sappiamo quante siano le persone con disabilità o con particolari necessità mediche, non sappiamo quanti siano gli anziani e quanti i bambini, non sappiamo quanti siano i nuclei familiari e così via: tutte informazioni essenziali per un’evacuazione operativa che, invece, al momento appare come una mera intenzione, un semplice annuncio verbale.

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INTEGRAZIONE del 5 novembre 2016:
Il 2 novembre il blogger MalKo ha pubblicato un post molto interessante in cui spiega i limiti del Piano di Evacuazione del Vesuvio: QUI.

Contributi sul terremoto dell’Appenino Piceno-Laziale

Sul terremoto che ha colpito l’Appennino Piceno-Laziale il 24 agosto 2016 ho redatto due articoli, uno a caldo sul racconto mediatico nei primi giorni dopo il sisma [pubblicato su “il Lavoro Culturale“, il 15 settembre, un paio di settimane dopo la sua scrittura] e un altro sulla necessità di una ricostruzione condivisa, non solo per quanto riguarda gli aspetti materiali [pubblicato su “Labsus” il 20 settembre].
Cliccando sui due screenshot in basso, si visualizzano i link ai rispettivi testi:

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INTEGRAZIONE del 7 ottobre 2016:
Il post-terremoto dell’Appennino Piceno-Laziale durerà a lungo, come ogni disastro di quell’entità. Ci vorrà tempo per ricostruire le case, le attività economiche, i legami spaziali e, soprattutto, quelli sociali e affettivi, così violentemente spezzati dalla scossa del 24 agosto scorso.
Delle varie fasi di un disastro, questo è il lungo momento in cui bisogna essere vigili sulle modalità della ricostruzione materiale: ad un mese dal sisma, Fabrizio Gatti ha già verificato i primi sprechi, senza benefici per la popolazione. Ma questo è anche il periodo in cui bisogna adoperarsi per la tenuta delle comunità sinistrate: come ha scritto ieri Stefano Portelli,

«Le conseguenze delle scelte che si faranno in questi giorni su Amatrice saranno profonde e durature. Ma quanto ne sono coscienti le autorità che gestiscono il post-sisma? Oltre alle esigenze immediate di casa, alimenti, scuole per i bambini, ci sono altri bisogni vitali per gli abitanti. Uno è quello di rimanere uniti, per evitare che i ricordi del 24 agosto si trasformino in ossessioni individuali, in famiglie disfunzionali, in traumi permanenti – insomma, in fantasmi».

E’ quanto testimonia anche Gaia Paolini, una giovane blogger di Arquata sul Tronto che, intervistata dalla BBC, dice:

«Stiamo tentando di conservare la memoria di questo luogo e di preservarne il futuro, quando verranno costruiti i nuovi edifici, speriamo al più presto».

Della necessità di una “antropologia dei momenti critici” (delle crisi, dei conflitti, delle rotture che scombussolano la vita sociale) era convinto anche Georges Balandier, come mostra questa intervista-lezione del 1995 (video di 1h37′), diffusa ieri dall’EHESS:

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L’emergenza permanente

In un celebre aforisma, Carl Schmitt spiega che «sovrano è chi decide dello stato di eccezione». La filosofia che circonda il sintagma stato di eccezione – inteso come una sospensione legalizzata dell’ordine costituzionale – è stata ampiamente analizzata ed ulteriormente elaborata da Giorgio Agamben (Stato di eccezione, 2003). Costui, osservando il mondo post-11 settembre 2001, sostiene che lo stato di eccezione ha assunto il suo «massimo dispiegamento planetario» (grazie innanzitutto all’emanazione negli USA del “military order”, una sorta di decreto che autorizza la “indefinite detention” e il giudizio dei detenuti davanti a delle “military commissions”). Nello stato di eccezione – prosegue Agamben – «l’aspetto normativo del diritto può essere così impunemente obliterato e contraddetto da una violenza governamentale che, ignorando all’esterno, il diritto internazionale e producendo all’interno, uno stato di eccezione permanente, pretende tuttavia di stare ancora applicando il diritto». Evidentemente, da questa situazione degenerata non è possibile tornare ad uno stato di diritto perché i concetti stessi di stato e di diritto sarebbero ormai vuoti.
Ora, perché mi è venuta in mente questa pagina di filosofia del diritto? Beh, innanzitutto perché penso che si possa accostare lo stato di eccezione allo stato di emergenza (cioè alle emergenze più o meno naturali, cui personalmente presto maggiore attenzione). E, inoltre, perché ho il sospetto che attraverso questa particolare variante, anche in Italia spesso si eluda il diritto costituito per esercitare un potere sostanzialmente arbitrario che, a sua volta, tende a ridefinire il rapporto tra diritto e violenza. (Le new town aquilane sono un chiaro esempio di come l’emergenza ignori deliberatamente la legge preesistente, nel caso specifico il piano regolatore cittadino approvato nel 2004 e, al momento del terremoto del 6 aprile 2009, in attesa di attuazione: quiqui e qui; documenti: quiqui).
Per fare un esempio, ci sarebbe da riflettere sull’esponenziale crescita – politica, decisionale, economica, militare: sostanzialmente, di potere – che la Protezione Civile ha avuto negli ultimi anni. Ormai questo dipartimento si occupa di qualsiasi cosa: dall’organizzazione di eventi sportivi ai summit internazionali, dalla gestione post-sismica in Abruzzo alla crisi dei rifiuti in Campania, dai ciclici nubifragi autunnali al recupero delle navi incagliate tra gli scogli. Interviene dopo l’evento, ma già prima è in grado di sancire uno stato di emergenza, appunto.
Cautelarsi contro una catastrofe naturale significa scongiurare uno stato di eccezione. Simmetricamente, non prevenirla – dunque: non informare, non compiere esercitazioni, non educare, non controllare l’uso del territorio – vuol dire preparare uno stato di emergenza in cui il diritto sarà messo tra parentesi. E di questa responsabilità sono investite tutte le istituzioni, ad ogni livello.
Mi domando se sia legittimo avanzare questo rischio per la democrazia in caso di eruzione del Vesuvio o se finisco per passare anche io per un “apocalittico”. Un serio e preventivo Piano d’emergenza (partecipato, condiviso, conosciuto dagli abitanti, messo in pratica attraverso periodiche esercitazioni, differenziato a seconda degli scenari e così via) potrebbe scongiurare il possibile annullamento del diritto che generalmente si verifica nelle zone disastrate, ovvero la militarizzazione del territorio e la riduzione degli abitanti a meri corpi. Il problema, però, è che questo auspicabile Piano non c’è. Non c’è perché non è conosciuto, perché è confuso, perché è calato dall’alto, perché non è fatto “vivere” tra la gente, perché non lo si discute con gli interessati e perché non lo si adatta e aggiorna alla mutevole realtà sociale e ambientale locale.
Ho avuto consapevolezza di questa situazione quando a SSV, chiedendo un parere sulla preparazione giapponese ai terremoti, ho ricevuto la seguente risposta: «In Paesi in cui fenomeni di questo tipo avvengono con una frequenza molto più alta è più facile che ci sia questa preparazione. Considera che lì almeno un paio di volte al mese c’è un terremoto». In altre parole, i giapponesi sono pronti e disciplinati perché avvezzi ai terremoti.
Ho ripensato a questa frase nei giorni scorsi, durante lo snowmageddon del 3 febbraio 2012 a Roma, quando di fronte alla palese impreparazione e inefficienza delle autorità sentivo spesso giustificazioni di questo tipo: «I romani non sono abituati alla neve, a Roma nevica ogni 25-30 anni». Inutile ricordare che si tratta della capitale di uno dei Paesi più ricchi e industrializzati del mondo (per adesso), inutile sottolineare che non si è trattato di un fenomeno improvviso e imprevisto, inutile specificare che gli Appennini sono a poche decine di chilometri dalla città e che, dunque, gli spazzaneve dovrebbero essere immediatamente a disposizione. In casi come questi il pensiero localistico è quanto mai inopportuno: in Italia i terremoti sono frequentissimi e i nubifragi (e le copiose nevicate) accadono con annuale regolarità, pertanto sarebbe auspicabile un allargamento del pensiero da una dimensione paesana o cittadina ad un’altra quantomeno nazionale. In questo modo ci si accorgerebbe che è l’Italia intera ad essere un Paese costantemente a rischio (rischi d’ogni tipo: sismico, idrogeologico, vulcanico, energetico, ecologico…), a cui bisogna aggiungere un rischio particolare, quello della sospensione del diritto (un rischio politico, per la democrazia) che i continui stati di emergenza rendono ogni giorno sempre più “regola” durevole e ordinaria. (Lo stesso governo Monti, ad esempio, ci è stato fatto accettare per senso di responsabilità verso una profonda crisi economica che minaccia di farci saltare come Stato).
Il rischio permanente conduce all’emergenza permanente, dunque all’eccezione permanente. Tutto questo può essere scongiurato investendo sulla sicurezza ambientale, ovvero sulla conoscenza del territorio, sul rispetto delle sue caratteristiche, sulla lotta all’abusivismo e al consumo di suolo, sull’applicazione della legge, sulla periodica educazione alla gestione delle situazioni di pericolo, sulla cura e sulla prevenzione. In ultima analisi, sul ribaltamento del concetto di sviluppo, sganciandolo finalmente dall’idea che esso coincida con “crescita”.

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L’emergenza “conviene” (a qualcuno).
«L’Italia viene continuamente rattoppata perché c’è anche chi lucra e specula sull’emergenza. Che verificandosi a ripetizione, garantisce guadagni vita natural durante» (Guglielmo Pepe). Ecco perché bisognerebbe bandire locuzioni tipo “cultura dell’emergenza”. (L’articolo è anche tra i commenti qui sotto).

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AGGIORNAMENTO del 3 febbraio 2014
Il Dipartimento di Protezione Civile ha diramato una nota in cui sottolinea la differenza tra le definizioni di “stato di emergenza” e di “stato di calamità naturale“. Come viene spiegato, «essi non sono affatto strumenti equivalenti o interscambiabili» e, inoltre, tra loro «non c’è alcun rapporto di dipendenza»:
1) Lo “stato di emergenza” è un istituto previsto dall’art. 5 della legge 225 del 1992, «può avere una durata di 180 giorni prorogabili per altrettanti una sola volta» e consiste nell’insieme dei «primi interventi di emergenza: assistenza alla popolazione, ripristino della funzionalità dei servizi pubblici e delle infrastrutture di reti strategiche, interventi per ridurre il rischio residuo, ovviamente nel limite delle risorse messe a disposizione»; va aggiunta, inoltre, «una ricognizione dei danni, pubblici e privati [da portare] all’attenzione del Consiglio dei Ministri che valuta se e quante ulteriori risorse stanziare proprio per il ristoro dei danni».
2) Lo “stato di calamità naturale“, invece, «è uno strumento legato esclusivamente al settore agricolo: il suo riconoscimento, infatti, avviene per mezzo di un decreto del Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, su proposta della Regione coinvolta».