Visitate Napoli prima che sia troppo tardi. Ma tardi per chi?

Dalla pagina Fb “Rischio Vesuvio:

Per la sezione britannica di “Blasting News”, il 2017 è cominciato con una singolare esortazione a visitare Napoli: «fatelo prima che sia troppo tardi». L’articolo del 2 gennaio scorso, firmato da John McCormick, si riferisce al vulcano dei Campi Flegrei che, dice l’articolo, potrebbe causare un disastro di proporzioni mondiali, ben più grande dei noti rischi sismici della California. Il testo fa riferimento ai recenti studi sull’area flegrea, ripercorre brevemente la storia geologica del territorio in esame e, qua e là, usa espressioni sensazionalistiche, tipo: «il vulcano urbano dei Campi Flegrei potrebbe essere sul punto di esplodere nelle adiacenze di una delle zone più densamente popolate del pianeta, uccidendo milioni di persone quasi istantaneamente». Questi toni enfatici vanno presi per quel che sono: lo scimmiottamento di una sceneggiatura cinematografica hollywoodiana. Ma ciò non significa che il rischio non sussista e che non sia alto, perché, in realtà, il rischio cui sono esposti gli abitanti flegrei e napoletani esiste ed è serio. Come abbiamo ripetuto più volte negli ultimi mesi, però, in questo momento non c’è alcun allarme: la situazione è monitorata e degli strumenti di pianificazione dell’emergenza futura sono stati predisposti; ora bisogna necessariamente comunicarli alla popolazione, testarli tra gli operatori dell’emergenza, aggiornarli periodicamente e, soprattutto, bisogna attivarsi politicamente e istituzionalmente per una sostanziale mitigazione del rischio vulcanico e bradisismico.
A nostro avviso, dunque, la morale della storia è: Napoli, Pozzuoli, Cuma e l’area vesuviana sono un territorio abitato da millenni e la ricchezza culturale che vi è stratificata è impareggiabile; in questa regione la scansione del tempo segue ritmi plurisecolari, ovvero va ben oltre il tempo biologico umano, per cui l’invito è: sì, visitate Napoli prima che sia troppo tardi, ma per voi.

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Due pubblicazioni in sociologia del post-disastro e resilienza

Oggi e domani (1 e 2 dicembre 2016) a Torino si terrà la quinta conferenza nazionale [Fb] della sezione “Sociologia del Territorio” di AIS, l’Associazione Italiana di Sociologia.
Il programma completo è QUI.

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Per la giornata di oggi, in particolare, segnalo che nel pomeriggio ci sarà la presentazione di due imminenti pubblicazioni:

  • Disastri socio-naturali, resilienza e vulnerabilità: la prospettiva territorialista nel dibattito attuale“, numero monografico di “Sociologia Urbana e Rurale”, curato da Silvia Mugnano, Alfredo Mela e Davide Olori;
  • Tracce di società in territori fragili. Verso una nuova sociologia dei disastri italiana“, sempre a cura di Silvia Mugnano, Alfredo Mela e Davide Olori, per l’editore Franco Angeli.

In quest’ultimo c’è un mio contributo: “Al di là dello sviluppo, oltre l’emergenza: il caso del rischio Vesuvio“, ma ne parlerò più diffusamente quando avrò il volume cartaceo tra le mani.

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AGGIORNAMENTO del 20 marzo 2017:
Per ulteriori informazioni su queste due pubblicazioni, rimando a questo mio post.

Narrazioni divergenti: sismi neozelandesi e sismi italiani

Dalla pagina Fb “Rischio Vesuvio”, 14 novembre 2016:

Ieri, 13 novembre 2016, in Nuova Zelanda c’è stato un forte terremoto di magnitudo 7.8 nella South Island. Attualmente il bilancio è di due vittime, una per infarto e una per crollo di un’abitazione storica. C’è stato anche un allarme tsunami, che poi è rientrato; in ogni caso, le onde sono state di un paio di metri. L’epicentro è stato localizzato poco a nord di Christchurch, che fu colpita da due sismi nel 2010 e nel 2011: 185 morti e danni piuttosto estesi.
La scossa di ieri è stata notevole e in tutto il Paese è scattata l’allerta. Non faremo paragoni tra la tenuta degli edifici in Nuova Zelanda e in Italia perché sarebbe una comparazione sbagliata e ingiusta, ma il modo di raccontare i rispettivi fenomeni tellurici sì, possiamo confrontarli.
Il nostro amico Giuseppe Forino, studioso di risk management in Australia, suggerisce la visione di due servizi video:

  • quello del “New Zealand Herald”, uno dei primi quotidiani nazionali neozelandesi, che – in diretta Skype da Waiau, cittadina di 250 abitanti, epicentro del sisma – non punta la telecamera nelle abitazioni (giusto qualche fotografia), né riprende anziani con le coperte addosso o agenti di soccorso, né fa interviste;
  • quello di una web-tv della Campania che, nel dicembre 2013, racconta la scossa (M 4.2) a Piedimonte Matese, cittadina di 11mila abitanti in provincia di Caserta, senza vittime o feriti; certamente una tv locale non ha gli standard di un network nazionale, tuttavia notate il tono allarmato sulla “notte di paura”, le riprese sulle persone spaventate, sulle scuole, le chiese e i lampeggianti.

Inflessioni del genere, in Italia, sono molto frequenti. Su questa pagina ne scriviamo spesso e, alcuni mesi fa, ci colpirono le parole scelte dal “Corriere del Mezzogiorno” per una scossa di M 2.4 nell’Appennino campano: «Terremoto in Irpinia alle 9.46. Paura nei paesi dell’Avellinese». Come osservammo in un’intervista a “Orticalab”, c’è «il rischio che questi articoli che oggi producono “like” e click diventino un rumore di fondo, ovvero nel medio-lungo periodo producano disaffezione rendendo progressivamente necessario l’innalzamento dell’asticella dei toni dell’allarme».
Ieri, per il terremoto neozelandese, alcuni webjournal italiani di pseudogiornalismo, particolarmente noti per le loro spudorate tecniche di clickbait, hanno scritto titoli sensazionalistici e mostrato immagini apocalittiche, del tutto immotivate sul piano dell’informazione.
La prevenzione del rischio e la gestione delle emergenze riguardano una pluralità di azioni: dalla messa in sicurezza degli edifici alle tecniche d’intervento in caso di allarme, dalla pianificazione del territorio al dialogo con gli abitanti dei luoghi a rischio, dal miglioramento delle conoscenze scientifiche alla loro divulgazione alla popolazione e così via. Tra queste pratiche assume un’importanza sempre maggiore quella di una corretta informazione che, per forza di cose, coinvolge il senso di responsabilità e la deontologia di chi fa giornalismo scientifico, nonché la sua conoscenza dei temi e del linguaggio disciplinare. E’ un argomento piuttosto complesso, data la natura attuale della comunicazione di massa, così frammentata e individualizzata, specie sui socialmedia. Tuttavia uno sforzo va fatto anche su questo piano, come dimostra il seminario dello scorso 24 febbraio 2016, organizzato dall’INGV e dall’Ordine dei Giornalisti della Campania ad Ariano Irpino (Avellino), intitolato «La deontologia del giornalismo scientifico: diffamazione, rettifiche/repliche, responsabilità del direttore».

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AGGIORNAMENTO del 21 novembre 2016:
Lo scorso 16 novembre 2016 ho scritto sul mio Fb il seguente post:

Nella notte tra il 13 e il 14 novembre un forte terremoto (M 7.5) ha colpito la South Island della Nuova Zelanda. Tra gli effetti del sisma sono da registrare alcuni atti di sciacallaggio. La polizia nazionale ha reso noto di aver ricevuto 19 segnalazioni di furto con scasso in proprietà private e commerciali avvenuti nella regione di Canterbury (successivamente ne sono stati confermati 8). Il comandante del distretto di polizia, John Price, ha concluso il suo comunicato esortando le persone a “riconnettersi con i vicini” e, dunque, alla “comunità di prendersi cura della comunità stessa“.
Il saccheggio più noto è quello subito dalla famiglia Mill, che abita a New Brighton, un quartiere costiero di Christchurch, la principale città dell’isola. I signori Melissa e Matt Mill hanno due figlie, la più giovane delle quali è su una sedia a rotelle a causa della distrofia muscolare. Dopo la scossa dell’altra notte hanno evacuato la propria casa per alcune ore a causa del rischio tsunami, particolarmente pericoloso proprio per la secondogenita. (Dell’esposizione dei disabili in caso di disastro, in Italia, ha scritto pochi giorni fa Iacopo Melio).
Al loro rientro, intorno alle 5 di mattina, i Mill hanno trovato la casa devastata: il camion di lavoro sparito, il televisore e la X-Box rubati, i regali di Natale scartati, i cassetti divelti, ma soprattutto la sparizione dell’apparecchio acustico wireless della figlia (che, da solo, vale 5000 $), comunque inutilizzabile da altri perché appositamente impostato per la ragazza.
Il ministro dell’educazione neozelandese ha assicurato che fornirà un nuovo microfono wireless, ma la famiglia ha bisogno anche di ulteriore aiuto, così ha aperto una pagina web per le donazioni e in due giorni ha ricevuto oltre 47mila $ da 1.124 benefattori.

Tra i commenti, un amico mi ha segnalato un’ulteriore notizia: il vescovo Brian Tamaki, della Destiny Church, in un sermone ha accusato i gay, i peccatori e gli assassini di aver provocato il sisma. Tali affermazioni sono state definite “ridicole” da John Key, Primo Ministro del Paese, e “patetiche” da Winston Gray, sindaco di Kaikoura.

Apocalypse Pompeii, apocalisse del cinema

Come al Lidl esistono i frollini di sottomarca per colazioni ispirate al Mulino Bianco, così ci sono case di produzione cinematografica specializzate in mockbuster, ovvero in film a basso budget che – nonostante soggetti improbabili, trame irrisorie, recitazioni scadenti ed effetti visivi risibili – si rifanno ad opere più celebri e hanno, dunque, un loro pubblico.
Io, a volte, faccio parte di questi spettatori, essendomi dato il folle compito di vedere tutti i film catastrofici di sismi ed eruzioni (specie se riguardano il Vesuvio). Ebbene, l’altra sera un amico ha segnalato su Fb “Apocalypse Pompeii“, una pellicola statunitense del 2014 diretta da Ben Demaree (altre info: qui, qui e qui) per lo studio cinematografico The Asylum. L’ho trovata in streaming e, tra flussi piroclastici e colate laviche create con Paint (il commento più frequente sul web è: “This movie is made as a joke, right?“), sono riuscito ad arrivare fino alla fine, quando la figlia geniale dell’eroe militar-muscolare dice: “Sai, papà, non ho più voglia di vivere in Italia“.

Il trailer italiano è qui:

“Allarme Vesuvio”; e ho detto tutto

Come ho già scritto altre volte, per una ampia gamma (pseudo)giornalistica il Vesuvio è una notizia bomba (spesso lo “pseudo” è concreto: specie sul web, girano siti che sembrano giornalstici ma non hanno alcuna credenziale, almeno formale): tutto ciò che conta per questo tipo di informazione è il titolo, sufficientemente clamoroso da indurre un click, da cui discende il resto, che è ciò che davvero conta per loro: aumento dell’audience, dunque della pubblicità e degli introiti economici. Da qualche giorno, in questa schiera va inserito anche l’ “Huffington Post Italia“, che con un articolo imbarazzante è riuscito a non dire alcunché in merito a ciò che il titolo prometteva (ma, come dirò, è l’intera notizia ad essere stata coperta in maniera inadeguata e incompetente da numerosi organi d’informazione, anche riconosciuti).

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Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo dell’Huffington Post Italia.

In meno di quindici righe viene trattato (omettendo nomi e confondendo ambiti) un argomento ritenuto grave se, nel testo stesso, viene specificato che riguarda «un’area fortemente a rischio, dove vivono oltre tre milioni di persone». Nel brano, firmato dalla Redazione, viene affermato che l’eruzione del Vesuvio è una possibilità, ma questo è un errore perché, in realtà, si tratta di una certezza (ripetuta da anni), sebbene non si sappia bene come avverrà tale eruzione (esistono, tuttavia, degli scenari previsionali) e si ignori del tutto il quando si verificherà l’esplosione (ed è intorno a tale incertezza che si gioca la partita scientifico-politico-sociale del rischio geologico in provincia di Napoli).
Come dicevo, in poche righe non solo non viene detto nulla nel merito, ma ci sono addirittura omissioni e confusioni. Si fa riferimento a due vulcanologi, ma non ne viene fatto il nome, rimandando ad un’intervista dei due al “Giornale” (che, in realtà, non esiste; c’è, piuttosto, un servizio di “SkyTG24” in cui parlano i due scienziati); poi si mischia il caso flegreo a quello vesuviano (da tempo, i due studiosi sostengono che nel sottosuolo ci sia un’unica «sacca di magma» per i due vulcani, ma lo stato urbanistico di superficie delle due aree è piuttosto diverso e, sebbene preoccupante in entrambi i casi, comporta problematiche differenti) e, infine, si usano come sinonimi concetti (e strumenti) diversi come il “piano di emergenza” e il “piano di evacuazione” (che, restando sul generale, andrebbero ripensati, non semplicemente rinnovati).

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Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo del “Giornale”.

Per saperne di più, dunque, ho cercato altre fonti. Innanzitutto l’articolo citato del “Giornale“, che è altrettanto sciatto e scialbo, dove tuttavia si viene a sapere che i due studiosi sono Giuseppe Mastrolorenzo e Lucia Pappalardo dell’Osservatorio Vesuviano, i quali avrebbero lanciato un nuovo allarme vulcanico dalle pagine della prestigiosa rivista “Nature“, sul cui website, però, non c’è traccia di contributi recenti sull’argomento in oggetto.
Allora ho consultato “Il Mattino“, in cui c’è qualche ulteriore informazione (ma anche in questo caso col solito fraintendimento: «Settantuno anni dopo il Vesuvio potrebbe tornare a eruttare? E’ una possibilità»; no, è una certezza, ma non si sa quando, sicuramente non domani). L’articolo è arricchito da un’intervento di Francesco Emilio Borrelli, consigliere della Regione Campania per la lista Davvero Verdi, che su questo argomento non fa mai mancare la sua voce, a mio avviso sempre sbagliando obiettivo: da un ambientalista ci si aspetterebbe attenzione al delirio cementizio che ha causato la vulnerabilità dell’area, non una vacua denuncia dell’insufficienza del piano di emergenza (che possiamo rifare quante volte vogliamo e seguendo principi sempre diversi, ma che non mitigherà mai il rischio, il quale invece richiede altri interventi).

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Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo del “Mattino”.

Il consigliere, inoltre, critica l’eventualità di trivellazioni in area flegrea strizzando l’occhio alle montanti pulsioni antiscientifiche tanto di moda tra i politici italiani (io, nel merito, non ho le competenze per affermare alcunché, se non intravedere grigi interessi economici) e poi si lancia in un annuncio impegnativo (una tecnica comunicativa consolidata e, a quanto pare, vincente, visto il consenso dei promettitori di professione): «Con la Regione Campania ci faremo promotori di un new deal affinché i piani vengano realizzati». Questi, infine, a detta del Dipartimento di Protezione Civile «esistono, da anni, e sono entrambi [dei Campi Flegrei e del Vesuvio] attualmente in corso di aggiornamento» (ma, tanto per restare in superficie, se la popolazione non li conosce, che valore ha tale esistenza?).
Per concludere, la notizia è stata diffusa anche in televisione attraverso “SkyTG24“, in un servizio di 4 minuti, con interviste a Mastrolorenzo e Pappalardo e, in chiusura, al diretore dell’OV Giuseppe De Natale:

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Clicca sullo screenshot per accedere allo streaming del servizio video di SkyTG24.

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PS: l’intera faccenda l’ho conosciuta tramite questo post su fb.

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AGGIORNAMENTO del pomeriggio del 24 agosto 2015:
Le considerazioni di questo post, come spero sia chiaro, riguardano esclusivamente l’aspetto giornalistico e culturale degli ultimi episodi relativi all’informazione sul rischio vulcanico in area napoletana; non toccano gli aspetti vulcanologici, sui quali non ho competenze tecniche. Reazioni, tuttavia, ci sono state anche su questo specifico ambito, come le precisazioni del direttore dell’Osservatorio Vesuviano, Giuseppe De Natale, in merito alle affermazioni dei due ricercatori citati. Il testo è stato diffuso con una nota ufficiale del 23 agosto (ieri, ma l’ho scoperta solo ora attraverso Vesuviolive, e questo mi porta a riflettere sull’efficacia dell’attuale comunicazione ufficiale da parte dell’OV e del DPC, della quale scriverò presto):

Precisazioni del Direttore in merito alle notizie diffuse da alcuni media sullo stato del Vesuvio

Ieri ed oggi numerosi cittadini hanno telefonato alla nostra Sala Monitoraggio, diversi di loro evidentemente turbati da quanto appreso, per segnalare notizie allarmanti sui nostri vulcani provenienti da alcune testate giornalistiche e TV.
Per questo ritengo doveroso fare le precisazioni seguenti.
A tutti ribadisco che l’Osservatorio Vesuviano,sezione di Napoli dell’INGV, è l’unico Ente che rileva e studia sistematicamente e con continuità i dati di monitoraggio delle aree vulcaniche campane: Vesuvio, Campi Flegrei ed Ischia, ed emette periodicamente Bollettini che contengono tutte le informazioni rilevanti, nonché le eventuali variazioni di attività, su questi vulcani. I nostri Bollettini sono disponibili a tutti, perché pubblicati nelle sezioni specifiche di questo web. Pertanto, ogni informazione sullo stato dei vulcani campani che non provenga da canali ufficiali dell’INGV potrebbe riportare l’opinione personale di qualche singolo ricercatore, italiano o straniero, oppure di qualche giornalista, politico p semplice cittadino, ma non riflette in alcun modo la visione ufficiale dell’INGV che, come si è detto, è l’unico Ente che rileva e studia in maniera continua, sistematica ed in tempo reale, lo stato dei vulcani.
I cittadini quindi, e gli stessi giornalisti, se desiderano avere notizie certificate ed aggiornate sullo stato dei vulcani campani, possono consultare il presente sito web o rivolgersi ai Colleghi di turno presenti in Sala Monitoraggio 24/24 h oppure (per questioni particolarmente importanti e/o per concordare interviste) alla Segreteria di Direzione nelle ore lavorative (i rispettivi numeri telefonici sono riportati nella sezione ‘contatti’ di questo sito). Il nostro Istituto è sempre+ disponibile ad informare correttamente ed a rispondere a qualunque domanda dei cittadini e dei media, relativamente allo stato dei nostri vulcani.
Nello specifico, a commento delle notizie diffuse ieri ed oggi da alcuni media e che hanno evidentemente causato ansia e preoccupazione in una parte di popolazione, si rileva quanto segue:

1) Non esiste alcun lavoro pubblicato dalla rivista ‘Nature’ a firma congiunta dei Ricercatori citati dai media in questione;

2) Il Vesuvio è un vulcano attivo, come i Campi Flegrei ed Ischia, quindi non c’è bisogno di alcuna nuova ‘scoperta’ per sapere che prima o poi potrà eruttare; possibile eruzione che però non è sicuramente imminente, visto che non c’è alcun segnale che distingua l’attuale attività da quella degli ultimi 71 anni, ossia quiescenza;

3) Il fatto che esista una sorgente, laminare, di magma tra 8 e 10 km di profondità che alimenta tutta l’area vulcanica campana non è stato scoperto dai Ricercatori citati bensì da chi effettuò, tra il 1994 ed il 2001, gli esperimenti di tomografia sismica al Vesuvio ed ai Campi Flegre (tra cui il sottoscritto); è un fatto talmente noto che anche il numero di Settembre di Focus, nel suo articolo sui nostri vulcani, lo rende graficamente nella figura principale; e non ha alcuna implicazione allarmistica: semplicemente, nei primi anni del 2000, riuscimmo a definire, come forma e come profondità, la sorgente magmatica di alimentazione primaria dei vulcani campani;

4) I 20_30 cm di sollevamento di cui si riferisce non sono relativi al Vesuvio bensì all’area dei Campi Flegrei, e sono stati accumulati in più di 10 anni.

Il Direttore

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INTEGRAZIONE del 25 agosto 2015:
Due segnalazioni:

  • Un’amica astrofisica ha scritto un post ironico tra macchie solari e allarmi vesuviani: QUI.
  • Questo mio post è stato citato in un articolo del blog “SPGeology”, che ieri aveva già affrontato il tema dell’ultima bufala vesuviana: “[queste pseudo informazioni] normalmente le lascio passare e non le condivido nè ne parlo per non regalare loro altri clic, ma stavolta mi sono proprio scocciato” (condivido pienamente).

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AGGIORNAMENTO del 28 agosto 2015:
Sul “Mattino” di Napoli c’è una coda delle polemiche seguite all’ultimo allarmismo sul Vesuvio; lo racconta “San Sebastiano al Vesuvio News” (l’articolo è riprodotto tra i commenti: qui).

Il solito schema del giornalismo che fa una scampagnata sul Vesuvio

«C’è un luogo che più di ogni altro simboleggia quella sorta di rimozione del pericolo che ci caratterizza, tra scaramanzia e incoscienza. Stiamo parlando di Napoli e del suo vulcano, il Vesuvio […]».

Queste sono le parole che introducono un servizio come tanti: il giornalista che raccoglie i commenti popolari più ricorrenti («No, non so che fare in caso di eruzione», «No, non ho paura del vulcano», «Evvabbè, ‘na vota s’adda murì»), che intervista i soliti esperti (più o meno) catastrofisti (fisicamente, dico: sempre loro), che evidenzia la piaga dell’abusivismo (che c’è e va contrastato, ma ormai fa la parte del feticcio: origine e fine d’ogni male vesuviano, come se la caotica urbanizzazione intorno al vulcano fosse tutta illegale), che sottolinea l’assenza di vie di fuga e di preparazione all’emergenza (e, dunque, qual è la domanda successiva? la suggerisco io? ok: chi è responsabile dell’inadeguatezza e dell’impreparazione? silenzio).
Insomma, per farla breve, questo servizio di SkyTG24 (1° dicembre 2014, di 5′) ci fa scoprire (per l’ennesima volta) che i napoletani, i flegrei e i vesuviani sono incoscienti, ignoranti, scaramantici e menefreghisti.

Clicca sull'immagine per accedere al filmato.

Clicca sull’immagine per accedere al filmato.

Come un riflesso pavloviano, quando si parla di un disastro – ovunque nel mondo – prima o poi si fa una deviazione sul Vesuvio. Qui si parlava di bombe d’acqua, inondazioni e allagamenti, eppure l’approfondimento sulla vulnerabilità del territorio italiano è stato fatto, comme d’habitude, sul caso del vulcano napoletano. Sarà che il Vesuvio è sempre una notizia che fa audience?

PS: altri post sul Vesuvio in tv sono qui e qui.

Il racconto del Vesuvio sulla stampa degli ultimi giorni

Negli ultimi tempi mi torna spesso in mente un passaggio di un post di Hamilton Santià riportato nei primi giorni del 2014 su “Ciwati”:

«Lo ammetto, ho sempre creduto all’utopia della rete come luogo della costruzione di una nuova cittadinanza consapevole, di una nuova diffusione della conoscenza. Per questo mi sento a disagio quando vedo che ad oggi internet è solo un enorme bar in cui ognuno dice la sua e lo dice in maniera più violenta perché non esistono più quei confini del corpo».

Il riferimento era alle parole d’odio che spudoratamente ogni giorno vengono vomitate sul web contro il nemico di turno (in quel caso era addirittura Pierluigi Bersani ricoverato d’urgenza in ospedale), ma più in generale vi si esprimeva sconforto verso una speranza digitale tradita. La rete, infatti, da possibile strumento di sviluppo di un’intelligenza più ampia e collettiva, al momento è spesso preda di una moltitudine piuttosto chiassosa che esprime giudizi improvvisati su qualsiasi cosa e che diffonde svariate notizie infondate (o dalle fonti inconsistenti), generalmente catastrofiste. Sembrerebbe un fenomeno spontaneo dovuto ad un generale abbassamento della soglia del pudore e della cautela, ma probabilmente lo è solo in parte perché, al contrario, frequente è il caso di notizie (o pseudo tali) che vengono costruite da organi di stampa in cerca di audience: il clamore, facendo rumore, attira sempre un certo flusso di visitatori su determinate pagine web e questo, in concreto, significa vendita di banner pubblicitari, cioè aumento degli introiti di denaro. Ciò accade ad ogni livello: dai webjournal più autorevoli che non si fanno mancare il “boxino morboso” e i cuccioli di dalmata, fino ai notiziari locali che propongono articoli sensazionalistici, passando per blog specializzati in teorie del complotto, unicamente votati a creare scalpore e momentanea indignazione. Nel settore dell’informazione, però, talvolta può essere una notizia l’informazione stessa, ovvero un giornale può riferire ciò che raccontano i concorrenti o gli altri media e può spiegare il modo in cui lo fanno. Per avere una loro dignità, tuttavia, articoli del genere necessitano di un punto di vista chiaro, di un taglio teorico ed interpretativo esplicito, altrimenti l’effetto è quello di un’illusione ottica o di un’operazione di plagio.
All’interno delle multiformi dinamiche assunte dalla comunicazione contemporanea, il Vesuvio è molto presente; il vulcano napoletano – come ho già scritto qualche tempo fa – è una notizia di per sé, figurarsi quando sulle sue pendici vi si registra anche solo una lieve scossa sismica; non mancano, però, per completare il quadro, nemmeno gli articoli metagiornalistici, come quello edito il 18 febbraio 2014 dal website de “Il Mattino”.

Ieri il principale quotidiano di Napoli ha pubblicato un pezzo non firmato che non avrebbe sfigurato sul blog di un Luke Thomas qualsiasi [chi è], un testo assemblato raccattando tra le cialtronerie diffuse da una serie di website di “serie c” e confezionato senza alcuna capacità critica, per di più senza nemmeno motivazioni di cronaca (sul web, l’ultima ondata apocalittica vesuviana si è avuta durante le festività natalizie 2013-2014 e, per porvi un argine, lo stesso direttore dell’OV ha dovuto scriverne una nota).
Nel pezzo in questione, intitolato “«Un milione di vittime per la prossima eruzione del Vesuvio». La paura corre sul web“,  viene ampiamente citata una dichiarazione di Flavio Dobran, di cui tuttavia non è mai fornita la fonte originaria: l’articolo sostiene che provenga da «uno studio pubblicato nei mesi scorsi», ma non ne indica il titolo, la rivista, la casa editrice, un abstract, un link… niente. Inoltre, quelle parole circolano sul web da almeno due anni, non da qualche mese: 

«All’improvviso il Vesuvio che sonnecchia dal 1944 esploderà con una potenza mai vista. Una colonna di gas, cenere e lapilli s’innalzerà per duemila metri sopra il cratere. Valanghe di fuoco rotoleranno sui fianchi del vulcano alla velocità di 100 metri al secondo e una temperatura di 1000 gradi centigradi, distruggendo l’intero paesaggio in un raggio di 7 chilometri spazzando via case, bruciando alberi, asfissiando animale, uccidendo forse un milione di esseri umani. Il tutto, in appena 15 minuti».

Per quanto catastrofista e disarmante, la drammatica ipotesi avanzata da Dobran non è affatto irreale, tuttavia delinea solo uno tra gli scenari possibili. Al momento, infatti, nessuno sul pianeta è in grado di (pre)dire l’entità, le modalità e i tempi del risveglio del Vesuvio (e se qualcuno lo afferma è un cialtrone, senza appello). Che avvenga tra 1 anno o tra 2 secoli, la prossima eruzione potrebbe essere subpliniana (come nel 1631: catastrofica), pliniana (come nel 79 dC: spaventosa), ancora più potente (come 3800 anni fa: infernale) o, al contrario, modesta (come quella del 1944: improbabile, ma non è escluso). Considerando le lacune e i ritardi dell’attuale Piano di Emergenza, anche io sono piuttosto pessimista e temo che una eventuale eruzione possa causare una tragedia senza precedenti, tuttavia, per essere operativi, la questione che bisogna porsi è la seguente: tra i vari scenari possibili, a quale possiamo dare delle risposte concrete? per quale tipo di eruzione siamo in grado di organizzare un piano di protezione civile realistico? Verosimilmente solo quello del 1631, devono essersi risposti nel 1995 gli estensori della prima versione del Piano. Forse è una sottostima, io non sono in grado di confutarlo, ma sarei meno preoccupato se la colossale macchina organizzativa che comunque è necessaria, si avviasse seriamente già su questo scenario, nonostante difetti e carenze.
Di Dobran sono disponibili dei testi scientifici sul vulcano, ma anche contributi in merito alla pianificazione dell’emergenza. Su quest’ultimo aspetto, in particolare, è piuttosto stimolante il volume Vesuvius 2000: education, security and prosperity (a cura di F. Dobran, edito nel 2006 da Elsevier Science & Technology), in cui vi è delineata una logica di convivenza col vulcano alternativa a quella emergenziale del Piano della Protezione Civile. Secondo Dobran, infatti, si dovrebbe puntare a «disegnare e costruire» un ambiente «sicuro e prospero» per i vesuviani, per cui la «grande sfida» è che «le popolazioni intorno al vulcano acquisiscano la consapevolezza dell’ambiente in cui vivono e partecipino alla soluzione di questa difficile situazione». L’obiettivo di «un nuovo paradigma per i vesuviani», cioè, passerebbe per una sorta di “uomo nuovo”, rigenerato dall’educazione e dalla conoscenza, così come dalla partecipazione democratica e dalla moderna tecnologia.
Com’è intuibile, s
i tratta di un obiettivo forse ideale, ma che tuttavia si pone in maniera costruttiva rispetto alla questione di fondo, per cui ho difficoltà a comprendere la ratio (giornalistica) del rilanciare periodicamente allarmi di entità inapprocciabile: ripetere che moriranno «un milione di esseri umani in 15 minuti» ha un qualche altro scopo, oltre a quello di determinare la paralisi di qualsiasi iniziativa? D’altra parte, cosa si vuole proteggere se sparirà ogni forma di vita in un quarto d’ora? Ebbene, forse è il caso di ribadire ancora una volta che:

«È fondamentale quindi che l’intero sistema di protezione civile – di cui anche gli organi di informazione fanno parte – affronti con equilibrio i temi legati al rischio sismico, senza cadere negli eccessi di rassicurazione, da una parte, o allarmismo, dall’altra» (DPC e INGV, 28 agosto 2013, qui)

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Negli ultimi giorni, però, l’attenzione mediatica al Vesuvio è stata particolarmente alta anche per un ulteriore fattore: la definizione governativa dei nuovi gemellaggi tra i comuni della zona rossa e le regioni d’Italia. L’altro ieri sera, 17 febbraio 2014, il principale telegiornale italiano ne ha trasmesso un servizio, soffermandosi sulle scarse e scarne vie di fuga e raccogliendo alcune testimonianze degli abitanti. Tra queste se ne distinguono due:

Anziana: «Addò ce mànnano? Che putìmmo fà?»
Giornalista: «Vi mandano in Veneto»
Anziana: «Veneto? E dove si trova il Veneto?».

Giornalista: «Lei si è mai sentito minacciato dal Vesuvio?»
Giovane: «No, mai».

Seguendo in diretta, ho immaginato il pensiero dell’intera nazione in quell’istante: «ignoranti e insensibili, sono pazzi questi vesuviani». L’abusivismo, i condoni che periodicamente lo legalizzano, la mancanza di strade adeguate, l’impreparazione all’emergenza sono problemi reali ed enormi, ma sono innanzitutto prodotti storici, ovvero sono il frutto di scelte o di mancate scelte. L‘entità del rischio vesuviano, in altre parole, è dato dall’assenza di pianificazione territoriale e da una politica (locale e non solo) votata al rimando. Ma c’è di più. Come tendo a ripetere spesso, nel caso vesuviano è del tutto insufficiente una comunicazione coordinata ed autorevole da parte delle istituzioni, un dialogo aperto con gli abitanti che eviti allarmismi ingiustificati, un colloquio durevole e comprensibile che porti il Tg1 – visto che ne sto parlando – ad evitare inutili montaggi  sensazionalistici, perché, a rigore, non è necessario che un’anziana sappia dove si trova il Veneto, ma è fondamentale che sappia in quale piazza del paese debba presentarsi in caso di allarme affinché qualcuno la porti in Veneto.

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Infine, e tocco ancora un caso giornalistico, come viene raccontato il rischio vesuviano nel resto d’Italia? Il 15 febbraio 2014 il quotidiano trentino “L’Adige” ha scritto dei nuovi gemellaggi tra i comuni della zona rossa e le regioni italiane, che questa volta interessano anche Trento e Bolzano. Nel precedente elenco, infatti, tali province non erano coinvolte, mentre adesso, con la nuova perimetrazione del rischio vulcanico, è stato previsto che accolgano i 14mila abitanti di Pollena Trocchia. L’idea, tuttavia, non sembra essere stata recepita con particolare entusiasmo tra le Dolomiti, se l’autore del pezzo definisce questa decisione come «l’ultimo “regalino” del governo Letta». Necessariamente, a questo punto, mi sembra opportuno riproporre una domanda già posta in calce ad un precedente mio intervento:

«le altre regioni del nostro Paese lo sanno che il “rischio Vesuvio” riguarda anche loro? Si stanno attrezzando per l’accoglienza degli eventuali sfollati napoletani? Il Piano di Emergenza (giusto, sbagliato, incompleto, sottostimato e così via) è comunque “nazionale”, lo sa il resto d’Italia?»

Su quest’ultimo caso spero di riuscire a recuperare gli articoli dei giornali locali delle altre regioni. Se chi capita su questo blog vuole collaborare in tal senso, ne sarei molto contento.

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AGGIORNAMENTO del 23 febbraio 2014:
Le voci allarmistiche sul Vesuvio continuano e, per la terza volta dall’inizio del 2014, il direttore dell’Osservatorio Vesuviano ha pubblicato una nota per chiarire che il vulcano napoletano si trova sempre nello stesso stato: quiescente.

«AVVISO del 21/02/2014
Negli ultimi giorni si è diffuso, per l’ennesima volta, un allarmismo ingiustificato sullo stato del Vesuvio. Tale allarme deriva, a nostra conoscenza e per quanto riferito dalle persone che ci contattano, da due fonti: la prima è una ricostruzione giornalistica, sembra a firma di un ricercatore americano e che viene riportata ogni volta che si diffondono voci allarmistiche sui nostri vulcani, dei dettagli catastrofici di un’eruzione pliniana del Vesuvio; la seconda sarebbe una errata interpretazione del fatto che, essendo stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la nuova legge sui piani di emergenza Vesuvio, essa diventerà operativa entro 45 giorni. Questo fatto sarebbe stato erroneamente interpretato nel senso che ‘fra 45 giorni diventerebbe operativa (ossia inizierebbe) l’evacuazione’. Questa errata ed assurda interpretazione, che sembra stia ricorrendo sul web tramite i ‘social network’ è, ribadiamo, assolutamente falsa. Nel contempo, ribadiamo ancora una volta che l’attuale stato del Vesuvio è lo stesso che persiste dal 1944 ad oggi, ossia di quiescenza. Non c’è alcuna evidenza di attività anomala che potrebbe indicare una ripresa imminente di attività; anzi, l’attuale sismicità di fondo, che è assolutamente normale su ogni vulcano ed è normalmente registrata al Vesuvio dal 1944 ad oggi, è notevolmente più bassa che nel passato. Quindi, per quanto possa essere spaventosa una ricostruzione giornalistica (o cinematografica) di un’eruzione catastrofica, bisogna comprendere la differenza tra ‘possibile’, ‘probabile’ ed ‘imminente’. Eruzioni estremamente violente del Vesuvio (come di ogni vulcano esplosivo) sono certamente ‘possibili’, ma non sono ‘probabili’ (nel senso che per fortuna sono eventi rari), nè sono tantomeno, assolutamente, ‘imminenti’.
a cura del Direttore Giuseppe De Natale – http://www.ov.ingv.it/ov/ ».

Il Vesuvio, una notizia bomba

Chi gestisce un organo di informazione deve fare i conti con almeno tre fattori: la verità, la deontologia e i numeri (tiratura, audience, web analytics…). E’ difficile, naturalmente, definire in maniera univoca tali ambiti (soprattutto i primi due), che in realtà sono il risultato di una relazione quotidiana tra ciascuna redazione e i propri lettori: giorno dopo giorno, cioè, sono in gioco il rispetto e la fiducia, in una conquista che non è mai perenne, ma che è sottoposta ad una incessante rielaborazione simbolica. Verità, deontologia e numeri, in altre parole, sono elementi strettamente interconnessi, eppure, godendo ciascuno di essi di un certo grado di autonomia, il rapporto che tiene insieme la triade è dinamico e fluido. Ed è questo, pertanto, il punto su cui prestare attenzione; è qui che si può scorgere un dislivello che rischia di compromettere l’equilibrio tra le tre componenti: se si impone l’ossessione per i numeri (che è il caso più frequente), con tutta evidenza i princìpi deontologici tendono ad essere derogati, con l’effetto che la verità della notizia può assottigliarsi o, addirittura, essere manipolata. Per dirla con Pierre Bourdieu, quando la logica commerciale domina, il “campo giornalistico” perde autonomia e viene schiacciato dalla sua componente eteronoma. D’altra parte, «la libertà non è una proprietà che cade dal cielo; essa si conquista per gradi» [qui]; e direi che ciò vale anche per la credibilità.

Lo scorso mese di agosto, il magazine satirico statunitense “The Onion” ha spiegato in maniera brillante, sebbene per mezzo di una finta lettera di una dirigente della CNN, la ragione della presenza tra le principali notizie della celebre all-news americana della discinta esibizione di una giovane cantante: «Era un tentativo di farvi cliccare su CNN.com in modo che aumentassimo il nostro traffico online, cosa che avrebbe a sua volta permesso di aumentare i nostri guadagni pubblicitari». [Il testo intero, tradotto in italiano, è su “Il Post“]. Insomma, un chiarimento semplice e lineare, praticamente intuitivo.

Spesso invitando esplicitamente alla condivisione sui socialmedia («Tema caldo», «Condividi per primo con i tuoi amici questo post», «Fai sapere ai tuoi amici che ti piace questa foto»…), le strategie per aumentare i numeri possono seguire varie strade e, soprattutto, possono attingere a molti altri argomenti, come ad esempio questi:

  1. pubblicare un’intercettazione “clamorosa” di un politico (anche se in realtà non contiene alcuna notizia);
  2. gestire una sezione pruriginosa (la si può chiamare “boxino morboso” o “sideboob”, la sostanza non cambia);
  3. confezionare con regolarità delle gallerie fotografiche con cuccioli e animali “sorprendenti” (il fu orsetto Knut è stata una benedizione non solo per lo zoo di Berlino, ma anche per una miriade di mass-media che ci hanno aggiornato sul fatto che “è nato”, “è ingrassato”, “è a dieta”, “si è fidanzato”, “è depresso”, “è morto”…);
  4. sparare un titolo allarmistico su qualche minoranza etnica, di status, di genere o di qualsiasi altro tipo (sembrerà cinico, ma – in maniera sia esplicita che subdola – accade di continuo; d’altronde difficilmente qualcuno pretenderà delle smentite o delle scuse);
  5. urlare di un prossimo cataclisma vesuviano (il nostro vulcano è uno dei topos più conosciuti al mondo, a lui si deve Pompei, che è tra i siti archeologici più noti; ciò che è in grado di compiere è termine di paragone per qualsiasi disastro, passato o futuro che sia).

Personalmente faccio una certa attenzione proprio a quest’ultimo caso, cioè censisco e archivio numerosi articoli che spuntano senza sosta un po’ ovunque, in siti web d’ogni tipo e nessuna attendibilità, con toni catastrofisti se non apocalittici, copiandosi gli uni con gli altri, eppure sempre molto condivisi sui socialmedia e colmi di commenti (più o meno vacui, ma con l’indubbio effetto di far aumentare l’audience e la visibilità del contenitore). L’ultimo pezzo che ho letto è di ieri, pubblicato da un webjournal locale, il quale torna su questo tema regolarmente e con grande frequenza: riferisce che, secondo alcuni “esperti italiani”, alla prossima eruzione «non ci sarà scampo».
Viene da domandarsi se un’informazione del genere, su un tema così delicato, sia utile ai lettori. Leggendo le reazioni e osservando con costanza la realtà del vesuviano, direi molto poco: di rado quegli articoli forniscono notizie chiare e provate, quasi mai indicano fonti per approfondire, in rari casi alimentano discussioni strutturate; la verità della notizia di cui si fanno megafono incede esclusivamente sul clamore catastrofista, con conseguente flessione e sacrificio della deontologia giornalistica. Nemmeno da un punto di vista ideale i numerosi articoli sul vulcano napoletano (sempre, appunto, sensazionalistici e dai toni eclatanti) hanno una validità sociale e politica, perché non contribuiscono ad alcuna presa di coscienza sul rischio di cui vorrebbero tenere alta l’attenzione, né dimostrano di possedere un vocabolario appropriato o un’idea delle modalità di early warning attualmente in vigore.
Inoltre, è ormai appurato che l’eccesso di informazione (a maggior ragione quando si tratta di semplice cicaleccio, come spesso accade per il caso vesuviano) genera assuefazione, apatia, invisibilità: «davanti ai nostri occhi scorrono in continuazione, sugli schermi televisivi o dei computer, notizie che finiscono per equivalersi e quindi non possono che produrre indifferenza» [A. Dal Lago, qui].
Allora che fare? A mio avviso, invitare a ignorare o a non condividere sui socialmedia questi testi inconsistenti sarebbe non solo ingenuo e inutile, ma soprattutto sbagliato: sia perché, personalmente, ho un’intima diffidenza verso ogni forma di boicottaggio (la considero una pratica più demagogica che efficace, che alimenta percorsi sotterranei di aggiramento dei filtri in cui prosperano i più scaltri e i più cinici), sia perché il problema vero non è la presenza di ignoranti, ciarlatani, catastrofisti e manipolatori, quanto, piuttosto, l’assenza di voci autorevoli e credibili che spazzino via la marea di congetture arbitrarie e sregolate che si leggono in giro. Qui non c’entra il pluralismo, bensì l’eminenza e il prestigio delle istituzioni; qui non c’entra l’assenza di competenza, bensì la volontà delle autorità di investire e di impegnarsi nella comunicazione. (E, chissà, forse ci stanno provando davvero).
Tre mesi fa il vulcanologo giapponese Nakada Setsuya invitò gli italiani a parlare di più del Vesuvio, però, come mi sembra palese, la questione non è il “quanto”, ma il “come” se ne parla e il “chi” lo fa. Intorno al “vulcano più famoso del mondo“, la confusione non è dovuta al chiacchiericcio, bensì al silenzio di chi dovrebbe parlare per statura scientifica, istituzionale e morale.

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AGGIORNAMENTO:
Il 28 agosto 2013 il Dipartimento di Protezione Civile e l’INGV hanno diffuso una nota alle redazioni giornalistiche (QUI) in cui, tra l’altro, viene specificato che «[…] È fondamentale quindi che l’intero sistema di protezione civile – di cui anche gli organi di informazione fanno parte – affronti con equilibrio i temi legati al rischio sismico, senza cadere negli eccessi di rassicurazione, da una parte, o allarmismo, dall’altra. […] Per queste ragioni, come Dipartimento della Protezione Civile e INGV chiediamo la collaborazione di tutte le redazioni affinché, quando si parla di terremoto, sia fornito un messaggio corretto e chiaro al pubblico, prestando la dovuta attenzione anche al significato dei termini utilizzati […]».

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AGGIORNAMENTO del 12 marzo 2014:
La pagina fb “Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci” ha condiviso (qui e qui) un articolo sulla “strumentalizzazione” del Vesuvio a fini di audience, apparso il 20 settembre 2012 su “Tutto è…“, settimanale di Torre del Greco (a firma di SG):

(Per una lettura più agevole, la trascrizione dell’articolo è a QUESTO commento).

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AGGIORNAMENTO del 29 aprile 2014:
Pietro Minto ha spiegato su “Rivista Studio” (29 aprile 2014) cosa c’è dietro le notizie false e, in particolare, come «il vivacissimo ecosistema delle bufale [abbia] trovato un habitat perfetto nei social media: c’è chi ha fiutato il business e i click e ha fatto della disinformazione la sua linea editoriale, e non solo». Esistono la hoax (la notizia-farsa), la bufala (che punta a contrastare ogni svelamento, mirando all’ambiguità, alla palude tra il vero e il falso), la frovocation (la provocazione falsa), la notizia assurda-ma-credibile, il prodotto di fiction, la anti-notizia creata per far ridere, non per disinformare, la bullshit (che è pronunciata da chi «non sta ne dalla parte della verità né dalla parte del falso. I suoi occhi non guardano in nessun modo»).
Tutto ciò si basa sulla «superficialità che contraddistingue la lettura degli articoli online: letture non completate, condivisioni fatte senza aver letto veramente il pezzo, un torrente continuo di informazioni delle quali abbiamo sempre meno il controllo. Un modello di business basato sulla quantità e su dei lettori poco attenti: è l’Eden delle frottole».
Insomma, «l’idea di stampare bufale per aumentare lettori è vecchia quanto la stampa commerciale» e tra i suoi massimi esponenti c’è Mark Twain, che cominciò proprio così. QUI (o qui).

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AGGIORNAMENTO del 22 aprile 2015:
Raphael Zanotti racconta la vicenda di due avvocati che da alcuni anni sfornano bufale riprese dai mass-media e rilanciate sul web con il solo scopo di farsi pubblicità (“La Stampa”, 22 aprile 2015, QUI).