“Allarme Vesuvio”; e ho detto tutto

Come ho già scritto altre volte, per una ampia gamma (pseudo)giornalistica il Vesuvio è una notizia bomba (spesso lo “pseudo” è concreto: specie sul web, girano siti che sembrano giornalstici ma non hanno alcuna credenziale, almeno formale): tutto ciò che conta per questo tipo di informazione è il titolo, sufficientemente clamoroso da indurre un click, da cui discende il resto, che è ciò che davvero conta per loro: aumento dell’audience, dunque della pubblicità e degli introiti economici. Da qualche giorno, in questa schiera va inserito anche l’ “Huffington Post Italia“, che con un articolo imbarazzante è riuscito a non dire alcunché in merito a ciò che il titolo prometteva (ma, come dirò, è l’intera notizia ad essere stata coperta in maniera inadeguata e incompetente da numerosi organi d’informazione, anche riconosciuti).

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Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo dell’Huffington Post Italia.

In meno di quindici righe viene trattato (omettendo nomi e confondendo ambiti) un argomento ritenuto grave se, nel testo stesso, viene specificato che riguarda «un’area fortemente a rischio, dove vivono oltre tre milioni di persone». Nel brano, firmato dalla Redazione, viene affermato che l’eruzione del Vesuvio è una possibilità, ma questo è un errore perché, in realtà, si tratta di una certezza (ripetuta da anni), sebbene non si sappia bene come avverrà tale eruzione (esistono, tuttavia, degli scenari previsionali) e si ignori del tutto il quando si verificherà l’esplosione (ed è intorno a tale incertezza che si gioca la partita scientifico-politico-sociale del rischio geologico in provincia di Napoli).
Come dicevo, in poche righe non solo non viene detto nulla nel merito, ma ci sono addirittura omissioni e confusioni. Si fa riferimento a due vulcanologi, ma non ne viene fatto il nome, rimandando ad un’intervista dei due al “Giornale” (che, in realtà, non esiste; c’è, piuttosto, un servizio di “SkyTG24” in cui parlano i due scienziati); poi si mischia il caso flegreo a quello vesuviano (da tempo, i due studiosi sostengono che nel sottosuolo ci sia un’unica «sacca di magma» per i due vulcani, ma lo stato urbanistico di superficie delle due aree è piuttosto diverso e, sebbene preoccupante in entrambi i casi, comporta problematiche differenti) e, infine, si usano come sinonimi concetti (e strumenti) diversi come il “piano di emergenza” e il “piano di evacuazione” (che, restando sul generale, andrebbero ripensati, non semplicemente rinnovati).

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Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo del “Giornale”.

Per saperne di più, dunque, ho cercato altre fonti. Innanzitutto l’articolo citato del “Giornale“, che è altrettanto sciatto e scialbo, dove tuttavia si viene a sapere che i due studiosi sono Giuseppe Mastrolorenzo e Lucia Pappalardo dell’Osservatorio Vesuviano, i quali avrebbero lanciato un nuovo allarme vulcanico dalle pagine della prestigiosa rivista “Nature“, sul cui website, però, non c’è traccia di contributi recenti sull’argomento in oggetto.
Allora ho consultato “Il Mattino“, in cui c’è qualche ulteriore informazione (ma anche in questo caso col solito fraintendimento: «Settantuno anni dopo il Vesuvio potrebbe tornare a eruttare? E’ una possibilità»; no, è una certezza, ma non si sa quando, sicuramente non domani). L’articolo è arricchito da un’intervento di Francesco Emilio Borrelli, consigliere della Regione Campania per la lista Davvero Verdi, che su questo argomento non fa mai mancare la sua voce, a mio avviso sempre sbagliando obiettivo: da un ambientalista ci si aspetterebbe attenzione al delirio cementizio che ha causato la vulnerabilità dell’area, non una vacua denuncia dell’insufficienza del piano di emergenza (che possiamo rifare quante volte vogliamo e seguendo principi sempre diversi, ma che non mitigherà mai il rischio, il quale invece richiede altri interventi).

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Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo del “Mattino”.

Il consigliere, inoltre, critica l’eventualità di trivellazioni in area flegrea strizzando l’occhio alle montanti pulsioni antiscientifiche tanto di moda tra i politici italiani (io, nel merito, non ho le competenze per affermare alcunché, se non intravedere grigi interessi economici) e poi si lancia in un annuncio impegnativo (una tecnica comunicativa consolidata e, a quanto pare, vincente, visto il consenso dei promettitori di professione): «Con la Regione Campania ci faremo promotori di un new deal affinché i piani vengano realizzati». Questi, infine, a detta del Dipartimento di Protezione Civile «esistono, da anni, e sono entrambi [dei Campi Flegrei e del Vesuvio] attualmente in corso di aggiornamento» (ma, tanto per restare in superficie, se la popolazione non li conosce, che valore ha tale esistenza?).
Per concludere, la notizia è stata diffusa anche in televisione attraverso “SkyTG24“, in un servizio di 4 minuti, con interviste a Mastrolorenzo e Pappalardo e, in chiusura, al diretore dell’OV Giuseppe De Natale:

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Clicca sullo screenshot per accedere allo streaming del servizio video di SkyTG24.

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PS: l’intera faccenda l’ho conosciuta tramite questo post su fb.

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AGGIORNAMENTO del pomeriggio del 24 agosto 2015:
Le considerazioni di questo post, come spero sia chiaro, riguardano esclusivamente l’aspetto giornalistico e culturale degli ultimi episodi relativi all’informazione sul rischio vulcanico in area napoletana; non toccano gli aspetti vulcanologici, sui quali non ho competenze tecniche. Reazioni, tuttavia, ci sono state anche su questo specifico ambito, come le precisazioni del direttore dell’Osservatorio Vesuviano, Giuseppe De Natale, in merito alle affermazioni dei due ricercatori citati. Il testo è stato diffuso con una nota ufficiale del 23 agosto (ieri, ma l’ho scoperta solo ora attraverso Vesuviolive, e questo mi porta a riflettere sull’efficacia dell’attuale comunicazione ufficiale da parte dell’OV e del DPC, della quale scriverò presto):

Precisazioni del Direttore in merito alle notizie diffuse da alcuni media sullo stato del Vesuvio

Ieri ed oggi numerosi cittadini hanno telefonato alla nostra Sala Monitoraggio, diversi di loro evidentemente turbati da quanto appreso, per segnalare notizie allarmanti sui nostri vulcani provenienti da alcune testate giornalistiche e TV.
Per questo ritengo doveroso fare le precisazioni seguenti.
A tutti ribadisco che l’Osservatorio Vesuviano,sezione di Napoli dell’INGV, è l’unico Ente che rileva e studia sistematicamente e con continuità i dati di monitoraggio delle aree vulcaniche campane: Vesuvio, Campi Flegrei ed Ischia, ed emette periodicamente Bollettini che contengono tutte le informazioni rilevanti, nonché le eventuali variazioni di attività, su questi vulcani. I nostri Bollettini sono disponibili a tutti, perché pubblicati nelle sezioni specifiche di questo web. Pertanto, ogni informazione sullo stato dei vulcani campani che non provenga da canali ufficiali dell’INGV potrebbe riportare l’opinione personale di qualche singolo ricercatore, italiano o straniero, oppure di qualche giornalista, politico p semplice cittadino, ma non riflette in alcun modo la visione ufficiale dell’INGV che, come si è detto, è l’unico Ente che rileva e studia in maniera continua, sistematica ed in tempo reale, lo stato dei vulcani.
I cittadini quindi, e gli stessi giornalisti, se desiderano avere notizie certificate ed aggiornate sullo stato dei vulcani campani, possono consultare il presente sito web o rivolgersi ai Colleghi di turno presenti in Sala Monitoraggio 24/24 h oppure (per questioni particolarmente importanti e/o per concordare interviste) alla Segreteria di Direzione nelle ore lavorative (i rispettivi numeri telefonici sono riportati nella sezione ‘contatti’ di questo sito). Il nostro Istituto è sempre+ disponibile ad informare correttamente ed a rispondere a qualunque domanda dei cittadini e dei media, relativamente allo stato dei nostri vulcani.
Nello specifico, a commento delle notizie diffuse ieri ed oggi da alcuni media e che hanno evidentemente causato ansia e preoccupazione in una parte di popolazione, si rileva quanto segue:

1) Non esiste alcun lavoro pubblicato dalla rivista ‘Nature’ a firma congiunta dei Ricercatori citati dai media in questione;

2) Il Vesuvio è un vulcano attivo, come i Campi Flegrei ed Ischia, quindi non c’è bisogno di alcuna nuova ‘scoperta’ per sapere che prima o poi potrà eruttare; possibile eruzione che però non è sicuramente imminente, visto che non c’è alcun segnale che distingua l’attuale attività da quella degli ultimi 71 anni, ossia quiescenza;

3) Il fatto che esista una sorgente, laminare, di magma tra 8 e 10 km di profondità che alimenta tutta l’area vulcanica campana non è stato scoperto dai Ricercatori citati bensì da chi effettuò, tra il 1994 ed il 2001, gli esperimenti di tomografia sismica al Vesuvio ed ai Campi Flegre (tra cui il sottoscritto); è un fatto talmente noto che anche il numero di Settembre di Focus, nel suo articolo sui nostri vulcani, lo rende graficamente nella figura principale; e non ha alcuna implicazione allarmistica: semplicemente, nei primi anni del 2000, riuscimmo a definire, come forma e come profondità, la sorgente magmatica di alimentazione primaria dei vulcani campani;

4) I 20_30 cm di sollevamento di cui si riferisce non sono relativi al Vesuvio bensì all’area dei Campi Flegrei, e sono stati accumulati in più di 10 anni.

Il Direttore

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INTEGRAZIONE del 25 agosto 2015:
Due segnalazioni:

  • Un’amica astrofisica ha scritto un post ironico tra macchie solari e allarmi vesuviani: QUI.
  • Questo mio post è stato citato in un articolo del blog “SPGeology”, che ieri aveva già affrontato il tema dell’ultima bufala vesuviana: “[queste pseudo informazioni] normalmente le lascio passare e non le condivido nè ne parlo per non regalare loro altri clic, ma stavolta mi sono proprio scocciato” (condivido pienamente).

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AGGIORNAMENTO del 28 agosto 2015:
Sul “Mattino” di Napoli c’è una coda delle polemiche seguite all’ultimo allarmismo sul Vesuvio; lo racconta “San Sebastiano al Vesuvio News” (l’articolo è riprodotto tra i commenti: qui).

Scosse vesuviane del febbraio 2014

Il 12 febbraio 2014 la pagina fb “Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamociha pubblicato una nota in merito alle lievi scosse di cui ha scritto la stampa locale il 10 e l’11 febbraio (nel Golfo di Napoli e sul Vesuvio):

CHIARIMENTO SULLA SCOSSA DI 1.8 CON EPICENTRO IL VESUVIO REGISTRATA POCHI GIORNI FA

La scossa di cui parla certa stampa ha avuto una magnitudo di 1.8, ovvero molto bassa e difficilmente percepibile dagli esseri umani. Scosse di questo tipo si registrano quotidianamente e fanno parte della normale attività del Vesuvio (che è quiescente, ma non spento).
Lo scorso giugno 2013 vennero registrate scosse leggermente più forti, intorno ad una magnitudo 2 e anche in quel caso vi fu una certa risonanza mediatica.
A fine agosto 2013, infine, il Dipartimento di Protezione Civile e l’INGV diffusero un comunicato congiunto destinato alle redazioni giornalistiche in cui si sottolineava che: “[…] È fondamentale quindi che l’intero sistema di protezione civile – di cui anche gli organi di informazione fanno parte – affronti con equilibrio i temi legati al rischio sismico, senza cadere negli eccessi di rassicurazione, da una parte, o allarmismo, dall’altra […]”, http://www.protezionecivile.gov.it/
Con tutta evidenza, certa stampa non ha recepito l’invito alla cautela e il loro insistere su notizie di questo tipo sembra tradire solo una spasmodica ricerca del clamore, ovvero dell’audience
.

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La scossa sismica è stata alquanto discussa sui socialnetwork, come ad esempio in questo post su fb di una persona piuttosto conosciuta e seguita nel vesuviano, la cui parola è tenuta in una certa considerazione (come si evince dalle sottolineature che ho effettuato qui).

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Il 13 febbraio 2014, inoltre, anche l’Osservatorio Vesuviano si è espresso ufficialmente con una nota del suo direttore, Giuseppe De Natale:

Tra ieri ed oggi sono arrivate molte segnalazioni di persone allarmate dai tre piccoli terremoti avvenuti recentemente al Vesuvio. In particolare, su alcuni siti web sono apparse discussioni sul perché sia ancora apposta a fianco di tali eventi la scritta ‘preliminare’ anziché ‘supervisionato’. Innanzitutto, voglio ricordare che il Vesuvio ha normalmente una notevole sismicità di fondo, che non desta alcuna preoccupazione in quanto è stata sempre osservata, da quando esistono i sismografi. Il numero medio di piccoli terremoti al Vesuvio, negli ultimi decenni, è di qualche centinaio all’anno, ma in alcuni periodi (es: 1999-2000) il tasso di sismicità è stato molto più alto: alcune migliaia all’anno. Le magnitudo sono comunque molto basse: la più alta si registrò nel 1999 (M=3.7). I piccoli terremoti registrati negli ultimi giorni sono di magnitudo molto bassa, cosiddetti ‘strumentali’ perché in generale non avvertibili dalla popolazione (tranne magari persone particolarmente sensibili molto vicine all’epicentro, a piani molto alti) e registrabili soltanto dai sismografi. Inoltre, faccio presente che la scritta ‘preliminare’ si riferisce esclusivamente al fatto che l’evento non è ancora stato inserito in un determinato data-base interno, ma non ha affatto un significato tipo ‘incompleto’, ‘non analizzato’ o cose del genere. Infatti, i terremoti in questione sono stati regolarmente analizzati e localizzati dagli operatori dell’Osservatorio Vesuviano; non sono presenti nel catalogo degli ultimi terremoti sul sito www.ingv.it in quanto hanno magnitudo inferiore a quella minima riportata (magnitudo di soglia 2.0). Infine, voglio sottolineare che l’Osservatorio Vesuviano – INGV riporta sul suo sito i segnali in tempo reale delle reti sismiche vulcaniche ed appenniniche come servizio alla popolazione, per la massima trasparenza e condivisione. Tale scelta, volontaria, dimostra che non c’è alcuna intenzione di nascondere tali fenomeni naturali alla popolazione, anzi essi vengono condivisi fin dal primo momento. Pertanto, essa deve essere percepita in termini di grande sicurezza e fiducia, e non può e non deve divenire fonte di ansie.

(Questo avviso è stato ulteriormente diffuso da “Il Giornale della Protezione Civile”: Terremoti Vesuvio, l’INGV risponde alle preoccupazioni di alcuni cittadini, 14 febbraio 2014).

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Ricordo che questo è il secondo intervento pubblico di questo tipo da parte del direttore dell’OV dall’inizio del 2014, il precedente è del 4 gennaio, quando, anche in quell’occasione, spiegò l’infondatezza di voci allarmistiche in merito al Vesuvio:

In questi giorni circolano su vari siti web, ed anche tramite Facebook, notizie allarmistiche circa lo stato del Vesuvio.Tali notizie sono assolutamente prive di ogni fondamento: sono un collage di frammenti di notizie datate, spesso distorte, e messe insieme per costruire una pseudo-storia assolutamente inventata. Lo stato del Vesuvio è più o meno costantemente lo stesso dal 1944 (ossia quiescente), ed il vulcano non dà alcun segnale che potrebbe far pensare ad una imminente ripresa di attività eruttiva.

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Infine, è da tener presente che, per il mercato dell’informazione, il Vesuvio è sempre “una notizia bomba” e che già nel giugno 2013 vi era stata una forte mediatizzazione di alcune leggere scosse nell’area vulcanica.

Intanto, per comprendere l’entità della magnitudo sismica, consiglio una tavola molto efficace fornita dal Japan Meteorological Agency:

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AGGIORNAMENTO del 23 febbraio 2014:
Le voci allarmistiche sul Vesuvio continuano e, per la terza volta dall’inizio del 2014, il direttore dell’Osservatorio Vesuviano ha pubblicato una nota per chiarire che il vulcano napoletano si trova sempre nello stesso stato: quiescente.

«AVVISO del 21/02/2014
Negli ultimi giorni si è diffuso, per l’ennesima volta, un allarmismo ingiustificato sullo stato del Vesuvio. Tale allarme deriva, a nostra conoscenza e per quanto riferito dalle persone che ci contattano, da due fonti: la prima è una ricostruzione giornalistica, sembra a firma di un ricercatore americano e che viene riportata ogni volta che si diffondono voci allarmistiche sui nostri vulcani, dei dettagli catastrofici di un’eruzione pliniana del Vesuvio; la seconda sarebbe una errata interpretazione del fatto che, essendo stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la nuova legge sui piani di emergenza Vesuvio, essa diventerà operativa entro 45 giorni. Questo fatto sarebbe stato erroneamente interpretato nel senso che ‘fra 45 giorni diventerebbe operativa (ossia inizierebbe) l’evacuazione’. Questa errata ed assurda interpretazione, che sembra stia ricorrendo sul web tramite i ‘social network’ è, ribadiamo, assolutamente falsa. Nel contempo, ribadiamo ancora una volta che l’attuale stato del Vesuvio è lo stesso che persiste dal 1944 ad oggi, ossia di quiescenza. Non c’è alcuna evidenza di attività anomala che potrebbe indicare una ripresa imminente di attività; anzi, l’attuale sismicità di fondo, che è assolutamente normale su ogni vulcano ed è normalmente registrata al Vesuvio dal 1944 ad oggi, è notevolmente più bassa che nel passato. Quindi, per quanto possa essere spaventosa una ricostruzione giornalistica (o cinematografica) di un’eruzione catastrofica, bisogna comprendere la differenza tra ‘possibile’, ‘probabile’ ed ‘imminente’. Eruzioni estremamente violente del Vesuvio (come di ogni vulcano esplosivo) sono certamente ‘possibili’, ma non sono ‘probabili’ (nel senso che per fortuna sono eventi rari), nè sono tantomeno, assolutamente, ‘imminenti’.

a cura del Direttore Giuseppe De Natale – http://www.ov.ingv.it/ov/ ».

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AGGIORNAMENTO dell’8 aprile 2014:
Il più importante quotidiano del Mezzogiorno titola “Microscosse sul Vesuvio, voci e timori: «Ma non c’è allarme»” (“Il Mattino”, 7 aprile 2014, QUI) e la notizia viene ripresa da vari webjournal minori (es: “Blitz Quotidiano”, 8 aprile 2014, QUI) che, a loro volta, diventano il palcoscenico per politici di partiti minori, come Francesco Emilio Borrelli dei “Verdi” della Campania, che ha dichiarato: “È dallo scorso febbraio che l’attività sismica sembra intensificarsi, ma i vulcanologi ritengono che tutto rientri nella normale attività. Nessun allarmismo, non vogliamo creare panico ma perché non si fanno le prove di evacuazione?”.

Il Vesuvio, una notizia bomba

Chi gestisce un organo di informazione deve fare i conti con almeno tre fattori: la verità, la deontologia e i numeri (tiratura, audience, web analytics…). E’ difficile, naturalmente, definire in maniera univoca tali ambiti (soprattutto i primi due), che in realtà sono il risultato di una relazione quotidiana tra ciascuna redazione e i propri lettori: giorno dopo giorno, cioè, sono in gioco il rispetto e la fiducia, in una conquista che non è mai perenne, ma che è sottoposta ad una incessante rielaborazione simbolica. Verità, deontologia e numeri, in altre parole, sono elementi strettamente interconnessi, eppure, godendo ciascuno di essi di un certo grado di autonomia, il rapporto che tiene insieme la triade è dinamico e fluido. Ed è questo, pertanto, il punto su cui prestare attenzione; è qui che si può scorgere un dislivello che rischia di compromettere l’equilibrio tra le tre componenti: se si impone l’ossessione per i numeri (che è il caso più frequente), con tutta evidenza i princìpi deontologici tendono ad essere derogati, con l’effetto che la verità della notizia può assottigliarsi o, addirittura, essere manipolata. Per dirla con Pierre Bourdieu, quando la logica commerciale domina, il “campo giornalistico” perde autonomia e viene schiacciato dalla sua componente eteronoma. D’altra parte, «la libertà non è una proprietà che cade dal cielo; essa si conquista per gradi» [qui]; e direi che ciò vale anche per la credibilità.

Lo scorso mese di agosto, il magazine satirico statunitense “The Onion” ha spiegato in maniera brillante, sebbene per mezzo di una finta lettera di una dirigente della CNN, la ragione della presenza tra le principali notizie della celebre all-news americana della discinta esibizione di una giovane cantante: «Era un tentativo di farvi cliccare su CNN.com in modo che aumentassimo il nostro traffico online, cosa che avrebbe a sua volta permesso di aumentare i nostri guadagni pubblicitari». [Il testo intero, tradotto in italiano, è su “Il Post“]. Insomma, un chiarimento semplice e lineare, praticamente intuitivo.

Spesso invitando esplicitamente alla condivisione sui socialmedia («Tema caldo», «Condividi per primo con i tuoi amici questo post», «Fai sapere ai tuoi amici che ti piace questa foto»…), le strategie per aumentare i numeri possono seguire varie strade e, soprattutto, possono attingere a molti altri argomenti, come ad esempio questi:

  1. pubblicare un’intercettazione “clamorosa” di un politico (anche se in realtà non contiene alcuna notizia);
  2. gestire una sezione pruriginosa (la si può chiamare “boxino morboso” o “sideboob”, la sostanza non cambia);
  3. confezionare con regolarità delle gallerie fotografiche con cuccioli e animali “sorprendenti” (il fu orsetto Knut è stata una benedizione non solo per lo zoo di Berlino, ma anche per una miriade di mass-media che ci hanno aggiornato sul fatto che “è nato”, “è ingrassato”, “è a dieta”, “si è fidanzato”, “è depresso”, “è morto”…);
  4. sparare un titolo allarmistico su qualche minoranza etnica, di status, di genere o di qualsiasi altro tipo (sembrerà cinico, ma – in maniera sia esplicita che subdola – accade di continuo; d’altronde difficilmente qualcuno pretenderà delle smentite o delle scuse);
  5. urlare di un prossimo cataclisma vesuviano (il nostro vulcano è uno dei topos più conosciuti al mondo, a lui si deve Pompei, che è tra i siti archeologici più noti; ciò che è in grado di compiere è termine di paragone per qualsiasi disastro, passato o futuro che sia).

Personalmente faccio una certa attenzione proprio a quest’ultimo caso, cioè censisco e archivio numerosi articoli che spuntano senza sosta un po’ ovunque, in siti web d’ogni tipo e nessuna attendibilità, con toni catastrofisti se non apocalittici, copiandosi gli uni con gli altri, eppure sempre molto condivisi sui socialmedia e colmi di commenti (più o meno vacui, ma con l’indubbio effetto di far aumentare l’audience e la visibilità del contenitore). L’ultimo pezzo che ho letto è di ieri, pubblicato da un webjournal locale, il quale torna su questo tema regolarmente e con grande frequenza: riferisce che, secondo alcuni “esperti italiani”, alla prossima eruzione «non ci sarà scampo».
Viene da domandarsi se un’informazione del genere, su un tema così delicato, sia utile ai lettori. Leggendo le reazioni e osservando con costanza la realtà del vesuviano, direi molto poco: di rado quegli articoli forniscono notizie chiare e provate, quasi mai indicano fonti per approfondire, in rari casi alimentano discussioni strutturate; la verità della notizia di cui si fanno megafono incede esclusivamente sul clamore catastrofista, con conseguente flessione e sacrificio della deontologia giornalistica. Nemmeno da un punto di vista ideale i numerosi articoli sul vulcano napoletano (sempre, appunto, sensazionalistici e dai toni eclatanti) hanno una validità sociale e politica, perché non contribuiscono ad alcuna presa di coscienza sul rischio di cui vorrebbero tenere alta l’attenzione, né dimostrano di possedere un vocabolario appropriato o un’idea delle modalità di early warning attualmente in vigore.
Inoltre, è ormai appurato che l’eccesso di informazione (a maggior ragione quando si tratta di semplice cicaleccio, come spesso accade per il caso vesuviano) genera assuefazione, apatia, invisibilità: «davanti ai nostri occhi scorrono in continuazione, sugli schermi televisivi o dei computer, notizie che finiscono per equivalersi e quindi non possono che produrre indifferenza» [A. Dal Lago, qui].
Allora che fare? A mio avviso, invitare a ignorare o a non condividere sui socialmedia questi testi inconsistenti sarebbe non solo ingenuo e inutile, ma soprattutto sbagliato: sia perché, personalmente, ho un’intima diffidenza verso ogni forma di boicottaggio (la considero una pratica più demagogica che efficace, che alimenta percorsi sotterranei di aggiramento dei filtri in cui prosperano i più scaltri e i più cinici), sia perché il problema vero non è la presenza di ignoranti, ciarlatani, catastrofisti e manipolatori, quanto, piuttosto, l’assenza di voci autorevoli e credibili che spazzino via la marea di congetture arbitrarie e sregolate che si leggono in giro. Qui non c’entra il pluralismo, bensì l’eminenza e il prestigio delle istituzioni; qui non c’entra l’assenza di competenza, bensì la volontà delle autorità di investire e di impegnarsi nella comunicazione. (E, chissà, forse ci stanno provando davvero).
Tre mesi fa il vulcanologo giapponese Nakada Setsuya invitò gli italiani a parlare di più del Vesuvio, però, come mi sembra palese, la questione non è il “quanto”, ma il “come” se ne parla e il “chi” lo fa. Intorno al “vulcano più famoso del mondo“, la confusione non è dovuta al chiacchiericcio, bensì al silenzio di chi dovrebbe parlare per statura scientifica, istituzionale e morale.

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AGGIORNAMENTO:
Il 28 agosto 2013 il Dipartimento di Protezione Civile e l’INGV hanno diffuso una nota alle redazioni giornalistiche (QUI) in cui, tra l’altro, viene specificato che «[…] È fondamentale quindi che l’intero sistema di protezione civile – di cui anche gli organi di informazione fanno parte – affronti con equilibrio i temi legati al rischio sismico, senza cadere negli eccessi di rassicurazione, da una parte, o allarmismo, dall’altra. […] Per queste ragioni, come Dipartimento della Protezione Civile e INGV chiediamo la collaborazione di tutte le redazioni affinché, quando si parla di terremoto, sia fornito un messaggio corretto e chiaro al pubblico, prestando la dovuta attenzione anche al significato dei termini utilizzati […]».

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AGGIORNAMENTO del 12 marzo 2014:
La pagina fb “Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci” ha condiviso (qui e qui) un articolo sulla “strumentalizzazione” del Vesuvio a fini di audience, apparso il 20 settembre 2012 su “Tutto è…“, settimanale di Torre del Greco (a firma di SG):

(Per una lettura più agevole, la trascrizione dell’articolo è a QUESTO commento).

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AGGIORNAMENTO del 29 aprile 2014:
Pietro Minto ha spiegato su “Rivista Studio” (29 aprile 2014) cosa c’è dietro le notizie false e, in particolare, come «il vivacissimo ecosistema delle bufale [abbia] trovato un habitat perfetto nei social media: c’è chi ha fiutato il business e i click e ha fatto della disinformazione la sua linea editoriale, e non solo». Esistono la hoax (la notizia-farsa), la bufala (che punta a contrastare ogni svelamento, mirando all’ambiguità, alla palude tra il vero e il falso), la frovocation (la provocazione falsa), la notizia assurda-ma-credibile, il prodotto di fiction, la anti-notizia creata per far ridere, non per disinformare, la bullshit (che è pronunciata da chi «non sta ne dalla parte della verità né dalla parte del falso. I suoi occhi non guardano in nessun modo»).
Tutto ciò si basa sulla «superficialità che contraddistingue la lettura degli articoli online: letture non completate, condivisioni fatte senza aver letto veramente il pezzo, un torrente continuo di informazioni delle quali abbiamo sempre meno il controllo. Un modello di business basato sulla quantità e su dei lettori poco attenti: è l’Eden delle frottole».
Insomma, «l’idea di stampare bufale per aumentare lettori è vecchia quanto la stampa commerciale» e tra i suoi massimi esponenti c’è Mark Twain, che cominciò proprio così. QUI (o qui).

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AGGIORNAMENTO del 22 aprile 2015:
Raphael Zanotti racconta la vicenda di due avvocati che da alcuni anni sfornano bufale riprese dai mass-media e rilanciate sul web con il solo scopo di farsi pubblicità (“La Stampa”, 22 aprile 2015, QUI).

L’impreparazione all’emergenza è un prodotto storico

Il Prefetto Franco Gabrielli, capo del Dipartimento di Protezione Civile, ripete spesso che i vesuviani e i flegrei sono impreparati al rischio geologico dei loro territori. Intorno a questo punto si gioca molta parte del processo di prevenzione e di mitigazione di un possibile evento disastroso: una popolazione preparata all’emergenza è un fattore imprescindibile per la riduzione della vulnerabilità della stessa. La questione, però, è che lo dice con parole che si prestano ad interpretazioni ambigue.
Alcuni giorni fa ha dichiarato: in quelle aree «riscontriamo una consapevolezza che non è all’altezza della situazione […]. Tutti guardano alla pianificazione nazionale, poi quando si scende sul territorio per capire che cosa è stato fatto e capire i comportamenti che sono stati posti in essere allora molto spesso riscontriamo una non eguale responsabilità. Si è molto propensi a chiedere e poco propensi a fare» [QUI].
Nel gennaio scorso aveva detto cose simili: «C’è un’eccessiva insensibilità e una mancanza di consapevolezza del rischio fra gli abitanti di queste zone. […] Nella zona dei Campi Flegrei la percentuale di gente che non conosce il rischio su cui è letteralmente seduta raggiunge picchi del 70-80 per cento. Il rischio è che questa insensibilità spesso si traduce in un atteggiamento non adeguato nei confronti delle istituzioni che invece hanno il dovere di rendere consapevoli i cittadini» [QUI].
Ora, posto che effettivamente i vesuviani e i flegrei siano “insensibili” e “inconsapevoli” del rischio geologico del territorio in cui abitano (queste etichette che debordano nel morale non mi convincono mai e mi piacerebbe sapere come sono state ricavate le percentuali fornite), quel che non riesco a cogliere nelle parole di Gabrielli è se egli consideri tale situazione una condizione “di natura” o un risultato “storico” (dunque: “politico”). Si tratta, in altri termini, del nodo intorno al quale si aggroviglia il concetto di resilienza: la capacità di affrontare e superare le avversità è innata o acquisita? Se applicata a dei gruppi umani, la prima sfumatura è molto controversa e può riproporre logiche sociali evoluzioniste ormai ampiamente superate. (Gabrielli era incespicato su questo punto anche nell’ottobre 2012, a proposito della risposta collettiva al sisma data rispettivamente dagli emiliani e dagli abruzzesi: QUI e QUI).
Nella dichiarazione più recente mi sembra che Gabrielli usi parole più accorte rispetto a quelle d’inizio 2013: sembra accennare, infatti, al coacervo di interessi economici ed elettorali che ha soffocato dei territori così fragili e che, con tutta evidenza, rappresenta la vera matassa da sciogliere. In generale, però, nelle sue parole si avverte comunque una sorta di giudizio generalizzato e questo pone una inevitabile domanda: ripetere che le popolazioni suddette sono “ignoranti” e “irrazionali” è un modo per risolvere il problema? A me sembra, piuttosto, che quella “apatia popolare” evidenziata dal capo della Protezione Civile sia, almeno in parte, anche una forma di rifiuto della logica gerarchica mostrata dai pianificatori dell’emergenza annunciata. Pertanto, ritengo che assumere nel novero delle interpretazioni sociologiche anche questa lettura “di contrapposizione” possa rivelarsi fondamentale per realizzare una (più) efficace mitigazione del rischio.
E’ di un paio di giorni fa la notizia di un ricorso presentato da dodici abitanti della “zona rossa” vesuviana alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo contro lo Stato Italiano, perché «non sta facendo il proprio dovere nel garantire nel migliore dei modi la sicurezza dei cittadini» [vari articoli: QUI]. Si tratta di una iniziativa innanzitutto politica, in quanto realizzata da esponenti del Partito Radicale e dei Radicali Italiani (il primo firmatario dell’esposto è Rodolfo Viviani, presidente dell’associazione radicale “Per la grande Napoli“), ma rappresenta comunque un esempio lampante di quanto il “disinteresse” locale verso il rischio sia un pregiudizio: «Al di là della necessità di porre fine agli abusivismi edilizi, che oltretutto spesso ostruiscono le vie di fuga previste, mancano soprattutto informazione, sensibilizzazione e chiari piani di evacuazione. Quasi non sappiamo neanche cosa fare se viene un terremoto. Figuriamoci il resto. Ci auguriamo che la Cedu possa richiamare lo Stato all’ordine. Per ora siamo nella fase del “richiamo”, dopo potremo passare alla fase propositiva» [QUI].
A questo punto, come osserva MalKo, «Sarà interessante il trattamento che la corte di Strasburgo riserverà alle denunce italiane, soprattutto in capo al soggetto su cui affibbiare la responsabilità di tali inadempienze» [QUI].

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AGGIORNAMENTO del 12 dicembre 2013:
Marco Pannella, leader storico dei Radicali Italiani, ha annunciato – con termini molto forti – il ricorso a Corte Europea. Un servizio video di Pupia.tv: VIDEO.

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AGGIORNAMENTO del 14 dicembre 2013:
Dove andare in caso di allarme vesuviano? Il Piano di Emergenza Nazionale redatto nel 1995 prevede dei gemellaggi tra i comuni della “zona rossa” e le regioni italiane (wikipedia), ma con la nuova zona rossa delineata nel 2013 cambiano anche tali gemellaggi, sui quali tuttavia c’è ancora confusione.
Ne ha scritto Angelo Lomonaco sul “Corriere del Mezzogiorno” del 14 dicembre 2013, «Chi vive a Nola va in Val d’Aosta». Dove fuggire se erutta il Vesuvio.

AGGIORNAMENTO del 24 gennaio 2014:
In seguito alla lettura di un nuovo articolo in cui si elencano degli ipotetici gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni italiane (QUI), ho scritto QUESTO.

AGGIORNAMENTO del 14 febbraio 2014:
E’ stata approvata la nuova tabella dei gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni d’Italia.
Ne ho scritto QUI.

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AGGIORNAMENTO del 20 gennaio 2014:
E se la “protezione civile” diventasse materia scolastica? In effetti le società non sono resilienti per natura, al limite lo diventano. E’ la proposta avanzata dal capo del DPC Franco Gabrielli, riferisce Gianluca Testa (“Corriere della Sera“): «insegnare la protezione civile a scuola può essere d’aiuto. Cittadini più consapevoli possono stimolare le amministrazioni locali e le comunità, possono rappresentare le sentinelle vigili dei territori e – perché no? – applicare conoscenza e consapevolezza anche nell’acquisto di una nuova casa. Saprebbero valutare se la zona dove andranno ad abitare è a rischio oppure no. Saprebbero come dialogare col proprio Comune».

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AGGIORNAMENTO del 24 marzo 2014:
Il 18 marzo 2014 “Fanpage” ha pubblicato un servizio video titolato “Fuga dal Vesuvio: funzionerà il piano di emergenza?“, presentato con queste parole: «La Protezione Civile ha stilato un piano di emergenza in caso di eruzione del Vesuvio, ma numerose sono le criticità sottolineate dagli esperti. Abbiamo percorso una delle vie di fuga previste ed abbiamo impiegato mezz’ora per arrivare all’autostrada in condizioni di traffico regolare. In caso di reale emergenza, è realistico supporre che ci siano tempi di percorrenza ben peggiori. “I campani fuggiranno a piedi come i pompeiani” sostiene Francesco Borrelli dei Verdi della Campania, mentre il prof. Mastrolorenzo dell’Osservatorio Vesuviano sottolinea: “Il piano si basa sull’ipotesi di eruzione sub-pliniana, ma da studi della stessa protezione civile la probabilità che si verifichi un’eruzione pliniana -come quella che distrusse Pompei ed Ercolano- potrebbe arrivare anche al 20%. Sono a rischio due milioni di persone”».

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AGGIORNAMENTO del 16 aprile 2014:
La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha deliberato che entro il 12 maggio 2014 l’Italia dovrà presentare prove che dimostrino con certezza che la sicurezza degli abitanti della zona rossa del Vesuvio è adeguatamente garantita dallo Stato.
Ne ha scritto MalKo: Rischio Vesuvio e piani di emergenza: la Corte Europea di Strasburgo indaga (15 aprile 2014).

Cinzia Craus ricorda, però, che il rischio vesuviano non va affrontato solo a livello centrale e che, anzi, gli enti locali hanno importanti doveri (che spesso non rispettano): Rischio Vesuvio: quello che i sindaci non fanno (10 aprile 2014).

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AGGIORNAMENTO del 28 maggio 2014:
Lunedì 26 maggio il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli ha tenuto un’audizione presso la Commissione Territorio, Ambiente, Beni ambientali del Senato a proposito del rischio vulcanico in Italia. Riferendosi al Vesuvio, ha detto che: «è fondamentale un Piano nazionale di emergenza “partecipato” tra Stato centrale e realtà locali» e che «è in programma lo sviluppo di una campagna di comunicazione dedicata al rischio vulcanico». In particolare, ha spiegato che per la popolazione residente in quel territorio «vivere in area vulcanica è evidente», tuttavia «non percepisce il rischio come imminente e, di conseguenza, pospone questo problema alle ordinarie urgenze del territorio». Pertanto, ha concluso, dev’esserci «una costante e corretta informazione».
Ne ha scritto “Il Giornale della Protezione Civile” (28 maggio 2014, anche tra i commenti in basso), ma qui è disponibile in pdf il testo dell’intera audizione.

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AGGIORNAMENTO del 16 luglio 2014:
“Repubblica” riferisce di una ricerca “Ispos” per “Save The Children“, secondo cui “a due anni dal varo della legge per l’adozione di un Piano di Emergenza Comunale, i territori più a rischio non si sono ancora adeguati“: Emergenze naturali, il 40 % degli italiani non sa come affrontarle.

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AGGIORNAMENTO del 7 dicembre 2014:
MalKo spiega il ruolo dei comuni nella pianificazione dell’emergenza in caso di allarme vesuviano: “Il sindaco è l’autorità locale di protezione civile ed ha il compito di garantire la sicurezza ad ogni cittadino residente o di transito sul territorio amministrato a prescindere dalla nazionalità e dallo stato giuridico“. I comuni della zona rossa dovranno pubblicare entro il 31 dicembre 2015 i piani di protezione civile (anche online), così da permettere alla popolazione di venirne a conoscenza.

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INTEGRAZIONE del 22 gennaio 2015:
Il 19 gennaio è cominciato “EDURISK 2015“, un progetto di formazione e sensibilizzazione per 332 docenti di 34 istituti scolastici dei comuni delle zone rosse del Vesuvio e dei Campi Flegrei.
L’intento è di coinvolgere il mondo scolastico in un percorso di scoperta dei rischi, al fine di diffondere efficacemente le informazioni scientifiche e, così, accrescere la consapevolezza e avviare strategie di prevenzione e riduzione dei rischi naturali.
Il programma si svolge in varie scuole fino al 27 gennaio.
Ulteriori informazioni sono sul website della “Regione Campania“, sugli spazi web e social di EDURISK e in un articolo de “Il Giornale della Protezione Civile“.