I Maya e il diamante d’Este

Un anno e mezzo fa Red Ronnie scrisse sul suo seguitissimo account twitter [qui e qui] [*] e, successivamente, disse in un tg italiano, che il terremoto in Emilia del 2012 fu «previsto dai Maya» (e vabbè, si è liberi di credere a qualsiasi cosa), ma soprattutto che «Ci hanno sempre detto che noi in Pianura Padana non avremmo mai avuto terremoti distruttivi». Quest’ultima è un’affermazione dalle ripercussioni più serie, non a caso vi lucrano alcuni politici che si ergono ad autorità morale e che imbastiscono un vero e proprio processo di blaming della società complessa quando gridano che quell’evento è stato causato dal fracking.
Nelle ore successive alle prime scosse emiliane, Red Ronnie occupò un vuoto là dove attualmente passa gran parte della comunicazione e, in particolare, dove si vanno a cercare le prime informazioni: i social-media. Si trattava del vuoto – che spesso è ancora tale – lasciato dagli istituti di ricerca sismologica e dalla Protezione Civile (ma l’INGV ha poi aperto un blog ed è attivo quotidianamente su fb): un vuoto che, evidentemente, fu riempito con un altro vuoto, l’ignoranza.
In realtà bastava conoscere qualcosa in più della storia del proprio territorio o anche solo qualche “curiosità” di quei luoghi per evitare castronerie: l’Emilia è una terra sismica, lo si sa da secoli e lo si era ripetuto già diversi anni fa, come ricorda un articolo “di recupero” de «L’Espresso» del 29 maggio 2012:

La zona di Ferrara è «tutt’altro che priva di rischi». Diverse «scosse distruttive sono già avvenute e la possibilità di un evento sismico di grossa portata non è remota». L’allarme fu lanciato da due geologi nel 1993. Ed è rimasto inascoltato.

Oggi, il 17 novembre del 1570, un terremoto distrusse Ferrara, ma se ne era persa la memoria. C’è stata, cioè, una rimozione collettiva del rischio sismico in quell’area che non è legata solo ad una frattura nella trasmissione, da una generazione e l’altra, dell’evento in sé, ma anche ad un più generale sfilacciamento della cultura orale, che spesso conserva dettagli piuttosto rivelatori. Sarebbe interessante uno studio orientato a questo scopo sulle leggende italiane, intese dunque come “documenti” storici e antropologici sui rischi dei singoli territori in cui sono ambientate. A Ferrara, ad esempio, assumerebbe una nuova dimensione il racconto secondo cui in un palazzo di Ercole I d’Este è nascosto un diamante, al fine di «concentrare determinate energie telluriche direttamente all’interno dell’edificio, dove, non a caso, si tenevano intense sedute riguardo l’astrologia e l’alchimia con studiosi rinomati e colti. Questo palazzo era stato creato con lo scopo di attirare le forze positive dell’Universo» [qui].
Il rischio riguarda la possibilità che un evento accada nel futuro e, com’è evidente, per prevenirlo bisogna agire oggi, conoscendo il passato. Con questo obiettivo è possibile immaginare anche un contributo degli studi folklorici: le fiabe e le leggende, scriveva Italo Calvino, «sono tutte vere, sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna» [qui].
Beninteso, il riferimento è alle leggende locali (perché localizzate), non a quelle nate altrove e diffuse attraverso dei film hollywoodiani.

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PS: Come riporta ancora l’articolo dell’«Espresso», anche nel 1570 l’evento fu oggetto di rappresentazioni e contenziosi politici: «la Segreteria Ducale minimizzò l’evento per il timore di una perdita di prestigio politico […], mentre certi rivali ne esagerarono l’entità. La popolazione inoltre interpretò il terremoto come un fenomeno di origine sovrannaturale il che portò all’esodo di oltre 1000 persone dalla città per oltre un anno».

PPS: In questo blog mi sono occupato anche altre volte di cultura folklorica e disastri: a proposito del mostro di Lochness [qui], di Namazu, la carpa gigante sotto l’arcipelago giapponese [qui] e in un post che raccoglie varie bufale [qui].

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INTEGRAZIONI al post:
Eventi catastrofici e stabilità politico-sociale sono spesso legati, nella storia se ne possono individuare numerosi esempi. Il blog “INGV Terremoti” ha pubblicato un post sul rapporto tra i sismi dei primi del XVI secolo in Friuli e le coeve rivolte popolari: Terremoti e rivolte popolari nel Friuli di inizio ‘500 (26 marzo 2014, QUI).

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AGGIORNAMENTO del 16 aprile 2014:
Secondo il rapporto della commissione Ichese (International commission on hydrocarbon exploration and seismicity in the Emilia region) anticipato da Science e poi reso pubblico il 15 aprile 2014, non si può escludere che il sisma del 20 maggio 2012 in Emila-Romagna sia stato scatenato dall’estrazione di petrolio dal pozzo di Cavone, a circa 20 chilometri dall’epicentro del terremoto.
È improbabile che l’estrazione di petrolio e l’immissione di fluidi da soli abbiano potuto generare la pressione necessaria a provocare un forte terremoto, ma potrebbero aver contribuito a innescarlo.
Alcuni dei principali articoli che trattano dei risultati della commissione Ichese:

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AGGIORNAMENTO del 30 maggio 2014:
In occasione del secondo anniversario del sisma in Emilia, il blog “INGV Terremoti” ha pubblicato 10 risposte su quell’evento fornite dai ricercatori che lo stanno studiando: Luigi Improta (INGV-Roma1), Enrico Serpelloni (INGV-BO), Romano Camassi (INGV-BO), Carlo Meletti (INGV-Pi), Claudio Chiarabba (Direttore Struttura Terremoti INGV).
In particolare, il primo quesito chiede se i terremoti del 20 e 29 maggio 2012 siano stati una sorpresa: “No, perché i terremoti del maggio 2012 sono accaduti in un’area geologicamente attiva, ben conosciuta e descritta in tutti i modelli geologici e sismologici“. Il link è tra i commenti.

Comunicare il rischio e il rischio di comunicare. Un workshop della Protezione Civile

Venerdì 15 novembre 2013, presso la sede centrale del Dipartimento della Protezione Civile a Roma, ci sarà una giornata di studio sul tema “La protezione civile e i social media: comunicare il rischio e il rischio di comunicare“.

Come riferisce «Il Giornale della Protezione Civile» (12 novembre 2013), si tratta di «un percorso di studio per potenziare e affinare gli strumenti di comunicazione con i cittadini», in un’epoca in cui dominano «Velocità, immediatezza, grande pluralità di fonti, copertura senza limiti di tempi, orari, distanze, il ‘tutto e subito’ dell’informazione. Ma anche fonti non controllate, notizie ingigantite, improvvisazione, mala-informazione, pressapochismo, speculazione. Le due facce della medaglia di un fenomeno importante e irreversibile di cui ogni realtà oggi deve tener conto, soprattutto quando interagisce o riguarda quei settori in cui l’informazione è diretta ai cittadini e pertanto è assolutamente necessario che sia corretta e ben gestita».
(Ne scrive anche ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, qui).

La giornata verrà trasmessa in diretta streaming QUI.

Il programma della giornata di studio
“La protezione civile e i social media: comunicare il rischio e il rischio di comunicare”
(15 novembre 2013)

AGGIORNAMENTO del 16 novembre 2013:
La registrazione video dell’intero convegno è disponibile qui (dura quasi 5h):

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AGGIORNAMENTO del 19 novembre 2013:
Nicola Di Turi, sull’onda emotiva del disastro meteorologico avvenuto nella notte in Sardegna [qui], si domanda in un post sul “CorSera” perché la Protezione Civile non usi i social-network. Che l’assenza del DPC sui tali mezzi di comunicazione sia una grave lacuna (occupata spesso da ciarlatani) è assodato, ma è anche vero che i suoi dirigenti si stanno ponendo seriamente la questione, al fine di organizzare nella maniera migliore una presenza costruttiva del Dipartimento sui social-media. Speriamo solo che non passi ancora troppo tempo.
PS: il 21 novembre 2013 il “CorSera” continua la polemica sulla comunicazione web della Protezione Civile segnalando che nel pomeriggio il website del gruppo romano della stessa (dunque, non quello del Dipartimento, che è un’altra cosa) era fermo all’estate: «Attenti alle ondate di caldo».

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L’assenza di account ufficiali là dove passa gran parte della comunicazione contemporanea, ovvero sui social-media, ha anche un’ulteriore conseguenza: il proliferare di sciacalli. Il Giornale della Protezione Civile segnala che «Sembra sia in atto uno “web-sciacallaggio”: si twittano o si postano Iban fasulli con titolo “donazione per emergenza Sardegna”, oppure vengono fatti girare senza rimando a pagine ufficiali. Alcune raccolte fondi ufficiali sono già state attivate, QUI i link».

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AGGIORNAMENTO:
Già il 28 agosto 2013 il Dipartimento di Protezione Civile e l’INGV avevano diffuso una nota alle redazioni giornalistiche (QUI) in cui, tra l’altro, veniva specificato che «[…] È fondamentale quindi che l’intero sistema di protezione civile – di cui anche gli organi di informazione fanno parte – affronti con equilibrio i temi legati al rischio sismico, senza cadere negli eccessi di rassicurazione, da una parte, o allarmismo, dall’altra. […] Per queste ragioni, come Dipartimento della Protezione Civile e INGV chiediamo la collaborazione di tutte le redazioni affinché, quando si parla di terremoto, sia fornito un messaggio corretto e chiaro al pubblico, prestando la dovuta attenzione anche al significato dei termini utilizzati […]».

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AGGIORNAMENTO del 12 settembre 2014:
Il 25 settembre a Milano verrà presentato il progetto “TORCIA” – PiaTtafORma di gestione CollaboratIvA delle emergenze, che mira a facilitare le operazioni di raccolta dei dati sul territorio per consentire un’immediata comprensione delle situazioni critiche e delle iniziative da compiere: “I cittadini utenti del web 2.0 diventano protagonisti nel fornire, tramite i social network, indirettamente scambiando messaggi in rete e direttamente tramite app dedicata, informazioni georeferenziate e dati utili per una migliore gestione della criticità in atto” (“Il Giornale della Protezione Civile”, 12 settembre 2014, QUI).

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AGGIORNAMENTO del 31 ottobre 2014:
Il 29 ottobre 2014 a Nuoro si è tenuto una nuova giornata di studio di “#socialProCiv”: “Comunicare l’emergenza o emergenza comunicazione?“. “Il Giornale della Protezione Civile” ne ha scritto QUI e ne ha presentato uno storify QUI.
Il capo del DPC, Franco Gabrielli, ha inviato un video in cui pone una questione fondamentale: “Cosa dovrebbe twittare il capo della Protezione Civile?