Aggiornamenti dall’area vesuviana

Dalla pagina-Fb “Rischio Vesuvio“:

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Gli ultimi due mesi sono stati tranquilli per il Vesuvio e i Campi Flegrei, sia dal punto di vista mediatico che, naturalmente, geofisico. Sono state registrate alcune deboli scosse sismiche, è stato trasmesso un film hollywoodiano in tv, ci sono state delle dichiarazioni da parte dei geologi, ma nulla che abbia sollevato particolari attenzioni. Per restare aggiornati, oggi vi proponiamo un minimo di rassegna stampa, suddivisa in quattro argomenti.

Partiamo dagli aspetti geologici: come accade quotidianamente, i sismografi hanno registrato varie scosse sul vulcano e nei suoi dintorni, ma tutte di magnitudo molto bassa, ovvero non percepibile dagli abitanti; tuttavia alcuni webjournal ne hanno dato notizia: il 2-3 marzo e il 21 marzo. Uno pseudo-giornale, in particolare, ha esplicitamente sfruttato l’occasione sia per fare clickbaiting (l’articolo – chiamiamolo così – è costruito con varie sottopagine da cliccare, così da aumentare artificiosamente l’audience), sia per diffondere ansia (due dei quattro “paragrafi” si intitolano “Vulcanologi preoccupati” e “Possibile esplosione“, entrambi falsi). In realtà, come ha specificato anche l’Osservatorio Vesuviano, nel primo caso «non si tratta di terremoti vulcano-tettonici legati alla dinamica del vulcano ma di segnali generati dal distacco e caduta impulsiva di blocchi lavici dal bordo craterico»; nel secondo caso, invece, si tratta di normale attività sismica del vulcano (che, ricordiamolo ancora una volta: è attivo, ma quiescente).

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Un secondo tema di queste ultime settimane riguarda la preparazione all’emergenza e la prevenzione del rischio geologico: il 26 febbraio Gerardo Lombardi, vice presidente dell’Ordine dei Geologi della Campania, nonché coordinatore della Commissione Protezione Civile, ha detto che, in caso di terremoto, «I comuni campani non sono preparati»: quasi 2 milioni di abitanti della regione abitano in aree a rischio e 865.778 sono gli edifici pubblici e privati interessati; i comuni campani a dover ancora aggiornare i propri Piani di Emergenza Comunale secondo la nuova normativa nazionale sono addirittura 233. Si tratta di un tema non prettamente vulcanico, ma come si intuisce facilmente, le due forme di rischio sono strettamente legate. E, infatti, sulla scia di questo uniamo l’interessante riflessione pubblicata stamattina dal blogger MalKo relativa ai livelli di allarme del Vesuvio e dei Campi Flegrei, i cui stati attuali abbiamo riprodotto nell’immagine allegata.

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Un terzo argomento che ha portato a scrivere di Vesuvio proviene dal cinema: prendendo spunto dalla programmazione del film catastrofico “Pompei” (2013) su Rai 4, “Famiglia Cristiana” ha raccontato come avvenne la celebre eruzione del 79 d.C.

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Infine, un quarto tema che ha fatto parlare del rischio vesuviano è il contributo che le scienze sociali italiane stanno dando all’analisi dei disastri e alla prevenzione del rischio. In particolare, segnaliamo due recenti pubblicazioni: il numero monografico 111/2016 della rivista “Sociologia Urbana e Rurale” e il volume collettaneo “Territori Vulnerabili. Verso una nuova Sociologia dei disastri Italiana”, entrambi editi dalla FrancoAngeli di Milano. A quest’ultimo volume ha contribuito uno dei due animatori di questa pagina-Fb, l’antropologo Giogg, che ha scritto il saggio “Al di là dello sviluppo, oltre l’emergenza: il caso del rischio Vesuvio“. Sempre Giogg, inoltre, è citato in un articolo uscito due giorni fa su “Internazionale”, di Alessandro Chiappanuvoli: un testo ricco di spunti di riflessioni e di citazioni in cui si sottolinea come il rischio sismico (e, evidentemente, quello vulcanico) sia innanzitutto un problema culturale e politico, e poi anche tecnico ed economico.

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Come ha dichiarato Giogg, per parlare di reale prevenzione «è necessario immaginare nuove forme di mediazione tra scienziati, operatori umanitari, legislatori e popolazione, ma anche avviare pratiche di sussidiarietà fondate sulla collaborazione tra amministrazione e cittadini».

Apocalypse Pompeii, apocalisse del cinema

Come al Lidl esistono i frollini di sottomarca per colazioni ispirate al Mulino Bianco, così ci sono case di produzione cinematografica specializzate in mockbuster, ovvero in film a basso budget che – nonostante soggetti improbabili, trame irrisorie, recitazioni scadenti ed effetti visivi risibili – si rifanno ad opere più celebri e hanno, dunque, un loro pubblico.
Io, a volte, faccio parte di questi spettatori, essendomi dato il folle compito di vedere tutti i film catastrofici di sismi ed eruzioni (specie se riguardano il Vesuvio). Ebbene, l’altra sera un amico ha segnalato su Fb “Apocalypse Pompeii“, una pellicola statunitense del 2014 diretta da Ben Demaree (altre info: qui, qui e qui) per lo studio cinematografico The Asylum. L’ho trovata in streaming e, tra flussi piroclastici e colate laviche create con Paint (il commento più frequente sul web è: “This movie is made as a joke, right?“), sono riuscito ad arrivare fino alla fine, quando la figlia geniale dell’eroe militar-muscolare dice: “Sai, papà, non ho più voglia di vivere in Italia“.

Il trailer italiano è qui:

Leopardi sul Vesuvio. La ginestra favolosa nel film di Martone

Ho finalmente visto il film di Mario Martone dedicato alla vita di Giacomo Leopardi, “Il giovane favoloso“, 2014.
Com’è noto, il poeta trascorse i suoi ultimi anni a Napoli e ai piedi del Vesuvio. Nel film c’è una inquadratura magistrale che avevo visto circolare sul web:

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Ma il finale, che mi era ignoto, mi ha del tutto sorpreso, quanto meno per le immagini. Lo stesso Leopardi, interpretato da Elio Germano, declama la sua celebre poesia “La Ginestra” (o “Il fiore del deserto”), composta nella primavera del 1836, mentre sullo schermo si sussegue qualcosa di altamente spettacolare.

ATTENZIONE, SPOILER! Chi non volesse perdere la sorpresa, si fermi qui e non avvii il filmato qui sotto, dopo il testo della poesia.

LA GINESTRA, O FIORE DEL DESERTO

Qui su l’arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null’altro allegra arbor nè fiore,
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra,
Contenta dei deserti. Anco ti vidi
De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
Che cingon la cittade
La qual fu donna de’ mortali un tempo,
E del perduto impero
Par che col grave e taciturno aspetto
Faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
Lochi e dal mondo abbandonati amante,
E d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
Di ceneri infeconde, e ricoperti
Dell’impietrata lava,
Che sotto i passi al peregrin risona;
Dove s’annida e si contorce al sole
La serpe, e dove al noto
Cavernoso covil torna il coniglio;
Fur liete ville e colti,
E biondeggiàr di spiche, e risonaro
Di muggito d’armenti;
Fur giardini e palagi,
Agli ozi de’ potenti
Gradito ospizio; e fur città famose
Che coi torrenti suoi l’altero monte
Dall’ignea bocca fulminando oppresse
Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
Una ruina involve,
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
I danni altrui commiserando, al cielo
Di dolcissimo odor mandi un profumo,
Che il deserto consola. A queste piagge
Venga colui che d’esaltar con lode
Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
E’ il gener nostro in cura
All’amante natura. E la possanza
Qui con giusta misura
Anco estimar potrà dell’uman seme,
Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
Con lieve moto in un momento annulla
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
Son dell’umana gente
Le magnifiche sorti e progressive.

Qui mira e qui ti specchia,
Secol superbo e sciocco,
Che il calle insino allora
Dal risorto pensier segnato innanti
Abbandonasti, e volti addietro i passi,
Del ritornar ti vanti,
E proceder il chiami.
Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,
Di cui lor sorte rea padre ti fece,
Vanno adulando, ancora
Ch’a ludibrio talora
T’abbian fra se. Non io
Con tal vergogna scenderò sotterra;
Ma il disprezzo piuttosto che si serra
Di te nel petto mio,
Mostrato avrò quanto si possa aperto:
Ben ch’io sappia che obblio
Preme chi troppo all’età propria increbbe.
Di questo mal, che teco
Mi fia comune, assai finor mi rido.
Libertà vai sognando, e servo a un tempo
Vuoi di novo il pensiero,
Sol per cui risorgemmo
Della barbarie in parte, e per cui solo
Si cresce in civiltà, che sola in meglio
Guida i pubblici fati.
Così ti spiacque il vero
Dell’aspra sorte e del depresso loco
Che natura ci diè. Per questo il tergo
Vigliaccamente rivolgesti al lume
Che il fe palese: e, fuggitivo, appelli
Vil chi lui segue, e solo
Magnanimo colui
Che se schernendo o gli altri, astuto o folle,
Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

Uom di povero stato e membra inferme
Che sia dell’alma generoso ed alto,
Non chiama se nè stima
Ricco d’or nè gagliardo,
E di splendida vita o di valente
Persona infra la gente
Non fa risibil mostra;
Ma se di forza e di tesor mendico
Lascia parer senza vergogna, e noma
Parlando, apertamente, e di sue cose
Fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
Non credo io già, ma stolto,
Quel che nato a perir, nutrito in pene,
Dice, a goder son fatto,
E di fetido orgoglio
Empie le carte, eccelsi fati e nove
Felicità, quali il ciel tutto ignora,
Non pur quest’orbe, promettendo in terra
A popoli che un’onda
Di mar commosso, un fiato
D’aura maligna, un sotterraneo crollo
Distrugge sì, che avanza
A gran pena di lor la rimembranza.
Nobil natura è quella
Che a sollevar s’ardisce
Gli occhi mortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale;
Quella che grande e forte
Mostra se nel soffrir, nè gli odii e l’ire
Fraterne, ancor più gravi
D’ogni altro danno, accresce
Alle miserie sue, l’uomo incolpando
Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
Che veramente è rea, che de’ mortali
Madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
Congiunta esser pensando,
Siccome è il vero, ed ordinata in pria
L’umana compagnia,
Tutti fra se confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune. Ed alle offese
Dell’uomo armar la destra, e laccio porre
Al vicino ed inciampo,
Stolto crede così, qual fora in campo
Cinto d’oste contraria, in sul più vivo
Incalzar degli assalti,
Gl’inimici obbliando, acerbe gare
Imprender con gli amici,
E sparger fuga e fulminar col brando
Infra i propri guerrieri.
Così fatti pensieri
Quando fien, come fur, palesi al volgo,
E quell’orror che primo
Contra l’empia natura
Strinse i mortali in social catena,
Fia ricondotto in parte
Da verace saper, l’onesto e il retto
Conversar cittadino,
E giustizia e pietade, altra radice
Avranno allor che non superbe fole,
Ove fondata probità del volgo
Così star suole in piede
Quale star può quel ch’ha in error la sede.

Sovente in queste rive,
Che, desolate, a bruno
Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
Seggo la notte; e sulla mesta landa
In purissimo azzurro
Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
Cui di lontan fa specchio
Il mare, e tutto di scintille in giro
Per lo vòto Seren brillar il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
Ch’a lor sembrano un punto,
E sono immense, in guisa
Che un punto a petto a lor son terra e mare
Veracemente; a cui
L’uomo non pur, ma questo
Globo ove l’uomo è nulla,
Sconosciuto è del tutto; e quando miro
Quegli ancor più senz’alcun fin remoti
Nodi quasi di stelle,
Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
E non la terra sol, ma tutte in uno,
Del numero infinite e della mole,
Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
O sono ignote, o così paion come
Essi alla terra, un punto
Di luce nebulosa; al pensier mio
Che sembri allora, o prole
Dell’uomo? E rimembrando
Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
Il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,
Che te signora e fine
Credi tu data al Tutto, e quante volte
Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
Per tua cagion, dell’universe cose
Scender gli autori, e conversar sovente
Co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi
Sogni rinnovellando, ai saggi insulta
Fin la presente età, che in conoscenza
Ed in civil costume
Sembra tutte avanzar; qual moto allora,
Mortal prole infelice, o qual pensiero
Verso te finalmente il cor m’assale?
Non so se il riso o la pietà prevale.

Come d’arbor cadendo un picciol pomo,
Cui là nel tardo autunno
Maturità senz’altra forza atterra,
D’un popol di formiche i dolci alberghi,
Cavati in molle gleba
Con gran lavoro, e l’opre
E le ricchezze che adunate a prova
Con lungo affaticar l’assidua gente
Avea provvidamente al tempo estivo,
Schiaccia, diserta e copre
In un punto; così d’alto piombando,
Dall’utero tonante
Scagliata al ciel, profondo
Di ceneri e di pomici e di sassi
Notte e ruina, infusa
Di bollenti ruscelli,
O pel montano fianco
Furiosa tra l’erba
Di liquefatti massi
E di metalli e d’infocata arena
Scendendo immensa piena,
Le cittadi che il mar là su l’estremo
Lido aspergea, confuse
E infranse e ricoperse
In pochi istanti: onde su quelle or pasce
La capra, e città nove
Sorgon dall’altra banda, a cui sgabello
Son le sepolte, e le prostrate mura
L’arduo monte al suo piè quasi calpesta.
Non ha natura al seme
Dell’uom più stima o cura
Che alla formica: e se più rara in quello
Che nell’altra è la strage,
Non avvien ciò d’altronde
Fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.

Ben mille ed ottocento
Anni varcàr poi che spariro, oppressi
Dall’ignea forza, i popolati seggi,
E il villanello intento
Ai vigneti, che a stento in questi campi
Nutre la morta zolla e incenerita,
Ancor leva lo sguardo
Sospettoso alla vetta
Fatal, che nulla mai fatta più mite
Ancor siede tremenda, ancor minaccia
A lui strage ed ai figli ed agli averi
Lor poverelli. E spesso
Il meschino in sul tetto
Dell’ostel villereccio, alla vagante
Aura giacendo tutta notte insonne,
E balzando più volte, esplora il corso
Del temuto bollor, che si riversa
Dall’inesausto grembo
Sull’arenoso dorso, a cui riluce
Di Capri la marina
E di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo
Del domestico pozzo ode mai l’acqua
Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
Desta la moglie in fretta, e via, con quanto
Di lor cose rapir posson, fuggendo,
Vede lontano l’usato
Suo nido, e il picciol campo,
Che gli fu dalla fame unico schermo,
Preda al flutto rovente
Che crepitando giunge, e inesorato
Durabilmente sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio
Dopo l’antica obblivion l’estinta
Pompei, come sepolto
Scheletro, cui di terra
Avarizia o pietà rende all’aperto;
E dal deserto foro
Diritto infra le file
Dei mozzi colonnati il peregrino
Lunge contempla il bipartito giogo
E la cresta fumante,
Ch’alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell’orror della secreta notte
Per li vacui teatri, per li templi
Deformi e per le rotte
Case, ove i parti il pipistrello asconde,
Come sinistra face
Che per voti palagi atra s’aggiri,
Corre il baglior della funerea lava,
Che di lontan per l’ombre
Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Così, dell’uomo ignara e dell’etadi
Ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno
Dopo gli avi i nepoti,
Sta natura ognor verde, anzi procede
Per sì lungo cammino,
Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
Passan genti e linguaggi: ella nol vede:
E l’uom d’eternità s’arroga il vanto.

E tu, lenta ginestra,
Che di selve odorate
Queste campagne dispogliate adorni,
Anche tu presto alla crudel possanza
Soccomberai del sotterraneo foco,
Che ritornando al loco
Già noto, stenderà l’avaro lembo
Su tue molli foreste. E piegherai
Sotto il fascio mortal non renitente
Il tuo capo innocente:
Ma non piegato insino allora indarno
Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor; ma non eretto
Con forsennato orgoglio inver le stelle,
Nè sul deserto, dove
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti;
Ma più saggia, ma tanto
Meno inferma dell’uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali.

Il finale del film:

LA GINESTRA di Leopardi – da IL GIOVANE FAVOLOSO di Martone from Napoli nel Cinema on Vimeo.

Parco nazionale, automobili, cemento, piano di emergenza, santi, cinema: il Vesuvio nel mese di agosto 2014

Esattamente un anno fa il vulcanologo giapponese Nakada Setsuya si domandava (e ci domandava): gli italiani parlano del Vesuvio? A giudicare dal mese di agosto 2014 si direbbe di si, ne parlano molto. Il punto è: come ne parlano? E ancora: ma poi agiscono in base a quel che dicono? Nell’ultimo mese si è discusso del Vesuvio soprattutto per tre questioni: la nomina del nuovo presidente del Parco Nazionale (che non c’è stata, per cui è stato nuovamente rinnovato il commissariamento), l’apertura al cemento concessa dall’attuale Giunta della Regione Campania (che ha dilatato i tempi di due vecchi condoni edilizi), il rischio vulcanico e la sua gestione (tema legato al precedente, ma sollevato anche da un numero della rivista “Le Scienze”). Non sono mancati, però, articoli che hanno riguardato il nostro vulcano anche per altri argomenti, come la devozione popolare in caso di emergenza, il 1935esimo anniversario dell’eruzione del 79 d.C. e un paio di nuovi film in cui il Vesuvio è più o meno protagonista.
Di seguito riporto link e commenti su tali notizie, tratti dai socialmedia che frequento.

6 settembre 2014:
Spesso ci rassicuriamo ripetendoci che un’esplosione vulcanica è preceduta, talvolta per mesi, da segnali precursori. In questo modo – ci diciamo e ci viene detto – avremo modo di evacuare con relativa serenità. Quei sintomi, però, possono anche non avvenire o presentarsi con scarso anticipo, per cui dovremmo considerare seriamente anche l’ipotesi di non avere tempo sufficiente a scappare. Se considerassimo realmente questa possibilità, pretenderemmo politiche urbanistiche e di gestione del territorio molto più restrittive e non di apertura al cemento come l’ultimo “maxiemendamento” promulgato dalla Giunta della Regione Campania. Come scrive MalKo, si tratterebbe di politiche che

comportano il blocco dell’edilizia e il varo di misure atte a delocalizzare sul serio gli abitanti. I ruderi non si riatterebbero ma si demolirebbero; i sottotetti non potrebbero avere altezze da abitabilità; niente più condoni; massicci abbattimenti dei manufatti abusivi ricadenti in zona rossa; reticoli viari di emergenza e non di sviluppo. […] Le amministrazioni comunali non si scervellano per trovare soluzione ai fattori di rischio bensì a quelli del cemento. […] Il premier Matteo Renzi, dovrebbe far recuperare credibilità istituzionale in queste zone, incominciando con l’aprire un’inchiesta sullo sproporzionato numero di abusi edilizi che segnano un territorio a rischio. Incominci poi a sospendere alcune norme del maxiemendamento, a iniziare dai condoni e da qualsiasi altra iniziativa che comporti un aumento del numero di residenti. Se non per abitarci per quale motivo si ristrutturebbero i ruderi? Per sicurezza si possono più facilmente abbattere […].

(MalKo, Rischio Vesuvio: quale difesa?, in “Hyde Park”, 30 agosto 2014).

AGGIORNAMENTO dell’8 settembre 2014:
Un nuovo articolo di MalKo si sofferma sul fenomeno dell’abusivismo in area vesuviana:

[…] l’abusivismo e i condoni, minano immediatamente il territorio e la sicurezza di quelli insediati con le carte in regola, e ancora espongono le generazioni future a un rischio maggiore a causa dell’aumento del pericolo, perché secondo la scienza, con il tempo cresce la possibilità che l’eruzione che verrà abbia un indice energetico decisamente più alto delle stime probabilistiche attuali […].

Nel post è rinnovato, inoltre, l’invito al Presidente del Consiglio Renzi di istituire «una commissione d’inchiesta parlamentare che faccia luce sul fenomeno».

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6 settembre 2014:
Il 5 agosto 2014 Ciro Teodonno ha pubblicato un articolo sul “maxiemendamento” della Regione Campania in cui si fanno delle concessioni al cemento, anche in zona rossa vesuviana. Dopo un mese l’associazione neAnastasis ha risposto con un pezzo critico verso le interpretazioni di Teodonno, il quale il giorno dopo ha controribattuto. Personalmente, ho contribuito con i seguenti commenti su alcuni socialmedia:

“L’inefficienza e la tolleranza degli Enti locali nel controllo del territorio e l’abusivismo dilagante e talora irresponsabile contribuiscono a determinare, oltre la distruzione di un patrimonio naturale unico al mondo, risorsa essenziale per attività economiche, investimenti e occupazione, le conseguenze disastrose che puntualmente si sono verificate anche nello scorso anno” (Antonio Guida, presidente del Tar della Campania, citato da Vittorio Emiliani il 4 marzo 2012, qui).
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Aprire brecce al cemento, specie in territori già ampiamente inondati da decenni di edilizia selvaggia (cosa che, nel caso specifico, ha causato l’attuale, enorme, vulnerabilità intorno al Vesuvio), è semplicemente irresponsabile. La giustificazione del rilancio occupazionale, poi, è pelosa perché, a conti fatti, ogni condono (aperto, riaperto o dilatato che sia) è antieconomico (Gian Antonio Stella, 10 febbraio 2013, qui).
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Secondo uno studio di Legambiente citato da G.A.Stella nel 2003, sommando la sanatoria del 1985 e quella del 1994, le domande di condono per abusi edilizi nei soli 13 comuni che hanno un pezzo del territorio dentro il Parco nazionale del Vesuvio, furono 49.087 [qui].
Ampliare i termini dei due condoni significa, dunque, rendere potenzialmente legali quasi 50mila edifici che hanno già consumato suolo (agricolo e non), hanno già eroso appeal turistico (il paesaggio, oltre ad essere un “documento” storico e identitario è anche uno straordinario attrattore), hanno già ampliato ulteriormente la vulnerabilità del territorio (dal punto di vista del rischio sismico, vulcanico e idrogeologico), hanno già arricchito la criminalità (il ciclo del cemento in Campania, è noto, è in mano a determinati clan camorristici e un abuso edilizio, com’è evidente, non può che essere realizzato in maniera illegale, ovvero con strutture illegali).
Su come gestiamo il nostro territorio ci guarda e valuta (e giudica) il mondo intero [qui] [qui].

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5 settembre 2014:
“San Sebastiano al Vesuvio News” ha pubblicato un resoconto dell’odierna trasmissione radiofonica “24 Mattina”, dedicata al rischio vulcanico della nostra area. Ospiti: Ugo Leone, commissario del Parco Nazionale del Vesuvio, il giornalista Alessandro Milan, il sindaco di Terzigno Stefano Pagano.

Andresti a vivere nella zona rossa del Vesuvio? Questo il sondaggio lanciato da un reportage del settimanale Panorama a cura di Maria Pirro. Nel mirino le abitazioni costruite alle pendici del Vulcano più pericoloso al mondo ed il timore che si continui ad edificare. Prede spunto da qui, la seconda parte del programma radiofonico 24 Mattino di oggi, in onda su Radio 24.

(I rischi della zona rossa, se ne parla al programma radiofonico “24 Mattina”, in “San Sebastiano al Vesuvio News”, 5 settembre 2014)

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31 agosto 2014:
Abbiamo il governo più veloce del mondo, eppure il ministro dell’ambiente non riesce a trovare il tempo per nominare il nuovo Presidente del Parco Nazionale del Vesuvio. Nessuna istituzione vive di sei mesi in sei mesi, è dunque lecito chiedersi cosa si voglia fare del territorio vesuviano e, più in generale, del sistema delle aree protette italiane.
Francesco Gravetti, Parco Vesuvio, la storia infinita: ancora una proroga per Ugo Leone. Altri sei mesi di commissariamento per l’area protetta: la scelta del nuovo presidente diventa sempre più un caso politico e istituzionale. Intanto si avvicinano le regionali e impazza il toto nomine (in “Il Mediano”, 31 agosto 2014).

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24 agosto 2014:
Dalla pagina fb del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma:

24 agosto: la data dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. è attestata da una lettera di Plinio il giovane a Tacito «Nonum kal. septembres hora fere septima mater mea indicat ei apparere nubem inusitata et magnitudine et specie.» (Gaius Plinius Caecilius Saecundus, Epistularum liber VI, 16, C. Plinius Tacito Suo S.), ma alcuni studiosi indicano un periodo successivo all’estate

[1 – Raffigurazione di Bacco e del Vesuvio in un affresco pompeiano precedente al 79 d. C.; 2 – Calco del corpo di una vittima dell’eruzione del Vesubvio del 79 d.C., trovato assieme ad altri nel cosiddetto “Orto dei fuggiaschi” a Pompei; 3 – Pietro Fabris (Napoli, 1740-1792: Eruzione del Vesuvio del 1760-1761; 4 – Alessandro D’Anna (Palermo 1746 – Napoli 1810): Eruzione del Vesuvio del 1794, con la processione dell’Immacolata; 5 – Giorgio Sommer (Francoforte sul Meno 1834 – Napoli 1914): L’eruzione del Vesuvio, 26 Aprile 1872]

«[Mio zio] era a Miseno e teneva personalmente il comando della flotta. Il 24 agosto, verso l’una del pomeriggio, mia madre lo informa che spuntava una nube fuori dell’ordinario sia per la grandezza sia per l’aspetto. […]» (dalla lettera di Plinio il Giovane a Tacito, il cui testo integrale è qui).

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20 agosto 2014:
Un articolo storico di Giovanni De Luna in cui spiega che durante l’eruzione vesuviana del 1944

ci fu un grande tramestio di santi e madonne; uscirono dalle loro chiese Sant’Anna a Boscotrecase, San Giacomo a Pollena, San Giovanni Battista ad Angri, addobbato con i fogli-fazzoletti delle banconote delle Am-lire, la carta moneta stampata dagli Alleati.

(G. De Luna, Il Vesuvio erutta e San Gennaro gioca in trasferta. Nella Napoli degli sciuscià e delle «segnorine» occupata dagli Alleati, il vulcano distrugge i villaggi e scatena una guerra tra santi, in “La Stampa”, 8 agosto 2014)

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19 agosto 2014:
La trasmissione “Overshoot” di “Radio Radicale” dell’altro ieri [qui] ha avuto ospiti l’urbanista Aldo Loris Rossi e il direttore di “Le Scienze” Marco Cattaneo, che ha dedicato il numero di agosto al rischio vesuviano [qui].
Avevo espresso qualche riserva nei confronti dell’editoriale di Cattaneo, poi ho letto anche l’articolo principale della rivista e il mio scetticismo si è confermato.
In merito a quanto pubblicato, l’analisi più accurata l’ha scritta MalKo, un esperto di gestioni di emergenze, nell’editoriale “Rischio Vesuvio e l’informazione di massa“, in “Hyde Park”, 10 agosto 2014.
Personalmente, ritengo che i servizi de “Le Scienze” e, in parte, anche della trasmissione di “Radio Radicale” abbiano delle lacune – non so quanto inconsapevoli – che veicolano un’idea fuorviante della situazione vesuviana. Non è vero che c’è un nuovo piano di emergenza, è vero solo che è stata riperimetrata la zona rossa, con conseguente ridefinizione dei gemellaggi. Non è vero che in tre giorni si possono evacuare 700mila persone (con qualsiasi mezzo), soprattutto perché non vi sono vie di fuga, meeting point e indicazioni. I catastrofisti non mi piacciono, ma neppure i rassicurazionisti, come sostanzialmente sono gli autori del numero in questione: la realtà è fatta di lacune istituzionali, se non addirittura di incoerenza (aprire al cemento in zona rossa, come ha fatto di recente la Regione Campania, è qualcosa che va in direzione decisamente contraria alla mitigazione del rischio). Manca – ed è sempre mancato – un serio piano di comunicazione alla popolazione, oltre alla ormai endemica assenza di inclusione nel processo di pianificazione.
Se si intende parlare seriamente di rischio Vesuvio, bisogna distinguere: una cosa è la dimensione scientifica (monitoraggio dell’attività vulcanica e prevedibilità dell’evento atteso), un’altra la dimensione istituzionale (innanzitutto di organizzazione e gestione dell’emergenza, ma soprattutto di responsabilità politico-amministrativa), un’altra cosa ancora è la dimensione socio-antropologica (e questa non è mai presa in considerazione da chi ha il potere di decidere: la popolazione non è ascoltata, non è avvertita, non è coinvolta, ma al contrario viene frequentemente stigmatizzata, se non ridicolizzata).

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8 agosto 2014:
Il prossimo autunno al cinema ci sarà “Sul Vulcano“, un documentario di Gianfranco Pannone che [il 10 agosto è stato] presentato fuori concorso al 67esimo Festival di Locarno. Il vulcano, naturalmente, è il Vesuvio.

Su “Repubblica” di oggi c’è un’intervista al regista: “Ha fatto più danni il Vesuvio in 2000 anni o l’uomo in 100?” (qui). Altre interviste a Pannone sono su: “Cinecittà News“, “Io Donna“, “Il Mattino“.

E’ da segnalare, inoltre, che alla Mostra del Cinema di Venezia è stato presentato “Il giovane favoloso“, un film biografico di Mario Martone su Giacomo Leopardi, interpretato da Elio Germano. Com’è noto, il poeta visse i suoi ultimi anni in una splendida villa di campagna ai piedi del Vesuvio [sinossi]. Il film uscirà nelle sale il 16 ottobre e questo è il suo primo trailer:

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4 agosto 2014:
Regolamentare il traffico automobilistico sulla bocca di un vulcano? La questione sembrerebbe surreale, e forse lo è, eppure in cima al Vesuvio è necessario porsela. Ci si immaginerebbe che il Gran Cono, in quanto centro e simbolo di un Parco Nazionale, debba godere di un ferreo disciplinamento dei flussi, dei rumori, dei fumi. Invece…
Giovanni Marino, Che succede a quota 1000?, nel blog del Movimento “cittadini per il Parco”, 4 agosto 2014.

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2 agosto 2014:
A proposito degli spiragli cementizi concessi dall’attuale Giunta della Regione Campania, anche nelle zone di pregio paesaggistico e di rischio geologico, e dei dubbi di chi si domanda se il rischio Vesuvio sia “scientificamente reale”, ecco cosa ne pensa Ugo Leone (“La Repubblica“):

«E malamente e volutamente disinformata è da decenni la dirigenza politico amministrativa della Regione che si affida ai piani di evacuazione ignorando più utili e “salutari” alternative» (Ugo Leone)

1944-2014: 70 anni dall’ultima eruzione vesuviana

L’ultima eruzione vesuviana, da cui la colata lavica che ha distrutto nel 1944 i due paesi attigui di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma, è nota, raccontata e analizzata in un gran numero di pubblicazioni, da quelle storico-locali ai saggi accademici di scienze naturali, dagli atti dei convegni sul rischio vulcanico fino alle guide turistiche di ampia tiratura.
Anche la letteratura ha narrato quei giorni drammatici tra disastro naturale e disastro bellico, come ha fatto Norman Lewis in “Napoli ’44“:

«19 marzo: oggi il Vesuvio ha eruttato. E’ stato lo spettacolo più maestoso e terribile che abbia mai visto. Il fumo dal cratere saliva lentamente in volute che sembravano solide. […] Di notte fiumi di lava cominciarono a scendere lungo i fianchi della montagna».

Oppure come ha scritto Curzio Malaparte ne “La Pelle” [già qui, su questo blog], di cui segnalo la presentazione video realizzata qualche anno fa da Stas’ Gawronski in “CultBook” (7’52″):

In questi giorni ricorrono i 70 anni di quell’esplosione, l’ultima del ciclo che si aprì catastroficamente nel 1631. Considerata la durata dell’attuale silenzio del vulcano napoletano, gli scienziati ritengono che il Vesuvio sia entrato in quiescenza, ovvero in quello stato che separa tra loro due “periodi di attività” e che, stando alla sua storia eruttiva, probabilmente può essere ancora lungo (in passato è durato anche alcuni secoli).
Per l’anniversario, a Napoli e provincia sono state organizzate almeno due occasioni per ricordare e riflettere su quell’evento: una storico-scientifica, l’altra spettacolare. Entrambe sono previste per martedì 18 marzo 2014.

Il primo appuntamento è presso l’Accademia di Scienze Fisiche e Matematiche (via Mezzocannone 8, Napoli), dove a partire dalle ore 9:30 verranno ricordate due ricorrenze: i 70 anni dell’ultima eruzione, appunto, e i 100 anni della scomparsa di Giuseppe Mercalli, uno dei padri della vulcanologia.
Il programma/invito è questo (anche su fb e sul web):

Clicca sull’immagine per accedere alla versione pdf.

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Il secondo appuntamento è presso il Museo Archeologico Virtuale (via IV Novembre 44, Ercolano), dove verrà proiettato «materiale audiovisivo originale d’epoca, girato dal corpo combattente statunitense e dagli impavidi giornalisti seguito da una carrellata d’immagini selezionate e montate per l’occasione». L’ingresso, per quel giorno, sarà gratuito.
La locandina è questa (anche su fb):

(Clicca sull’immagine per accedere all’evento fb)

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Breve cronologia dell’eruzione vesuviana del marzo 1944:
L’Osservatorio Vesuviano indica, quale data di inizio dell’ultima eruzione, il 13 marzo del 1944, quando un conetto di scorie, accumulatesi all’interno del Gran Cono dopo l’eruzione precedente, collassa a seguito dell’apertura del condotto principale. A distanza di pochi giorni, il 18 marzo, inizia un’intensa attività effusiva caratterizzata dall’emissione di piccole colate laviche lungo il versante orientale e meridionale della montagna e, in seguito, lungo quello settentrionale. In vista degli eventi, è ordinato lo sgombero delle città di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma ed è consigliato agli abitanti di Torre del Greco di abbandonare le proprie abitazioni ormai già investite da una continua pioggia di cenere. La lava, lenta ma inesorabile, raggiunge le due cittadine di San Sebastiano e Massa nella mattina del 21 marzo, devastandole entrambe [Foto + Mappa 1 + Mappa 2]. La parte conclusiva, e più spettacolare, dell’eruzione ha inizio già l’indomani, il 22 marzo, con una violenta attività esplosiva che pone fine all’alimentazione lavica e dà inizio a fontane di lava alte fino a 2 km. A queste fa rapidamente seguito il formarsi di un “pino vulcanico” di ceneri e lapilli che raggiunge un’altezza di circa 6 km, per poi collassare in flussi piroclastici verso Sud-Est, investendo le città di Terzigno e dell’agro nocerino-sarnese. Dall’incontro tra il magma e l’acqua in falda originano, come effetto collaterale dell’eruzione, numerose esplosioni freatomagmatiche associate ad intensa attività sismica, che va progressivamente diminuendo fino a cessare del tutto intorno al 29 marzo.
Nella sola San Sebastiano, il piano stradale si innalza di alcuni metri, circa 600 famiglie rimangono senza casa, gran parte della rete viaria è resa impraticabile e la rete idrica è fatalmente distrutta [fonte]. I danni riportati a seguito dell’eruzione sono di 26 morti nell’area interessata da ricaduta di ceneri e causati dai crolli dei tetti delle abitazioni (a Terzigno, Nocera Inferiore e Sarno), dei due centri abitati di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma in parte distrutti dalle colate laviche e di tre anni di raccolti persi nelle zone coperte dalle polveri vulcaniche.

[Alcuni giorni fa quell’eruzione è stata ricordata anche da Erri De Luca e da Gipi; ne ho scritto qui]

(Le fotografie sono tratte dal web)

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AGGIORNAMENTO del 24 marzo 2014
Il 28 marzo 2014 a Torre Annunziata il Centro Studi Storici “Nicolò d’Alagno” ricorderà l’eruzione del Vesuvio del 1944 con il convegno “Vesuvio: la paura fa 70!”. Saranno proiettate immagini d’epoca tratte dall’Archivio/raccolta fotografica di Vincenzo Marasco e riprese video recuperate da Angelo Pesce negli Archivi alleati:

Clicca sull’immagine per accedere alla pagina-evento su facebook.

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AGGIORNAMENTO del 20 ottobre 2014:
Domani, 21 ottobre 2014, alle ore 10 presso la Biblioteca Universitaria di Napoli verrà proiettato un filmato inedito dell’eruzione del Vesuvio del 1944, girato dagli Alleati. Altre info sono QUI e QUI.

“Vesuvio 1944”, a cura di Angelo Pesce

A tre anni da Fukushima

Oggi, tre anni fa, il Giappone veniva devastato da un cataclisma senza pari, un evento così grande e così complesso da aver reso insufficienti le definizioni classiche: da allora la dizione “catastrofe naturale” appare del tutto anacronistica. Vi furono 15.880 morti e 2.694 dispersi, ma per certi versi il post-disastro fu anche più duro: nella sola prefettura di Fukushima perirono 1.656 persone a causa dello stress e per complicazioni di salute, più delle 1.607 morte direttamente nell’evento. Intorno alla centrale nucleare di Daiichi, 13.000 sono i chilometri quadrati da decontaminare e i più giovani sono i maggiormente colpiti dalle radiazioni: è in corso uno studio epidemiologico su circa 360.000 bambini e adolescenti che vivevano nella zona esposta alla contaminazione nel 2011 ed è attivo anche un costante monitoraggio psicologico (un quarto dei bambini dai 3 ai 5 anni che hanno vissuto lo tsunami soffrono di disturbi comportamentali) [QUI].
Il nuovo millennio si è aperto con eventi shockanti: gli attentati di New York (che a loro volta hanno generato altri orrori, come quello di Madrid, di cui oggi è il decennale), lo tsunami di Sumatra, l’inondazione di New Orleans, il terremoto di Haiti, la sequenza disastrosa di Fukushima. Come riuscire a dare una spiegazione a tutto ciò? Se Goethe sosteneva che con il sisma di Lisbona del 1755 Voltaire (cioè “il mondo antico”) aveva lasciato il posto a Rousseau (considerato “il mondo nuovo”, razionale e libero dal peso di Dio), oggi Dupuy ritiene che è proprio l’approccio voltairiano a dover essere recuperato, perché più adatto alla visione postmoderna che guarda in faccia la contingenza dell’evento, piuttosto che «abbandonarsi alle consolazioni finte delle spiegazioni razionalizzanti» [QUI].
Se è difficile dare un senso a catastrofi di tali entità e modalità, l’approccio antropologico può indicare una strada: il fulcro di uno studio socio-culturale di questo tipo non è “dentro all’evento”, ma fuori di esso, nel sistema sociale che è colpito. La comunità disastrata, spiega Lombardi, reagisce «in funzione del tipo di cultura specifico posseduto da ciascun sistema sociale nei confronti di quell’evento» [QUI]. E’ per questa ragione che due episodi di pari intensità e di caratteristiche simili che colpiscono due sistemi sociali diversi non producono mai gli stessi danni e spesso non sono nemmeno paragonabili tra loro [QUI].
Quel che è accaduto a Fukushima e in Giappone tre anni fa ha un significato specifico per le comunità direttamente colpite, ma probabilmente lo ha anche a livello planetario, data la grande eco mediatica ed emotiva che non smette di riverberarsi. Dovremmo domandarci, pertanto, se quella tragedia ha modificato la nostra visione del “male”; dovremmo interrogarci come fecero i contemporanei del disastro di Lisbona: cos’è oggi il male, Dio, la natura, la giustizia?, quali sono le aspirazioni e il destino degli esseri umani?, cos’è veramente “progresso”? Probabilmente risposte definitive non ce ne sono, ma ritengo che vi siano di certo percorsi di conoscenza e, dunque, di presa di coscienza. In quest’ottica, quell’evento può (potrebbe) essere considerato “apocalittico”, ovvero come qualcosa «che è portatore di rivelazione» [Dupuy].

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Oggi, 11 marzo 2014, i principali giornali italiani dedicano un ricordo all’anniversario:

  • Ilaria Maria Sala, Fukushima 3 anni dopo. Il dramma dei bambini colpiti dalle radiazioni. Crescono in modo anomalo i tumori alla tiroide. E in migliaia non possono più giocare all’aria aperta, “La Stampa”: QUI.
  • Redazione, Fukushima, il Giappone ricorda le 18mila vittime dello tsunami di tre anni fa. Ancora non risolti i problemi alla centrale nucleare dell’incidente. Circa 270mila giapponesi non sono ancora potuti tornare nelle loro case, “La Repubblica”: QUI
  • Emilio Fuccillo, Tre anni fa il disastro di Fukushima, l’emergenza continua, “RaiNews”: QUI
  • Damir Sagolj, reportage fotografico, Fukushima: 3 anni dal disastro, “Corriere della Sera”: QUI.

Damir Sagolj, settembre 2013:
“Un blocco stradale impedisce l’ingresso nella zona altamente contaminata di Namie”
(clicca sull’immagine per accedere alle altre fotografie del reportage)

Il VIDEO dell’inchino dell’imperatore Akihito alla cerimonia in onore delle vittime tenuta a Tokyo.

Tre anni fa ero in piena etnografia vesuviana. Il disastro giapponese entrò prepotentemente nelle conversazioni e nelle interviste che raccolsi in quei giorni. Io, però, non riuscii a scriverne nulla, se non questo (che poi ho aggiornato con reportage e analisi pubblicate online).

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INTEGRAZIONE del 12 giugno 2014:
In Finlandia c’è un sito di stoccaggio di scorie radioattive, il complesso di Onkalo, pensato per durare 100mila anni. In altri termini, un’eternità. «Nothing built by man has lasted a tenth of that time, but we consider ourselves a very potent civilization».
Il regista danese Michael Madsen lo ha raccontato nel documentario “Into Eternity” (2010, website), ponendo al centro della riflessione l’avvenire che stiamo lasciando alle generazioni future. «If you, some time far into the future, find this, what will it tell you about us?».
L’opera (1h15′) è visibile su YouTube (en, sub-en):

Il film verrà proiettato il 16 giugno 2014 al Musée du Louvre, dopo la conferenza di Michaël Ferrier intitolata “Notes sur l’art au temps de Fukushima“: QUI.

Refugiados en su tierra

«Filmado en el sur de Chile, el documental narra la vida de un grupo de personas que regresa a su pueblo tras la erupción de un volcán, para impedir que las autoridades abandonen el lugar. Allí se encuentran con un escenario desolador, el río se ha desbordado y muchas casas han desaparecido por completo. Los años pasan y el veredicto final sobre el futuro del pueblo no llega. El tiempo parece haberse detenido. Ahora viven entre las cenizas, sumidos en el abandono y perseguidos por el Estado, buscando defender su identidad».


«Refugiados en su tierra», di Fernando Molina e Nicolás Bietti, Argentina, 2013 (96′, castigliano).