23 novembre, una data-monumento

Dalla pagina Fb “Rischio Vesuvio“:

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I luoghi parlano, i luoghi conservano la nostra memoria, i luoghi ci invitano ad una maggior consapevolezza: tali spunti di riflessione, che tentiamo di veicolare spesso attraverso questa pagina, ci sono stati suggeriti dalla fotografia allegata, originariamente pubblicata in un articolo dell’INGV sul sisma del 1980. Quella foto raffigura la scarpata di faglia sul monte Carpineta, nei pressi di Colliano (Salerno), prodotta appunto dal terremoto del 23 novembre 1980.
Questa data in Italia, specie in Campania e Basilicata, è ricordata da tutti e oggi in tanti stanno esprimendo un pensiero o una considerazione. Ci uniamo anche noi alla trasmissione della memoria, segnalandovi testi e iniziative di particolare interesse.
Oltre al testo scientifico cui abbiamo fatto riferimento qui sopra, intendiamo porre alla vostra attenzione anche gli editoriali odierni di Isaia Sales sul “Mattino” (in merito agli errori da non ripetere), dello storico Stefano Ventura sull'”Osservatorio Doposisma” (cosa vogliamo che domani siano i paesi dell’Appennino?) e del sociologo Gabriele I. Moscaritolo su “Lavoro Culturale” (a proposito della relazione tra memoria individuale e spazi collettivi).
Una galleria di fotografie di Mimmo Jodice sui drammatici giorni di 36 anni fa è proposta da Vincenzo Marasco, attento e appassionato studioso dell’area vesuviana.
I prossimi 25 e 26 novembre, inoltre, nella sede dell’INGV di Grottaminarda (Avellino) sarà esposta l’installazione “Fate Presto Project” dell’architetto Emanuela Di Guglielmo e dell’antropologa Marina Brancato.
Una mostra storica, invece, è quella della celebre “Collezione Terrae Motus“, curata da Lucio Amelio e attualmente visitabile alla Reggia di Caserta in un nuovo allestimento.
Infine, è da ricordare che il sisma del 23 novembre ebbe effetti drammatici anche a distanza dall’epicentro, come a Napoli, a Castellammare di Stabia e in Penisola Sorrentina [*].
Come i luoghi e grazie ai luoghi, anche noi non dimentichiamo.

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[*] Il 23 novembre 1980 è impresso anche nella memoria della Penisola Sorrentina, dove pure ci furono danni e morti. Negli ultimi anni è soprattutto Ciro Ferrigno a raccontare periodicamente quella data sui socialmedia: con una poesia, un ricordo, un’emozione, da poco raccolte nel libro “I racconti del Lunedì“.

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Pochi giorni dopo il sisma del 23 novembre 1980, nella seduta del 4 dicembre alla Camera dei Deputati, l’on. Franco Proietti, PCI, avanzò un’interrogazione al ministro dell’interno Virginio Rognoni, al fine di sapere «quali misure immediate intenda prendere per rimuovere questi anacronistici ed assurdi atteggiamenti burocratici che mortificano gli slanci di generosità di quelle comunità, che arrecano sfiducia verso le istituzioni e le sue capacità di agire, nei momenti di difficoltà quali questi, con adeguata snellezza e che, soprattutto, arrecano gravissimi danni fisici e morali a quelle popolazioni stordite dalla catastrofe».
Ponendo tale quesito, il deputato fece un riferimento concreto, questo: «i comuni di Amatrice, Leonessa e Rieti, già segnati dal terremoto del 19 settembre 1979, hanno sin da ieri 25 novembre messo a disposizione delle popolazioni delle zone meridionali provate dalla catastrofe causata dal terremoto 80 roulottes ed un autocarro pieno di tende militari».

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(Fonte: “Atti Parlamentari. Camera dei Deputati. VIII Legislatura. Discussioni. Resoconto stenografico della seduta del 4 dicembre 1980“, p. 20970)

Il dialogo tra comunità che abitano terre mobili attraversa il tempo e il dramma. Pochi giorni fa gli studenti di Caposele (Avellino) hanno organizzato un incontro solidale con le popolazioni colpite dai sismi degli ultimi mesi nell’Italia Centrale e, in quell’occasione, Simone Valitutto ha recuperato un testo di Alfonso Maria di Nola scritto un anno dopo il terremoto, il 22 novembre 1981. L’articolo, denso e attuale, è ititolato “Le culture distrutte” e apparve su “Il Mattino”.

Questo post è apparso su Fb in tre parti separate: qui, qui e qui.

Seminario sui riti vesuviani e l’emergenza vulcanica tra media e new media

Martedì 10 maggio 2016, nell’ambito delle attività del corso di “Antropologia della Comunicazione” tenuto dalla prof.ssa Gianfranca Ranisio presso il Dipartimento di “Scienze Sociali” dell’Università di Napoli “Federico II”, ho tenuto un seminario sui linguaggi delle pratiche devozionali vesuviane legate alle attività eruttive, nonché sui toni che il discorso sul rischio vulcanico assume oggi attraverso i new media.

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Nei giorni precedenti ho postato varie immagini e citazioni d’epoca in merito alle emergenze vesuviane, passate e contemporanee, e al loro legame con la sfera del sacro. Le ripropongo qui:

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«Dopo pochi istanti, una processione preceduta da una rozza croce di legno, seguita dalla statua di Sant’Anna, e accompagnata da una fittissima calca di popolo si avanzava verso il luogo del disastro. Si pregava, si piangeva; ed il pianto e la preghiera si alternavano col canto delle laudi della chiesa! Tutti imploravano la cessazione del flagello, e perfino gli scettici non trovavano nulla a ridire!»
(G. Gargiulo, “Il Vesuvio attraverso i secoli e l’eruzione del 7-8 aprile 1906”, Tip. Editrice Pontificia M. d’Auria, Napoli 1906, p. 34)

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«Le particolari processioni delle Verginelle scapigliate, e scalze, le donne piangenti, le congregationi, di nobili, & ignobili, la confraternita di diverse religioni, e precisamente quelle del Rosario di PP. Predicatori andavano con tanta devotione, che parevano la trionfante, e gloriosa compagnia di Sant’Ursula»
(Michel’Angelo Masino, “Distinta relatione dell’incendio del sevo Vesuvio”, Gio. Domenico Roncagliolo, Napoli 1632, p. 20)

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«Il popolo in movimento per l’eruzione del Vesuvio, si avviò al Duomo per ottenere a sera inoltrata la statua di San Gennaro col Sangue. Il cardinale si negò per timore di maggiori disordini, i popolani mossi dallo sdegno volevano scassinare le porte del Duomo per prendersi a viva forza la statua»
(D. D’Anna, “Le Glorie di S. Gennaro. Vita, monumenti, miracolo”, Michele d’Auria Editore, Napoli 1912, p. 108)

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«L’apertura di un’altra discarica provocherebbe la morte definitiva del territorio. [È necessario che le istituzioni ascoltino] il grido di dolore di quanti vogliono difendere la qualità della propria vita [e proteggere] questa meravigliosa terra che il Creatore ci ha consegnato e che tutti, con coraggio, dobbiamo ‘custodire e coltivare’»
(Beniamino Depalma, vescovo di Nola, in “Emergenza rifiuti. Il vescovo di Nola: ‘Discarica morte del territorio’”, articolo redazionale di «La Repubblica», 22 ottobre 2010)

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«Fu allora che impauriti e sconvolti ma pure con grande fede, i cittadini corsero in chiesa dove confortati da un sacerdote locale, don Vincenzo Precchia, e da lui guidati, presero sulle spalle le statue della Madonna Addolorata e del patrono San Gennaro. […] Fu allora che quasi fuori di senno, qualcuno prima, e tutti in coro poi, gridarono alla Vergine e a San Gennaro: “Ci dovete salvare, salvateci! Salvate il paese o brucerete anche voi con le case nostre”»
(Giuseppe Tortora, parroco di Trecase, cit. in C. Avvisati, “1906: quando il Vesuvio perse la testa”, Nicola Longobardi Editore, Castellammare di Stabia 2008, p. 64)

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«[Gli abitani] chiedono insistentemente che la Chiesa venga aperta, perché, prima di abbandonare la città, vogliono vedere ancora una volta la bella Madonna, vogliono parlarle le parole del cuore, ed implorare da Lei protezione e salvezza. […] Anche qui è stata trasportata l’immagine di S. M. della Neve, e quando, alle ore 13 circa, la lava resta immobile, sgorgano dagli occhi di tutti gli astanti lagrime di consolazione»
(G. Gargiulo, “Il Vesuvio attraverso i secoli e l’eruzione del 7-8 aprile 1906”, Tip. Editrice Pontificia M. d’Auria, Napoli 1906, p. 38, 44).

The Walk, una mostra d’arte contemporanea sul Vesuvio

Dopo un accurato restauro, ieri, sabato 23 maggio, è stata riaperta la sede storica del Reale Osservatorio Vesuviano sul colle del Salvatore, sul ‎Vesuvio‬ [fb]. Oltre al concerto del pianista Fabrizio Soprano, si è tenuto anche il vernissage della mostra d’arte contemporanea “The Walk. Viandanti e vesuviani”, con opere di oltre 40 artisti internazionali [programma].
L’occasione è stata davvero interessante, specie per le plurime e stimolanti aperture di senso fornite dagli sguardi che tanti artisti hanno posato sulla realtà locale. Fuori da schemi e lontano da definizioni rigorose, ogni installazione – quasi tutte fotografiche – fornisce suggestioni materiche, psicologiche, emotive, storiche, ma anche riflessioni sul mezzo, sul veicolo attraverso cui l’artista comunica.
E allora, con la foto di un lembo del Gran Cono, la stessa aula ottagono diventa il cratere del vulcano, nelle cui profondità si trovano i visitatori; la sabbia nera posta su un tavolo diventa spazio interattivo, di gioco e di comunicazione in continuo mutamento; le foto dei migranti poste sotto i pannelli ufficiali (e istituzionali) del museo raccontano pieghe spesso taciute della realtà vesuviana; le insegne delle pizzerie tedesche issate sulla terrazza davanti al Vesuvio rimandano al ritorno sognato dagli emigrati; rotoli di fotografie, talvolta bruciacchiate, sembrano rulli di sismografi o antichi papiri ercolanesi; bottigline di Tabasco nelle vetrine delle collezioni mineralogiche giocano col contesto, evidenziandolo all’attenzione del visitatore; residui di plastica da discarica nascosti tra i reperti storici più preziosi svelano altre forme di rischio; performance estemporanee e opere esposte alle intemperie stimolano alla finitezza, alla dissoluzione. Le opere sono numerose e bisogna aguzzare la vista, nonché la curiosità per notarle e per interpretarle. Ritengo sia un ottimo esercizio, che consiglio a tutti.
Un’anteprima è disponibile sul blog “Fairbanks 142“, dove Ciro Teodonno ha pubblicato una galleria fotografica del nostro pomeriggio di ieri:

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Clicca sull’immagine per accedere alla galleria fotografica di Ciro Teodonno.

La mostra “The Walk” sarà in esposizione fino al 23 settembre 2015.
Per ulteriori informazioni e contatti, website dell’OV.

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Presentazione della cerimonia sul website dell’OV (la versione estesa è qui):

CERIMONIA DI RIAPERTURA REAL OSSERVATORIO VESUVIANO
Sabato 23/5/2015, nella Sede Storica dell’Osservatorio Vesuviano, si terrà la Cerimonia di riapertura della stessa dopo intensi lavori di ristrutturazione e restauro durati circa un anno. La Cerimonia celebrerà anche il riconoscimento dell’Osservatorio, da parte della ‘European Physical Society’ (EPS), come Sito Storico della Fisica. Il prestigioso riconoscimento, assegnato a pochi altri siti Italiani come la Collina di Arcetri dove dimorò Galileo, la villa dove visse e operò Marconi e l’Istituto di via Panisperna dove il gruppo di ricerca di Fermi fece le sue più importanti scoperte, è stato assegnato all’Osservatorio Vesuviano per i suoi illustri trascorsi scientifici: primo Osservatorio Vulcanologico al Mondo (1841), diretto da grandi scienziati come Macedonio Melloni, scopritore della radiazione elettromagnetica infrarossa; come Luigi Palmieri, inventore del primo sismografo elettromagnetico e primo scopritore dell’Elio sulla Terra; come Giuseppe Mercalli, insigne Vulcanologo e Sismologo, ancor oggi famoso per la scala d’intensità sismica che porta il suo nome. L’apposizione della Targa in ricordo del prestigioso riconoscimento come Sito Storico della Fisica avverrà alla presenza del Vice-Direttore dell’European Physical Society, la Prof. Lucia Cifarelli. Per l’occasione, nella Sede Storica saranno esposte le opere degli allievi delle Accademie d’Arte di Karlsruhe, New York e delle Facoltà di Architettura di Zurigo (ETH) e di Amburgo (Università), ideate durante uno stage degli stessi nell’area Vesuviana ed all’Osservatorio, effettuato nel Marzo 2015.
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Scarica qui il programma definitivo della cerimonia.

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Un articolo di Ciro Teodonno per “Il Mediano” (25 maggio 2015), con un auspicio più che condivisibile: “c’è da sperare che simili iniziative vengano riproposte per rivitalizzare in maniera coerente e non stantia un Vulcano e un parco nazionale abbandonati fin troppo all’oblio“.

Vulcani e immaginario collettivo: l’eruzione del Tambora nel 1815

Produsse così tante polveri che il sole ne fu offuscato per mesi, sconvolgendo – pare – le strategie belliche di Napoleone, dunque contribuendo alla sua disfatta a Waterloo il 18 giugno 1815. La nube fu talmente spessa ed estesa che il 1816 è noto come l’anno senza estate: a causa del freddo morirono molti capi di bestiame e i campi non produssero sufficienti alimenti, per cui ci furono rivolte per il cibo in diverse parti d’Europa. Alcuni ritengono che proprio quell’estate gelida accelerò la “conquista del West” americano. D’altra parte, però, permise a William Turner di dipingere dei tramonti incredibili e a Mary Shelley – costretta a restare in casa – di scrivere “Frankenstein”.
Secondo qualcuno è l’eruzione che ha cambiato il mondo, ma in ogni caso quella del vulcano Tambora, tra il 10 e l’11 aprile 1815, è una delle esplosioni che più hanno avuto effetti sull’immaginario collettivo.
Oggi ne cade il bicentenario e le poste indonesiane hanno emesso un francobollo celebrativo:

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