Genova: ad ogni alluvione un processo

La ricerca di verità giudiziarie in merito ai disastri è crescente, come una sorta di necessità sociale sempre più frequente. Ho l’impressione che questo significhi che altre verità (politiche, scientifiche, mediatiche, tecniche, morali…) siano al momento insufficienti o irreperibili o, comunque, con poca credibilità.
Alle due sentenze dell’Aquila e ai numerosi processi in corso in varie località italiane (ad esempio per le alluvioni nel messinese, in Gallura e nelle Cinque Terre), oggi si aggiunge l’indagine su una candidata alla presidenza della Liguria alle prossime elezioni regionali, ex-assessore alla Protezione Civile che, all’epoca dell’ultima disastrosa alluvione genovese, il 9 ottobre 2014, tardò a lanciare l’allarme e, dunque, a coordinare i soccorsi. Tutto questo accade mentre sono ancora in atto udienze per vari processi nella stessa area genovese a proposito di alcune precedenti e ricorrenti alluvioni altrettanto devastanti, come quella di Sestri Levante del 2010, per la quale sono state indagate 24 persone, o l’alluvione di Genova del 2011, quando morirono 6 persone, con milioni di danni, che vede coinvolta l’ex-sindaco Marta Vincenzi.
Il fenomeno dei “disastri in tribunale” non è solo italiano, ma piuttosto diffuso in vari Paesi. In Francia, che osservo con più attenzione, è stato ampiamente seguito il primo processo per la tempesta Xynthia del febbraio 2010, alla fine del quale lo scorso dicembre è stato condannato a 4 anni di reclusione l’ex-sindaco del comune di La Faute-sur-Mer, un piccolo centro turistico sulla costa atlantica dove 29 persone perirono per un’inondazione resa catastrofica dalla forte urbanizzazione avuta negli anni in cui il condannato amministrò il paese (dal 1989 al 2014).
I disastri si hanno per varie cause: imperizia, negligenza, sottovalutazione (e la giustizia ha il dovere di stabilire le responsabilità di chi poteva e doveva agire per prevenire l’evento o mitigarne gli effetti), ma la principale ragione è sempre la stessa: lo sviluppo (lo si può chiamare sottosviluppo, ipersviluppo, mancato sviluppo… ma sono tutte sfumature dello stesso concetto). Già, forse è bene chiarire che i disastri “naturali” non esistono e che quasi mai accadono all’improvviso. Piuttosto, vengono preparati, anzi costruiti.
Ripensiamoci quando la prossima “bomba d’acqua” avrà sommerso mezza Italia; con tutta evidenza, la “verità” la conosceremo già, ma faremo comunque finta di aspettare un’ennesima sentenza giudiziaria che, tuttavia, non sarà in grado di intaccare le cause. Queste, infatti, possono essere cambiate solo dalla politica.
Come ha osservato qualche giorno fa Giuseppe Forino, la chiave è nel ri-guardare i luoghi:

«La riduzione del rischio deve passare per i territori e per la valorizzazione degli stessi come forze e agenti di cambiamento. Territori che non vanno romanticizzati o ridotti a folklore, ma analizzati criticamente e compresi nelle loro potenzialità individuali e collettive, e valorizzati nei loro movimenti sociali e nel loro associazionismo».

Linee guida per la pianificazione dell’emergenza

Cittadini ed esperti hanno spesso sottolineato l’assenza di una adeguata pianificazione dell’emergenza per la zona rossa del Vesuvio [ad esempio, qui], soprattutto a livello comunale [qui]. In genere le istituzioni hanno pressoché taciuto tale preoccupazione, sottolineando, piuttosto, che il Piano di Emergenza generale c’è ed è condiviso (lo ha fatto, con grande risonanza mediatica, anche il numero di agosto 2014 de “Le Scienze” [qui e qui]).
Chi segue con regolarità la vicenda, invece, sa bene che le lacune sono tante, soprattutto a livello locale, come si evince chiaramente dal fatto che alcuni mesi fa la Regione Campania ha lanciato un bando di finanziamento dei piani comunali di protezione civile. Ma la situazione è delicata anche a livello più ampio se solo oggi, 25 settembre 2014, sono state approvate le “Indicazioni per l’aggiornamento delle pianificazioni di emergenza per la zona rossa del Vesuvio” [pdf]. In altre parole, solo oggi sono state chiarite le modalità con cui dovranno essere redatti i piani d’emergenza comunali (le “aree di attesa” e i “punti di incontro”), regionali (i “punti di prima accoglienza”) ed extra-regionali (le “strutture di accoglienza”).

—>  Linee guida per la pianificazione dell’emergenza vesuviana  <—
(versione parziale, pdf)

Ne hanno scritto vari organi di stampa, compresi “Il Giornale della Protezione Civile” e il “Corriere del Mezzogiorno“. Quel che nessuno scrive, mi sembra, è come si dovranno raggiungere i vari punti di incontro e le strutture di accoglienza. Con mezzi propri? E allora a cosa servono le aree di attesa? E chi non è autosufficiente o ha bisogno di cure mediche o non possiede un’automobile? Ma soprattutto, sappiamo chi sono costoro, quanti sono e dove sono? Insomma, queste “indicazioni per la pianificazione” in cosa consistono, nella ripartizione delle fasi di allerta e nell’organizzazione della catena di comando?
Ancora una volta l’entusiasmo istituzionale e mediatico va preso con molta cautela e scremato da ogni lettura semplicistica. Come ho letto in un commento online,

«si parla di ipotetici “aree di incontro” per censire la popolazione in uscita. Lo si può fare se gli sfollati salgono su un treno o su un pullman, a cui si può imporre di dirigersi verso queste aree, ma chi si sposta a decine di migliaia contemporaneamente con le proprie automobili, ma come si pensa di censirle?? Non certo in partenza, come scritto su questo documento, ma semmai unicamente una volta giunto a destinazione (sempre che qualcuno lo abbia informato quale sia la regione di destinazione).
Altro quesito: come gestisco il nucleo familiare es. di Pompei che mi giunge con la propria macchina sul litorale pontino, perché non ne vuole sapere di recarsi in Valle D’Aosta (sua Regione di destinazione secondo la pianificazione), visto che è a 800 Km di distanza da casa sua e visto che, sempre la pianificazione, prevede l’accoglienza nel Lazio unicamente degli abitanti di Ottaviano e di tre quartieri di Napoli? Che facciamo, chiamiamo i Carabinieri per cacciarli via?».

Le criticità sono e restano molte, ma aspetto di leggere il documento ufficiale completo per poter esprimere un parere ponderato e documentato. Intanto, però, un po’ di onestà intellettuale da parte dei rappresentanti istituzionali quando qualcuno denuncia delle falle non sarebbe male.

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AGGIORNAMENTO del 7 dicembre 2014:
MalKo spiega il ruolo dei comuni nella pianificazione dell’emergenza in caso di allarme vesuviano: “Il sindaco è l’autorità locale di protezione civile ed ha il compito di garantire la sicurezza ad ogni cittadino residente o di transito sul territorio amministrato a prescindere dalla nazionalità e dallo stato giuridico“. I comuni della zona rossa dovranno pubblicare entro il 31 dicembre 2015 i piani di protezione civile (anche online), così da permettere alla popolazione di venirne a conoscenza.

La Regione Campania s’impegna a informare gli americani

La Protezione civile regionale della Campania e il Comando Us Naval Support Activity di Napoli hanno firmato un accordo di collaborazione per informare correttamente ed efficacemente i cittadini statunitensi presenti in regione, specie nelle aree più a rischio come i Campi Flegrei e il Vesuvio.
Il comunicato stampa dell’Assessorato campano è il seguente:

Protezione civile, firmato accordo di collaborazione con Us Navy. Assessore Cosenza: rafforziamo procedure informazione alle popolazioni americane
22/07/2014 – E’ stato firmato presso il comando us naval support activity di napoli l’accordo di collaborazione tra direzione generale della protezione civile regionale e la base americana di capodichino.
“L’attività – ha dichiarato l’assessore Edoardo Cosenza – si inserisce nelle procedure di comunicazione alla popolazione in caso di previsioni meteo-avverse e/o di preparazione all’emergenza: sul territorio regionale, e in particolare nell’area vesuviana e della Solfatara, è presente una numerosa comunità di cittadini statunitensi che va preventivamente informata circa le tipologie di rischio a cui è esposta. Nell’ambito delle attività di previsione e prevenzione dei vari scenari di rischio vengono condivise le procedure di allertamento anche al fine di migliorare la comprensione del linguaggio e delle rispettive attività poste in campo in caso di emergenza e di soccorso alla popolazione.”
“In caso di necessità – ha detto il comandante della US Naval Support Activity Naples, Capitano Scott Gray – il nostro personale sarà a disposizione della Sala operativa di Protezione civile per le attività di collegamento e traduzione e per assicurare il dovuto supporto nelle attività di informazione ai cittadini americani. Ringraziamo la Protezione civile della Campania per la collaborazione che si è instaurata e che viene assicurata da anni.”

La notizia è stata diffusa da alcuni webjournal locali [1], tutti copiando e incollando il testo istituzionale, senza un approfondimento, un dubbio, una domanda. Da quel che si capisce, l’accordo non dovrebbe essere sull’agire congiunto e coordinato in caso di urgenza, né sull’impegno comune a informare la totalità della popolazione residente, ma dovrebbe riguardare solo l’assicurazione a comunicare un eventuale allarme ai cittadini con passaporto americano presenti nella provincia di Napoli e nella regione Campania.
Naturalmente, è giusto e doveroso che le istituzioni si facciano carico di informare tutte le persone che, in caso di emergenza, si trovino sul territorio: dai militari stranieri ai turisti, fino ovviamente all’intera popolazione autoctona. Tuttavia è indubbio che questa notizia provochi un certo stupore, un qualche disorientamento in chi vi si imbatta. Personalmente provo una sorta di doppia vertigine, da una parte politico-istituzionale, dall’altra giornalistica.
In primo luogo mi domando: con un’entità delle dimensioni e delle capacità del Comando statunitense a Napoli, tutto ciò su cui ci si riesce ad accordare è la comunicazione ai cittadini americani? A parte che già il Piano di Emergenza Nazionale del 1995 prevede l’organizzazione di strutture di evacuazione e soccorso per i cittadini stranieri (l’area vesuviana è di grande richiamo turistico internazionale), ma possibile che non si sia definito un patto su aspetti più operativi e logistici? Cioè, in caso di allarme le strutture e le macchine dei militari USA, coordinate dal Dipartimento di Protezione Civile, potrebbero aiutare l’evacuazione di tutti i residenti e, all’uopo, supportare i soccorsi, no? Dunque, che tipo di risultato politico è quello diffuso sul web?
E qui veniamo al mio secondo motivo di stupore: che giornalismo è quello che copia e incolla un comunicato stampa senza porsi e porre un interrogativo? Succede di continuo, lo so, ma quando tocca notizie che riguardano la sicurezza o, per certi versi, l’ansia collettiva, la mia reazione è di profondo sconforto. L’unico lavoro fatto dai cinque webjournal che hanno diffuso per primi la notizia è sul titolo, tutti varianti di questo: “Fuga dal Vesuvio, siglato un accordo tra la Protezione civile della Campania e il Comando US Navy di Napoli“. E’ noto che una gran parte degli utenti del web – su cui tali giornali hanno un certo seguito, considerando i dati delle condivisioni sui socialmedia dei loro articoli – si limita a leggere i titoli delle notizie senza andare oltre, per cui il pressappochismo di questo enunciato è particolarmente colpevole perché può indurre a intendere in maniera distorta quel che sono la natura e l’entità dell’accordo siglato tra le due istituzioni.
La verità, tuttavia, resta quella di una notizia minuscola e di secondo piano spacciata con grande enfasi sul website istituzionale, ripresa acriticamente da taluni organi di informazione che pedissequamente riproducono quanto dettato dall’alto (i giornali maggiori, per quel che ne so, non ne hanno scritto, almeno online) e una realtà sociale ancora una volta tenuta ai margini, se non addirittura illusa da titoli sibillini. Questo presente di giochi di parole e di giochi di prestigio (vedi la nuova zona rossa) cambierà? Verranno finalmente organizzate campagne informative per tutti? Verranno avviati strumenti di dialogo costante con la popolazione? Verranno coinvolte nell’operatività dell’emergenza tutte le forze disponibili, comprese quelle dei militari stranieri presenti sul nostro territorio? Solo quando gli impegni siglati saranno questi, allora potrò dirmi convinto della buona fede dei politici locali, oltre che dei loro megafoni a stampa. Per il momento, invece, aspetto; aspettiamo che comincino ad ascoltare e che un nuovo approccio al Vesuvio si faccia largo.

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[1] I cinque articoli consultati online, tutti uguali: “Il fatto vesuviano“, “Il velino“, “CampaniaNotizie“, “SalernoNotizie“, “MeteoWeb“.

Le case dei disastrati come tangenti: un’inchiesta a L’Aquila

Me li ricordo i buoni propositi del giorno dopo il sisma dell’Aquila: “Vigileremo, non tollereremo sprechi, non ci saranno infiltrazioni da parte della criminalità, la ricostruzione non sarà finta come in altre zone del Paese, torneremo presto alla normalità…“.
Ne scrisse un lungo articolo anche Roberto Saviano (il 14 aprile 2009 su “La Repubblica”) e, invece, quasi cinque anni dopo, eccoci qua, puntuali all’appuntamento con la solita storia italiana: le case dei disastrati usate come tangenti (e già un paio di mesi fa l’UE denunciò sperperi e collusioni).
Alla prossima sciagura, per favore, nessun amministratore esprima buone intenzioni, rischieremmo di ricordarle anche allora.

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«[…] Conosco da anni Massimo Cialente, ne conosco la passione politica, l’amore e l’impegno per la sua città. E mi duole scrivere queste righe. Ma al punto in cui siamo deve fare qualcosa, dare un segnale netto alla sua città e al Paese intero. Deve assumere direttamente le responsabilità del disastro che rischia di affondare definitivamente l’Aquila. […]» (Primo di Nicola, QUI e tra i commenti)

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«Crolla anche il mito del Comune dell’Aquila isola felice, impermeabile a tangenti e corruttele. […] L’indagine, va tenuto conto, si riferisce ai primi mesi del post sisma, una dimostrazione plastica che la notte del terremoto, appena usciti di casa, anche alcuni aquilani ridevano […]. Il rischio ora è che l’immagine a livello nazionale che produrrà questa vicenda finirà per frenare ancora di più il flusso dei finanziamenti. […] Mediti il sindaco Cialente, parli meno e controlli meglio chi lo circonda evitando di offendere parenti delle vittime e consiglieri (per esempio Vittorini e Di Cesare, ma non solo) che fanno bene il proprio lavoro denunciando le cose che non vanno» (Giustino Parisse, La notte del terremoto ridevano anche alcuni aquilani, “Il Centro”, 8 gennaio 2014).

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AGGIORNAMENTO dell’11 gennaio 2014:
Il sindaco de L’Aquila ha annunciato le sue dimissioni con una conferenza stampa: VIDEO.
Ecco i titoli dei principali giornali:
“CorSera”: Tangenti a L’Aquila, lascia il sindaco Cialente. «Coinvolti miei uomini, mia la responsabilità».
“La Repubblica”: L’Aquila, sindaco Cialente si dimette: “Attacco frontale da mezzi d’informazione, impossibile difendersi dalla macchina del fango”.
“Il Centro”: Tangenti sulla ricostruzione. Cialente: addio non torno indietro: “Non mi faranno cambiare idea nè Renzi nè Letta”.

AGGIORNAMENTO del 16 gennaio 2014:
Giuseppe Caporale ha pubblicato su “La Repubblica” il seguente reportage: “Terremoto in Abruzzo, la truffa della scuola: “Ricostruita senza metà delle fondamenta”. Fatture gonfiate e lavori inutili: i pm chiedono il processo per politici e funzionari“. (Anche tra i commenti qui sotto)

AGGIORNAMENTO del 21 gennaio 2014:
Il sindaco de L’Aquila ha ritirato le dimissioni che aveva annunciato dieci giorni fa: QUI. La reazione dei terremotati riuniti nell’associazione “3e32” è stata a dir poco di sdegno: «Oggi abbiamo assistito alla grande pantomima del ritorno di Massimo Cialente [il quale è simbolo di un immobilismo che sta] condannando a morte una città intera […]. Solo dalla partecipazione reale delle persone, dai progetti concreti di ricostruzione sociale, dalle tante idee e proposte rimaste inascoltate in questi anni, potrà prender vita un nuovo modello di ricostruzione ed un futuro diverso per questo territorio […]»

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AGGIORNAMENTO del 4 aprile 2014:
Gian Antonio Stella, in occasione del quinto anniversario del terremoto abruzzese, racconta (“Corriere della Sera”, 4 aprile 2014) di una ricostruzione lenta (a L’Aquila), se non praticamente ferma (a Onna), talvolta sbagliata come nel caso delle case fatiscenti degli sfollati a Cansatessa, poco distante da Coppito: L’Aquila, 5 anni dopo: macerie e sfollati. La ricostruzione è ancora lontana.
L’anniversario è ricordato anche da Serena Giannico sul “manifesto” del 4 aprile 2014: L’Aquila sospesa.