385 anni fa, l’EMA vesuviano del futuro

Oggi ricorre il 385° anniversario della più grande eruzione vesuviana dell’ultimo millennio. Quell’evento del 16 dicembre 1631 cambiò il panorama e la rappresentazione di Napoli, diede avvio alla vulcanologia moderna e consacrò definitivamente san Gennaro patrono della città. In mattinata, infatti, ci sarà la prodigiosa terza liquefazione annuale del sangue del santo, mentre nel pomeriggio si terrà una rappresentazione storica presso il Museo del suo Tesoro. Ulteriori informazioni sono sulla pagina Fb “Rischio Vesuvio“:

Oggi, 385 anni fa, si ebbe la più grande eruzione vesuviana del secondo millennio, quella che diede avvio al più recente dei cicli eruttivi del nostro vulcano, conclusosi nel marzo del 1944. L’eruzione del 16 dicembre 1631, classificata “subpliniana” dagli scienziati, fu catastrofica: uccise almeno 4.000 persone (su una popolazione di circa 50.000 abitanti della fascia vesuviana), coinvolse 30 paesi, distrusse gli acquedotti (con grave crisi idrica per i sopravvissuti), decimò il bestiame e per anni i campi agricoli furono impraticabili. Con quell’esplosione cambiò non solo il comportamento del Vesuvio e la sua morfologia, ma anche l’atteggiamento che gli abitanti dell’area avrebbero avuto in seguito nei suoi confronti: il bisogno di capire quell’incredibile fenomeno della natura contribuì alla nascita della vulcanologia moderna, mentre la necessità di dargli una misura “gestibile” culturalmente favorì la definitiva consacrazione di san Gennaro come protettore di Napoli [1]. Quell’eruzione, inoltre, determinò anche un mutamento nella rappresentazione della città, che da allora, appunto, è ritratta adagiata sul golfo e col vulcano sullo sfondo a dominare la scena.
Ricordare l’eruzione del 16 dicembre 1631, tuttavia, non è semplicemente una forma di rispetto verso il passato, bensì un modo di pensare al futuro: negli ultimi anni, infatti, quello è stato ritenuto l’evento di riferimento [EMA: evento massimo atteso] per l’elaborazione degli attuali Piani di Emergenza e di Evacuazione. In altre parole, considerando l’attuale stato di quiescenza del vulcano, gli studiosi hanno calcolato che l’eruzione futura più probabile (di cui però ignoriamo il quando) potrebbe sprigionare un’energia simile a quella del XVII secolo.
D’altronde, il futuro è il tempo a cui si rivolse già il Viceré di Napoli nel 1632, quando a Portici fece erigere un’iscrizione di marmo che alcuni considerano la prima espressione di protezione civile della storia. Il cosiddetto “Epitaffio del Granatello”, infatti, invita i posteri (ovvero noi tutti) a fare attenzione al vulcano e a prepararsi per tempo, perché, quando si manifesta, la potenza del Vesuvio è incontrollabile: «Allora, se hai giudizio, presta ascolto a questa lapide eloquente. Non curarti della casa, non badare ai bagagli: Fuggi, senza alcuna esitazione!».
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[1] Dal punto di vista religioso, stamattina alle 9h00 si terrà una celebrazione liturgica in occasione del terzo miracolo annuale della liquefazione del sangue, presso la Cappella del Tesoro di san Gennaro. Nel pomeriggio alle 17h00, inoltre, presso il Museo del Tesoro di san Gennaro ci sarà una rievocazione storica dell’eruzione del 1631.

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L’immagine ritrae l’epitaffio eretto nel 1632 al Granatello di Portici, di cui si può leggere il testo e la traduzione QUI.

PS: l’acronimo “EMA” riportato nel titolo di questo post sta per “Evento Massimo Atteso“, che è l’espressione usata dalla Protezione Civile per riferirsi allo scenario eruttivo futuro più probabile, il quale, tuttavia, non è certo, perché l’evento massimo “possibile” potrebbe essere molto più forte.

Napoli e il rischio vulcanico: tra Vesuvio e Campi Flegrei

Come ho avuto modo di scrivere in altre occasioni, il Vesuvio non pone solo delle questioni sulla sicurezza e sulla prevenzione, ma fornisce spunti di riflessione sul modello urbanistico, economico e democratico seguito nel corso del Novecento. L’altro ieri [12 ottobre 2016] è stato presentato il (corposo) “Piano di Evacuazione del Vesuvio”, di cui poco fa ha scritto anche “The Independent“, a sottolinerare l’eco che il caso-Vesuvio ha in larga parte del pianeta. Però, al di là dell’organizzazione della fuga in caso di allarme (che è e resta un compito cruciale), non si può prescindere da una riflessione più ampia sullo stato del territorio. Oggi l’occasione è fornita da un’immagine inedita, sebbene sotto gli occhi di tutti: unendo le perimetrazioni del rischio vulcanico flegreo e vesuviano, infatti, emerge una mappa che pone la città di Napoli e la sua provincia sotto un’ottica completamente nuova.
Ne ha scritto la pagina Fb Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci:

L’altro ieri, il 12 ottobre 2016, la Regione Campania e il Dipartimento della Protezione Civile hanno presentato alla stampa il “Piano di Evacuazione del Vesuvio” [ne abbiamo scritto qui, qui e qui].
Poche settimane fa le stesse istituzioni hanno aggiornato il “Piano di Emergenza dei Campi Flegrei“, che stabilisce una “zona rossa” includente tutta l’area occidentale di Napoli e una “zona gialla” che arriva a lambire i quartieri più orientali del capoluogo, ovvero quelli interessati dal rischio vesuviano.
Come si può osservare dall’immagine qui in basso, abbiamo affiancato le perimetrazioni del rischio vulcanico di entrambi i complessi, Vesuvio e Campi Flegrei, così da far emergere due dati fondamentali:
1) il comune di Napoli è interamente interessato dal rischio vulcanico;
2) pressoché tutta la provincia è soggetta a tale minaccia.

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L’immagine è stata realizzata da Gaetano Magro (che ringraziamo).

Teniamo a sottolineare che le zone “rossa” e “gialla” si differenziano principalmente per due parametri: un fattore tempo (la “zona rossa” è quella più direttamente e immediatamente soggetta all’eruzione) e un fattore pericolosità (terremoti, flussi piroclastici e lave si abbattono con più violenza nelle immediate vicinanze del cratere). Entrambe le perimetrazioni, però, sono importanti e, anzi, nella “zona gialla” è molto alto il rischio crolli per l’accumulo di ceneri sui tetti delle abitazioni (a titolo esemplificativo: nel 1944 i 26 morti dell’ultima eruzione vesuviana furono tutti fuori dall’attuale “zona rossa”).
Come ha osservato l’urbanista Aldo Loris Rossi, la provincia di Napoli ha un’estensione quanto l’area all’interno del Grande Raccordo Anulare di Roma, con la particolarità che vi sono presenti ben due vulcani attivi. Si tratta di un caso unico al mondo e, a nostro avviso, richiede risposte coraggiose e inedite, che vadano oltre l’organizzazione della fuga, per quanto importante: c’è da ripensare, cioè, il rapporto città-campagna, l’urbanizzazione (tra legale e illegale), le infrastrutture e la loro manutenzione, nonché la partecipazione, la sussidiarietà e la governance.
Su Napoli, poi, c’è da sfatare un’illusione, ovvero che non sia mai stata colpita da eruzioni. In realtà, strati di lava sono stati riscontrati in più punti del centro cittadino e, come ha mostrato Mario Tozzi in tv un anno fa, il rapporto tra Napoli e il Vesuvio ha una storia lunga almeno 2000 anni. In ogni caso, gli Lloyd’s di Londra hanno anche calcolato quanto costerebbe a Napoli un’eruzione vulcanica: 1,08 miliardi di euro, ovvero il 15,48% della ricchezza cittadina. Come è noto, prevenire i rischi avrebbe un impatto economico molto minore.
Stretta tra due vulcani, dunque, Napoli deve ripensarsi urgentemente alla luce di queste nuove mappe del rischio: la città è cresciuta in maniera disordinata durante il Novecento e, come ha scritto un mese fa Roberto Saviano, «nel capoluogo campano il 44% degli edifici è a rischio sisma». Le istituzioni cittadine (e metropolitane, ex provinciali) hanno ormai il dovere (burocratico, ma soprattutto etico) di prendere delle misure, di studiare delle soluzioni. Napoli, come ha rivelato Angelo Agrippa due giorni fa, non ha ancora un “Piano di Emergenza Comunale” (né per il rischio idrogeologico, né per quello sismico ed eruttivo, né per quasiasi altra minaccia). Il vicesindaco Raffaele Del Giudice ha replicato che il Piano sarà pronto «tra dieci giorni», ma il punto non è solo di rispettare una scadenza, bensì di costruire un sistema di protezione molto più articolato e lungimirante. Innanzitutto sarà necessario – ad opera della Regione o del Dipartimento di Protezione Civile – armonizzare e razionalizzare i singoli Piani di Emergenza Comunali, ma soprattutto sarà fondamentale avviare una gestione del territorio più ecocompatibile ed equa, nonché instaurare un continuo e costante dialogo con la popolazione: informarla, aggiornarla, ascoltarla, includerla.
La questione riguarda ogni livello istituzionale e al momento, al di là delle carte, cosa di tutto ciò sia in lavorazione o in programma non è dato sapere.

Il costo economico di una catastrofe nelle città del mondo (anche Napoli), secondo i Lloyd’s di Londra

Il «Lloyd City Index 2015-2025» ha calcolato il costo, per 301 città del pianeta, di un crollo del mercato, di un cyber-attacco, di un sisma o di un’eruzione.

Con 6,98 miliardi di dollari di danni economici potenziali, al 161° posto al mondo c’è Napoli. Si tratta della terza città italiana, dopo Milano (16,08 mld) e Roma (15,40 mld). Ciò che cambia è la tipologia di minacce cui sono rispettivamente soggette le varie città.
A Napoli, nell’ordine:
1) un crollo del mercato costerebbe 1,69 miliardi di dollari (il 24,28% della ricchezza cittadina);
2) uno shock del prezzo del petrolio causerebbe 1,36 mld di costo (il 19,55%);
3) un’eruzione vulcanica equivarrebbe a 1,08 mld (ovvero il 15,48%).
Seguono un cyber attacco, un’epidemia, un sisma, un’alluvione e così via. (QUI sono elencati i dati in versione pdf).

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Clicca sull’immagine per accedere alla pagina dedicata a Napoli.

Una presentazione generale dell’analisi è su «Rivista Studio»​, in cui si osserva che:

Come riportato dall’Independent, in caso di crollo del mercato lo studio stima una potenziale perdita per il Pil mondiale di 1.05 milioni di miliardi di dollari. Numero di gran lunga superiore ai danni dal secondo evento rischioso in classifica, la pandemia. L’evento meno preoccupante per l’economia globale pare essere invece lo tsunami.

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In testa alla classifica ci sono tre città asiatiche (Taipei, Tokyo, Seoul) mentre tra le europee la più esposta è Istanbul al settimo posto. New York è quinta.
La ricerca, che si basa su uno studio dell’Università di Cambridge, sottolinea poi come oltre il 91% del totale del Pil mondiale a rischio sia tale a causa di sole 10 città, evidenziando anche come le economie emergenti siano quelle che hanno più da perdere e come la globalizzazione abbia ampliato l’effetto di alcune minacce – la cyber-guerra e le tempeste solari, ad esempio.

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Su questo blog, altri post dedicati a previsioni, assicurazioni e costi di disastri sono QUI e QUI.

Terremoto in Nepal: fate presto!

Il terremoto ha devastato Kathmandu e i campi alpini sull’Everest sono scomparsi, ma fino ad ora non si era ancora parlato dell’area rurale. Giampaolo Visetti riferisce che decine di villaggi del Nepal sono stati inghiottiti dalle frane: “manca acqua, luce, cibo e gli aiuti non arrivano, i sopravvissuti dormono all’aperto in tende improvvisate“.
Il bilancio, fino ad ora, è di 4.485 morti e 8.235 feriti, ma il Primo Ministro nepalese teme che le vittime possano salire a 10.000.
Intanto, l’Onu riferisce che sono 8 milioni le persone colpite dal sisma (un milione e mezzo non ha cibo) e “Save the Children” lancia l’allarme per 2 milioni di bambini.
Il “Giornale della Protezione Civile​” ha pubblicato un elenco di indirizzi, iban, sms con cui contribuire agli aiuti: QUI.
FATE-PRESTO_Il-Mattino_1980_SISMA-Irpinia_soloFate presto“. Ed io ripenso alla prima pagina del “Mattino” del 1980, perché quell’angoscia è la stessa, sempre e ovunque.

Il parallelo con il proprio “qui” è inevitabile. Ripensiamo a L’Aquila e alle altre catastrofi (più o meno) naturali che ci hanno colpito negli ultimi anni, ma anche a quelle che potrebbero accadere. A questo proposito, è interessante una riflessione che Fosco d’Amelio ha pubblicato ieri:

Facciamo un salto che potrebbe anche sembrare fuori luogo, ma ha un senso farlo adesso. Il capo della Protezione Civile italiana, Franco Gabrielli, in un lodevole slancio di sincerità, dichiarò un mese fa di avere due incubi notturni: il Vesuvio e il terremoto in Calabria. Nel primo caso, si tratta di un rischio noto in tutto il mondo e di cui ogni tanto si parla. Ma che intende dire quando parla di “terremoto in Calabria”? Gabrielli si riferisce probabilmente alla possibilità che avvenga un altro evento della portata del terremoto del 1908, che con una magnitudo di 7,2 tra Sicilia e Calabria provocò intorno alle 100.000 vittime. Gabrielli non credo abbia timore semplicemente che il fenomeno avvenga, ma ha paura perché conosce lo stato delle infrastrutture, delle abitazioni, delle strade che sarebbero colpite. E se non si tratta di polvere di marmo e calcare, in alcuni casi poco ci manca. Di certo non stiamo parlando di un sistema capace di affrontare un terremoto di quella intensità senza una perdita alta e incontrollata di vite umane. Dovunque avvenga una catastrofe, l’unico modo per rispettare chi ha perso la vita non è restare zitti a contare le vittime o iniziare a raccontare morbosamente le singole storie di morte e salvezza che in ogni catastrofe naturale sono il boccone prelibato per i media in tutto il mondo. L’unico modo è domandarsi realmente se non ci sia la possibilità di ridurre il danno con un comportamento di reale prevenzione, come sia possibile salvare anche solo una vita in più oltre il fisiologico numero di vittime dovuto all’immensità delle calamità“.

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Raccolgo alcune riflessioni sulla rappresentazione mediatica di questo terremoto, sulle ragioni di una tale entità, sulle possibili soluzioni.

Il Nepal non è un museo. Non lo era, non lo è mai stato, non lo sarà. Il Nepal è vero e questa è la sua magia, il suo fascino unico al mondo. Nelle case medievali di Bhaktapur, fatte di mattoni rossi e finestre di legno intagliate, migliaia di persone vivono come hanno sempre vissuto, da sempre: ed è un sito archeologico protetto dall’Unesco, una delle meraviglie del mondo. Ma se di giorno è frequentata dai turisti, la sera torna a essere proprietà dei suoi abitanti, dei ragazzini che corrono urlando, delle donne che stendono i panni, degli uomini che riportano le capre dopo il pascolo. Tra loro parlano newari, una lingua di origine tibetana che non ha nulla a che vedere con il nepalese ufficiale. E sono solo due tra gli infiniti idiomi che in quel paese si parlano, da millenni luogo di incrocio, di mescolanza, d’incontro. Già: il Nepal è prima di tutto un luogo d’incontro, in tutti i sensi. In senso geologico, già lo sapete: è il punto in cui la placca indiana e quella asiatica si toccano, con le conseguenze che abbiamo visto. Ma è soprattutto un luogo d’incontro etnico e culturale: la popolazione (circa metà rispetto a quella italiana) è un incredibile mix di gente venuta dal sud (quindi indiani) e dal nord (quindi tibeto-asiatici). […] Quando chiedo dei templi antichi distrutti, delle pagode polverizzate nelle Durbar square o a Changu Narayan, sento che mi rispondono quasi infastiditi, come se fosse una curiosità da occidentale interessato più alle pietre che alle vite delle persone: «i templi li ricostruiremo, pazienza», dicono. […] Questo è il Nepal, altro che museo. È vita, è vita continua, è completamente umanità, nel suo bene e nel suo male, nella guerriglia idealista e contadina che dopo dieci anni è riuscita a cacciare un re assurdo e feudale (ma senza ammazzarlo: oggi vive in una villa non lontana dal suo ex palazzo e fa l’uomo d’affari), nelle donne che sbattono il riso al tramonto senza neppure guardare il panorama mozzafiato di prati verdi e vette imbiancate alle loro spalle, nei ragazzini che vanno a scuola in gruppo e in cravatta anche se quella cravatta è logora e stracciata, la stessa usata dai fratelli e dai cugini prima di loro, in un paese in cui tutti sono fratelli e cugini fino a costituire un’immensa rete sociale di aiuto e di scambio, unico welfare in assenza di welfare. […] A proposito, in questi giorni molti mi chiedono come possono dare una mano, dopo il terremoto. Suggerisco di non donare a caso, specie sui siti improvvisati. Chi vuole mandare un aiuto immediato per il post sisma, può farlo su “Medici senza frontiere”, che si è già attivato per il Nepal […].

  • David E. Alexander (“Kathmandu“, in “Disaster planning and emergency management”, 25 aprile 2015):

[…] Kathmandu suffered the impact of a magnitude 7.4 earthquake in 1934. It did much damage, but what were then grassy fields are now densely populated tenements in a chaotic, rapidly spreading urban fabric. There are 1.6 million people in the Kathmandu valley. The calculated return period of the 1934 event was 70 years: a major earthquake was overdue. If such a disaster could not be coped with locally, aid would have difficulty in arriving at an airport that was too small, cramped and difficult of access (the presence of Anapurna means that aircraft have to corkscrew down to land). The logistics remind one of Port au Prince in Haiti […]. Nepal is a low income country that ranks 157th in the UN’s Human Development Index. It is now time for a debate on the extent to which disaster risk reduction should be a key development priority in such countries […].

[…] Just two weeks before the quake, “Geohazards International” had warned that the people of Kathmandu are about 60 times more likely to be killed in a quake than the people in Tokyo, not least because of the country’s poverty […].

[…] Ma i principali responsabili del gran numero di vittime sono sempre gli stessi: sovraffollamento, assenza di criteri antisismici e cattiva costruzione. Nonostante il rischio sismico fosse elevatissimo e conosciuto, con decine di migliaia di morti nel secolo scorso, l’estrema povertà del Nepal e l’inesistente amministrazione hanno consentito di costruire senza alcun criterio antisismico anche laddove si è utilizzato cemento armato. […] All’inizio si scartavano le zone pericolose sulla base di un’antica memoria tramandata, per esempio evitando i terreni paludosi, dove gli effetti del terremoto si amplificano. Nel terzo millennio decine di milioni di persone vivono attorno agli antichi nuclei colonizzando con costruzioni fatiscenti i siti una volta scartati. Così può accadere che rimangano in piedi vecchie case accanto a palazzi moderni distrutti. Le grandi città attraggono senza sosta milioni di disperati nullatenenti dalle campagne di tutto il mondo, gente che non ha posto migliore per insediarsi che non i terreni meno idonei. Dove sorgono favelas e slums si concentreranno i danni e i morti dei terremoti del futuro, che proprio lì faranno sempre più vittime e danni sempre più gravi […].

[…] A person living in Kathmandu is about nine times more likely to be killed by an earthquake than a person living in Islamabad and about 60 times more likely than a person living in Tokyo,” said the report. “According to the preliminary results, a school child in Kathmandu is 400 times more likely to be killed by an earthquake than a school child in Kobe and 30 times more likely than a school child in Tashkent […].

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Sul suo fb, Fosco d’Amelio ha pubblicato quest’osservazione (ispirata ad un commento che ha lasciato sul mio fb):

Finché ci stupiremo ogni volta della quantità dei morti di un terremoto catastrofico, del fatto che una placca si è spostata rispetto all’altra di tot metri, delle valanghe e/o frane causate dai sismi (Irpinia docet), delle dimensioni di un fenomeno che malgrado tutto può avvenire varie volte in 10 anni (faccio l’elenco? dal 2004: Sumatra, Pakistan, Haiti, Giappone, Cina, Nepal, e questi sono solo quelli con decine di migliaia di vittime), vuol dire che ogni volta, nel tempo tra un sisma e l’altro, non abbiamo capito niente di come funzionano questi fenomeni e di conseguenza, non abbiamo fatto niente per difenderci prima dell’arrivo del prossimo.
E ne arriverà un altro, e di nuovo giornalisti stupidamente stupiti dalle macerie, dalle tendopoli, dalle crepe e voragini, dalla distruzione, dal disperso ritrovato dopo una settimana, dalle città senza luce, acqua, gas, etc. e tutti a bocca aperta, come fosse la prima volta.

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Molto interessante questo articolo di Michela Barzi apparso il 27 aprile 2015 su “Millennio Urbano“:

NEPAL: MORIRE DI SVILUPPO URBANO
di Michela Barzi

Il terremoto che ha devastato il Nepal ha fatto tre tipologie di vittime: da una parte gli alpinisti e gli occidentali che si trovavano lì da turisti, dall’altra la popolazione delle tre antiche città che formano la città metropolitana di Kathmandu e che custodiscono il patrimonio storico-monumentale distrutto dal sisma, da ultimo il paese rurale e remoto, dal quale emigrano i contadini poveri verso le città per cercare condizioni di vita migliori. Di questo terzo Nepal non parla nessuno perché sembra che lì i soccorsi non siano nemmeno arrivati. Le molte migliaia di persone che fino ad ora costituiscono il bilancio provvisorio delle vittime, tra morti, feriti e coloro che hanno perso tutto, sono quindi in gran parte abitanti della capitale – almeno ci dicono le immagini che stanno circolando in questi giorni – ovvero della città metropolitana e della regione urbana di Kathmandu, un agglomerato da quattro milioni di abitanti cresciuto nella valle del fiume Bagmati.
Nel 2013 un rapporto della Banca Mondiale evidenziava l’esposizione al rischio sismico che la popolazione della capitale nepalese corre a causa della rapidissima crescita che la sta trasformando, senza regole urbanistiche ed edilizie, con tassi di sviluppo demografico del 4% all’anno – il più alto di tutta l’Asia meridionale – ed una densità di popolazione che supera i 20.000 abitanti per chilometro quadrato. Lo sviluppo urbano non pianificato nella valle di Kathmandu ha portato ad una incontrollata proliferazione di edilizia fatta di materiali e tecniche scadenti e ad una maggiore vulnerabilità ai disastri. L’assenza di pianificazione e di opere di infrastrutturazione primaria nella metropoli ai piedi dell’Himalaya ha come conseguenza un diffuso inquinamento dei fiumi che la attraversano – ridotti a fogne a cielo aperto – e l’impossibilità di gestire la raccolta dei rifiuti solidi urbani, che vengono spontaneamente trattati da parte della popolazione con l’accensione di piccoli roghi ai bordi delle strade. A ciò si aggiunge un inquinamento atmosferico insostenibile per la salute, generato dal traffico veicolare di cui le strade sono intasate.
In questo scenario l’esistenza ed il rispetto di regole antisismiche, da applicare ad un comparto edilizio che si sviluppa nella più assoluta anarchia occupando via via ogni spazio libero, ha finito per essere l’ultimo dei problemi in una situazione in cui persino il rischio di epidemie, come il tifo e il colera, può farsi strada da un momento all’altro, a partire dagli slum nei quali si insediano i più poveri.
Insomma la questione è sempre la stessa, e su questo sito l’abbiamo ripetuto più volte: se le città tenderanno a diventare nel mondo sviluppato sempre di più fortezze per ricchi, mentre in quello sottosviluppato discariche per poveri, se la mancanza di un equo accesso alle risorse è la causa di uno sviluppo urbano insostenibile, la condizione dell’insicurezza come dato esistenziale sarà il destino di una parte crescente di popolazione mondiale che vive nelle città. Da questo punto di vista, la catastrofe umanitaria di una nazione tra le più povere e le più turistiche del mondo – la cui velocissima urbanizzazione è l’altra faccia di una economia debole ed ineguale – potrebbe forse essere, superata la tragedia, l’occasione per porre rimedio agli effetti collaterali di uno sviluppo urbano potenzialmente mortale.
Riferimenti: World Bank, Urban Growth and Spatial Transition in Nepal, 2013.

Il rischio e l’assicurazione sui disastri naturali

L’etimologia della parola “rischio” è ignota, ma secondo Anthony Giddens risale ad un termine nautico spagnolo che alla fine del medioevo significava «andare incontro a un pericolo o a uno scoglio» [qui]. Per Sylvain Piron, invece, la comparsa del concetto di “rischio” è più antica e risale al vocabolo arabo rizq del XII secolo [qui], poi introdotto nell’Italia settentrionale dalle rampanti aristocrazie marittime genovesi e pisane in guerra contro i saraceni, soprattutto in Sardegna [qui]. In ogni caso, osserva Luhmann, il termine si diffonde in Europa solo con l’invenzione della stampa e, comunque, in ambiti specifici come le assicurazioni navali e il commercio [qui]. Il controllo pianificato del rischio conseguente al calcolo delle probabilità, apparso durante il XVII secolo [qui], conduce alla trasformazione del rischio in concetto astratto quale limite attuale della conoscenza, ma anche come stimolo fondamentale della società moderna che, per definizione, è «orientata verso il futuro» e che, dice Giddens, «vede il futuro proprio come un territorio da conquistare o colonizzare».
Lo sviluppo delle compagnie assicurative, dunque, segna la nostra era; attraverso il (tentativo di) calcolare la probabilità di ogni evento, compresa la morte, cioè, tra previsione, previdenza e prudenza la nostra esistenza procede – in maniera più o meno fiduciosa – alla ricerca di una sorta di “provvidenza razionale”.

In Italia, il dibattito su «un sistema di coperture assicurative contro le catastrofi naturali per il patrimonio abitativo civile» [qui] va avanti da molto tempo e governi d’ogni colore hanno provato – invano – a legiferare in tal senso. L’ultimo è stato l’esecutivo presieduto da Mario Monti, il quale con il “decreto legge n.59 del 2012” sulla riforma della Protezione Civile (pubblicato sulla “Gazzetta Ufficiale” del 17 maggio 2012) stabiliva che i danni da calamità naturali agli edifici dei cittadini sarebbero stati a carico dei proprietari, i quali si sarebbero potuti premunire stipulando un’assicurazione. Questa previsione, però, è stata poi cancellata dal testo definitivo della norma (la “legge n. 100 del 12 luglio 2012“, a sua volta modificata dalla “legge n. 119 del 15 ottobre 2013“). Il decreto intendeva «consentire l’avvio di un regime assicurativo per la copertura dei rischi derivanti da calamità naturali sui fabbricati a qualunque uso destinati, [così da estendere] tutte le polizze assicurative contro qualsiasi tipo di fabbricato appartenente a privati. [E ciò al fine di] garantire adeguati, tempestivi ed uniformi livelli di soddisfacimento delle esigenze di riparazione e ricostruzione [che altrimenti rischierebbero tempi lunghi] per la cronica carenza di fondi [statali]». A suo tempo, ne avevano scritto Giovanna Cavalli sul “CorSera” del 18 maggio 2012 (un rimando a questo articolo è anche su “Il Post“) e Gian Antonio Stella sul “CorSera” del 7 giugno 2012 (secondo il quale «la polizza sui disastri non è una tassa, ma se fatta nel modo giusto, può dimostrarsi indispensabile»).
Questo “mercato assicurativo”, dunque, ancora non esiste in Italia e, probabilmente, ciò è dovuto anche al fatto che non sono state risolte diverse problematiche specifiche del nostro Paese. Innanzitutto, ci si domanda come si intenda rispettare il principio di uguaglianza tra cittadini che vivono in zone “a rischio” e cittadini che non vi rientrano. Chi abita, ad esempio, alle pendici del Vesuvio pagherà tre polizze? Cioè contro le eruzioni, i terremoti e le frane? Siccome l’Italia è un Paese estremamente vulnerabile dal punto di vista naturale e considerato che qui il sistema assicurativo contro le calamità ambientali richiederebbe ingenti risorse, a quanto ammonteranno le singole polizze? Sarebbe il caso di capire di più, per verificare se lo Stato intenda o meno abbandonare i cittadini a loro stessi pur di far quadrare i conti.

In un convegno a cui ho assistito l’8 febbraio 2012 a Genova, uno dei relatori, un assicuratore, spiegò che:

economicamente, una calamità ha tre tipi di conseguenze: provoca danni alla ricchezza personale (gli immobili in rovina, ad esempio), danni alla produzione (ovvero la perdita economica sopportata dagli imprenditori) e danni sistemici (un disastro impone il dislocamento di ingenti risorse). Tutto lascerebbe intuire, dunque, che il ricorso ad una pratica assicurativa sia urgente e ampiamente richiesta, ma invece questa azione non riesce a decollare e il sistema resta un puro esercizio di ipotesi. Perché? Per varie ragioni, è stato spiegato, strettamente intrecciate tra loro:

* in primo luogo, l’offerta soffre di due ostacoli: dell’elevata rischiosità (vulnerabilità, direi più esattamente) del territorio italiano (per cui le coperture assicurative risultano particolarmente impegnative) e della varietà di cause possibili (vulcanismo, frane, flash floods, maremoti, mareggiate, acqua alta, terremoti, alluvioni e così via), ovvero della mancanza di modellistica predittiva e di dati attendibili;

* in secondo luogo, la domanda è condizionata da svariati fattori: dai “limiti di opzione” (cioè, se i cittadini ritengono che la prevenzione costerà meno in futuro, tendono a rinviarla), dalle complicazioni relative ai titoli di proprietà (raramente si interviene su un immobile di cui non si detiene il titolo di proprietà), dalle difficoltà di accesso ai mercati e alla tecnologia che permetterebbero la prevenzione (a causa di costi elevati, tasse, burocrazia, tempi lunghi…) e, infine, dalla convinzione che comunque vada i danni verranno pagati dallo Stato (un’indolenza, verrebbe da dire, dovuta ad una sorta di “assistenzialismo degenerato”).

Anche altri fattori influenzano negativamente lo sviluppo di questo sistema assicurativo, come ad esempio le annose questioni fiscali per le aree sinistrate e i problemi nel definire da un lato gli eventi dannosi (cosa significano esattamente le parole disastro, catastrofe, calamità, incidente…?) e dall’altro l’entità del danno (cioè, implicitamente, il valore della ricostruzione). Come si intuisce, dei sistemi legislativi ed economici di livello macro influenzano fortemente la capacità locale di cautelarsi nei confronti di un possibile disastro naturale, ma tale dimensione coinvolge anche altri settori, come ad esempio la comunità scientifica che con la sempre più accurata monitorizzazione del territorio può, paradossalmente, rassicurare al punto di indurre gli abitanti di una zona pericolosa ad abbassare la soglia di attenzione.

Un interessante documento dell’Ania (Associazione Nazionale tra le Imprese Assicuratrici) sembra confermare la necessità di integrare il mero calcolo probabilistico con una lettura sociologica del fenomeno:

«In generale, nel nostro Paese non esiste alcun diritto al risarcimento dei danni causati ai beni dalle catastrofi naturali, tuttavia si può dire che, sulla base dell’esperienza, i vari Governi  sono  intervenuti con provvedimenti ad hoc per erogare finanziamenti ai cittadini per il ristoro, almeno parziale, dei danni patiti a seguito delle maggiori catastrofi accadute» [p.19];

«lo status quo non rappresenta una situazione ottimale per il fatto che disincentiva la responsabilizzazione individuale, non fornisce i giusti stimoli alle politiche di prevenzione e alle buone pratiche costruttive per limitare gli eventuali danni» [p.21].

Queste difficoltà, com’è evidente, non sono solo politiche, ma derivano anche da un deficit di cui soffrono gli approcci al rischio meramente tecnicistici e matematici. Come evidenzia il metodo antropologico, il rischio non è un’entità banalmente oggettivabile: gli effetti sociali e culturali che produce dipendono da un complesso intreccio di fattori “oggettivi” (quelli legati, ad esempio, all’ambiente esterno fisico o biologico) e “soggettivi” (quelli ascrivibili alle modalità dell’antropizzazione e agli effetti delle attività umane). Il rischio, in altre parole, è frutto di un vero e proprio “dialogo” tra le diverse parti sociali (Mary Douglas parla di «dibattito culturale», se non addirittura di «lotta») in cui, tuttavia, nel momento della circolazione delle idee, alcune opinioni possono risultare più determinanti di altre nella formazione del punto di vista. In questo senso, il rischio è sempre culturalmente localizzato e la sua elaborazione da parte del gruppo sociale interessato dipende da numerosi fattori (anche di ordine macroscopico: nazionale, sovranazionale o addirittura sistemico) e da priorità, percezioni, capacità di immaginare una risposta efficace nei confronti dell’evento atteso. (In area vesuviana, ad esempio, un peso notevole è dato dall’inquinamento da discarica, che arriva a condizionare l’elaborazione del rischio vulcanico, se non a fondersi con esso).
Realizzare una politica governativa volta a favorire l’assicurazione contro i disastri naturali, pertanto, esige non solo una volontà precisa in tal senso e una notevole complessità di calcolo, ma anche una maggiore attenzione alle risposte culturali che le singole realtà territoriali elaborano in merito al rischio o ai rischi cui sono soggette. La vulnerabilità di quelle specifiche località e comunità, scrive Ligi, dipende dall’«insieme delle variabili socio-culturali che possono avere l’effetto di elevare o abbassare – talvolta annullare del tutto – la pericolosità fisica dell’evento o l’intensità e la gravità del danno» [qui].

Calcoli matematici e valutazioni economiche di possibili (o probabili) eventi disastrosi, comunque, continuano incessanti, in particolare da parte delle grandi compagnie di riassicurazione del mondo (“Munich Re” e “Swiss Re“, ad esempio). Tra queste analisi, com’è intuibile, non manca il caso del Vesuvio.
Nel 2010 WRN (Willis Research Network) – una società di Willis Group Holdings, uno dei broker assicurativi mondiali – effettuò una “previsione” delle conseguenze di un’eruzione vesuviana, la quale «potrebbe causare 8.000 vittime, 13.000 feriti gravi e danni totali per oltre 24 miliardi di dollari». In tale studio, «il Vesuvio appare al primo posto nell’elenco dei 10 vulcani più pericolosi del nostro continente». (Si veda: Mount Vesuvius eruption could cause 21,000 casualties. Volcano Ranks Number One on Willis List of Europe’s 10 Most Dangerous, in «WRN News», 15 aprile 2010; un estratto in italiano è QUI).
Il paper originale dello studio – effettuato da ricercatori delle Università di Cambridge e “Federico II” di Napoli, oltre che dalla società Willis Re – è disponibile online in pdf: “Insurance Risks From Volcanic Eruptions in Europe“. Si tratta di uno studio che prende in considerazione i 10 vulcani europei – non tutti in Europa – intorno ai quali vivono più di 10mila persone e che hanno un valore economico esposto al rischio di complessivi 85 miliardi di dollari. «Over 87% of this property value in concentrated in the Neapolitan region, around Vesuvius and Campi Flegrei».

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Questo tipo di approccio a calcolare rischi, costi, vittime ed entità dei danni di un disastro annunciato riguarda principalmente le zone urbane del pianeta, come dimostra lo studio effettuato dalla compagnia riassicurativa “Swiss Re” sulle 10 città più a rischio di catastrofi naturali del mondo: “Mind the risk. A global ranking of cities under threat from natural disasters” (2013, pdf). Questo elenco è stato ripreso sia dal “Guardian” (25 marzo 2014) che dal “Corriere della Sera” (27 marzo 2014), le cui gallerie fotografiche ho riprodotto al primo commento qui in basso.
Le 10 città più “a rischio” sono le seguenti:

1] la regione di Tokyo-Yokohama (Giappone)
2] Manila (Filippine)
3] l’area del delta del fiume delle Perle (Cina)
4] Osaka (Giappone)
5] Jakarta (Indonesia)
6] Nagoya (Giappone)
7] Calcutta (India)
8] le aree che sorgono sui fiumi di Shanghai (Cina)
9] Los Angeles (California, USA)
10] Teheran (Iran)

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AGGIORNAMENTO del 28 aprile 2014:
L’eccesso di “matematizzazione” delle previsioni sembra essere alla base degli errori compiuti dai meteorologi italiani, come dice Massimiliano Pasqui in quest’intervista a Margherita De Bac: “«Perché noi meteorologi a volte sbagliamo?». Le previsioni reggono a lungo solo d’estate. Uno dei problemi è che in Italia non esistono percorsi universitari per il meteorologo” (“CorSera“) (o qui).

Le scienze sociali nell’analisi del rischio

Sono stato a Genova, vi mancavo da molti anni; è una città che non conosco, vi ho giusto trascorso una notte di capodanno alcune vite fa, un’altra volta vi ho preso un traghetto per la Sardegna e sporadicamente vi ho effettuato qualche scambio ferroviario.
L’altra mattina, appena sceso alla stazione di Brignole (♪♫♪), ho incontrato la città facendo colazione in un bar; al banco, alle spalle del barista, tra i liquori e la macchina del caffè era appesa una t-shirt bianca con uno slogan scarno ma intrigante: “Non c’è fango che tenga”, firmato: “I genovesi”. Il riferimento è alla drammatica alluvione dello scorso 4 novembre 2011, in seguito alla quale qualcuno ha realizzato decine di migliaia di copie di quel gadget al fine di raccogliere fondi da destinare ai commercianti sinistrati del quartiere maggiormente colpito. Avevo voglia di scattare una foto, ma poi ho rinunciato, pentendomene comunque. Bevevo il cappuccino, fissavo quella semplice frase e per qualche strana sinapsi mi sentivo a SSV. “Non c’è fango che tenga” va ben oltre la reazione collettiva ad una calamità e mi fa presumere che rappresenti anche la caparbietà di chi non intende spostarsi, di chi non concepisce la propria vita in un luogo diverso. Ciò non significa che si tratti di un ragionamento razionale e condivisibile: costruire sulle pendici di un vulcano, così come nell’alveo di un fiume o su una frana in lento movimento ha come conseguenza verosimile quella di trasferirsi, di reimpiantare altrove la propria vita, prima o poi; pertanto sembra del tutto giudizioso colui che chiede di evitare di mettersi in tali situazioni pericolose. L’osservazione razionale, però, è solo idealmente logica e, soprattutto, è anche la più facile, la più carica di (pre)giudizi quando si guarda a distanza.
Quella maglietta, dunque, mi è sembrata la premessa perfetta della giornata che stavo per cominciare nel vicino Teatro della Gioventù, essa ha rappresentato una sorta di parola-chiave del workshop che mi accingevo a seguire: “Pericoli naturali e percezione del rischio”, organizzato dalle regioni transfrontaliere italo-francesi e da altri enti pubblici dell’area.
Dopo il drammatico autunno vissuto dal capoluogo ligure e dai paesini dello spezzino e della Versilia, un “laboratorio” come questo non poteva che essere svolto a Genova. Ed è per tale ragione che mercoledì 8 febbraio 2012 mi ci sono recato per ascoltare ingegneri, geologi, economisti e funzionari di vari enti, in quello che intendeva essere innanzitutto un workshop divulgativo.
La formula, in effetti, è stata molto efficace: un presentatore ha introdotto cinque temi, ciascuno dei quali esposto da tre o quattro relatori attraverso slide e fotografie, con una durata massima di quattro minuti per ogni intervento. Questo modello, per quanto veloce e “televisivo”, ha favorito la chiarezza e la comprensione; con un unico limite rappresentato dalla impossibilità di porre delle domande (i tempi dell’intera mattinata erano tutti rigorosamente stabiliti da una scaletta molto serrata). Dopo la pausa pranzo immaginavo che potesse esserci maggior spazio per l’interazione con il pubblico intervenuto (piuttosto numeroso, considerato il tema “scientifico”), invece la tavola rotonda pomeridiana si è rivelata anch’essa una discussione a numero chiuso tra otto specialisti ed un moderatore, il quale – di tanto in tanto – ha chiesto qualche breve intervento a due o tre esperti di sua conoscenza (essenzialmente professori d’ingegneria e politici) che aveva riconosciuto in sala.
La sessione mattutina è stata più densa e interessante, snocciolata attraverso i seguenti cinque argomenti: 1) Rischio e pericolo; 2) Chi gestisce il rischio?; 3) Come ridurre i rischi?; 4) Rischi naturali e sistemi socio-economici; 5) Le attività sviluppate dal Progetto RiskNat.
Al di là di una certa “passerella” per ciascun ente chiamato a relazionare (sono andato via con la sensazione che tutti facciano molto e che, anzi, vorrebbero fare ancora di più, se solo ci fossero fondi sufficienti e maggior fiducia da parte dei politici e delle popolazioni), io ho scorto tre momenti particolari che mi avrebbe fatto piacere evidenziare pubblicamente per impostare in maniera diversa e, a mio avviso, ancor più costruttiva la giornata di studio.
Il primo riguarda il caso di Entrèves e La Palud, due frazioni del comune di Courmayeur interessate da una frana di 18 milioni di metri cubi di montagna che rischiano di staccarsi dal Mont de La Saxe (qui e qui). Gli abitanti implicati sono 500, che possono arrivare a 2500 con i turisti. L’attinenza con l’incubo eruttivo (repentinità del cataclisma) e lavico (stravolgimento del territorio) mi ha spinto a chiedere maggiori informazioni alla relatrice che aveva citato questo caso. Durante la pausa, costei mi ha presentato l’assessore alla protezione civile del comune valdostano, che gentilmente si è intrattenuta a spiegarmi la situazione. Con mia sorpresa, ho ascoltato le medesime parole che generalmente vengono pronunciate in area vesuviana: gli abitanti non hanno intenzione di allontanarsi per varie ragioni: perché lì sono nati e dunque hanno un legame molto stretto col territorio, perché il paesaggio è indubbiamente affascinante e, non da ultimo, perché le abitazioni hanno un valore molto alto. Sebbene la frana sia attentamente monitorata con sofisticati strumenti scientifici, la preoccupazione dell’amministrazione è duplice: da una parte, tenere informata la cittadinanza (è stata effettuata un’esercitazione di evacuazione e la comunicazione dei rischi è formulata per target sociali) e, dall’altra parte, non creare allarmismo (innanzitutto per difendere l’economia locale: nella frazione più esposta vi sono ben 12 alberghi). Su quest’ultimo punto mi sembra particolarmente importante il modo in cui l’assessore ha concluso la spiegazione che mi ha concesso: «Siamo attenti a come questa storia viene raccontata sulla stampa: vogliamo un’informazione seria e che non si faccia terrorismo». Mi sembra comprensibile e capisco bene l’angoscia della situazione, ma mi domando quale sia l’informazione seria. Forse quella sottovoce che non allarma i turisti? Non saprei e non voglio avanzare dubbi sulla buona fede e sull’impegno dell’amministrazione, d’altra parte l’assessore mi ha anche riferito che gli hotel sono obbligati ad informare i propri clienti sul rischio della frana. Certo, è un’affermazione piuttosto difficile da credere e meriterebbe una verifica diretta, ma comunque sia la situazione, ritengo che questo caso sia molto utile per inquadrare il primo assunto che ho elaborato durante la giornata: lungi dall’essere un mero calcolo probabilistico, l’analisi del rischio non può non tener conto delle ragioni degli abitanti locali, ovvero della specifica elaborazione storica che costoro hanno del proprio luogo e del rischio che vi è connesso.
Il secondo momento di particolare interesse è stato l’intervento dell’economista, il quale ha spiegato le modalità di un possibile mercato assicurativo sugli immobili in caso di calamità naturali e le ragioni per cui, secondo la sua analisi, fino ad ora tale sistema non si è sviluppato nel nostro Paese. Quello sull’opportunità di introdurre in Italia «un sistema di coperture assicurative contro le catastrofi naturali per il patrimonio abitativo civile» è un dibattito che va avanti da molti anni e governi d’ogni colore hanno provato – invano – a legiferare in tal senso. Considerando che da due decenni il danno economico globale da disastri naturali è in costante aumento, il relatore ha spiegato che economicamente una calamità ha tre tipi di conseguenze: provoca danni alla ricchezza personale (gli immobili in rovina, ad esempio), danni alla produzione (ovvero la perdita economica sopportata dagli imprenditori) e danni sistemici (un disastro impone il dislocamento di ingenti risorse). Tutto lascerebbe intuire, dunque, che il ricorso ad una pratica assicurativa sia urgente e ampiamente richiesta, ma invece questa azione non riesce a decollare e il sistema resta un puro esercizio di ipotesi. Perché? Per varie ragioni, è stato spiegato, strettamente intrecciate tra loro:
  • in primo luogo, l’offerta soffre di due ostacoli: dell’elevata rischiosità (vulnerabilità, direi più esattamente) del territorio italiano (per cui le coperture assicurative risultano particolarmente impegnative) e della varietà di cause possibili (vulcanismo, frane, flash floods, maremoti, mareggiate, acqua alta, terremoti, alluvioni e così via), ovvero della mancanza di modellistica predittiva e di dati attendibili;
  • in secondo luogo, la domanda è condizionata da svariati fattori: dai “limiti di opzione” (cioè, se i cittadini ritengono che la prevenzione costerà meno in futuro, tendono a rinviarla), dalle complicazioni relative ai titoli di proprietà (raramente si interviene su un immobile di cui non si detiene il titolo di proprietà), dalle difficoltà di accesso ai mercati e alla tecnologia che permetterebbero la prevenzione (a causa di costi elevati, tasse, burocrazia, tempi lunghi…) e, infine, dalla convinzione che comunque vada i danni verranno pagati dallo Stato (un’indolenza, verrebbe da dire, dovuta ad una sorta di “assistenzialismo degenerato”).
Anche altri fattori influenzano negativamente lo sviluppo di questo sistema assicurativo, come ad esempio le annose questioni fiscali per le aree sinistrate e i problemi nel definire da un lato gli eventi dannosi (cosa significano esattamente le parole disastro, catastrofe, calamità, incidente…?) e dall’altro l’entità del danno (cioè, implicitamente, il valore della ricostruzione). Come si intuisce, dei sistemi legislativi ed economici di livello macro influenzano fortemente la capacità locale di cautelarsi nei confronti di un possibile disastro naturale. Ma tale dimensione coinvolge anche altri settori, come ad esempio la comunità scientifica che con la sempre più accurata monitorizzazione del territorio può, paradossalmente, rassicurare al punto di indurre gli abitanti di una zona pericolosa ad abbassare la soglia di attenzione.
Anche in questo caso ho chiesto maggiori dettagli ed ho ricevuto un interessante documento dell’Ania (pdf) in cui due specifici passaggi sembrano confermare la necessità di una lettura sociologica del fenomeno: «In generale, nel nostro Paese non esiste alcun diritto al risarcimento dei danni causati ai beni dalle catastrofi naturali, tuttavia si può dire che, sulla base dell’esperienza, i vari Governi  sono  intervenuti con provvedimenti ad hoc per erogare finanziamenti ai cittadini per il ristoro, almeno parziale, dei danni patiti a seguito delle maggiori catastrofi accadute» [p.19]; «lo status quo non rappresenta una situazione ottimale per il fatto che disincentiva la responsabilizzazione individuale, non fornisce i giusti stimoli alle politiche di prevenzione e alle buone pratiche costruttive per limitare gli eventuali danni» [p.21].
Pertanto, il secondo assunto della giornata è il seguente: per quanto il rischio sia sempre culturalmente localizzato, la sua elaborazione da parte del gruppo sociale interessato dipende anche da condizioni di ordine macroscopico: nazionale, sovranazionale o addirittura sistemico.
Infine, il terzo momento della giornata che mi ha indotto a compiere delle riflessioni è stato l’intervento dell’ospite principale, il prof. Mario Tozzi. Il geologo ha detto molte cose condivisibili e, da qualcuno, ritenute addirittura “forti”: non esiste alcuna “frana assassina” o “valanga killer” (la natura non è cattiva, al massimo è indifferente alla sorte degli esseri umani: quindi, giornalisti fate attenzione a come raccontate gli eventi); non c’è nessuna “catastrofe naturale”, ma solo uomini che si mettono in condizioni di pericolo (l’unica catastrofe davvero naturale potrebbe essere la caduta di un meteorite); non abbiamo una classe dirigente preparata (pochi giorni prima il sindaco di Roma aveva dato ampia prova di non saper leggere un bollettino meteorologico; e sull’ignoranza dei politici ne aveva scritto già nel novembre scorso Giuseppina Ciuffreda: qui). Insomma, «siamo impreparati culturalmente e disorganizzati tecnicamente». Eccola, la parola magica ha finalmente fatto capolino! È una questione culturale. Personalmente non so che cosa voglia dire, ma per fortuna il professore ha fatto degli esempi. Anzi, un solo esempio: il Vesuvio.
Nel 1944, ha spiegato Tozzi, durante l’eruzione del vulcano napoletano i soldati americani sapevano benissimo cosa fare, mentre la popolazione locale portava in processione la statua di San Giorgio, tenendo pronta anche quella di San Gennaro, ma bendata, cosicché non si offendesse della preferenza accordata all’altra divinità. Oppure, ha esemplificato ancora Tozzi, l’Italia è il Paese in cui quando si effettua una (rara) esercitazione di evacuazione, molti fanno gli scongiuri e cacciano il cornetto, come è successo a Somma Vesuviana qualche anno fa. Noi italiani, ha concluso Tozzi (ma ha parlato solo di vesuviani), non siamo come i giapponesi: loro, anche se si spiegano i terremoti con il mito di Namazu – l’enorme pescegatto che, vivendo al di sotto della terra, dà origine ai terremoti – sono preparatissimi e, in caso di emergenza, sanno esattamente cosa fare.
Ora, fermo restando che in Italia (e, a maggior ragione, nei comuni della zona rossa vesuviana) non si effettua praticamente mai alcuna esercitazione e che il rigore giapponese è un modello da imitare urgentemente, gli episodi citati dal geologo sono una banalizzazione della realtà, oltre che una forma di paternalismo scientifico. In particolare, per quanto riguarda il caso del 1944, le testimonianze che ho raccolto a SSV trasmettono una consapevolezza molto più spiccata di quel che appare dal racconto di Norman Lewis, un inglese che non è detto che abbia capito davvero ciò di cui era testimone. La famosa processione di San Giorgio raccontataci dall’ex-soldato britannico, infatti, fu effettuata quando la colata lavica si era già fermata, cioè dopo aver messo in sicurezza se stessi e i propri beni, per quanto possibile (del San Gennaro bendato, invece, non ho trovato alcuna traccia attendibile). La questione non è di poco conto perché la cultura tradizionale e la religiosità popolare non sono saperi secondari o, addirittura, degli ostacoli alla prevenzione del rischio. Al contrario, possono essere il fattore coagulante di una consapevolezza locale, il motore di una partecipazione assolutamente necessaria per prepararsi opportunamente ad affrontare il pericolo incombente. Per spiegarmi meglio e per stare alla leggenda citata dallo stesso Tozzi, i giapponesi sono ammirevoli per il loro grado di preparazione e di disciplina nelle esercitazioni non “malgrado” il mito di Namazu, ma “grazie” ad esso: è proprio per mezzo della rappresentazione del pescegatto che si mantiene la memoria del terremoto e si favorisce la presa di coscienza individuale e collettiva, dunque l’attivazione e la partecipazione alle esercitazioni. Il problema, dunque, va completamente ribaltato, per cui diventa necessario domandarsi che fine abbia fatto, in Italia (e intorno al Vesuvio), il legame culturale col territorio: in che modo le comunità locali raccontano se stesse e il proprio spazio? cosa viene trasmesso da una generazione all’altra? Con ogni evidenza, nel secondo dopoguerra la cultura popolare italiana (mi verrebbe da scrivere: le culture subalterne legate ai luoghi) ha subìto parecchi traumi, numerose fratture. A mio avviso è proprio in questo sfilacciamento dei saperi locali e della memoria (minuta ed emozionale) che può individuarsi la difficoltà attuale a recepire adeguatamente l’invito (sempre che venisse realmente formulato, sempre che fosse preso seriamente in considerazione già dall’alto) ad aumentare la consapevolezza del rischio e a prepararsi in maniera appropriata ad esso.
Il terzo assunto emerso dalle relazioni del workshop genovese, dunque, è il seguente: per la formulazione di un piano di emergenza efficace è necessaria una relativizzazione dei saperi, ovvero un dialogo che favorisca la partecipazione e l’incontro tra sguardi e logiche diversificate, ciascuna per la quota di conoscenza che le è propria (conoscenza del fenomeno: prospettiva scientifica; conoscenza delle modalità del soccorso: prospettiva dell’early warning; conoscenza della reazione sociale: prospettiva antropologica e folklorica; conoscenza del contesto generale: prospettiva socio-economica…).
Si tratta di spunti di riflessione in divenire, semplici occasioni e parziali argomentazioni per ribadire la necessità di approcci antropologici, sociologici e folklorici anche in quello che appare – e, ad oggi, è trattato – come un tema puramente “tecnico” (nell’accezione di tecnologico). Studiare il rischio ed elaborare adeguati modelli di risposta è sì una questione culturale, ma a patto che venga declinata al plurale e che vengano coinvolti quanti più sguardi possibile.
PS: l’altro ieri all’università di Nizza ho seguito una conferenza per il “grand public” intitolata “Prédire les catastrophes?”. Al di là del titolo sbagliato (o forse era volutamente eclatante: catastrofe è un termine troppo ampio e generico, se non lo si accompagna ad una tipologia precisa), la relazione è stata molto numerica (piena di grafici, calcoli e rimandi a modelli fisici e matematici), ma una cosa l’ho imparata (e riguarda l’etologia): gli elefanti comunicano tramite delle vibrazioni nel terreno assimilabili alle onde sismiche, pertanto è forse per questa ragione che sono in grado di predire un terremoto (qui, qui e qui).
PPS: aggiornamento (18 maggio 2012): Una calamità distrugge la casa? Da oggi lo Stato non paga i danni: QUI.
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AGGIORNAMENTO
: A proposito di valutazioni (economiche) del rischio, nel 2010 WRN (Willis Research Network) – una società di Willis Group Holdings, uno dei broker assicurativi mondiali – effettuò una “previsione” delle conseguenze di un’eruzione vesuviana, la quale «potrebbe causare 8.000 vittime, 13.000 feriti gravi e danni totali per oltre 24 miliardi di dollari». In tale studio, «il Vesuvio appare al primo posto nell’elenco dei 10 vulcani più pericolosi del nostro continente». (Mount Vesuvius eruption could cause 21,000 casualties. Volcano Ranks Number One on Willis List of Europe’s 10 Most Dangerous, in «WRN News», 15 aprile 2010, QUI; un estratto in italiano è QUI).
Il paper originale dello studio – effettuato da ricercatori delle Università di Cambridge e “Federico II” di Napoli, oltre che dalla società Willis Re – è disponibile online in pdf: “Insurance Risks From Volcanic Eruptions in Europe” (questo studio prende in considerazione i 10 vulcani europei (non tutti in Europa) intorno ai quali vivono più di 10mila persone e che hanno un valore economico esposto al rischio di complessivi 85 miliardi di dollari. «Over 87% of this property value in concentrated in the Neapolitan region, around Vesuvius and Campi Flegrei»).

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AGGIORNAMENTO del 27 marzo 2014:
Il 27 marzo 2014 il “Corriere della Sera” ha pubblicato una galleria fotografica sulle 10 città più a rischio di catastrofi naturali del mondo, elenco stilato dalla compagnia riassicurativa “Swiss Re” nel 2013 con il paper “Mind the risk. A global ranking of cities under threat from natural disasters” (pdf). La notizia è ripresa dal sito web del “Guardian”.

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AGGIORNAMENTO del 19 aprile 2014:
Come ad Entreves, in Valle d’Aosta, anche in Liguria c’è una località a rischio frana. Si tratta di Castagnola, nel comune di Framura, nei pressi delle Cinque Terre, dove un radar – recentemente finanziato dalla Regione – monitorerà costantemente, e per tre anni, la frana che minaccia l’abitato. Ne ha scritto “Il Giornale della Protezione Civile“.

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AGGIORNAMENTO del 20 aprile 2014:
La frana del monte La Saxe, ad Entrèves e La Palud, nel comune di Courmayeur in Valle d’Aosta, si sta muovendo: “L’aumento delle temperatura ha accelerato l’andamento: per venti minuti è stato chiuso il traforo del Monte Bianco. Il sindaco rassicura: nessuna persona può essere coinvolta nel crollo, attendiamo l’evento naturale con tranquillità“. Più in particolare, “dallo scorso 8 aprile gli 80 residenti di La Palud sono stati evacuati per il “probabile crollo imminente” della frana, che viene monitorata dal 2009” (“Repubblica“, “CorSera“).
VIDEO della frana (1’35”) e testimonianza AUDIO di una sfollata (1’35”).
Il 22 aprile 2014 il capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli, ha rilasciato un’intervista a “La Repubblica” sullo stato della frana: “è una brutta besta” (QUI) e il ricercatore Daniele Giordan ha spiegato che “è figlia dell’evoluzione naturale del dissesto” (QUI) (entrambi i testi sono anche qui). Inoltre, qui ci sono 10 FOTO della frana.

Il costo dei disastri naturali

Tempo fa, impostando il mio studio sul rischio vesuviano, riflettevo sull’impatto che un’eventuale eruzione avrebbe sull’economia locale. Gli effetti sarebbero enormi e decisamente non limitati alla provincia di Napoli (dove verosimilmente ci sarebbe una paralisi), ma si avrebbero ripercussioni pesanti su tutto il Sud, dunque sull’Italia intera. Com’è intuibile, non mancherebbero conseguenze anche nel resto dell’Europa comunitaria.
Nelle interviste che ho raccolto nei mesi scorsi, questo tipo di preoccupazione è molto più circoscritta; spesso i miei interlocutori hanno fatto riferimento alla diminuzione del prezzo degli immobili in concomitanza di episodiche intensificazioni dell’allarme, magari perché il dibattito pubblico si è riacceso a causa di una catastrofe in Giappone oppure perché è stata effettivamente avvertita una scossa sismica o, ancora, perché qualcuno si è lanciato in una azzardata previsione… Da queste testimonianze sembrerebbe che basti poco a far scendere i valori delle case. (Mantengo il condizionale perché ho molti dubbi sul fatto che diminuiscano per delle semplici voci). Non ho possibilità di verifica, ma non credo che sia fondamentale appurarlo. Piuttosto, ciò che è primario è che questa preoccupazione sia ricorrente.
Tuttavia, se in loco è comprensibile che ci si preoccupi del singolo appartamento, ad una scala nazionale bisognerebbe porsi delle questioni più complesse e considerare che oltre ai probabili danni materiali (qui non considero i pur ingenti costi umani possibili), c’è da mettere in bilancio il blocco pressoché totale e a tempo indeterminato di buona parte delle attività economiche e produttive di un’importante parte del Paese.
Per completare l’abbozzo di questi cerchi concentrici, ad un livello ancora più ampio vanno posti gli organismi internazionali e le grandi agenzie di riassicurazione. Queste ultime, in particolare, valutano e quantificano il rischio del rischio, come ad esempio Munich Re.
Facendo riferimento a questa scala più grande, qualche giorno fa l’Economist ha pubblicato un articolo sul costo dei disastri naturali. Io l’ho letto ieri (14 gennaio 2012) nel rimando che ne ha fatto Il Post (qui):

Il costo dei disastri naturali
Calamità come terremoti e alluvioni uccidono meno persone nel mondo,
ma il loro impatto sull’economia mondiale è sempre più alto
.
I disastri naturali stanno diventando meno mortali, nel mondo, ma più costosi per l’economia. Secondo l’Economist, cinque dei dieci disastri naturali che hanno avuto il maggior costo economico negli ultimi trent’anni sono avvenuti tra il 2008 e oggi. Questo cambiamento, spiega il settimanale britannico, ci dice qualcosa sull’organizzazione dell’economia mondiale, sempre più concentrata e interconnessa, sugli spostamenti della popolazione, dalle campagne ai centri urbani, e sui modi con cui è stata gestita la prevenzione dei disastri naturali.
Il 2011 è stato l’anno delle alluvioni in Thailandia, Cina e Australia, dello tsunami in Giappone e dei terremoti in Nuova Zelanda. Il collegamento tra il cambiamento climatico indotto dall’uomo e la frequenza di alcuni disastri, in particolare le tempeste tropicali, è ancora oggetto di discussione (l’Economist cita uno studio dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, che si è detto poco convinto della connessione tra il cambiamento climatico e la frequenza dei cicloni tropicali), ma di sicuro le comunità umane stanno ottenendo alcuni successi nel rendere le catastrofi naturali meno mortali. Ci sono stati miglioramenti sensibili nei sistemi di previsione anticipata e di allarme per gli tsunami, nell’informazione sui piani di evacuazione, nella costruzione di edifici antisismici.
I paesi dove i disastri naturali hanno ucciso più persone sono anche quelli più arretrati e isolati, che non hanno fatto nulla o quasi per la prevenzione: tra questi, il devastante terremoto di Haiti del 2010, i cui numeri non sono stati definiti con chiarezza due anni dopo il disastro ma che ha sicuramente ucciso diverse decine di migliaia di persone. Ma vista anche la crescita demografica della popolazione terrestre, che ha superato da poco i sette miliardi, il numero dei morti a causa delle calamità naturali è sicuramente in calo.
I costi economici, al contrario, sono in crescita. Questo è dovuto, scrive l’Economist, al fatto che «una parte crescente della popolazione mondiale e dell’attività economica si va concentrando in luoghi a rischio di calamità naturali: coste tropicali e delta dei fiumi, vicino alle foreste e lungo faglie a rischio sismico». Un esempio esaminato dal settimanale è quello della Thailandia.
Dopo le ultime alluvioni molto serie, nel 1983 e nel 1995, i distretti industriali più orientati all’esportazione si sono concentrati intorno a Bangkok e nelle pianure alluvionali più a nord, lungo il fiume Chao Phraya, che fino ad allora erano coltivate a risaia proprio perché erano regolarmente esposte ad alluvioni. Nelle ultime alluvioni, le acque hanno superato le dighe di sei metri intorno al distretto industriale di Rojana, allagando le fabbriche di importanti produttori di automobili e materiale tecnologico, tra cui Honda e Western Digital, un’azienda di dischi rigidi. I prezzi dei dischi rigidi hanno subito un aumento in tutto il mondo, mentre le alluvioni hanno causato complessivamente una diminuzione della produzione industriale stimata da J.P. Morgan in un 2,5 per cento, con un costo per il paese di circa 40 miliardi di dollari, il più costoso della storia della Thailandia.
L’evoluzione urbanistica e la crescita economica nei paesi in via di sviluppo rendono più probabili disastri con un grande impatto economico: secondo uno studio dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico pubblicato nel 2007, nel 2070 sette dei dieci maggiori centri urbani del mondo esposti al rischio di inondazioni si troveranno nei paesi in via di sviluppo, mentre nel 2005 non ce n’era nessuno. Il processo sembra inevitabile, dice l’Economist, e i paesi del mondo dovranno prendere le contromisure adeguate:
Da una parte, l’urbanizzazione toglie alle città le difese naturali contro i disastri ed espone più persone alla perdita della vita o delle proprietà in caso di terremoto o di ciclone. Dall’altra parte, l’urbanizzazione arricchisce le persone povere. La densità e le infrastrutture delle città rendono le persone più produttive e più capaci di permettersi le misure per mantenersi sicure. Le misure per mitigare l’impatto dei disastri non devono scoraggiare la gente dall’ammassarsi nelle vulnerabili città, ma piuttosto devono essere un incentivo per le città e i loro abitanti a proteggersi ancora meglio.
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AGGIORNAMENTO
: A proposito di valutazioni (economiche) del rischio, nel 2010 WRN (Willis Research Network) – una società di Willis Group Holdings, uno dei broker assicurativi mondiali – effettuò una “previsione” delle conseguenze di un’eruzione vesuviana, la quale «potrebbe causare 8.000 vittime, 13.000 feriti gravi e danni totali per oltre 24 miliardi di dollari». In tale studio, «il Vesuvio appare al primo posto nell’elenco dei 10 vulcani più pericolosi del nostro continente». (Mount Vesuvius eruption could cause 21,000 casualties. Volcano Ranks Number One on Willis List of Europe’s 10 Most Dangerous, in «WRN News», 15 aprile 2010, QUI; un estratto in italiano è QUI).
Il paper originale dello studio – effettuato da ricercatori delle Università di Cambridge e “Federico II” di Napoli, oltre che dalla società Willis Re – è disponibile online in pdf: “Insurance Risks From Volcanic Eruptions in Europe” (questo studio prende in considerazione i 10 vulcani europei (non tutti in Europa) intorno ai quali vivono più di 10mila persone e che hanno un valore economico esposto al rischio di complessivi 85 miliardi di dollari. «Over 87% of this property value in concentrated in the Neapolitan region, around Vesuvius and Campi Flegrei»).

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L’emergenza “conviene” (a qualcuno).
«L’Italia viene continuamente rattoppata perché c’è anche chi lucra e specula sull’emergenza. Che verificandosi a ripetizione, garantisce guadagni vita natural durante» (Guglielmo Pepe). Ecco perché bisognerebbe bandire locuzioni tipo “cultura dell’emergenza”. (L’articolo è anche tra i commenti qui sotto).

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AGGIORNAMENTO del 27 marzo 2014:
Il 27 marzo 2014 il “Corriere della Sera” ha pubblicato una galleria fotografica sulle 10 città più a rischio di catastrofi naturali del mondo, elenco stilato dalla compagnia riassicurativa “Swiss Re” nel 2013 con il paper “Mind the risk. A global ranking of cities under threat from natural disasters” (pdf). La notizia è ripresa dal sito web del “Guardian”.