Terremoto dell’Italia Centrale: bufale e détour dell’informazione

Dal punto di vista mediatico, due sono le caratteristiche principali delle scosse sismiche di fine di ottobre:

  1. la valanga di notizie false e di toni esasperati che fin dai primi minuti post-terremoto si è riversata sui socialmedia (e non solo);
  2. il puntuale détour nel discorso sul rischio che porta a parlare delle minacce geologiche che gravano su Napoli.

Per difendersi dalla prima degenerazione, ieri la pagina “Rischio Vesuvio…” ha pubblicato i link a vari debunker delle ultime bufale, nonché un vademecum per bonificare il nostro ambiente digitale:

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TERREMOTO DELL’ITALIA CENTRALE: COME DIFENDERSI DALLA DISINFORMAZIONE
Gli ultimi terremoti nell’Italia Centrale del 26 ottobre (a Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera) e del 30 ottobre (a Norcia, Preci e, ancora, Castelsantangelo sul Nera) sono stati forti (la seconda, addirittura, con una magnitudo che non veniva raggiunta dal 1980), ma per una serie di circostanze non hanno provocato morti, sebbene i danni ai centri abitati e alle attività economiche siano molto gravi, potenzialmente critici per la tenuta delle stesse comunità umane.
Dal punto di vista mediatico, uno dei dati che sono saltati agli occhi è stato il livello di diffusione, pervasività e insistenza di notizie false che sono circolate sui socialmedia (e non solo) fin dai primi minuti dopo le scosse sismiche.
Tra le principali, segnaliamo:
1) Una senatrice ha accusato il governo di truccare la magnitudo per non risarcire le vittime.
2) Un consigliere regionale se l’è presa con i petrolieri.
3) Un noto giornalista ha attaccato il Papa perché dovrebbe consacrare l’Italia alla Madonna.
Tra i tanti che hanno svelato queste bugie, consigliamo: Fabio Grandinetti su “L’Espresso”, così come Mario Munafò, Juanne Pili su “FanPage”, Davide Casati sul “Corriere della Sera”, Giuditta Mosca su “Wired” e, soprattutto, “Valigia Blu” che ha ricostruito il processo con cui è nata e si è diffusa la notizia falsa della magnitudo abbassata. Assodato che la disinformazione è inquinamento, tutto ciò non fa altro che confermare quel che sosteniamo da tempo, ovvero che siano necessarie ed urgenti una più profonda ed estesa alfabetizzazione al linguaggio scientifico e una più autorevole e costante comunicazione in merito ai rischi.
Per cominciare a migliorare il nostro ambiente (digitale e non solo), si potrebbero seguire i consigli per una sana convivenza sul web diffusi due settimane fa da “Valigia Blu“: «1. Prima di commentare aspetta la seconda o terza versione della notizia; 2. Se scopri di aver condiviso una notizia falsa, rettifica; 3. Prima di condividere una foto o un video accertati che siano autentici; 4. Prima di condividere controlla la fonte; 5. Prima di condividere controlla la data dell’articolo; 6. Ricordati di citare la fonte; 7. Non insultare, fa male a te e a chi partecipa alla conversazione».

Per razionalizzare il secondo punto, invece, stamattina ha ascoltato la direttrice dell’Osservatorio Vesuviano e il suo invito a focalizzare l’attenzione su ciò che, attualmente, desta reale preoccupazione:

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TERREMOTO DELL’ITALIA CENTRALE: QUALI EFFETTI SU NAPOLI?
Come era capitato già dopo il sisma del 24 agosto ad Amatrice, Accumoli ed Arquata del Tronto, così anche dopo le scosse telluriche di fine ottobre il tema del rischio si è esteso alla minaccia sismica e vulcanica che grava su Napoli e la sua provincia. In effetti, negli ultimi due mesi l’argomento è stato affrontato spesso: la Regione Campania e il Dipartimento della Protezione Civile, infatti, hanno presentato il Piano di Emergenza dei Campi Flegrei e il Piano di Evacuazione del Vesuvio. Inoltre, come abbiamo evidenziato noi stessi due settimane fa, ciò ha palesato la fragilità del capoluogo campano, completamente interessato dai vulcani ad est e ad ovest del suo nucleo urbano.
Per non dare corda ai ciarlatani, riteniamo fondamentale ascoltare le parole di chi studia questi fenomeni. A tal proposito segnaliamo che l’altro ieri “La Repubblica” ha intervistato Francesca Bianco, direttrice dell’Osservatorio Vesuviano.
La scienziata ha affermato che con le ultime scosse «abbiamo ballato, ma non c’è pericolo. E se il grande incubo dei napoletani è il Vesuvio, la nostra attenzione [dell’Osservatorio Vesuviano] è tutta puntata sui Campi Flegrei: nella zona della Solfatara e di Pisciarelli il livello di guardia è giallo». Dopo aver brevemente parlato anche del Vesuvio e del Marsili (che attualmente non destano preoccupazione), la dottoressa Bianco ha concluso dicendo: «Non è il terremoto che crea problemi, ma come l’uomo ha costruito nelle zone in cui avviene un terremoto. Noi siamo al nostro posto, incessantemente da 175 anni, ma occorrerebbe fare una sostanziale azione di messa in sicurezza del territorio a tutti i livelli, con un check up di tutti gli edifici e reali azioni preventive».
Per ciò che riguarda i sismi in Campania, è bene ricordare che le aree sismogenetiche più importanti sono quelle dell’Irpinia e del Sannio e che potranno provocare terremoti in futuro, per cui è essenziale, come ci ha spiegato un’altra geologa, che «in questo tempo dobbiamo tutti preoccuparci di rendere le nostre case, scuole e uffici, più sicuri e in grado di resistere a scosse forti».

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INTEGRAZIONE (con maggiori dettagli qui):
I movimenti tellurici della fine di ottobre 2016 che hanno scosso il Centro Italia hanno visto spuntare innumerevoli bufale, nonché varie interpretazioni legate al sacro (ne ho scritto almeno anche qui e qui):

  • il ministro israeliano per la Cooperazione, Ayooub Kara (druso, cristiano), ha detto che il terremoto è stata «una punizione divina all’Italia per essersi astenuta alla votazione dell’Unesco sulla Città Vecchia di Gerusalemme», che, a giudizio di Israele e delle comunità ebraiche del mondo, ha negato i legami millenari di Israele con l’ebraismo: 28 ottobre 2016. (Israele poi si è scusata).
  • il giornalista cattolico integralista Antonio Socci ha polemizzato contro Papa Francesco: «Il terremoto devasta la terra di San Benedetto (e di San Francesco) cuore dell’Europa cristiana. Invece di andare a rendere omaggio a Lutero che ha distrutto la cristianità, Bergoglio dovrebbe consacrare l’italia mettendola sotto il patrocinio della Madonna»: 30 ottobre 2016.
  • l’emittente cattolica “Radio Maria”, a poche ore dall’ultima scossa, ha fatto dire ad uno dei suoi speaker le seguenti parole: «Dal punto di vista teologico questi disastri sono una conseguenza del peccato originale, sono il castigo del peccato originale, anche se la parola non piace. […] Arrivo al dunque, castigo divino. Queste offese alla famiglia e alla dignità del matrimonio, le stesse unioni civili. Chiamiamolo castigo divino»: 3 novembre 2016.
    (Successivamente il Vaticano ha condannato Radio Maria attraverso monsignor Angelo Becciu, Segretario di Stato: “Chiediamo perdono è una affermazione pagana, non cristiana. L’emittente corregga i toni del suo linguaggio e si conformi di più al Vangelo“. Ma il conduttore radiofonico, padre Giovanni Cavalcoli, non si discosta dalla sua singolare posizione: evoca “Sodoma e Gommora” e ribatte “Il Vaticano? Si ripassino il catechismo“. Per cui Radio Maria ha ritenuto di prendere provvedimenti drastici perché “Ritiene inaccettabile la posizione di padre Cavalcoli riguardante il terremoto e lo sospende con effetto immediato dalla sua trasmissione mensile“).
    Va ulteriormente aggiunto che l’11 novembre 2016 un gruppo di 223 cattolici ha scritto una lettera aperta di solidarietà a padre Cavalcoli perché costui, si legge nel testo, “non ha collegato il terremoto alle unioni civili (una legge che riteniamo comunque ingiusta, perché va contro quell’ineliminabile pilastro della vera uguaglianza che si chiama diritto naturale), rispetto a cui si è limitato a dire che “creano molta difficoltà a noi credenti”. Ha invece ricordato che i disastri naturali “sono una conseguenza del peccato originale”, chiarendo inoltre che quello che chiamiamo “castigo divino” […] non va inteso “nel senso afflittivo, ma nel senso di richiamo alle coscienze”“.

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Cambiando epoca ed evento, segnalo che sul webjournal “Il Mediano” lo storico vesuviano Carmine Cimmino ha scritto il 6 novembre un articolo che rievoca un episodio della seconda metà del Settecento: “La “Radio Maria” del 1767: il Vesuvio si scatena per punire il re di Napoli che ha osato cacciar via dal Regno i Gesuiti” (la discussione su Fb).

Apocalittici e complottisti

Anche intorno al Vesuvio gravitano un paio di categorie umane presenti in tanti ambiti del sociale: quella degli apocalittici (“non vi è alcuno scampo all’eruzione che accadrà, che sarà senza eguali“) e quella dei complottisti (“non ci dicono niente, non fanno nulla per evitare una carneficina, vogliono la nostra morte“). Entrambi i gruppi partono da un dato reale, ovvero l’assenza di politiche per la mitigazione del rischio, allo scopo di denunciare uno scenario da fine del mondo che, nel secondo caso, sembrerebbe addirittura determinato da un non meglio specificato grande disegno ai danni degli abitanti locali.
Sul web si incontrano spesso argomentazioni del genere, in canali forse poco visibili, ma comunque con dei loro ascoltatori. (Tra i commenti di questo post ne archivierò tutti quelli che incontrerò nelle mie navigazioni online). Il problema è reale: manca un piano di emergenza adeguato (e conosciuto, condiviso, sperimentato), manca un progetto di convivenza sostenibile con il vulcano, manca la volontà politica di affrontare seriamente la questione (vi sono in ballo interessi economici ed elettorali), ma soprattutto vi sono validi sospetti per dubitare che l’allarme – quando accadrà – verrà lanciato (o verrà lanciato per tempo). Tuttavia, l’idea che tale silenzio sia voluto «da chi detiene il potere» ai danni di «quasi due milioni di persone, considerate “carne da macello”», mi sembra paranoica e piuttosto fantasiosa, oltre che decisamente irritante («Il Post» ha dedicato un interessante articolo alla psicologia dei complottisti: qui o tra i commenti) (E ugualmente ha fatto «La Stampa»: qui o tra i commenti).
L’ultima versione di questo mantra è di un paio di giorni fa:

«A rischio quasi due milioni di persone, considerate “carne da macello” da chi detiene il potere o, più eufemisticamente, potenziali morti per catastrofi naturali, da piangere con funerali di Stato. Sono stati registrati terremoti superficiali con ipocentro localizzato lungo il condotto, oltre che in emissioni fumaroli che lungo i fianchi del cono e del cratere. A parere degli esperti, una più che probabile ripresa dell’attività eruttiva, implicherebbe quindi un rapido rilascio di tutta l’energia accumulata. E’ considerato dagli esperti uno dei vulcani a maggior rischio del mondo. La sua storia ha insegnato che può produrre sia eruzioni effusive, sotto forma di effusione di colate laviche, nonché le ben più pericolose eruzioni esplosive. Nel frattempo, in attesa del peggio, la NATO ha evacuato alcuni suoi insediamenti nell’area. Ma questo è un segreto militare. […] Lo scenario atteso dalle autorità italiane è catastrofico, eppure sul sito della Protezione Civile l’ultimo aggiornamento visibile alla popolazione risale al 2006. […] L’incremento demografico all’interno delle zone a rischio non è mai stato contrastato né dalle istituzioni locali e tantomeno dallo Stato centrale» [Fonte].

AGGIORNAMENTO del 23 novembre 2013:
Il prossimo 21 dicembre 2013 a Modena ci sarà il primo corteo/flash-mob italiano contro le “scie chimiche“. Lo annuncia il “Corriere della Sera”, QUI.

AGGIORNAMENTO del 27 novembre 2013:
Tra i commenti di questo post ho archiviato alcuni articoli che spiegano la psicologia dei complottisti (“Il Post”) e la storia di talune teorie cospirazioniste come quella delle “scie chimiche” (“La Stampa”). Oggi è stato pubblicato un nuovo contributo: un’intervista a Paolo Attivissimo, il “cacciatore di bufale”, il quale, tra l’altro, spiega che le teorie del complotto hanno successo «perché sono delle narrazioni affascinanti: sono gialli, dei drammi. Oltretutto appagano alcuni bisogni psicologici comunissimi e perfettamente umani. Uno di questi bisogni è la necessità, il desiderio di trovare ordine nelle cose. Vale a dire che io posso scegliere se pensare che i terremoti capitano per caso e non ci posso fare nulla, quindi avere un senso di impotenza, oppure che i terremoti sono causati da un’installazione americana in Alaska, e quindi avere la sensazione che ci sia un ordine nel mondo: non è colpa mia se sul lavoro vado male e viene promosso il mio collega; è perché il mio collega fa parte della massoneria, o degli Illuminati, o dei rettiliani. Il cospirazionismo è gratificante perché dà ordine al caos. Noi, umanamente, tendiamo di solito ad avere paura di ciò che è disordinato». Tuttavia, si tratta anche di fenomeni socialmente pericolosi: le teorie del complotto, infatti, «creano delle angosce per fenomeni che in realtà non hanno nessun aspetto di pericolosità, e distraggono dai fenomeni che in realtà sono davvero pericolosi. [Queste storie favoriscono] il controllo mentale [e distraggono] da tante questioni che potrebbero essere affrontate più seriamente. Causano danni sociali, come per esempio questa tesi che circola da tempo secondo la quale i vaccini causerebbero l’autismo». L’intervista integrale è QUI (o tra i commenti) (di Alessandro Martorana, in “International Business Times”, 27 novembre 2013).

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AGGIORNAMENTO del 21 marzo 2014:
Fabio Chiusi ha presentato su “Wired” (20 marzo 2014) uno studio condotto da ricercatori delle università di Lucca, Lione e della Northeastern di Boston sul ruolo e sulle dinamiche delle bufale diffuse da troll sul social network Facebook. Il paper è disponibile online in pdf e si intitola “Collective Attention in the Age of (Mis)Information“. Tra i risultati, si attesta che «le affermazioni prive di fondamento si diffondono quanto le informazioni verificate» e che «diverse culture coesistono, ciascuno in competizione per l’attenzione degli utenti». Si tratta di un danno prodotto dal cattivo giornalismo «e perpetuato da un’opinione pubblica incapace di fare lo sforzo per separarlo dal buon giornalismo». Come ha sottolineato il World Economic Forum del 2013, «la disinformazione digitale di massa» è «uno dei principali rischi per la società moderna».
Il 22 marzo 2014, ne hanno scritto anche Walter Quattrociocchi e Gianni Riotta su “La Stampa”: Il potere della (Dis)informazione nell’era della grande credulità.

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AGGIORNAMENTO del 24 marzo 2014:
La Procura di Trani, in Puglia, “ha aperto un fascicolo per ora a carico di ignoti all’indomani della denuncia dei genitori di due minori che avrebbero contratto l’autismo e il diabete dopo il vaccino” (QUI). Secondo l’Oms e i pediatri, però, non c’è correlazione (QUI). “Il Post” ne ha scritto un approfondimento molto curato: I vaccini e l’autismo. La storia del presunto legame tra vaccinazione trivalente e autismo – tornata attuale in Italia per via di un’inchiesta giudiziaria – si deve a una delle più grandi frodi scientifiche degli ultimi cent’anni“.

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AGGIORNAMENTO del 26 marzo 2014:
Mariangela Vaglio (ovvero Galatea) ha scritto un profilo del “bufalista“, colui che amplifica in maniera compulsiva notizie assurde e ricostruzioni complottistiche, colui che «non è un prodotto di internet. E’ sempre esistito, fin dalla Preistoria» (“TechEconomy”, 26 marzo 2014, QUI).

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AGGIORNAMENTO del 1° aprile 2014:
Leonardo Tondelli ha raccontato come funziona la “fabbrica delle bufale“: «[…] Ogni tanto qualcuno su internet scrive una storia smaccatamente falsa, volutamente paradossale (ad esempio un popolo rettile extraterrestre ha invaso la terra secoli fa e si nasconde tra noi); qualcuno la legge, la apprezza, la segnala ai suoi contatti; la storia si propaga finché non incontra esponenti di quella minoranza statistica che non riesce a capire la differenza tra cronaca e fiction. Purtroppo sono più di quelli che crediamo, e se a loro manca il senso critico, non fa difetto l’energia per indignarsi e trasmettere la loro indignazione: una volta arrivata fino a loro, la storia si spoglia di tutti quei tratti che ci consentivano di identificarla immediatamente come finzionale, e viene irradiata sotto forma di storia vera, da condividere con chi non crede alla realtà ufficiale!!1! […] Questa gente esiste, e oggi pubblicherà contenuti ridicoli, esponendosi al pubblico ludibrio. La questione però è molto meno divertente di quel che sembra, e forse dovrebbe stimolare un dibattito sull’atteggiamento di chi divulga notizie in rete: quanto è giusto usare l’ironia in un contesto in cui il 20% non la capisce? È chiaro che chi sta qui per far satira continuerà a farla, ma chi invece si veste di una relativa serietà fino a che punto può permettersi di usare un linguaggio figurato? Anche chi accusa Napolitano di golpe probabilmente all’inizio stava scherzando; se dopo qualche mese però si trova costretto a chiedere un procedimento di impeachment, è evidente che qualcosa sta sfuggendo di mano pure a lui. Disseminare storie false su internet è un passatempo che con gli anni mi sembra sempre meno divertente e sempre più pericoloso […]» (“ComUnità”, 31 marzo 2014, QUI).

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AGGIORNAMENTO del 3 aprile 2014:
A chi giovano le bufale e le teorie del complotto? Lo spiega (con linguaggio forte e colorito) Fabrizio Leone sul blog “Gente con le PalleQuadre” in un post del 2 aprile 2014, Complottisti: le contraddizioni e chi guadagna realmente: «[…] non fanno altro che sputare su grosse aziende e multinazionali, denigrando il concetto stesso di lavoro e tutto il resto, ma lo fanno intascando bei soldoni da Google (multinazionale) che mostra pubblicità di grosse aziende […]».

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AGGIORNAMENTO del 10 aprile 2014:
Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini (“La Repubblica”, 9 aprile 2014, via-Associazione Luca Coscioni) spiegano perché «irrazionalità, fanatismo, emotività, tecnofobia, antimodernismo, anti-industrialismo, populismo» (in merito al caso Stamina, alla sperimentazione animale, al presunto ruolo dei vaccini nell’eziologia dell’autismo e alla ricerca e coltivazione di ogm) sono «una corda alla quale si sta impiccando il futuro di questo Paese», l’Italia. «La confusione sistematica e strumentale tra quel che si può credere, desiderare o preferire soggettivamente, e quel che si può provare o che è stato controllato e accertato oggettivamente, avrà un impatto diseducativo e destabilizzante sul piano di un presupposto culturale e civile che è da secoli il fondamento per una sana e funzionale convivenza democratica: la fiducia nelle istituzioni e quindi anche nella politica». «Manipolare i fatti è pericoloso anche perché si rischia di aizzare le deboli menti impreparate». (Si veda anche “Il Post“).
Giulio Finotti (blog “Dai diamanti non nasce niente”, su “L’Espresso”, 9 aprile 2014), a proposito di bufale, pone l’accento su «cosa produce o rischia di generare questo sistema di pseudo-informazione, che per aumentare i profitti, inietta nella rete informazioni false, spesso inventate di sana pianta, che continuano ad essere poi diffuse anche per anni». Se ci rifacciamo ai soli website di news, la ragione per cui si producono e/o si diffondono notizie false «non può che essere quella legata al marketing virale. Si creano appositamente contenuti dal potenziale virale, ovvero che hanno un’alta probabilità di essere condivisi e diffusi attraverso gli stessi utenti sul web, al solo scopo di generare traffico. Anche se poi la notizia può essere smentita in un secondo momento, l’effetto è ormai ottenuto». Il problema, però, è a lungo termine: «cosa produrrà una tale massa di informazioni false? […] Penso alla sostituzione della realtà che viene effettuata, forse spesso inconsapevolmente (chissà) attraverso queste operazioni. [E’ così che pian piano si crea] il nostro universo percettivo. Come vediamo il mondo, che idea abbiamo di ciò che ci circonda».
In un articolo prettamente politico, Fabio Avallone (“Huffington Post Italia”, 10 aprile 2014) parla della disinformazione a fini elettorali perpetrata da un partito italiano e spiega che le conseguenze di tale “strategia” sono pericolose, a livello sociale: «Sotto il profilo del nostro essere comunità e della fiducia nelle istituzioni, invece, questo atteggiamento è devastante. Instillare la certezza che non si possa credere più a niente, che le istituzioni sono composte da bande di malfattori, falsari e bugiardi, pronti a fregarci con il più classico dei giochi delle tre carte, non può che portare ad un peggioramento della vita di tutti noi».

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AGGIORNAMENTO del 16 aprile 2014:
Razzismo, bufale e complottismo si mischiano nell’ultima notizia falsa che circola sul web, quella di una presunta epidemia di ebola in Italia – ovviamente taciuta dal governo, secondo i diffusori di questa disinformazione – per arginare la quale bisognerebbe chiudere le frontiere e bloccare l’immigrazione, soprattutto dall’Africa. Ne ha scritto ampiamente Leonardo Bianchi su “Vice” del 16 aprile 2014: In Italia non c’è nessuna epidemia di ebola (l’articolo è linkato anche da “Il Post”: Le bufale su ebola in Italia). Io ne ho conservato traccia in questo commento.

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AGGIORNAMENTO del 24 aprile 2014:
Solo oggi ho recuperato lo streaming video di una tavola rotonda dell’ “International Journalism Festival” del 2013 dedicata al complotto: “Con il supporto della Storia scopriremo cosa sia un complotto, come si organizza una congiura e cosa occorre fare perché funzioni. Così da separare quali vicende dei giorni d’oggi possano nascondere dei complotti e quali invece sono solo questioni complicate, dove la teoria del complotto serve a dare una chiave di lettura semplice ma fuorviante. Vedremo che cosa offre spazio alla formulazione di teorie complottiste misleading e qualche esempio pratico di teorie del complotto demolite dai fatti“. Ne parlano Paolo Attivissimo, Andrea Boda, Gaia Giorgio Fedi.

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AGGIORNAMENTO del 29 aprile 2014:
Pietro Minto ha spiegato su “Rivista Studio” (29 aprile 2014) cosa c’è dietro le notizie false e, in particolare, come «il vivacissimo ecosistema delle bufale [abbia] trovato un habitat perfetto nei social media: c’è chi ha fiutato il business e i click e ha fatto della disinformazione la sua linea editoriale, e non solo». Esistono la hoax (la notizia-farsa), la bufala (che punta a contrastare ogni svelamento, mirando all’ambiguità, alla palude tra il vero e il falso), la frovocation (la provocazione falsa), la notizia assurda-ma-credibile, il prodotto di fiction, la anti-notizia creata per far ridere, non per disinformare, la bullshit (che è pronunciata da chi «non sta ne dalla parte della verità né dalla parte del falso. I suoi occhi non guardano in nessun modo»).
Tutto ciò si basa sulla «superficialità che contraddistingue la lettura degli articoli online: letture non completate, condivisioni fatte senza aver letto veramente il pezzo, un torrente continuo di informazioni delle quali abbiamo sempre meno il controllo. Un modello di business basato sulla quantità e su dei lettori poco attenti: è l’Eden delle frottole».
Insomma, «l’idea di stampare bufale per aumentare lettori è vecchia quanto la stampa commerciale» e tra i suoi massimi esponenti c’è Mark Twain, che cominciò proprio così. QUI (o qui).

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AGGIORNAMENTO del 27 maggio 2014:
“Il Post” ha tradotto un articolo di Jesse Walker per “Slate” sugli studi relativi al complottismo, che evidenziano quanto nessuno sia “davvero immune alle teorie cospirazioniste“: E’ tutto un complotto.

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AGGIORNAMENTO dell’11 ottobre 2014:
Marco Letizia riferisce sul “Corriere della Sera” delle teorie del complotto intorno all’epidemia di ebola: “Con il diffondersi del virus aumentano, in rete e non solo, anche le teorie della cospirazione che riguardano la febbre emorragica“: il complotto delle case farmaceutiche, la selezione eugenetica, il complotto teologico, la burla di 4Chan.

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AGGIORNAMENTO del 20 ottobre 2014:
Michael Allen ha raccontato su “Vice” (20 ottobre 2014, QUI) la storia di Chris Bovey, l’uomo che ha trollato i fan della teoria delle scie chimiche.

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AGGIORNAMENTI del 2015:
Dopo la strage di Parigi al “Charlie Hebdo” e al supermercato “Hyper cacher”:

Dopo il disastro aereo della compagnia Germanwings sulle Alpi francesi:

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AGGIORNAMENTO del 22 aprile 2015:
Raphael Zanotti racconta la vicenda di due avvocati che da alcuni anni sfornano bufale riprese dai mass-media e rilanciate sul web con il solo scopo di farsi pubblicità (“La Stampa”, 22 aprile 2015, QUI).

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AGGIORNAMENTO dell’11 settembre 2015:
Tra i saggi del libro “11/9 La cospirazione impossibile“, curato da Massimo Polidoro e pubblicato dal CICAP nel 2014, c’è il contributo dello psicologo sociale Lorenzo Montali: “Il grande fascino della cospirazione” (il testo intero è tra i commenti qui in basso). Tra l’altro scrive:

«Se guardiamo alla letteratura che ha indagato il problema delle teorie cospirative da un punto di vista psicologico e sociale possiamo distinguere due approcci principali. […] Il primo filone […] si concentra sull’analisi delle variabili psicologiche e microsociologiche che consentono di distinguere chi crede alle teorie cospirative da chi invece le rifiuta. L’obiettivo è quello di individuare dei tratti di personalità, di tipo tendenzialmente stabile, che spieghino perché una persona tende a preferire una spiegazione degli eventi come quella proposta dalle teorie del complotto […]. L’idea che guida tali ricerche è infatti che queste teorie siano l’espressione di una forma di pensiero di tipo paranoico, che nelle persone si sviluppa come reazione, oppure come tentativo di trovare un accomodamento, rispetto a una situazione di difficoltà che hanno vissuto […]. In termini di stili di personalità, quindi, le persone che sentono di essere prive di un reale potere di incidere sulla propria vita avrebbero la tendenza a sviluppare quello che viene chiamato uno stile attribuzionale esterno, che le spinge a incolpare forze esterne, reali o inventate, degli eventi che li colpiscono. […] Le teorie cospirative esprimerebbero quindi una forma di condanna di quel “sistema” che costringe le persone a vivere in una condizione di difficoltà e in questo senso potrebbero essere condivise, ovvero credute reali, da parte di chi, pur non facendo parte di gruppi svantaggiati, ha motivi di critica nei confronti di quel sistema. In entrambi i casi si tratterebbe di uno stile di pensiero che sottrae le persone alle proprie responsabilità e alla necessità di riflettere sulle proprie azioni attraverso un meccanismo di proiezione psicologica che inventa dei nemici sui quali viene scaricata ogni colpa di ciò che avviene […]. Lo studio forse più interessante in questa linea di indagine è quello condotto da Abalakina-Paap e altri (1999), che parte dall’identificazione di cinque ipotesi in grado di spiegare perché le persone credono e diffondono le teorie cospirative: 1) il sentimento di alienazione; 2) la sensazione di non avere alcun potere; 3) il fatto che le cospirazioni servono a semplificare un mondo troppo complesso; 4) l’idea che le cospirazioni possono essere utilizzate per spiegare i propri problemi personali; 5) il fatto che queste teorie forniscono un bersaglio per la propria ostilità. […] Alcuni autori hanno proposto una diversa lettura del fenomeno, che inquadra le teorie cospirative come esempi di etnosociologie, ovvero di teorie che le persone comuni costruiscono e utilizzano per spiegare la realtà sociale. Waters infatti osserva che nella nostra società vi sono pochi chimici, fisici o biotecnologi amatoriali, ma in compenso tutti siamo, o tendiamo ad essere, sociologi o psicologi dilettanti (1997). […] Le teorie che le persone elaborano per interpretare e dare senso al mondo intorno a loro sono quindi delle etnosociologie, ovvero delle spiegazioni elaborate da persone nonesperte. È però importante essere molto chiari: questo non significa che siano sbagliate, ma semplicemente che non sono il frutto di un sapere formalizzato, codificato nei libri di testo, indagato attraverso le normali procedure con le quali si costruisce la conoscenza scientifica. Si tratta infatti di un sapere di tipo ‘ingenuo’, senza che a questo aggettivo si debba dare una connotazione di valore negativo. […] In quest’ottica, la differenza tra chi crede e chi non crede nelle teorie cospirative non va interpretata nei termini di una contrapposizione tra malati e sani, paranoici e razionali, ma piuttosto come una competizione tra diverse versioni e fonti, finalizzata a comprendere la realtà sociale».