Scoperte vulcanologiche sottomarine nel Golfo di Napoli

“Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci”, 30 settembre 2016: qui.

Ieri [29 settembre 2016] il “Corriere del Mezzogiorno” e “la Repubblica” hanno diffuso la notizia di una nuova scoperta scientifica riguardante il Vesuvio: «Nel Golfo di Napoli nel tratto compreso tra Ercolano e Torre Annunziata, a meno di 3 chilometri dalla costa, ci sono ben sei strutture vulcaniche sottomarine». Lo studio, di cui era stata data informazione già nei giorni scorsi sul website dell’Università di Napoli, è stato pubblicato sulla rivista “Geophysical Research Letters” il 23 settembre, a firma di V. Paoletti, S. Passaro, M. Fedi, C. Marino, S. Tamburrino e G. Ventura, tutti dell’INGV (Roma 1), del DISTAR (Federico II di Napoli), dell’IAMC del CNR. [pdf]

14516406_1873273706225851_7233055032106379947_nChe in tale area vi fossero delle emissioni di gas (elio e anidride carbonica), simili a quelle che nutrono i sistemi idrotermali di altri vulcani attivi, è cosa ben nota: si tratta di un punto in cui c’è una importante frattura radiale dell’edificio vulcanico, quindi la ricerca ha messo in evidenza che a tali emissioni corrispondono delle morfologie vulcaniche (si veda la foto allegata). Insomma, nessuna sorpresa, se non conferme, ma va soprattutto specificato che non si tratta di altri “vulcani”, bensì solo di bocche laterali.
Andare a vedere cosa c’è sott’acqua non è uno scherzo e una campagna di rilievi di questo tipo può essere finanziata solo con un progetto ad hoc. L’Osservatorio Vesuviano, che monitora le attività dei vulcani napoletani, non ha partecipato a quest’ultima rilevazione, ma alcuni anni fa ha effettuato uno studio simile al largo dei Campi Flegrei, che in questo periodo sono particolarmente tenuti d’occhio per alcune variazioni dei parametri monitorati.
Come probabilmente ricorderete, nel marzo scorso fu resa nota un’altra scoperta vulcanologica riguardante il fondo del golfo di Napoli: un rigonfiamento sottomarino (allora fu definito, un po’ impropriamente, “duomo”) che rappresenta non un ulteriore motivo di preoccupazione, bensì una maggiore occasione di conoscenza del nostro territorio e dei suoi vulcani.
Dagli abissi del mar Tirreno, infine, tornano ciclicamente alcune notizie riguardanti il vulcano Marsili e del relativo rischio tsunami per le coste di Campania, Calabria e Sicilia. Nei giorni scorsi ne ha scritto “Il Mattino” (poi ripreso da vari website locali, ma con toni più enfatici) in seguito ad un convegno di geologia, dove il prof. Francesco Dramis dell’Università Roma Tre ha specificato: «l’unico modo per convivere con questo “pericolo” è conoscerlo, perché il rischio non si può eliminare, solo mitigare».

14523115_1873273742892514_6722778522255676795_nA proposito di dubbi e di conoscenza, proprio stasera – venerdì 30 settembre 2016 – c’è un’occasione preziosa per tutti noi: la “Notte Europea dei Vulcani”. In Italia è organizzata a Catania e a Napoli (si veda la foto allegata), dove i ricercatori spiegheranno le ultime scoperte e risponderanno alle domande del pubblico.

Terremoto in Nepal: fate presto!

Il terremoto ha devastato Kathmandu e i campi alpini sull’Everest sono scomparsi, ma fino ad ora non si era ancora parlato dell’area rurale. Giampaolo Visetti riferisce che decine di villaggi del Nepal sono stati inghiottiti dalle frane: “manca acqua, luce, cibo e gli aiuti non arrivano, i sopravvissuti dormono all’aperto in tende improvvisate“.
Il bilancio, fino ad ora, è di 4.485 morti e 8.235 feriti, ma il Primo Ministro nepalese teme che le vittime possano salire a 10.000.
Intanto, l’Onu riferisce che sono 8 milioni le persone colpite dal sisma (un milione e mezzo non ha cibo) e “Save the Children” lancia l’allarme per 2 milioni di bambini.
Il “Giornale della Protezione Civile​” ha pubblicato un elenco di indirizzi, iban, sms con cui contribuire agli aiuti: QUI.
FATE-PRESTO_Il-Mattino_1980_SISMA-Irpinia_soloFate presto“. Ed io ripenso alla prima pagina del “Mattino” del 1980, perché quell’angoscia è la stessa, sempre e ovunque.

Il parallelo con il proprio “qui” è inevitabile. Ripensiamo a L’Aquila e alle altre catastrofi (più o meno) naturali che ci hanno colpito negli ultimi anni, ma anche a quelle che potrebbero accadere. A questo proposito, è interessante una riflessione che Fosco d’Amelio ha pubblicato ieri:

Facciamo un salto che potrebbe anche sembrare fuori luogo, ma ha un senso farlo adesso. Il capo della Protezione Civile italiana, Franco Gabrielli, in un lodevole slancio di sincerità, dichiarò un mese fa di avere due incubi notturni: il Vesuvio e il terremoto in Calabria. Nel primo caso, si tratta di un rischio noto in tutto il mondo e di cui ogni tanto si parla. Ma che intende dire quando parla di “terremoto in Calabria”? Gabrielli si riferisce probabilmente alla possibilità che avvenga un altro evento della portata del terremoto del 1908, che con una magnitudo di 7,2 tra Sicilia e Calabria provocò intorno alle 100.000 vittime. Gabrielli non credo abbia timore semplicemente che il fenomeno avvenga, ma ha paura perché conosce lo stato delle infrastrutture, delle abitazioni, delle strade che sarebbero colpite. E se non si tratta di polvere di marmo e calcare, in alcuni casi poco ci manca. Di certo non stiamo parlando di un sistema capace di affrontare un terremoto di quella intensità senza una perdita alta e incontrollata di vite umane. Dovunque avvenga una catastrofe, l’unico modo per rispettare chi ha perso la vita non è restare zitti a contare le vittime o iniziare a raccontare morbosamente le singole storie di morte e salvezza che in ogni catastrofe naturale sono il boccone prelibato per i media in tutto il mondo. L’unico modo è domandarsi realmente se non ci sia la possibilità di ridurre il danno con un comportamento di reale prevenzione, come sia possibile salvare anche solo una vita in più oltre il fisiologico numero di vittime dovuto all’immensità delle calamità“.

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Raccolgo alcune riflessioni sulla rappresentazione mediatica di questo terremoto, sulle ragioni di una tale entità, sulle possibili soluzioni.

Il Nepal non è un museo. Non lo era, non lo è mai stato, non lo sarà. Il Nepal è vero e questa è la sua magia, il suo fascino unico al mondo. Nelle case medievali di Bhaktapur, fatte di mattoni rossi e finestre di legno intagliate, migliaia di persone vivono come hanno sempre vissuto, da sempre: ed è un sito archeologico protetto dall’Unesco, una delle meraviglie del mondo. Ma se di giorno è frequentata dai turisti, la sera torna a essere proprietà dei suoi abitanti, dei ragazzini che corrono urlando, delle donne che stendono i panni, degli uomini che riportano le capre dopo il pascolo. Tra loro parlano newari, una lingua di origine tibetana che non ha nulla a che vedere con il nepalese ufficiale. E sono solo due tra gli infiniti idiomi che in quel paese si parlano, da millenni luogo di incrocio, di mescolanza, d’incontro. Già: il Nepal è prima di tutto un luogo d’incontro, in tutti i sensi. In senso geologico, già lo sapete: è il punto in cui la placca indiana e quella asiatica si toccano, con le conseguenze che abbiamo visto. Ma è soprattutto un luogo d’incontro etnico e culturale: la popolazione (circa metà rispetto a quella italiana) è un incredibile mix di gente venuta dal sud (quindi indiani) e dal nord (quindi tibeto-asiatici). […] Quando chiedo dei templi antichi distrutti, delle pagode polverizzate nelle Durbar square o a Changu Narayan, sento che mi rispondono quasi infastiditi, come se fosse una curiosità da occidentale interessato più alle pietre che alle vite delle persone: «i templi li ricostruiremo, pazienza», dicono. […] Questo è il Nepal, altro che museo. È vita, è vita continua, è completamente umanità, nel suo bene e nel suo male, nella guerriglia idealista e contadina che dopo dieci anni è riuscita a cacciare un re assurdo e feudale (ma senza ammazzarlo: oggi vive in una villa non lontana dal suo ex palazzo e fa l’uomo d’affari), nelle donne che sbattono il riso al tramonto senza neppure guardare il panorama mozzafiato di prati verdi e vette imbiancate alle loro spalle, nei ragazzini che vanno a scuola in gruppo e in cravatta anche se quella cravatta è logora e stracciata, la stessa usata dai fratelli e dai cugini prima di loro, in un paese in cui tutti sono fratelli e cugini fino a costituire un’immensa rete sociale di aiuto e di scambio, unico welfare in assenza di welfare. […] A proposito, in questi giorni molti mi chiedono come possono dare una mano, dopo il terremoto. Suggerisco di non donare a caso, specie sui siti improvvisati. Chi vuole mandare un aiuto immediato per il post sisma, può farlo su “Medici senza frontiere”, che si è già attivato per il Nepal […].

  • David E. Alexander (“Kathmandu“, in “Disaster planning and emergency management”, 25 aprile 2015):

[…] Kathmandu suffered the impact of a magnitude 7.4 earthquake in 1934. It did much damage, but what were then grassy fields are now densely populated tenements in a chaotic, rapidly spreading urban fabric. There are 1.6 million people in the Kathmandu valley. The calculated return period of the 1934 event was 70 years: a major earthquake was overdue. If such a disaster could not be coped with locally, aid would have difficulty in arriving at an airport that was too small, cramped and difficult of access (the presence of Anapurna means that aircraft have to corkscrew down to land). The logistics remind one of Port au Prince in Haiti […]. Nepal is a low income country that ranks 157th in the UN’s Human Development Index. It is now time for a debate on the extent to which disaster risk reduction should be a key development priority in such countries […].

[…] Just two weeks before the quake, “Geohazards International” had warned that the people of Kathmandu are about 60 times more likely to be killed in a quake than the people in Tokyo, not least because of the country’s poverty […].

[…] Ma i principali responsabili del gran numero di vittime sono sempre gli stessi: sovraffollamento, assenza di criteri antisismici e cattiva costruzione. Nonostante il rischio sismico fosse elevatissimo e conosciuto, con decine di migliaia di morti nel secolo scorso, l’estrema povertà del Nepal e l’inesistente amministrazione hanno consentito di costruire senza alcun criterio antisismico anche laddove si è utilizzato cemento armato. […] All’inizio si scartavano le zone pericolose sulla base di un’antica memoria tramandata, per esempio evitando i terreni paludosi, dove gli effetti del terremoto si amplificano. Nel terzo millennio decine di milioni di persone vivono attorno agli antichi nuclei colonizzando con costruzioni fatiscenti i siti una volta scartati. Così può accadere che rimangano in piedi vecchie case accanto a palazzi moderni distrutti. Le grandi città attraggono senza sosta milioni di disperati nullatenenti dalle campagne di tutto il mondo, gente che non ha posto migliore per insediarsi che non i terreni meno idonei. Dove sorgono favelas e slums si concentreranno i danni e i morti dei terremoti del futuro, che proprio lì faranno sempre più vittime e danni sempre più gravi […].

[…] A person living in Kathmandu is about nine times more likely to be killed by an earthquake than a person living in Islamabad and about 60 times more likely than a person living in Tokyo,” said the report. “According to the preliminary results, a school child in Kathmandu is 400 times more likely to be killed by an earthquake than a school child in Kobe and 30 times more likely than a school child in Tashkent […].

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Sul suo fb, Fosco d’Amelio ha pubblicato quest’osservazione (ispirata ad un commento che ha lasciato sul mio fb):

Finché ci stupiremo ogni volta della quantità dei morti di un terremoto catastrofico, del fatto che una placca si è spostata rispetto all’altra di tot metri, delle valanghe e/o frane causate dai sismi (Irpinia docet), delle dimensioni di un fenomeno che malgrado tutto può avvenire varie volte in 10 anni (faccio l’elenco? dal 2004: Sumatra, Pakistan, Haiti, Giappone, Cina, Nepal, e questi sono solo quelli con decine di migliaia di vittime), vuol dire che ogni volta, nel tempo tra un sisma e l’altro, non abbiamo capito niente di come funzionano questi fenomeni e di conseguenza, non abbiamo fatto niente per difenderci prima dell’arrivo del prossimo.
E ne arriverà un altro, e di nuovo giornalisti stupidamente stupiti dalle macerie, dalle tendopoli, dalle crepe e voragini, dalla distruzione, dal disperso ritrovato dopo una settimana, dalle città senza luce, acqua, gas, etc. e tutti a bocca aperta, come fosse la prima volta.

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Molto interessante questo articolo di Michela Barzi apparso il 27 aprile 2015 su “Millennio Urbano“:

NEPAL: MORIRE DI SVILUPPO URBANO
di Michela Barzi

Il terremoto che ha devastato il Nepal ha fatto tre tipologie di vittime: da una parte gli alpinisti e gli occidentali che si trovavano lì da turisti, dall’altra la popolazione delle tre antiche città che formano la città metropolitana di Kathmandu e che custodiscono il patrimonio storico-monumentale distrutto dal sisma, da ultimo il paese rurale e remoto, dal quale emigrano i contadini poveri verso le città per cercare condizioni di vita migliori. Di questo terzo Nepal non parla nessuno perché sembra che lì i soccorsi non siano nemmeno arrivati. Le molte migliaia di persone che fino ad ora costituiscono il bilancio provvisorio delle vittime, tra morti, feriti e coloro che hanno perso tutto, sono quindi in gran parte abitanti della capitale – almeno ci dicono le immagini che stanno circolando in questi giorni – ovvero della città metropolitana e della regione urbana di Kathmandu, un agglomerato da quattro milioni di abitanti cresciuto nella valle del fiume Bagmati.
Nel 2013 un rapporto della Banca Mondiale evidenziava l’esposizione al rischio sismico che la popolazione della capitale nepalese corre a causa della rapidissima crescita che la sta trasformando, senza regole urbanistiche ed edilizie, con tassi di sviluppo demografico del 4% all’anno – il più alto di tutta l’Asia meridionale – ed una densità di popolazione che supera i 20.000 abitanti per chilometro quadrato. Lo sviluppo urbano non pianificato nella valle di Kathmandu ha portato ad una incontrollata proliferazione di edilizia fatta di materiali e tecniche scadenti e ad una maggiore vulnerabilità ai disastri. L’assenza di pianificazione e di opere di infrastrutturazione primaria nella metropoli ai piedi dell’Himalaya ha come conseguenza un diffuso inquinamento dei fiumi che la attraversano – ridotti a fogne a cielo aperto – e l’impossibilità di gestire la raccolta dei rifiuti solidi urbani, che vengono spontaneamente trattati da parte della popolazione con l’accensione di piccoli roghi ai bordi delle strade. A ciò si aggiunge un inquinamento atmosferico insostenibile per la salute, generato dal traffico veicolare di cui le strade sono intasate.
In questo scenario l’esistenza ed il rispetto di regole antisismiche, da applicare ad un comparto edilizio che si sviluppa nella più assoluta anarchia occupando via via ogni spazio libero, ha finito per essere l’ultimo dei problemi in una situazione in cui persino il rischio di epidemie, come il tifo e il colera, può farsi strada da un momento all’altro, a partire dagli slum nei quali si insediano i più poveri.
Insomma la questione è sempre la stessa, e su questo sito l’abbiamo ripetuto più volte: se le città tenderanno a diventare nel mondo sviluppato sempre di più fortezze per ricchi, mentre in quello sottosviluppato discariche per poveri, se la mancanza di un equo accesso alle risorse è la causa di uno sviluppo urbano insostenibile, la condizione dell’insicurezza come dato esistenziale sarà il destino di una parte crescente di popolazione mondiale che vive nelle città. Da questo punto di vista, la catastrofe umanitaria di una nazione tra le più povere e le più turistiche del mondo – la cui velocissima urbanizzazione è l’altra faccia di una economia debole ed ineguale – potrebbe forse essere, superata la tragedia, l’occasione per porre rimedio agli effetti collaterali di uno sviluppo urbano potenzialmente mortale.
Riferimenti: World Bank, Urban Growth and Spatial Transition in Nepal, 2013.

Prevenzione e precauzione

Tutti riconosciamo che la prevenzione è fondamentale, tuttavia raramente ne applichiamo i princìpi. Comunque sia, quello della prevenzione non è un concetto univoco. Ad esempio: quando la prevenzione è sufficiente? chi decide che è abbastanza? o, ancora, qual è la sua differenza con il controverso “principio di precauzione”?
Non ho intenzione di indagare qui le varie sfumature di tali categorie, ma prendo spunto da un articolo del blog «INGV Terremoti» per conservare gli articoli che ne parlano.
Attiguo è il tema dei “costi dei disastri”, le cui notizie archivio in QUEST’ALTRO post.

«INGV Terremoti», 12 luglio 2013, QUI
LA PREVENZIONE PAGA
Carlo Meletti – Centro di Pericolosità Sismica INGV

Appena avvertita la scossa di terremoto di magnitudo 5.2 che venerdì 21 giugno ha colpito la Lunigiana orientale, il primo pensiero di chi si occupa professionalmente di terremoti è stato quello di un disastro che poteva aver provocato molti crolli e quindi probabilmente anche vittime. La magnitudo 5.2 di per sé non è una magnitudo elevatissima (in Italia si sono avuti storicamente eventi che hanno superato magnitudo 7, ultimi tra questi il terremoto di Reggio Calabria-Messina del 1908 e quello di Avezzano del 1915) ed è stata frequentemente rilevata: dal 1900 a oggi sono oltre 150 le scosse di magnitudo pari o uguale a 5.2 verificatesi nel territorio nazionale.
Abbiamo però un record negativo nel nostro paese: una elevata vulnerabilità del patrimonio edilizio, vale a dire una scarsa capacità di resistere ai terremoti. Le ragioni di questa fragilità sono molteplici: sicuramente un’età elevata delle nostre case, probabilmente gli effetti degli anni di boom economico durante i quali si è costruito senza guardare troppo per il sottile, sicuramente una scarsa tradizione nella progettazione di edifici con criteri antisismici. Fino agli anni ’80 una zona veniva dichiarata sismica solo dopo che vi si era verificato un forte terremoto e conseguentemente diventava obbligatorio adottare le norme antisismiche del momento nella progettazione del nuovo, ma nessun vincolo particolare era imposto sugli edifici esistenti
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CONTINUA (anche QUI)

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AGGIORNAMENTO dalla CAMPANIA (24 luglio 2013):
Presentato il nuovo sistema regionale di protezione civile: QUI. In particolare, «per quanto riguarda il Piano Vesuvio, a giorni approveremo la delibera per la delimitazione della nuova zona rossa 1 e 2 del Piano di emergenza in base alle proposte che sono pervenute dai Comuni interessati».

AGGIORNAMENTO (1 ottobre 2013):
Per il terzo anno consecutivo si è svolta la campagna di sensibilizzazione “Terremoto io non rischio”, promossa dal Dipartimento della Protezione Civile. Al termine del fine settimana dedicato a questo tema, il capo del DPC, Franco Gabrielli, ha dichiarato che il nostro Paese «ha bisogno di essere consapevolizzato, non tranquillizzato» («Il giornale della protezione civile», 1 ottobre 2013, QUI). Altre info sono tra i commenti.

AGGIORNAMENTO (7 ottobre 2013):
Per organizzare una buona prevenzione bisogna, evidentemente, comprendere quale sia il senso sociale del rischio (di ciascun tipo di rischio). Credo che questo lavoro vada compiuto antropologicamente, cioè indagando il vissuto delle persone, osservandole sui propri luoghi, registrandone le relazioni e così via, ma più di frequente lo si svolge (quando lo si svolge) tramite questionari rigidi, tipici degli approcci quantitativi. E’ quanto ha compiuto l’INGV per indagare «la percezione del rischio sismico in Italia». Eccone i risultati (a voi i commenti): Blog «INGV Terremoti», 7 ottobre 2013, QUI.

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AGGIORNAMENTO del 20 gennaio 2014:
E se la “protezione civile” diventasse materia scolastica? In effetti le società non sono resilienti per natura, al limite lo diventano. E’ la proposta avanzata dal capo del DPC Franco Gabrielli, riferisce Gianluca Testa (“Corriere della Sera“): «insegnare la protezione civile a scuola può essere d’aiuto. Cittadini più consapevoli possono stimolare le amministrazioni locali e le comunità, possono rappresentare le sentinelle vigili dei territori e – perché no? – applicare conoscenza e consapevolezza anche nell’acquisto di una nuova casa. Saprebbero valutare se la zona dove andranno ad abitare è a rischio oppure no. Saprebbero come dialogare col proprio Comune».

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L’emergenza “conviene” (a qualcuno).
«L’Italia viene continuamente rattoppata perché c’è anche chi lucra e specula sull’emergenza. Che verificandosi a ripetizione, garantisce guadagni vita natural durante» (Guglielmo Pepe). Ecco perché bisognerebbe bandire locuzioni tipo “cultura dell’emergenza”. (L’articolo è anche tra i commenti qui sotto).

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Un filmato caricato su YouTube il 5 maggio 2010 intitolato “Tu e il terremoto“, presentato così: “Conoscere come è fatta la propria casa è importante per affrontare un eventuale terremoto. Questa breve animazione realizzata nell’ambito del progetto EDURISK (www.edurisk.it) suggerisce da dove cominciare…

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AGGIORNAMENTO del 17 aprile 2014:
«E’ stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 79 del 4 aprile 2014 la Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 14 gennaio 2014 relativa al Programma nazionale di soccorso per il rischio sismico. La Direttiva fornisce – per quanto riguarda il rischio sismico – le indicazioni per la redazione della pianificazione dell’emergenza, in particolare di livello nazionale, in continuità con le indicazioni riportate nella Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 3 dicembre 2008, presupposto indispensabile per assicurare la capacità di allertamento, attivazione e intervento del Servizio nazionale della protezione civile in caso di emergenza» CONTINUA QUI (o tra i commenti).

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INTEGRAZIONE del 1° luglio 2014:
Il rischio viene presentato spesso come un dato oggettivo, ma invece la sua caratteristica – come per ogni probabilità – è l’incertezza. “Il Post” ha tradotto un articolo del “Washington Post” in cui, tra le righe, emerge quanto il rischio sia una costruzione sociale, una negoziazione politica. Non potendo rispondere con esattezza a questioni sul dove-come-quando-quanto, soprattutto in merito a previsioni di lungo periodo, la domanda su cui ci si dovrebbe concentrare è: «quanto sicuro è ciò che è abbastanza sicuro per questa particolare cultura?».

COSA ASPETTARSI DAL RISCALDAMENTO GLOBALE
di Lori Montgomery – Washington Post – 1 luglio 2014
La storia esemplare degli abitanti di una costa americana, che non vogliono sapere se le loro case saranno sott’acqua tra un secolo: anche perché non lo possiamo sapere, se lo saranno.

CONTINUA QUI (oppure QUI)
(La versione originale in inglese è QUI)

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INTEGRAZIONE del 22 gennaio 2015:
Il 19 gennaio è cominciato “EDURISK 2015“, un progetto di formazione e sensibilizzazione per 332 docenti di 34 istituti scolastici dei comuni delle zone rosse del Vesuvio e dei Campi Flegrei.
L’intento è di coinvolgere il mondo scolastico in un percorso di scoperta dei rischi, al fine di diffondere efficacemente le informazioni scientifiche e, così, accrescere la consapevolezza e avviare strategie di prevenzione e riduzione dei rischi naturali.
Il programma si svolge in varie scuole fino al 27 gennaio.
Ulteriori informazioni sono sul website della “Regione Campania“, sugli spazi web e social di EDURISK e in un articolo de “Il Giornale della Protezione Civile“.

Località abbandonate dopo una catastrofe

Non sempre le città risorgono da una catastrofe. I casi esemplificabili sono innumerevoli, da quello celebre di Pompei ai tanti villaggi delle montagne calabresi, abbandonati a causa di un terremoto, di una frana, di un’inondazione. In questo post raccolgo informazioni sui casi che mi capita di incontrare nelle mie letture e nelle mie navigazioni sul web.

Comincio segnalando Villa Epecuén, in Argentina, una cittadina che fu fondata negli anni Venti del Novecento nei pressi di una laguna. Dalla metà del secolo divenne una località turistica sempre più prospera, fino al 10 novembre 1985, quando l’abitato fu inondato e distrutto dalle acque. Non morì nessuno perché la città fu evacuata in tempo, ma in seguito all’evento calamitoso, essa fu abbandonata e mai più ricostruita. Maggiori info e, soprattutto, fotografie sono QUI (ma anche qui e qui).

AGGIORNAMENTO del 7 ottobre 2014:
“Il Post” riporta una selezione di fotografie di Romain Veillon, che ha realizzato un reportage sulle rovine di Villa Epecuen, riemersa da un lago – che l’aveva inondata negli anni Ottanta – a partire dal 2009 a causa della siccità: QUI, ma anche QUI e QUI.
PS: altra galleria fotografica de “Il Post” dedicata a luoghi abbandonati (castelli, ospedali, fabbriche, scuole) è quella di Martin Vaissie: QUI (2013).

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AGGIORNAMENTO del 28 settembre 2013:
A volte la catastrofe è la modernità, nella forma di un aeroporto (rumore, incidenti aerei); è quanto accaduto a Goussainville-Vieux Pays (un villaggio agricolo a 20 chilometri da Parigi) con la costruzione dell’aeroporto Charles De Gaulle: 22 fotografie di Charles Platiau sul villaggio-fantasma sono QUI.

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AGGIORNAMENTO del 13 novembre 2013:
Oggi, nel 1985, ci fu una delle eruzioni più potenti del Novecento: l’esplosione del Nevado del Ruiz, in Colombia, provocò una delle tragedie vulcaniche più grandi degli ultimi cinque secoli. Morirono tra le 20 e le 25mila persone [qui], la città di Armerò e altri 14 villaggi furono completamente sepolti dai lahar [qui] e nella memoria collettiva globale c’è l’agonia di Omayra Sanchez intrappolata nel fango [qui]. Qualche giorno dopo la tragedia, Lucia Annunziata pubblicò questo reportage: Armero, un’immensa palude di morte (17 novembre 1985).
Armero non è stata mai più ricostruita e, oggi, le rovine che ne rimangono formano un paese fantasma inghiottito dalla vegetazione, come è possibile vedere tramite StreetView.
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In occasione del 28esimo anniversario della tragedia di Armero del 1985, il website colombiano “Caracol” ha scritto che il vulcano Nevado del Ruiz «es el más vigilado del mundo»: QUI (ne ho conservato traccia anche in questo post).
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Il website “Armando Armero” tiene viva la memoria di quell’evento: QUI. La sua pagina facebook è QUI.

AGGIORNAMENTO del 14 novembre 2014: Fosco d’Amelio ha scritto un articolo sull’Huffington Post Italia per ricordare la tragedia di Armero di 29 anni fa: QUI.
In un commento d’Amelio ha aggiunto: “il discorso di Omayra Sánchez purtroppo è molto complesso. gran parte della storia di Armero si concentra sulla sua figura, simbolo di quelli che non ce l’hanno fatta. in un modo quasi perverso il mito di Omayra continua ad oscurare i sopravvissuti. c’è una complessità nel “dopo” di questa storia che fa paura. L’unico posto che viene ripulito, curato e visitato delle macerie di Armero è il luogo dove morì Omayra, alla cui figura molte persone associano capacità miracolose. Le due personalità più mediatizzate di Armero sono il pilota che scoprì il disastro (che è così stanco di raccontare che non rilascia più interviste) ed Omayra“.

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AGGIORNAMENTO del 21 novembre 2013:
Non sapevo che nei Campi Flegrei nel passato c’era un villaggio che poi è scomparso in seguito ad un fenomeno tellurico. Si tratta del villaggio di Tripergole: «A seguito dell’opera di Pietro da Eboli, il De Balneis Puteolanis (o il De Balneis Terrae Laboris), scritta nel XIII secolo alla corte di Federico II di Svevia, gli Angioini incoraggiarono la popolazione all’uso delle sorgenti flegree a fini terapeutici. Sul Lago Lucrino, presso una piccola collinetta di tufo (chiamata Monticello del Pericolo) su cui essi avevano edificato un castello, sorse ben presto un villaggio chiamato Tripergole. Esso si sviluppò dove più numerose si addensavano le fonti e gli impianti termali romani, proprio a seguito dell’afflusso dei numerosi malati. Il villaggio, oltre ad avere un certo numero di case, aveva una chiesa nel castello (dedicata allo Spirito Santo e a Santa Marta) ed una seconda chiesa dedicata a Santa Maddalena, un ospedale con circa 30 letti fatto costruire da Carlo II d’Angiò con annessa una farmacia, poi tre osterie per i forestieri, ed infine una casina di caccia reale, ed una cavallerizza. Con l’eruzione vulcanica del 1538 la topografia del luogo cambia totalmente: viene cancellato completamente il villaggio di Tripergole con tutti i suoi edifici civili, religiosi e militari; scompare il Monticello del Pericolo; vengono totalmente distrutte o sepolte le antiche sorgenti termali di epoca romana che si trovavano presso il villaggio (da Pietro da Eboli chiamate: Balneum Ciceronis o Balneum Prati; Balneum Tripergula; Balneum Arcus; Balneum Raynerii; Balneum de Scrofa; Balneum de Sancta Lucia; Balneum de Cruce); distrutti per sempre anche i resti della villa di Cicerone chiamata Academia; scompare anche una grande sala termale romana, di forma circolare con sei finestre nella cupola, chiamata “Truglio”; infine, il Lago Lucrino subisce un drastico ridimensionamento, riducendosi ad un decimo di quello che era stata la sua estensione in epoca romana, come appare ancora al giorno d’oggi» (Fonte: Wikipedia).
E’ da ricordare, naturalmente, che un’altra località abbandonata dei Campi Flegrei è il Rione Terra di Pozzuoli, in seguito al bradisismo del 1970.

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AGGIORNAMENTO del 24 novembre 2013:
Cercando informazioni su Gairo e Osini, due paesi dell’Ogliastra abbandonati nel 1951 in seguito ad un’alluvione, ho scoperto “Sardegna Abbandonata“, un website dedicato proprio alle località sarde spopolate per varie ragioni.

Una voce di Wikipedia, inoltre, raccoglie tutte (o, comunque, tante) località italiane abbandonate, ordinate per regione: Città fantasma italiane.
Tra i paesi della Campania è da segnalare San Pietro Infine, in provincia di Caserta: abbandonato in seguito ai massicci bombardamenti della seconda guerra mondiale, dei quali ha conservato memoria il documentario di John Huston “The battle of San Pietro” (che è possibile vedere e/o scaricare QUI).
Un altro paese abbandonato a causa della guerra è Cirella Vecchia (Cosenza), lasciato dai suoi abitanti nel 1806 in quanto bombardato dalla flotta francese durante la “insurrezione calabrese“.

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I “paesi fantasma” sono diventati spesso set cinematografici. Qualche esempio:

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ALTRE LOCALITA’
Oggi, 5 febbraio 2014, è l’anniversario di uno dei terremoti più catastrofici della storia della penisola italiana, quello che nel 1783 devastò la Calabria meridionale e che, ancora oggi, è ricordato come “Gran flagello”. Vi furono tra le 30mila e le 50mila vittime e cambiò addirittura l’orografia del territorio. (Wikipedia).
Alcuni anni fa, durante una campagna etnofotografica tra i rituali della Settimana Santa calabrese, feci tappa anche a Briatico Vecchia, un paese devastato da quella scossa e poi abbandonato dai sopravvissuti. Questi sono i miei appunti di quella giornata: “I ruderi di Briatico vecchia” (16 aprile 2006).
Il 19 febbraio 2014 il blog “INGV Terremoti” ha pubblicato un post storico (e molto interessante) sul sisma calabrese del 1783: “I Borboni di Napoli e il grande terremoto delle Calabrie del 1783“.

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INTEGRAZIONE:
Eleonora Guadagno, che studia la mobilità umana a seguito di catastrofi in Italia, ha scritto l’articolo “Dove la nostalgia diventa un bene comune” (pubblicato da “Lavoro culturale” il 12 febbraio 2014), in cui, osservando i due disastri di Sarno (1998) e di Cavallerizzo di Cerzeto (2005), spiega quanto queste catastrofi generate da una vulnerabilità ambientale e sociale “si tramutano, ancora una volta, in disastri collettivi, minando i beni comuni materiali (l’ambiente) ed emozionali (la memoria e la nostalgia) di una comunità“. E si domanda: “Che cosa succede, però, quando una comunità umana è costretta ad allontanarsi da un luogo? Quali sono i sentimenti nei confronti della vita in quel territorio che ha visto gli alberi crescere, i figli giocare e diventare grandi, ma che in ultimo ha traumatizzato la memoria collettiva? Cosa significa perdere un bene comune? Quali conseguenze a livello immateriale determina questa perdita? Il territorio di una comunità non è solo un luogo, un insieme di elementi che si giustappongono, ma è fatto di beni dotati di significati profondi. Una strada, una scuola, una chiesa, una quercia, una panchina non sono solo parte dell’urbanistica o dell’arredo urbano ma rappresentano un punto di riferimento nella memoria singolare e plurale, tanto nella mappa mentale individuale quanto in quella tramandata in maniera collettiva“.

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INTEGRAZIONE de 2 aprile 2014:
Un particolare tipo di abbandono è quello della fuga dalla galera in caso di terremoto. E’ quanto accaduto la scorsa notte a Iquique, nel nord del Cile, in seguito ad una forte scossa registrata nell’oceano Pacifico: “Tra le conseguenze del terremoto una fuga di massa dal carcere di Iquique, da cui sono evase circa 300 detenute. Il ministro degli Interni, Rodrigo Penailillo, ha precisato che questo è stato l’unico incidente di rilievo registrato finora a causa del sisma, smentendo le voci circolate su presunti saccheggi. E ha annunciato l’impiego dei militari per mantenere l’ordine” (Fonte: Terremoto di magnitudo 8.2 al largo del Cile, tsunami di oltre due metri: cinque morti. Allarme per tutta la costa latinoamericana sul Pacifico e per le Hawaii. Ordinata l’evacuazione delle zone vicine all’epicentro. A migliaia senza corrente elettrica, la presidente Bachelet dichiara lo stato di calamità naturale nelle regioni del Nord, “Repubblica” e “INGV“).

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INTEGRAZIONE:
Il blog “INGV terremoti” ha pubblicato il 26 giugno 2014 la storia del grande terremoto del Sannio del 5 giugno 1688, che rase al suolo i paesi di Cerreto Sannita, Civitella Licinio e Guardia Sanframondi e che provocò enormi danni anche nelle città di Napoli, Avellino e, soprattutto, Benevento. Le vittime furono almeno 10mila. [Si veda anche su Wikipedia].
In particolare, il vecchio abitato di Cerreto Sannita, totalmente distrutto dalla scossa, fu abbandonato e il conte Marzio Carafa, feudatario del paese, «decise di ricostruire la nuova cittadina più a valle, su un terreno considerato più stabile e seguendo criteri di costruzione considerati all’epoca moderni e antisismici: una pianta con strade larghe, isolati squadrati, edifici di 1 o 2 piani, muri di pietre squadrate, ecc.)».

Una veduta odierna dei resti del vecchio abitato di Cerreto Sannita,
raso al suolo dal terremoto del 1688 e successivamente abbandonato (QUI)
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Sulla ricostruzione del paese sannita segnalo un testo di Billy Nuzzolillo, disponibile online in pdf, intitolato: Cerreto Sannita, un modello di ricostruzione post-sismica (Sannio Press, 2002): «All’indomani del terribile terremoto del 1688 a Cerreto Sannita fu realizzata una delle più belle pagine della storia dell’architettura meridionale».
Dopo circa un secolo, in occasione del terremoto del 1783, i Borbone applicarono ulteriori criteri antisismici che recentemente sono stati considerati ancora validi da uno studio ingegneristico/storico: «Corriere della Sera», 9 settembre 2013, QUI.
(Di prevenzione e misure antisismiche ho scritto e scrivo anche in questo post).

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AGGIORNAMENTO del 21 novembre 2014:
Galleria fotografica di “Repubblica”, 21 novembre 2014, QUI
Sono definiti “villaggi fantasma” perché della vita che un tempo li animava è rimasto solo il segno dei ruderi. Dall’Italia all’America, passando per la Turchia, ecco un viaggio attraverso una piccola parte delle migliaia di luoghi ormai deserti in Italia e nel mondo, disabitati perché colpiti da catastrofi naturali o dimenticati a seguito di guerre. Spesso rivalutati dalle amministrazioni locali, diventano sede di attrazioni e iniziative per i turisti affascinati dalla decadenza e dai segni del tempo. Ma spesso, purtroppo, restano immobili nel loro abbandono, sullo sfondo di altre città, come ricordo delle origini di transfughi costretti a lasciare le loro case. (A cura di Virginia Della Sala)

Le località fotografate, ordinate per Paese:

ITALIA:

  • Craco, provincia di Matera, Basilicata. Il centro storico fu abbandonato intorno agli anni Sessanta a causa di una frana (e completamente svuotato in seguito per un alluvione e il terremoto del 1980). Oggi, completamente abbandonato, è definito una città fantasma.
  • Pentedattilo, Calabria. Adiacente alla Rupe del Monte Calvario, si è spopolato nell’ultimo decennio e la popolazione ha formato un nuovo piccolo centro più a valle. Il borgo ha ripreso vita grazie ai commercianti e gli artigiani locali che vi hanno aperto alcune botteghe.
  • Curon, Bolzano. Più che una città, a Curon (nella provincia autonoma di Bolzano), di fantasma c’è il vecchio campanile sommerso del Lago di Resia. Risalente al 1357, una leggenda vuole che d’inverno si sentano suonare le campane, rimosse intorno al 1950.
  • Valle Piola, Torricella Sicura, Teramo. E’ un paese disabitato dal 1977. Lo spopolamento fu dovuto all’eccessivo isolamento del paese.
  • Roghudi vecchio, Reggio Calabria. Fu abitato fino al 1950. Poi, dopo due alluvioni, fu dichiarata inagibile.
  • Romagnano al Monte, Campania. Abbandonata dopo il terremoto del 1980.
  • Monterano, Lazio. Città fiorente fino al XVIII secolo fu pian piano abbandonata con la perdita della sua importanza commerciale e per diverse dispute e saccheggi. Il castello, fu riprogettato da Gian Lorenzo Bernini nel 1679.

ARGENTINA:

  • Villa Epecuén, Buenos Aires, Argentina. Fu un importante villaggio turistico, ma nel 1985 il vicino Lago Epecuén sommerse l’abitato che iniziò a riemergere solo nel 2009.

FRANCIA:

  • Occi, Corsica. L’ultimo abitante dell’antico villaggio morì nel 1927 e le rovine del paese sono oggi un perfetto punto panoramico sul mare.

GIAPPONE:

  • L’isola giapponese abbandonata Hashima. Dal 1887 al 1974 è stata una base per l’estrazione del carbone sottomarino.

IRAN:

  • Ghalat, Iran. Il villaggio è stato distrutto da un terremoto.

NAMIBIA:

  • Kolmanskop, in Namibia, fu una città mineraria fondata dai tedeschi nei primi anni del XX secolo e poi abbandonata. Oggi è invasa dalla sabbia.

OMAN:

  • Villaggio di Jebel Akhdar, Oman. Un villaggio di montagna abbandonato intorno al 1960 dopo l’omonima guerra.

PORTOGALLO:

  • Indefinito villaggio abbandonato, Portogallo

REGNO UNITO, CARAIBI:

  • La città abbandonata di Plymouth, UK. Situata sulle isole Leeward, fu abbandonata per le eruzioni vulcaniche nel 1997.

SPAGNA:

  • Gallicant, Tarragona, Spagna. Villaggio montano abbandonato.
  • Ochate, Spagna. Fu abbandonato intorno agli anni ’20 e oggi è famoso per presunti fenomeni paranormali legati agli UFO.
  • Villaggio di Peguera, Catalogna.
  • Rodén, Saragozza. Il villaggio fu distrutto durante la guerra civile spagnola (1936-1939).

TURCHIA:

  • Kayaköy, in Turchia. Era abitato da cristiani ortodossi di lingua greca che abbandonarono il villaggio dopo la guerra Greco-turca e il trattato di Losanna del 1923. Oggi è un museo all’aperto con circa 500 case in rovina e chiese da visitare. L’UNESCO ha dichiarato Kadiköy un “villaggio dell’amicizia e della pace nel mondo”.

USA:

  • Frisco, Beaver County, Utah. E ‘stato un campo di minatori attivo dal 1879 al 1929.
  • Orla, Texas. Fu fondata nel 1890, durante la costruzione della Ferrovia della Valle del Pecos. Ha registrato al massimo 250 abitanti e oggi ne restano solo due.

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INTEGRAZIONE del 7 marzo 2015:
Cento anni fa nella Marsica ci fu uno dei più gravi terremoti della storia italiana (oltre 30 mila vittime e ingenti danni in numerosi centri abitati dell’Abruzzo).
Tra le iniziative di questo anniversario c’è la pubblicazione di “Le Radici Spezzate, Marsica 1915 – 2015“, un documentario di Lucrezia Lo Bianco ed Agostino Pozzi, finanziato dall’INGV. La prima parte (di tre) è disponibile da ieri su YouTube e vi sono raccolte memorie – del sisma e, soprattutto, del dopo-sisma – legate al borgo di Frattura, frazione di Scanno (AQ), la cui popolazione, delocalizzata in un nuovo centro, ancora oggi mantiene un forte legame col paese abbandonato (fb e web):

A metà marzo 2015 sono uscite anche le altre due parti de “Le Radici Spezzate”: QUI.

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INTEGRAZIONE del 22 marzo 2015:
Non in seguito ad un disastro naturale, né in conseguenza d’una guerra, ma per un processo di pace e per un ritiro militare, il caso della cittadina israeliana di Yamit, nella parte settentrionale della penisola del Sinai (Egitto), è comunque piuttosto interessante ai fini archivistici di questo post. Aveva circa 2500 abitanti e fu costruita durante l’occupazione israeliana di quel territorio, dopo la Guerra dei Sei Giorni nel 1967, ma fu evacuata nell’aprile 1982 quando l’area fu consegnata all’Egitto in base al Trattato di Pace tra i due Paesi siglato nel 1979. L’insediamento di Yamit fu anche distrutto coi bulldozer perché l’accordo prevedeva che il territorio venisse reso nelle medesime condizioni in cui si trovava prima dell’occupazione. Ulteriori informazioni sono su Wikipedia: english e français. E qui, invece, un video dell’epoca:

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INTEGRAZIONE del 24 maggio 2015:
“Il Post” ha pubblicato un articolo sul libro “North Brother Island: The Last Unknown Place in New York City”, del fotografo americano Chris Payne, dedicato all’isola abbandonata di North Brother, nei pressi del Bronx a New York. L’isola è disabitata da circa cinquant’anni, ma non in seguito ad una calamità, bensì ad una sorta di decadimento progressivo della sua funzione di luogo d’isolamento (per pazienti affetti da malattie infettive).