Convivere col vulcano. Un’intervista sulla “vesuvianità” oggi

Cos’è rimasto dello “Sterminator Vesevo” nell’immaginario collettivo? A 70 anni dall’ultima eruzione del Vesuvio, ne ho parlato in quest’intervista di Ciro Teodonno:

“Il mediano”, 31 marzo 2014, QUI

L’ANTROPOLOGO VESUVIANO
Un’interessante intervista a chi scientificamente s’è occupato della logica rischio. Una lunga conversazione sull’essenza dei vesuviani e del loro mondo.
di Ciro Teodonno

Circa tre anni fa, per le strade della cittadina di San Sebastiano al Vesuvio, si aggirava una figura armata di macchina fotografica e registratore.
Per mesi, incuriosendo i più e turbando qualche malpensante dalla coscienza sporca, ha studiato la realtà locale e le sue peculiarità vulcaniche, ma dal punto di vista antropologico, regalandoci una visione razionale di quello che siamo al di fuori di ogni tipo di luogo comune. Quell’antropologo è Giogg, sorrentino di nascita, cosmopolita per vocazione ma vesuviano d’adozione; con la sua tesi di dottorato, sul concetto del rischio vulcanico ci ha scrutati come nessuno ha forse mai fatto e a lui, oggi, per il settantesimo dell’ultima eruzione, chiediamo lumi su di noi e il nostro Vulcano
. […]

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La perimetrazione del rischio è una negoziazione

La mappa dei rischi, dice Mathilde Gralepois, è un «potente vettore di norme sociali, istituzionali e politiche» che si definiscono sullo spazio. Lungi dall’essere uno strumento neutrale o esclusivamente scientifico, essa oscilla sempre tra l’essere il risultato di una negoziazione e il divenire la scena di una controversia. La zona rossa vesuviana, sia per la sua localizzazione, che rileva la vulnerabilità dei luoghi anche ad osservatori non esperti, sia per l’attenzione di cui è investita all’interno del Piano di Emergenza Nazionale, è, di fatto, l’oggetto principale di dibattiti pubblici e di provvedimenti legislativi in merito al rischio vulcanico dell’area. La sua storia, dal 1995 ad oggi, è ricca di episodi che delineano, appunto, una contrattazione che ha poco del rigore esclusivamente scientifico. Tale zonizzazione del rischio, cioè, ha una natura fortemente politica, perché si tratta di uno spazio interpretativo in cui gli attori locali difendono obiettivi e interessi divergenti.
Nell’ultimo anno, il carattere negoziale della perimetrazione del rischio è riemerso con evidenza a proposito del processo di allargamento della zona rossa e tuttora alcuni amministratori locali continuano a proclamare l’intenzione di riconsiderare quella delimitazione o, quanto meno, i suoi vincoli.
Proprio oggi, ad esempio, è apparso un articolo su “Il fatto vesuviano” in cui si parla della volontà da parte dei sindaci della zona rossa vesuviana di avanzare proposte collettive per il “rilancio” dei propri territori. Ciò rappresenta un punto molto delicato perché pone un dilemma di difficile soluzione: bisogna sostenere lo “sviluppo economico” di quei comuni o questo può risultare incoerente con la necessità di mitigare il rischio vulcanico? Rispetto a tale preoccupazione, infatti, è unanimemente riconosciuto che l’alto tasso di vulnerabilità dell’area sia dovuto al suo sovraffollamento e alla sua congestione, per cui, per quanto possa apparire cinico, sembrerebbe logico rendere “meno appetibili” quei comuni al fine di favorirne una drastica decrescita urbana. E’ un dilemma serio ed io, sinceramente, non ho una risposta. Tuttavia non me la sento in alcun modo di picconare la zona rossa e il parco nazionale che, senza dubbio, hanno introdotto limiti e condizioni molto stringenti, di cui molti non riescono a cogliere l’utilità.
Alcuni sindaci della zona ripetono con una certa insistenza che i propri territori sarebbero «mortificati da dieci anni di blocco totale derivanti dalla zona rossa» e, più in particolare, dalla legge regionale 21/2003. Per mezzo del loro capofila – l’attuale sindaco di Sant’Anastasia Carmine Esposito, che da anni attribuisce alla zona rossa ogni male dell’area vesuviana – hanno annunciato che a breve esprimeranno «un’unica linea politico-amministrativa sulle priorità comuni». Tra le tante necessità indicate (valorizzazione, tutela, sicurezza, vie di fuga… che non si capisce perché siano ritenute ostacolate dalla zona rossa) ce n’è una, però, che suona piuttosto stonata e sospetta: «avviare un sistema virtuoso per la rigenerazione e la riqualificazione edilizia ed urbanistica che, tra l’altro, potrebbe contribuire a rimettere in moto realmente l’economia locale».
Su questo credo che non ci sia possibilità di “trattativa”, a meno che non si sia disposti a svuotare completamente di senso una perimetrazione del rischio che, agli occhi del mondo intero, appare come il primo ed essenziale passo di qualsiasi processo di protezione civile.

NB: queste notizie sono riportate anche dal webjournal “Corso Italia News“.

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CONSIDERAZIONI del 24 maggio 2014:
La “nuova zona rossa vesuviana” è un caso molto interessante per osservare le dinamiche della negoziazione politica intorno alla perimetrazione del rischio. Procediamo con ordine.
A fine dicembre 2012 la Protezione Civile e la Regione Campania hanno annunciato una nuova mappatura rispetto a quella del 1995, stavolta basata su un forte principio scientifico, la cosiddetta “linea Gurioli”, dalla studiosa che ha analizzato la ricaduta di ceneri e altri prodotti vulcanici intorno al Vesuvio. Si tratta, in sostanza, di un cerchio che tocca 25 comuni, rispetto ai 18 precedenti (si veda la mappa), ufficializzato nel luglio 2013. E’ da specificare che la precedente perimetrazione del rischio seguiva i confini esterni dei comuni interessati, per cui ne risultava una linea frastagliata e incomprensibilmente deforme rispetto alla circonferenza del vulcano. La nuova linea, certamente più esplicita dal punto di vista scientifico, abbandona la sovrapposizione ai confini comunali e dichiara “zona rossa” solo il territorio posto al suo interno. Ciò ha avuto due conseguenze: l’aumento del numero di comuni coinvolti (da 18 a 25, appunto) e una maggior confusione in merito alla pianificazione dell’emergenza e alla gestione urbanistica dei territori parzialmente coinvolti dalla “linea Gurioli”. Ne è derivata una doppia illusione: da un lato il numero di comuni è cresciuto, ma la superficie della zona rossa non si è allargata; dall’altro lato il numero di abitanti da evacuare viene ritenuto molto più alto perché calcolato sommando le intere popolazioni dei comuni “a rischio”, mentre invece, a rigore, dovranno essere sfollati solo coloro che risiedono all’interno della “black line” (e il cui numero, al momento, è semplicemente sconosciuto).
E’ in questa congiuntura che si sviluppa la negoziazione della perimetrazione del rischio di cui parlavo: esistono diversi comuni che sono toccati solo in parte dalla “linea Gurioli” e i loro amministratori – come tutti noi, d’altronde – non hanno ancora ben chiaro se le leggi restrittive in materia edilizia e le procedure di emergenza dovute allo speciale status della zona rossa siano da applicare all’intero territorio comunale o solo ad una parte di esso.
Il primo comune a sollevare obiezioni sulla nuova zona rossa è stato Scafati, sfiorato dalla “linea Gurioli” (si veda la mappa): nel gennaio 2013 il sindaco Pasquale Aliberti si è “ribellato” alla nuova perimetrazione sostenendo che “Scafati prova a uscire dall’area a rischio” (di Floriana Longobardi, in “Il Mattino”, 16 gennaio 2013), una posizione critica che l’assessore regionale alla Protezione Civile Eduardo Cosenza ha provato a riassorbire nel febbraio 2013, quando in un convegno ha spiegato che: “Scafati rientra sì nella zona rossa, ma in quella di tipo due. In pratica nella cittadina al confine di Pompei, arriverebbero solo ceneri (e non lava o fuoco) e quindi basterà̀ prevedere delle modifiche alle norme tecniche per quella determinata area, ed il gioco sarà̀ fatto” (in “Agro24”, 11 febbraio 2013).
La moltiplicazione delle definizioni (zona rossa, gialla, 1, 2 e così via) ha creato una certa confusione che è conveniente riordinare: la “zona rossa 2” (ovvero la quota di territorio esterna alla “linea Gurioli” nei comuni che sono toccati da questa) è, in sostanza, la vecchia “zona gialla”, per cui, se Scafati è stata – ma con quale atto? – estromessa per intero dalla zona a più alto rischio, nulla cambia dal punto di vista urbanistico e della pianificazione del rischio rispetto alla situazione delineata nel 1995, sebbene rientri ancora nel nuovo elenco dei comuni gemellati con altre regioni italiane, dunque da evacuare (in Sicilia) in caso di allarme.
Ai primi di maggio 2014, poi, c’è stato il caso (questo sì, ufficiale) di Boscoreale (che è un comune già presente per intero nella precedente zona rossa), a cui il Tribunale Amministrativo della Regione Campania ha riconosciuto il diritto di distinguere il proprio territorio tra quello interno alla “linea Gurioli” e quello esterno, dunque di sottoporlo a due diversi regimi urbanistici, che per Boscoreale, in sostanza, significa riavviare l’edilizia dopo quasi vent’anni di blocco. Come ha ben spiegato Malko (il 13 maggio 2014, ma lo aveva preannunciato già un anno prima, il 28 maggio 2013), a questo punto è facile aspettarsi ricorsi simili da parte degli altri comuni che si trovano nella medesima situazione: Cercola, Pompei, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Torre Annunziata.
La morale di questa situazione è che, a dispetto della retorica razionalista, ogni zona a rischio può essere modificata come se si trattasse di un elastico: a piacimento o, per meglio dire, a peso politico. Nulla di nuovo, per la verità: come ho già scritto qui sopra, ogni perimetrazione del rischio è una negoziazione, ma è opportuno ribadirlo per non cadere nell’illusione che le zone rosse siano rigorosamente scientifiche. Al contrario, come dimostra il caso del Vesuvio, l’area a più alto rischio viene continuamente modificata, tirata, slabbrata, talvolta derogata, per opportunità o convenienza, in una proliferazione di definizioni e di livelli ufficiali e ufficiosi che si sovrappongono, si sommano e si confondono, lasciando nel limbo i cittadini, trattati alla stregua di pedine di un risiko vesuviano giocato da amministratori alla conquista, o alla difesa, di poltrone.

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AGGIORNAMENTO del 3 maggio 2015:
L’andamento pressoché circolare dell’attuale zona rossa del #Vesuvio, decretata nel 2013, segue principi scientifici (della vulcanologa Lucia Gurioli) più convincenti rispetto a quelli della prima versione (risalente al 1995), quando l’area di maggior rischio vulcanico seguiva acriticamente i confini dei comuni. La nuova perimetrazione, tuttavia, ha portato con sé nuove problematiche: un comune che rientra solo parzialmente all’interno della “linea Gurioli” deve applicare a tutto il suo territorio la legge regionale campana 21/2003 (che vieta l’edificazione per uso residenziale)? Il comune di Boscoreale, interessato dal quesito, ha presentato un ricorso al TAR della Campania, che gli ha dato ragione: può estrapolare dalla classificazione di zona ad alto rischio quella parte di territorio boschese che va oltre il limite Gurioli. L’ultima parola, tuttavia, ci sarà tra un mese, il prossimo 4 giugno 2015, quando la querelle sarà presentata dinnanzi al Consiglio di Stato.
Il blogger MalKo spiega la situazione nei dettagli, anche storicamente: “Rischio Vesuvio: la zona rossa sui banchi del Consiglio di Stato“.

Exodus

Leggere “Il mediano” è utile ed interessante. Lo scorso 12 dicembre 2010 un articolo di Ciro Teodonno, “Cos’è il “Progetto Vesuvio”?“, ha riferito dell’idea di Girolamo Vajatica e della sua associazione di trasferire i 18 comuni vesuviani in luoghi più sicuri. Leggere di questo progetto (o “piano di emergenza”, “piano di evacuazione”, “piano di prevenzione”) e, soprattutto, delle reazioni è uno stimolo alla riflessione sul rapporto tra spazio abitato e spazio immaginato o percepito.
Questa che a me pare essenzialmente una provocazione intellettuale più che un progetto concreto, finora ha avuto vari e importanti interlocutori, come Raffaele La Capria (“Il sonno della montagna“, o qui) e Gerardo Marotta (che ha ospitato Vajatica presso l’Istituto Italiano di Studi Filosofici).
Ecco il primo articolo, altri (cronologicamente precedenti) sono tra i commenti:

Il sogno, solo all’apparenza utopico, di Girolamo Vajatica, professore di filosofia napoletano, ha già al suo attivo numerosi ed eccelsi sostenitori, come ad esempio lo scrittore Raffaele La Capria, che ha anche trattato a suo tempo l’argomento sulle pagine de Il Mattino; Gerardo Marotta che lo ha ospitato presso l’Istituto italiano di filosofia; la stessa Unione Europea che ha a sua volta risposto positivamente alle sue interpellanze, a testimonianza della validità del progetto e delegando al governo italiano la facoltà di decidere a riguardo.
Allo stato attuale però, come sottolineato nei precedenti articoli, non v’è riscontro alcuno da parte delle autorità e permane la reale utopia di un piano d’evacuazione con funzioni più apotropaiche che pratiche.
Il professore, pur se di formazione umanistica, è però persona tutt’altro che teorica è fonda la sua pragmatica nel presupposto che, almeno al momento, l’unica cosa certa alla luce del sole, sembra essere la calma del gigante, che non lascia presagire alcun sussulto immediato.
Per ciò, sostiene il professore, è opportuno permettere, in maniera del tutto distinta dal piano d’evacuazione (che presuppone un rischio vulcanico imminente e che lui giudica complementare al progetto), un lento e regolare fluire della popolazione vesuviana e del suo mondo verso un’area più sicura e relativamente vicina.
L’area individuata è nel casertano, delimitata grosso modo a nord dal Volturno e a sud dai Regi Lagni, toccando i comuni di Castel Volturno, Cancello Arnone, Grazzanise, Santa Maria la Fossa, Casal di Principe, San Tammaro. Qui sarebbe possibile, seguendo le regole di una nuova urbanistica e dell’eco-compatibilità, creare una nuova città, dove magari i quartieri possano avere i nomi dei paesi d’origine e dove i cittadini potrebbero mantenere il loro viscerale contatto con il luogo d’origine andandoci a lavorare. Sì, perché i diciotto comuni della zona rossa andrebbero a perdere il loro ruolo prevalentemente residenziale e acquisirebbero una ragion d’essere più produttiva, privilegiando finalmente una vocazione ricettiva e agricola fin troppo vituperata da un urbanizzazione selvaggia.
La visione generale, a detta dell’architetto Gerardo Perillo, membro anch’egli dell’associazione, vedrebbe l’abbattimento di quegli edifici che come bubboni infetti sono cresciuti in maniera spropositata, deformando i pregevoli centri storici del Vesuviano. Così facendo si creerebbe un circolo virtuoso tale da incentivare un’economia finalmente virtuosa ed esaltando un turismo che ormai, da tempo immemorabile, è in decadenza.
In realtà bisogna dire che l’idea dell’Associazione “Progetto Vesuvio” non pretende il primato dell’originalità e dell’esclusiva, essendo, già in passato, stato teorizzato e attuato in tal senso.
Molti infatti ricorderanno i bonus, offerti dalla regione Campania per incentivare il deflusso dalla zona rossa, e che non hanno certo sortito l’effetto desiderato di decongestionare la zona.
Il semplice quanto fondamentale intento di “Progetto Vesuvio” e del prof. Vajatica è quello di spopolare, nel lungo periodo, tutta l’area vesuviana e non solo gli affittuari accompagnati dai loro magri 30.000 € di incentivo.
Altro progetto dal simile intento è quello della CONFINDUSTRIA di Caserta, che ha immaginato parimenti di evacuare il Vulcano, smistando però la popolazione in più zone della Campania. La pur lodevole iniziativa ha, secondo noi, la pecca di scindere definitivamente il legame tra i vesuviani e il loro territorio, disperdendo quei valori e tradizioni che ne caratterizzano l’essenza; il fatto poi che esista un’ovvia connessione tra progetto e mondo industriale, ci sembra essere un po’ troppo vincolante, perché promosso da un contesto, sì importante ma limitato rispetto alle tante parti che compongono la nostra società.
Contrariamente, l’Associazione “Progetto Vesuvio”, oltre ad essere rappresentativa di tutte le forze positive del territorio all’ombra del Vesuvio, ha l’esclusiva caratteristica di terminare (sciogliersi) nel momento in cui vi sia il concreto passaggio alla fase esecutiva della creazione di una nuova città vesuviana.
Il progetto è quello unico di smuovere le coscienze da quel torpore fatalistico e di sussidiarietà che le caratterizza a queste latitudini e di indirizzarle verso quella pratica attuazione di intenti e di idee che ci distinguerebbe finalmente per le nostre qualità innate e non per il male che ci attanaglia e purtroppo ci precede su, ben oltre il Garigliano.

Altri articoli e reazioni al “Progetto Vesuvio” sono tra i commenti.
Tra gli altri, segnalo:
Ciro Teodonno, IL DESTINO DELLA CITTÀ VESUVIANA (qui)
– Ciro Teodonno, LE LECITE DOMANDE DI CHI VIVE ALL’OMBRA DEL VESUVIO (qui)
– Antonio La Gala, COME ANTICIPARE LO STERMINATOR VESEVO (qui)
– Ciro Teodonno, IL PUNTO DI VISTA DI UGO LEONE SUL PROGETTO VESUVIO (qui)
– Ciro Teodonno, L’OPINIONE DI ALDO VELLA SUL “PROGETTO VESUVIO” (qui)
– Ciro Teodonno, L’OPINIONE DEL VULCANOLOGO GIUSEPPE LUONGO (qui)
– Ciro Teodonno,
L’OPINIONE DI LUONGO SUI CAMPI FLEGREI (qui)
– Ciro Teodonno, L’OPINIONE DI GIUSEPPE CAPASSO (Presidente della Comunità del Parco) (qui)
– Ciro Teodonno, IL PROGETTO VESUVIO DI ENZO CORONATO (Confindustria Caserta) (qui)
– Angelo Lomonaco, «CHI VIVE A NOLA VA IN VAL D’AOSTA». DOVE FUGGIRE SE ERUTTA IL VESUVIO (“Corriere del Mezzogiorno”, 14 dicembre 2013, qui)

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AGGIORNAMENTO del 14 febbraio 2014:
E’ stata approvata la nuova tabella dei gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni d’Italia.
Ne ho scritto QUI.