Quando mi chiedono del Vesuvio

Il Vesuvio è un oggetto culturale, oltre che un’espressione della natura. Negli ultimi mesi mi è capitato di parlarne diverse volte in pubblico e anche in alcune interviste. L’ultima è stata pubblicata ieri, 2 luglio 2014, su «Econote.it», a cura di Gennaro Esposito.

IL VESUVIO VISTO DA UN ANTROPOLOGO. INTERVISTA A GIOGG

Lo studio dei vulcani viene solitamente associato alla vulcanologia: una specializzazione della geologia che si occupa di fenomeni vulcanici, degli eventi eruttivi e dei rischi ad essi collegati. Il vulcanologo è quindi uno scienziato rigoroso che opera secondo metodi e strumenti delle scienze naturali. Questa impostazione non ci permette di riconoscere un altro aspetto molto importante in merito all’argomento: i vulcani costituiscono un rilevante elemento del territorio e i gruppi umani stabiliscono rapporti di significato con i luoghi che abitano. Proprio per questo ho intervistato l’antropologo culturale Giogg che mi ha parlato del suo studio sul “rischio Vesuvio”.

Qual è stato l’oggetto della tua ricerca?
Per il mio dottorato mi sono occupato dell’elaborazione culturale del rischio vulcanico in un paese della zona rossa vesuviana. Indagando il rapporto che gli abitanti hanno col vulcano, ho studiato quali sfumature assume, oggi, la percezione collettiva del rischio. In altre parole, ho osservato l’influenza che vari fattori hanno su questo processo: la selezione della memoria dell’ultima eruzione (1944), le dinamiche politiche della ricostruzione e della conseguente urbanizzazione dell’area, le forme che assume il dibattito locale intorno al Piano di Emergenza della Protezione Civile (istituito nel 1995 e parzialmente modificato lo scorso anno). La questione che ho analizzato riguarda il vivere quotidiano in quella che è definita dai mass-media una “catastrofe annunciata”. La preparazione o l’impreparazione ad un’emergenza non sono innate in un determinato gruppo umano, ma sono caratteristiche storiche, costruzioni politiche. […]

CONTINUA QUI (oppure QUI)

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Altre due interviste in cui parlo di alcuni aspetti storici e culturali del Vesuvio sono le seguenti:

Simona Ciniglio, “Rischio Vesuvio: a settant’anni dall’ultima eruzione i danni maggiori sono di natura umana” (“Tra letteratura, (dis)informazione e bufala: siamo tutti potenzialmente partecipi del rischio Vesuvio…”), in «Corso Italia News», 17 marzo 2014, QUI (oppure QUI);

Ciro Teodonno, “Giogg, l’antropologo Vesuviano” (“Un’interessante intervista a chi scientificamente s’è occupato della logica rischio. Una lunga conversazione sull’essenza dei vesuviani e del loro mondo…”), in «Il Mediano», 31 marzo 2014, QUI (oppure QUI).

Il rischio e l’assicurazione sui disastri naturali

L’etimologia della parola “rischio” è ignota, ma secondo Anthony Giddens risale ad un termine nautico spagnolo che alla fine del medioevo significava «andare incontro a un pericolo o a uno scoglio» [qui]. Per Sylvain Piron, invece, la comparsa del concetto di “rischio” è più antica e risale al vocabolo arabo rizq del XII secolo [qui], poi introdotto nell’Italia settentrionale dalle rampanti aristocrazie marittime genovesi e pisane in guerra contro i saraceni, soprattutto in Sardegna [qui]. In ogni caso, osserva Luhmann, il termine si diffonde in Europa solo con l’invenzione della stampa e, comunque, in ambiti specifici come le assicurazioni navali e il commercio [qui]. Il controllo pianificato del rischio conseguente al calcolo delle probabilità, apparso durante il XVII secolo [qui], conduce alla trasformazione del rischio in concetto astratto quale limite attuale della conoscenza, ma anche come stimolo fondamentale della società moderna che, per definizione, è «orientata verso il futuro» e che, dice Giddens, «vede il futuro proprio come un territorio da conquistare o colonizzare».
Lo sviluppo delle compagnie assicurative, dunque, segna la nostra era; attraverso il (tentativo di) calcolare la probabilità di ogni evento, compresa la morte, cioè, tra previsione, previdenza e prudenza la nostra esistenza procede – in maniera più o meno fiduciosa – alla ricerca di una sorta di “provvidenza razionale”.

In Italia, il dibattito su «un sistema di coperture assicurative contro le catastrofi naturali per il patrimonio abitativo civile» [qui] va avanti da molto tempo e governi d’ogni colore hanno provato – invano – a legiferare in tal senso. L’ultimo è stato l’esecutivo presieduto da Mario Monti, il quale con il “decreto legge n.59 del 2012” sulla riforma della Protezione Civile (pubblicato sulla “Gazzetta Ufficiale” del 17 maggio 2012) stabiliva che i danni da calamità naturali agli edifici dei cittadini sarebbero stati a carico dei proprietari, i quali si sarebbero potuti premunire stipulando un’assicurazione. Questa previsione, però, è stata poi cancellata dal testo definitivo della norma (la “legge n. 100 del 12 luglio 2012“, a sua volta modificata dalla “legge n. 119 del 15 ottobre 2013“). Il decreto intendeva «consentire l’avvio di un regime assicurativo per la copertura dei rischi derivanti da calamità naturali sui fabbricati a qualunque uso destinati, [così da estendere] tutte le polizze assicurative contro qualsiasi tipo di fabbricato appartenente a privati. [E ciò al fine di] garantire adeguati, tempestivi ed uniformi livelli di soddisfacimento delle esigenze di riparazione e ricostruzione [che altrimenti rischierebbero tempi lunghi] per la cronica carenza di fondi [statali]». A suo tempo, ne avevano scritto Giovanna Cavalli sul “CorSera” del 18 maggio 2012 (un rimando a questo articolo è anche su “Il Post“) e Gian Antonio Stella sul “CorSera” del 7 giugno 2012 (secondo il quale «la polizza sui disastri non è una tassa, ma se fatta nel modo giusto, può dimostrarsi indispensabile»).
Questo “mercato assicurativo”, dunque, ancora non esiste in Italia e, probabilmente, ciò è dovuto anche al fatto che non sono state risolte diverse problematiche specifiche del nostro Paese. Innanzitutto, ci si domanda come si intenda rispettare il principio di uguaglianza tra cittadini che vivono in zone “a rischio” e cittadini che non vi rientrano. Chi abita, ad esempio, alle pendici del Vesuvio pagherà tre polizze? Cioè contro le eruzioni, i terremoti e le frane? Siccome l’Italia è un Paese estremamente vulnerabile dal punto di vista naturale e considerato che qui il sistema assicurativo contro le calamità ambientali richiederebbe ingenti risorse, a quanto ammonteranno le singole polizze? Sarebbe il caso di capire di più, per verificare se lo Stato intenda o meno abbandonare i cittadini a loro stessi pur di far quadrare i conti.

In un convegno a cui ho assistito l’8 febbraio 2012 a Genova, uno dei relatori, un assicuratore, spiegò che:

economicamente, una calamità ha tre tipi di conseguenze: provoca danni alla ricchezza personale (gli immobili in rovina, ad esempio), danni alla produzione (ovvero la perdita economica sopportata dagli imprenditori) e danni sistemici (un disastro impone il dislocamento di ingenti risorse). Tutto lascerebbe intuire, dunque, che il ricorso ad una pratica assicurativa sia urgente e ampiamente richiesta, ma invece questa azione non riesce a decollare e il sistema resta un puro esercizio di ipotesi. Perché? Per varie ragioni, è stato spiegato, strettamente intrecciate tra loro:

* in primo luogo, l’offerta soffre di due ostacoli: dell’elevata rischiosità (vulnerabilità, direi più esattamente) del territorio italiano (per cui le coperture assicurative risultano particolarmente impegnative) e della varietà di cause possibili (vulcanismo, frane, flash floods, maremoti, mareggiate, acqua alta, terremoti, alluvioni e così via), ovvero della mancanza di modellistica predittiva e di dati attendibili;

* in secondo luogo, la domanda è condizionata da svariati fattori: dai “limiti di opzione” (cioè, se i cittadini ritengono che la prevenzione costerà meno in futuro, tendono a rinviarla), dalle complicazioni relative ai titoli di proprietà (raramente si interviene su un immobile di cui non si detiene il titolo di proprietà), dalle difficoltà di accesso ai mercati e alla tecnologia che permetterebbero la prevenzione (a causa di costi elevati, tasse, burocrazia, tempi lunghi…) e, infine, dalla convinzione che comunque vada i danni verranno pagati dallo Stato (un’indolenza, verrebbe da dire, dovuta ad una sorta di “assistenzialismo degenerato”).

Anche altri fattori influenzano negativamente lo sviluppo di questo sistema assicurativo, come ad esempio le annose questioni fiscali per le aree sinistrate e i problemi nel definire da un lato gli eventi dannosi (cosa significano esattamente le parole disastro, catastrofe, calamità, incidente…?) e dall’altro l’entità del danno (cioè, implicitamente, il valore della ricostruzione). Come si intuisce, dei sistemi legislativi ed economici di livello macro influenzano fortemente la capacità locale di cautelarsi nei confronti di un possibile disastro naturale, ma tale dimensione coinvolge anche altri settori, come ad esempio la comunità scientifica che con la sempre più accurata monitorizzazione del territorio può, paradossalmente, rassicurare al punto di indurre gli abitanti di una zona pericolosa ad abbassare la soglia di attenzione.

Un interessante documento dell’Ania (Associazione Nazionale tra le Imprese Assicuratrici) sembra confermare la necessità di integrare il mero calcolo probabilistico con una lettura sociologica del fenomeno:

«In generale, nel nostro Paese non esiste alcun diritto al risarcimento dei danni causati ai beni dalle catastrofi naturali, tuttavia si può dire che, sulla base dell’esperienza, i vari Governi  sono  intervenuti con provvedimenti ad hoc per erogare finanziamenti ai cittadini per il ristoro, almeno parziale, dei danni patiti a seguito delle maggiori catastrofi accadute» [p.19];

«lo status quo non rappresenta una situazione ottimale per il fatto che disincentiva la responsabilizzazione individuale, non fornisce i giusti stimoli alle politiche di prevenzione e alle buone pratiche costruttive per limitare gli eventuali danni» [p.21].

Queste difficoltà, com’è evidente, non sono solo politiche, ma derivano anche da un deficit di cui soffrono gli approcci al rischio meramente tecnicistici e matematici. Come evidenzia il metodo antropologico, il rischio non è un’entità banalmente oggettivabile: gli effetti sociali e culturali che produce dipendono da un complesso intreccio di fattori “oggettivi” (quelli legati, ad esempio, all’ambiente esterno fisico o biologico) e “soggettivi” (quelli ascrivibili alle modalità dell’antropizzazione e agli effetti delle attività umane). Il rischio, in altre parole, è frutto di un vero e proprio “dialogo” tra le diverse parti sociali (Mary Douglas parla di «dibattito culturale», se non addirittura di «lotta») in cui, tuttavia, nel momento della circolazione delle idee, alcune opinioni possono risultare più determinanti di altre nella formazione del punto di vista. In questo senso, il rischio è sempre culturalmente localizzato e la sua elaborazione da parte del gruppo sociale interessato dipende da numerosi fattori (anche di ordine macroscopico: nazionale, sovranazionale o addirittura sistemico) e da priorità, percezioni, capacità di immaginare una risposta efficace nei confronti dell’evento atteso. (In area vesuviana, ad esempio, un peso notevole è dato dall’inquinamento da discarica, che arriva a condizionare l’elaborazione del rischio vulcanico, se non a fondersi con esso).
Realizzare una politica governativa volta a favorire l’assicurazione contro i disastri naturali, pertanto, esige non solo una volontà precisa in tal senso e una notevole complessità di calcolo, ma anche una maggiore attenzione alle risposte culturali che le singole realtà territoriali elaborano in merito al rischio o ai rischi cui sono soggette. La vulnerabilità di quelle specifiche località e comunità, scrive Ligi, dipende dall’«insieme delle variabili socio-culturali che possono avere l’effetto di elevare o abbassare – talvolta annullare del tutto – la pericolosità fisica dell’evento o l’intensità e la gravità del danno» [qui].

Calcoli matematici e valutazioni economiche di possibili (o probabili) eventi disastrosi, comunque, continuano incessanti, in particolare da parte delle grandi compagnie di riassicurazione del mondo (“Munich Re” e “Swiss Re“, ad esempio). Tra queste analisi, com’è intuibile, non manca il caso del Vesuvio.
Nel 2010 WRN (Willis Research Network) – una società di Willis Group Holdings, uno dei broker assicurativi mondiali – effettuò una “previsione” delle conseguenze di un’eruzione vesuviana, la quale «potrebbe causare 8.000 vittime, 13.000 feriti gravi e danni totali per oltre 24 miliardi di dollari». In tale studio, «il Vesuvio appare al primo posto nell’elenco dei 10 vulcani più pericolosi del nostro continente». (Si veda: Mount Vesuvius eruption could cause 21,000 casualties. Volcano Ranks Number One on Willis List of Europe’s 10 Most Dangerous, in «WRN News», 15 aprile 2010; un estratto in italiano è QUI).
Il paper originale dello studio – effettuato da ricercatori delle Università di Cambridge e “Federico II” di Napoli, oltre che dalla società Willis Re – è disponibile online in pdf: “Insurance Risks From Volcanic Eruptions in Europe“. Si tratta di uno studio che prende in considerazione i 10 vulcani europei – non tutti in Europa – intorno ai quali vivono più di 10mila persone e che hanno un valore economico esposto al rischio di complessivi 85 miliardi di dollari. «Over 87% of this property value in concentrated in the Neapolitan region, around Vesuvius and Campi Flegrei».

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Questo tipo di approccio a calcolare rischi, costi, vittime ed entità dei danni di un disastro annunciato riguarda principalmente le zone urbane del pianeta, come dimostra lo studio effettuato dalla compagnia riassicurativa “Swiss Re” sulle 10 città più a rischio di catastrofi naturali del mondo: “Mind the risk. A global ranking of cities under threat from natural disasters” (2013, pdf). Questo elenco è stato ripreso sia dal “Guardian” (25 marzo 2014) che dal “Corriere della Sera” (27 marzo 2014), le cui gallerie fotografiche ho riprodotto al primo commento qui in basso.
Le 10 città più “a rischio” sono le seguenti:

1] la regione di Tokyo-Yokohama (Giappone)
2] Manila (Filippine)
3] l’area del delta del fiume delle Perle (Cina)
4] Osaka (Giappone)
5] Jakarta (Indonesia)
6] Nagoya (Giappone)
7] Calcutta (India)
8] le aree che sorgono sui fiumi di Shanghai (Cina)
9] Los Angeles (California, USA)
10] Teheran (Iran)

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AGGIORNAMENTO del 28 aprile 2014:
L’eccesso di “matematizzazione” delle previsioni sembra essere alla base degli errori compiuti dai meteorologi italiani, come dice Massimiliano Pasqui in quest’intervista a Margherita De Bac: “«Perché noi meteorologi a volte sbagliamo?». Le previsioni reggono a lungo solo d’estate. Uno dei problemi è che in Italia non esistono percorsi universitari per il meteorologo” (“CorSera“) (o qui).

Disuguaglianze, povertà e disastri

L’uragano Katrina che ha devastato New Orleans nel 2005 ha cambiato gli studi (sociali) sui disastri. In qualche modo ha riproposto questioni che sorsero in seguito al terremoto di Lisbona del 1755: un disastro naturale è solo opera della natura? (All’epoca ci si domandò se il sisma lusitano fosse “solo” una punizione divina). Con Katrina si è rilevato che un disastro, pur abbattendosi su tutta la popolazione, in realtà schianta i poveri (che, nel caso della Louisiana, equivale a dire gli afroamericani). (A questo proposito Mike Davis ha parlato addirittura di «parziale pulizia etnica»). (In questo blog ne ho raccolto vari articoli e video: QUI).
Dopo anni da quel terribile uragano, continuano ad essere pubblicate analisi su quanto quel disastro avesse poco di “naturale”. In questa scia si inserisce “Inequality, Poverty and Disaster in America“, un articolo di Jennifer Trivedi (pubblicato su «Anthropology News» il 7 novembre 2013) in cui l’autrice osserva che la prevenzione comincia impegnandosi nella riduzione delle diseguaglianze sociali e della povertà:

«[…] As inequality grows, it can affect disaster preparedness and recovery. People may be left unable to adequately insure their homes, if they can at all. People may be unable to evacuate—they cannot afford to take the time off from work, they cannot put gas in their car before a paycheck, they do not have access to affordable transportation alternatives. […]
Wealth disparities leave poor people with different access to resources and knowledge than the wealthy, which can have particular effects on their disaster preparedness and recovery efforts. This is not to say that all poor people are affected the same way or that they all face the same problems, nor it is to say that others do not face similar problems. However, the differential impact of wealth disparities can cause problems for people living in poverty, particularly in disasters.
Individuals and families who struggle financially may lack resources that would enable them to prepare for disaster or evacuate. They may have nothing or little in the way of savings. They may be working hourly wage jobs that restrict time off or they may be unable to afford to take time away from one or more such jobs. Such financial restrictions can create problems when trying to plan an evacuation. These same people may not be able to afford a place to stay outside of the affected area or en route to stay with friends and family members, or be able to put enough gas in their car to evacuate. […]
Some people living in poverty may be forced to choose between disaster preparedness and daily necessities, like heat, food or medication. […]
Disasters like Katrina and Sandy reveal the need for the US to address the issues of poverty and growing wealth disparity in order to fully prepare for and recover from disasters. […]».

Comprensibilmente, si potrebbe osservare che i peggiori disastri, ogni anno, colpiscono i Paesi più poveri del mondo e che tuttavia, nonostante questa ripetuta ed evidente possibilità di analisi, la relazione tra disastri e disuguaglianze/povertà è emersa in maniera lampante solo dopo il devastante passaggio di Katrina su New Orleans. In effetti, per quanto tale legame fosse noto già da tempo agli studi sociali più avanzati, è appunto con l’uragano del 2005 sulla Louisiana che le disuguaglianze e la povertà vengono considerate fattori cui ricondurre l’entità del disastro, dunque elementi che aumentano la vulnerabilità delle persone dinnanzi ad un “agente di impatto” (naturale o meno che sia). La ragione di questa “tardiva” attenzione è che tale relazione è meno visibile nei cosiddetti Paesi “in via di sviluppo”, mentre invece è (stata) particolarmente evidente proprio a New Orleans perché il disastro è accaduto (con proporzioni immani) nel Paese più ricco e (secondo la rappresentazione dominante) invincibile.

Intanto, è proprio di oggi la notizia che nelle Filippine il tifone Haiyan ha causato un’ecatombe: al momento, le vittime della tempesta sono almeno 1.200: QUI. Aggiornamento: «Filippine devastate dal tifone Haiyan, oltre 10.000 morti. La tempesta, una delle più violente della storia, ha colpito in particolare le isole di Leyte e Samar. Migliaia di persone ancora disperse. Comunicazioni ed elettricità interrotte in molte zone», QUI.

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Segnalo, infine, che da qualche giorno è stato diffuso il trailer della quarta (ed ultima) stagione di una delle serie-tv più belle degli ultimi anni: “Treme”, sul post-Katrina a New Orleans [ne avevo già scritto qui]:

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AGGIORNAMENTO del 18 novembre 2013:
Un’infografica pubblicata da “Oggi Scienza” mostra il numero di tifoni, uragani e cicloni che si sono avuti nel mondo dal 1900 ad oggi: sono “Sempre più potenti e distruttivi“.

PS: per curiosità, ho diviso il numero delle vittime per quello dei fenomeni censiti; ne derivano dei dati interessanti, ma che tuttavia vanno presi con molta cautela perché non tengono conto di numerose variabili, come ad esempio l’entità dei singoli eventi, la densità demografica dei luoghi colpiti, la natura di quei territori (ovvero la loro esposizione geografica a tali fenomeni), la violenza e la frequenza con cui si abbattono sulla popolazione. E’ da osservare, inoltre, che la divisione per continenti è puramente indicativa e che sarebbe più utile restringere il campo alle aree effettivamente soggette a tali manifestazioni meteorologiche. Comunque sia, un dato emerge sugli altri, quello della mortalità dei tifoni asiatici:
Asia, 848.4 (vittime per evento) – America, 88.7 – Africa, 24.0 – Europa, 17.3 – Oceania, 7.3.
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Sempre “Oggi Scienza”, nel pomeriggio del 18 novembre 2013 ha pubblicato un articolo che definisce la differenza tra tifoni, uragani e cicloni; fa luce sulla correlazione tra tifoni e global warming; spiega che «A differenza dei terremoti, impossibili da prevedere ma da cui ci si può in qualche modo opportunamente difendere, nel caso dei tifoni il problema non è la previsione, ma la possibilità pratica di far fronte alla calamità».

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AGGIORNAMENTO del 19 novembre 2013:
“Il Post” ha pubblicato un’infografica con il numero di morti per frana e per alluvione in Italia dal 1960 al 2012:

“Dove si muore per frane e alluvioni in Italia” (Fonte: ANSA-Centimetri, via “Il Post”)

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AGGIORNAMENTO del 4 gennaio 2014:
Marta Serafini segnala sul “CorSera” che in occasione della tempesta di gelo nominata “Hercules”, il neo-sindaco di New York Bill De Blasio ha introdotto il “codice blu” per i senzatetto, ovvero «misure eccezionali per salvaguardare gli homeless dalla tempesta di neve»: il “codice blu” «significa che tutti i centri di accoglienza sono aperti 24 ore su 24 e che viene momentaneamente sospesa la procedura burocratica che permette di accedervi». Altre info su “Hercules” sono QUI e QUI.

A New Orleans, intanto, pare che 30 delle 100 case donate da Brad Pitt per gli alluvionati di Katrina nel 2005 siano da rifare a causa dell’umidità che le ha fatte marcire: QUI. Stando all’articolo, tuttavia, “Per la star di Hollywood la vicenda potrebbe trasformarsi in un brutto colpo per la sua immagine“.

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L’emergenza “conviene” (a qualcuno).
«L’Italia viene continuamente rattoppata perché c’è anche chi lucra e specula sull’emergenza. Che verificandosi a ripetizione, garantisce guadagni vita natural durante» (Guglielmo Pepe). Ecco perché bisognerebbe bandire locuzioni tipo “cultura dell’emergenza”. (L’articolo è anche tra i commenti qui sotto).

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AGGIORNAMENTO del 13 febbraio 2014:
La situazione del dissesto idrogeologico in Italia è gravissima: l’82% dei comuni italiani presenta infatti aree a rischio idrogeologico (si veda: “Ecosistema Rischio 2013“, pdf). In dieci anni di denuncia da parte di ‪Legambiente‬ e Protezione Civile‬ “è cambiato poco o nulla”, dice ‪Gabrielli‬, “urge passare dalla parole ai fatti”: L’Italia frana: dieci anni di denuncia. Gabrielli: “Passare dalle parole ai fatti” (“Il Giornale della Protezione Civile”, 13 febbraio 2014, QUI).

La scienza apocalittica

Negli ultimi giorni sono apparse sulla stampa diverse “profezie apocalittiche”, ovvero informazioni che, con l’avallo della scienza, predicono la «fine del mondo» o, in termini antropologici, la «fine di un mondo» (la dissoluzione del proprio universo culturale). Non è una novità, io stesso ne raccolgo le notizie in almeno tre post: «Bufale apocalittiche» (sulle credenze e le leggende metropolitane relative a catastrofi di varia natura), «Apocalittici e complottisti» (sul caso specifico vesuviano), «L’archivio dell’apocalisse» (sul famoso “ultimo giorno” del calendario maya; ne ho scritto anche qui).
Le “predizioni” apparse sui mass-media italiani in questo mese di settembre 2013, però, non provengono da millenaristi e invasati, bensì da scienziati (che, certo, potrebbero essere affetti anch’essi da sindromi profetiche). Si tratta di notizie molto differenti tra loro, per ampiezza del contesto di riferimento e per le metodologie applicate; non va tralasciato, inoltre, che sono tutte informazioni filtrate attraverso sensibilità giornalistiche diverse, le quali possono accentuare toni ed evidenziare particolari, così da comunicare taluni aspetti piuttosto che altri. E’ da ricordare, infine, che al suo interno la scienza è molto più cauta e “insicura” di quel che appare all’esterno: il dibattito tra i membri della comunità internazionale è sempre sostenuto e, paradossalmente, il loro trait d’union è il disaccordo sul futuro (cfr. Mary Douglas, Una biosfera credibile, in Rischio e colpa, 1992). Comunque, tornando alle recenti notizie circa le previsioni “razionali” dell’apocalisse, è possibile individuarne almeno due forme, oltre un terza per certi versi intermedia.

Innanzitutto, ci sono le “profezie scientifiche“, cioè delle vere e proprie visioni (ma costruite basandole su dati e ragionamenti consequenziali, dunque su ipotesi) in cui gli studiosi immaginano le cause più verosimili (“probabili” è il termine che usano) del cosiddetto “giorno del giudizio”; in tali congetture vi è una inevitabile quota di vaghezza e – per quanto possano avere una loro utilità nell’indicare delle linee di tendenza – hanno un limite oggettivo: non sono in grado di dire quando accadrà cosa.
Ecco come ha titolato il «Corriere della Sera» il 13 settembre 2013: «Come finirà il mondo? Gli scienziati delineano nove scenari. Un elenco compilato da 27 studiosi inglesi: poco probabile il maxiasteroide, le principali minacce provengono dall’umanità stessa».
[AGGIORNAMENTO del 24 settembre 2013: Questa tipologia è riconducibile alla «fantascienza» di cui parla il Papa Emerito Joseph Ratzinger in una lettera al matematico Piergiorgio Odifreddi: «La fantascienza esiste, d’altronde, nell’ambito di molte scienze. Ciò che Lei espone sulle teorie circa l’inizio e la fine del mondo in Heisenberg, Schrödinger ecc., lo designerei come fantascienza nel senso buono: sono visioni ed anticipazioni, per giungere ad una vera conoscenza, ma sono, appunto, soltanto immaginazioni con cui cerchiamo di avvicinarci alla realtà» (qui)].

Il secondo caso è quello delle “prospettive scientifiche“, ovvero delle proiezioni nel futuro di processi storici appurati; qui gli scienziati sanno sia il quando, sia il cosa succederà, ma l’evento è piuttosto remoto o graduale, per cui è difficilmente percettibile nella sua concretezza e globalità dagli esseri umani (il tempo dei fenomeni naturali può essere molto più dilatato di quello umano, per cui – rispetto al tempo biologico – un secolo o anche alcuni decenni sono avvertiti come altrettanto indefiniti di un millennio o un’era geologica). In realtà, in questo caso un discrimine è dato dalle cause dell’eventualità a cui si fa riferimento: se l’accadimento atteso è di origine naturale (ad esempio: la deriva dei continenti), difficilmente ci si attiverà (adesso) per prendere delle misure di mitigazione del rischio; se, invece, il fenomeno previsto è riconducibile alle attività antropiche (ad esempio: il buco nell’ozono), allora è possibile una sua declinazione in senso politico. Ecco due esempi:
1) Il 20 settembre 2013 l’agenzia «Ansa» ha riportato la seguente notizia: «Addio Stivale, l’Italia destinata a cambiare. Il geologo Kurt Lambeck afferma che il caratteristico profilo della penisola ha i millenni contati».
2) Il 23 settembre 2013 il quotidiano «La Repubblica» ha titolato così: «Dieci anni per salvare il pianeta. L’allarme degli scienziati dell’Onu. […] Gli scenari previsti per la fine del secolo sono quattro».

Vi è, infine, un terzo caso in cui non è direttamente l’analisi scientifica a determinare l’entità dell’allarme, bensì il linguaggio usato per diffonderne i risultati (questo elemento, dunque, accomuna le due categorie appena esposte). In tal caso, cioè, il sapere scientifico è basato su questioni concrete gravi e suscettibili di ulteriori pesanti peggioramenti che, tuttavia, assumono una dimensione “apocalittica” attraverso le parole con cui l’eventualità nefasta viene comunicata.
Il portale «Virgilio Notizie» il 20 settembre 2013 ha scritto: «Fukushima, “ora si rischia l’Apocalisse”. Tokyo lancia l’allarme. Fukushima era una struttura a rischio, ben prima del disastro nucleare. Ora la situazione potrebbe esplodere». In genere, è questo il caso in cui intervengono i cosiddetti “imprenditori della paura”, i quali strumentalizzano il clamore per fini politici (esempio 1, esempio 2). Naturalmente, lo sfruttamento della paura e l’alimentazione del sospetto avviene anche con “previsioni” meno definitive (tendenzialmente espresse senza citare fonti e in assenza di dati verificabili); un esempio ricorrente è fornito dal meteo: «In arrivo l’inverno più freddo del secolo», che permette a qualcuno di rilanciare in questo modo: «Ogni giorno viene ormai sempre più diverso dallo stesso giorno dell’anno prima, ma il clima e i relativi disastri sono tabù per i media perché indicano che bisogna fermare il consumismo».

Sul perché si tenti di lucrare politicamente sull’insicurezza sociale è facile intuirlo (e, comunque, prima o poi ne scriverò un post), ma da un punto di vista socio-antropologico la domanda cruciale riguarda l’effetto che questo tipo di notizie ha sui lettori/spettatori.
Anzi, volendo spingere più a fondo la questione, si può arrivare addirittura a degli interrogativi esistenziali come quelli posti da Luis Borges: «Perché ci attrae la fine delle cose? Perché più nessuno canta l’aurora, e non v’è chi non canti l’occaso? Perché ci attrae più la caduta di Troia che le vicissitudini degli achei? Perché preferiamo l’Inferno della Commedia al Paradiso? […] Perché la tragedia gode di un rispetto che la commedia non ottiene? Perché sentiamo che il lieto fine è sempre fittizio? Perché i vinti sono, per la memoria, i vincitori? Perché la morte violenta è ora così facile? Perché pensiamo all’agonia e non alla resurrezione?» (qui).

Concludendo, ci sarebbe da riflettere a lungo sul ruolo della scienza e su quello dell’informazione nel processo di costruzione sociale del rischio, ovvero nel discorso pubblico su ciò che è ritenuto tollerabile e ciò che non lo è. Come osserva Ulrich Beck, tutto questo si fonda sui «rapporti di definizione» (chi può dire cosa) e sul possesso dei «mezzi di definizione» (chi gestisce la comunicazione). Vi è, in altre parole, una gerarchia del sapere per la quale «in caso di dubbio all’esperto spetta il monopolio della determinazione del sapere» (o meglio, allo scienziato mainstream). Esiste, inoltre, un sistema di mass-media che «non ubbidiscono ai princìpi dell’illuminismo, ma a quelli della razionalità del mercato e della valorizzazione del capitale» e, in base a questi, determina la propria capacità/incapacità o volontà/svogliatezza di selezionare e filtrare, di comprendere e raccontare.

PS: A proposito del disastro giapponese e dei tentativi di tornare ad una vita “normale” nonostante l’angoscia di una catastrofe nucleare, suggerisco la lettura di questo intenso articolo/racconto biografico di Banana Yoshimoto: «La mia vita dopo Fukushima» («Internazionale», 13 marzo 2012).

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NB: ho aggiornato questo post il 23 settembre 2013 con un piccolo approfondimento della seconda categoria (“prospettive scientifiche”) e il 24 settembre 2013 inserendo la citazione di Ratzinger al termine della prima categoria (“profezie scientifiche”).

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AGGIORNAMENTO del 17 gennaio 2014:
A proposito di Fukushima, qualche scienziato ha avanzato l’ipotesi di «evacuare l’emisfero nord della Terra e spostarsi tutti a sud dell’equatore». Ecco come il discorso apocalittico, nella sua finta e urlata preoccupazione, riesce a ridicolizzare un problema grave. In questo caso, però, quel che mi colpisce è l’idea che si possa disporre degli spazi altrui (il sud del mondo) come e quando si vuole.
Ne ha scritto “ArticoloTre” (gennaio 2014): QUI.
Ma ne aveva già riferito “Megachip” il 16 settembre 2013: QUI.

Bufale apocalittiche

Il film “2012” ha diffuso a livello planetario la voce che l’apocalisse – secondo una profezia maya, così si sostiene – avverrebbe il 21 dicembre del prossimo anno.
Particolari allineamenti degli astri, movimenti inconsueti delle nuvole, incontri eccezionali con animali, sogni singolari e carichi di simboli… qualsiasi cosa può stimolare le emozioni e la fantasia, nonché le previsioni.
L’ignoto ci terrorizza, soprattutto quando è assoluto come il futuro (e questo nonostante tanti siano convinti che il destino sia già scritto o tracciato). Da qui la necessità di “prevederlo” e di renderne credibili le conclusioni attraverso tecniche – ragionamenti consequenziali, metodi di causalità, evidenze empiriche… – che forniscano quella dose di autorevolezza (che si presume, e talvolta si pretende, scientifica) necessaria a qualsiasi affermazione di questo tipo. Spesso basta il titolo dell’oratore: l’ha detto un sismologo… quindi dev’essere vero.
Oggi, 11 maggio 2011, un terremoto sconvolgerà Roma, ha detto un sismologo. Che poi sismologo non è. Anzi, non era. Ma gli organi di stampa – di livello nazionale, pubblici e televisivi come RaiNews24 – così ancora lo definiscono. Dicono che molti abbiano lasciato la capitale per il “pic-nic antisismico”, dicono che si sia diffusa una “psicosi”, dicono che abbia colpito soprattutto i cinesi (“quelli che non mollano mai”) (ma anche quelli comunque più “invisibili”, aggiungo, il ché darà “prova” della loro fuga fuori città).

RaiNews24, 10 maggio 2011
Terremoto a Roma? Negozi chiusi e molti in ferie
Si svuota, alla vigilia dell’11 maggio 2011, la China Town della capitale. Si affollano gli agriturismi della provincia.
Gli Enti locali tranquillizzano. Il Codacons presenta un esposto in Procura per procurato allarme.

I cinesi a quanto pare ci credono, e non soltanto loro. Si svuota, alla vigilia dell’11 maggio 2011, la China Town della capitale: partiti quelli che non mollano mai. Si affollano gli agriturismi della provincia. C’e’ chi inventa il picnic antisisma. Si stila il decalogo antipanico. Squillano i telefoni dell’istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia. E la psicosi per il “terremoto di Roma”, previsto dal sismologo Raffaele Bembandi ha gia’ fatto pure il giro del mondo. Ci ha pensato la stampa internazionale. C’e’ pure un ultimo desiderio. Postato su Facebook: “Terremoto a Roma: l’ultima pasta e fagioli. Se devo mori’ moro contento”. Dall’altra parte, impugnano il buonsenso contro la ‘bufala’ istituzioni ed esperti che fanno ‘appello alla ragione’.
E’ preoccupata Renata Polverini? “”Assolutamente no. Io sono tranquilla, insomma, credo di no”. Il presidente della Provincia Nicola Zingaretti ha addirittura annullato gli impegni fuori citta’, ostentando tranquillita’. Non si aggiungano “a quelle vere le finte paure”, dice, “finche’ si scherza si scherza…”. E comunque “il capitano e’ l’ultimo a lasciare la nave”. L’assessore di Roma Capitale alla Famiglia e alla Educazione Gianluigi De Palo invita i romani a mandare anche domani i figli a scuola.
Il Codacons, invece, presenta un esposto in Procura: denunciando chiunque – blog, siti web, tv, radio, giornali, ecc. – abbia diffuso informazioni contribuendo al panico generale su una “frottola”. Procurato allarme, abuso della credulita’ popolare. Ma chi ha potuto astenersi dal raccontare quel tormentone, che da giorni dilaga sulla rete? Dove si organizzano feste, riti propiziatori, brindisi e picnic all’aria aperta, aspettando il sisma? Tocchera’ denunciare anche il Guardian, e El Mundo, a questo punto. Intanto la Protezione civile ha affrontato la paura della gente, dedicando un ampio approfondimento sul portale.
C’e’ anche una sorta di decalogo, con domande e risposte degli esperti. No, non si puo’ prevedere, in alcun caso, un terremoto. Si’, il Giappone ha un sistema di Early Warning che in Italia non decolla perche’ difficile da utilizzare, viste le caratteristiche sismiche del territorio: concentrazioni urbane vicini a possibili epicentri. Unica difesa e’, insomma, la protezione. No, Roma non e’ fra le zone piu’ a rischio: nella carta italiana delle zone sismiche e’ su 4 al numero 3, “possibile oggetto di terremoti modesti”. No, infine, interrogandosi sulla fonte della ‘notizia’: Bendandi, sismologo autodidatta non avrebbe mai citato ne l’11 maggio ne’ la citta’ di Roma, nei suoi documenti.
Tanto rumore… Infondata che sia la paura per domani, si riflette sul terremoto. I geologi laziali denunciano, ad esempio, che il Lazio sia l’unica regione a rischio sismico a non avere rappresentanti della categoria nei Geni civili. La Protezione civile da’ dritte importanti su come capire se la propria abitazione e’ a rischio nella eventualita’ di un sisma. L’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, che dedichera’ la giornata di domani alla divulgazione sui terremoti, ripercorre la storia di Roma degli ultimi mille anni, che “non registra sismi devastanti”. “Se un terremoto ci sara’ domani – conclude il presidente Enzo Boschi – o nei prossimi giorni, non sara’ forte”.
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PS: il canale all-news ha realizzato anche un servizio-video di 3’25”, qui.
PPS: il titolo del post è preso in prestito dall’ultimo libro del giornalista Andrea Kerbaker sulle “catastrofi annunciate (e mai avvenute) nel Terzo millennio“.
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AGGIORNAMENTO dell’11 MAGGIO 2011, h21:30
Ecco, ed ora chi vorrà trovare conferme non potrà che raccogliere avidamente tra le notizie provenienti dalla Spagna (a patto che ammetta, però, che il veggente è quantomeno strabico):
Terremoto in Spagna, almeno 7 mortiDue scosse, la prima di magnitudo 4.1, la replica di 5.2, hanno colpito alle 18:47 la costa sud della Spagna causando almeno 7 morti, con epicentro a 118 chilometri a sudovest di Alicante e a una profondità di appena 1 chilometro. [Fonte: RaiNews24]
[INGV: “Niente a che vedere con le “previsioni” per Roma”, al commento #01]

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AGGIORNAMENTO del 19 gennaio 2014:
Una galleria fotografica di “La Repubblica” (a cura di Ivano Pasqualino) riporta delle finte prime pagine di importanti quotidiani realizzate dal website “Buzzfeed.com”, il quale «ha provato a immaginare il modo in cui i giornali racconterebbero un eventuale Apocalisse nel 2014. Ogni testata presenta una diversa prima pagina in base al proprio taglio editoriale. Il sito infatti, usando fantasia ed ironia, accentua al massimo lo stile di ogni giornale nell’ipotesi di dover descrivere invasioni di zombie e cadute di asteroidi. A sorpresa spuntano anche i selfie degli zombie pubblicati su Instagram con l’hashtag #undeadselfies».

Clicca sull’immagine per accedere alla galleria di “Repubblica”.

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AGGIORNAMENTO (gennaio 2014):
In seguito ad alcune scosse sismiche avvertite in alcune zone d’Italia, il cantante Povia ha espresso una teoria singolare sulla possibile causa di tali terremoti (poi ribadita qui e in altri post successivi):

La spiegazione di Povia per i terremoti

Fonti: il profilo FB di Giuseppe Povia, “Il nuovo mondo di Galatea“, “Corriere della Sera“, “Giornalettismo” #1, “Giornalettismo” #2

AGGIORNAMENTO dell’11 febbraio 2014:
Francesca Sironi affronta il tema delle “bufale del web”, ovvero di quella miriade di notizie false che diventano vere solo grazie alle centinaia di migliaia di “like” che ricevono sui socialnetwork. La ragione di come sia possibile questo dilagare del nulla è spiegata da Giovanni Boccia Artieri, professore ordinario di sociologia dei new media all’università Carlo Bo di Urbino: «la veridicità di un messaggio viene data dal contesto […]. Se io vedo i miei amici su Facebook condividere una notizia, la ritengo affidabile, perché i miei amici lo sono. Dimenticando però che spesso possiamo avere una rete di connessioni molto più vasta di quella reale, e quindi che la comunicazione che avviene nel nostro “stream” sia in qualche modo incontrollabile. Non importa, il ragionamento è istintivo: Facebook sono i miei amici. Dei miei amici ho fiducia. Per cui ci credo e condivido io stesso. Anche se è una balla stratosferica. [Non ci si accorge dell’errore perché] i link nella maggior parte dei casi non vengono nemmeno aperti […]. Diversi studi hanno dimostrato che la condivisione può essere spesso superiore alla lettura: dico “Mi Piace” o ripubblico una notizia solo per quel poco che ho potuto capire dal titolo e dalle due righe di presentazione. È la fonte che ne legittima il senso: non serve niente di più». QUI.

AGGIORNAMENTO del 21 marzo 2014:
Fabio Chiusi ha presentato su “Wired” (20 marzo 2014) uno studio condotto da ricercatori delle università di Lucca, Lione e della Northeastern di Boston sul ruolo e sulle dinamiche delle bufale diffuse da troll sul social network Facebook. Il paper è disponibile online in pdf e si intitola “Collective Attention in the Age of (Mis)Information“. Tra i risultati, si attesta che «le affermazioni prive di fondamento si diffondono quanto le informazioni verificate» e che «diverse culture coesistono, ciascuno in competizione per l’attenzione degli utenti». Si tratta di un danno prodotto dal cattivo giornalismo «e perpetuato da un’opinione pubblica incapace di fare lo sforzo per separarlo dal buon giornalismo». Come ha sottolineato il World Economic Forum del 2013, «la disinformazione digitale di massa» è «uno dei principali rischi per la società moderna».
Il 22 marzo 2014, ne hanno scritto anche Walter Quattrociocchi e Gianni Riotta su “La Stampa”: Il potere della (Dis)informazione nell’era della grande credulità.

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ARTICOLI ARCHIVIATI TRA I COMMENTI:

            • Varie predizioni apocalittiche, riferite da “Il Post”: Il giudizio universale. Arriva domani all’una italiana, sostiene un predicatore americano: il Post non crede a lui ma a Google sì (20 maggio 2011), QUI.
            • Paolo Attivissimo, Pronti per la fine del mondo il 21? (“Il Disinformatico”, 18 maggio 2011, QUI). 
            • Come se non bastasse, gira anche la previsione di un’eruzione devastante del vulcano Marsili, il più grande vulcano sommerso d’Europa, situato nelle Isole Eolie: Sofia Lincos, Il maggio delle catastrofi: è il turno del Marsili (“Query. La scienza indaga i misteri”, 18 maggio 2011, QUI).
            • Non sono bufale in senso stretto perché vittime ne hanno causate, ma rientrano comunque nella categoria aperta con questo post per gli oscuri scenari prodotti dal panico che hanno fatto esplodere in larga parte del pianeta. Mi riferisco ai morbi e alle pandemie di origine alimentare (vere o presunte, ma comunque mediatizzate) che negli ultimi decenni periodicamente si sono presentate all’attenzione di milioni e milioni di persone minacciando stragi di massa. L’ultimo “cibo assassino” in ordine di tempo è il cetriolo spagnolo (poi risultato innocente) che avrebbe veicolato l’ignoto E.coli. “Le Nouvel Observateur” (3 giugno 2011) ricorda alcune delle crisi alimentari degli ultimi due decenni: Vache folle, concombre… la psychose de l’aliment qui tue. Avant l’affaire des légumes contaminés par la bactérie E.coli, l’Europe a connu plusieurs crises alimentaires:
              – 1981, l’affaire de l’huile frelatée en Espagne
              – 1986, la maladie de la vache folle
              – 1999, le “chickengate” ou l’affaire du poulet à la dioxine en Belgique
              – 2003, la grippe aviaire
              – 2011, l’épidémie de la bactérie E.coli (Eceh)
            • Bugarach, Francia, il rifugio dall’Apocalisse è qui (“La Repubblica”, 27 giugno 2011, QUI).
            • Armando Torno, L’anno delle profezie. Perché il 2012 eccita i catastrofisti. Le strambe teorie dai Maya ai film, “Corriere della Sera”, 28 dicembre 2011, QUI.
            • Brian Handwerk elenca le “sei bufale sulla fine del mondo” prevista per il 2012 (“National Geographic”, 4 gennaio 2012, QUI): “Le teorie apocalittiche che si basano sulla presunta profezia maya prevedono vari scenari, dall’arrivo di un asteroide a un’enorme esplosione solare – ma sono tutti completamente infondati“:
              1) L’impatto dell’asteroide e l’inversione dei poli
              2) Il pianeta X si schianta sulla Terra
              3) Allineamento galattico (il primo da 26.000 anni a questa parte)
              4) I Maya predissero la fine del mondo nel 2012
              5) Il Sole brucerà la Terra
              6) La predizione dei Maya non lascia dubbi
            • Marzia Papagna, Dayli Mail, il vulcano tedesco spaventa l’Europa, Galleria fotografica su “Repubblica.it”, 4 gennaio 2012, QUI.
            • Tra le Faq del website della Nasa c’è una pagina dedicata al “doomsday scare” del dicembre 2012, QUI.
            • Leonardo Tondelli, Grillo, il terremoto e le pseudoscienze, «ComUnità.it», 30 maggio 2012, QUI.
            • Marco Letizia, Il sisma? Tutta colpa del «complotto». C’è chi non crede alle cause naturali del terremoto dell’Emilia e sul web rilancia ipotesi alternative e fantasiose, «Corriere della Sera», 30 maggio 2012, QUI.
            • Jacopo Pasotti, Quando arriva il terremoto? Nessuno ora può prevederlo. Malgrado gli sforzi della comunità scientifica mondiale, il fenomeno naturale resta imprevedibile. Il perché lo spiega Gianluca Valensise, geofisico dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia italiano (INGV), “La Repubblica”, 31 maggio 2012, QUI.
            • Mario Tozzi, Se il cane abbaia prima della scossa. Leggende (da sfatare) sul sisma. Le «verità» rivelate sul sisma e amplificate soprattutto dal web. Tutte, o quasi, false: eccole, “La Stampa”, 1 giugno 2012, QUI.
            • Michele Brambilla, Basta con le esagerazioni, l’Emilia non è scomparsa. Tutto viene enfatizzato a dismisura, a partire dalla paura della gente, “La Stampa”, 1 giugno 2012, QUI.
            • Ad un anno dal terremoto in Emilia (maggio 2012), Beppe Grillo continua a sostenere che la colpa del sisma è del fracking. Ne scrive Leonardo, il cui post (29 maggio 2013) ho copiato QUI.
            • Rosa Palomba, «Vesuvio, allarme per l’eruzione». Ma è un errore: tam tam vulcanico, “Il Mattino”, 23 aprile 2010, QUI.
            • Simona Marchetti, Un elenco compilato da 27 studiosi inglesi: come finirà il mondo? Gli scienziati delineano nove scenari. Poco probabile il maxiasteroide, le principali minacce provengono dall’umanità stessa, «Corriere della Sera», 13 settembre 2013, QUI.
            • Silvia Bencivelli, Le “scie chimiche”. La leggenda di una bufala. In una foto scattata dallo spazio le tracce delle scie di condensazione degli aerei nei cieli del Portogallo. Come una storia inventata da due truffatori americani nel 1997, per colpa dell’irrazionalità e dell’antiscienza, è diventata un articolo di fede, «La Stampa», 16 settembre 2013, QUI.
            • Ancora scienza e fine del mondo. Dopo gli esperti di Cambridge, ecco quel che profetizza il geologo Kurt Lambeck sul futuro («tra millenni») del territorio italiano: Addio Stivale, l’Italia destinata a cambiare. Il caratteristico profilo della penisola ha i millenni contati…, «Ansa», 20 settembre 2013, QUI.
            • Lorenzo Mannella, Tutte le bufale sui terremoti. L’ultimo profeta è Luke Thomas, che guarda a caso non ha alcuna base scientifica. I terremoti non si possono prevedere, ma in Rete saltano fuori le ipotesi più strane. Dal fracking fino a Haarp, “Daily Wired”, 15 novembre 2013, QUI.
            • A proposito di Fukushima, qualche scienziato ha avanzato l’ipotesi di «evacuare l’emisfero nord della Terra e spostarsi tutti a sud dell’equatore». Ecco come il discorso apocalittico, nella sua finta e urlata preoccupazione, riesce a ridicolizzare un problema grave. In questo caso, però, quel che mi colpisce è l’idea che si possa disporre degli spazi altrui (il sud del mondo) come e quando si vuole. “ArticoloTre”, gennaio 2014: QUI. E, comunque, ne aveva già scritto “Megachip” il 16 settembre 2013: QUI.
            • Non si tratta di una bufala, né di uno scenario apocalittico. E’ giusto un esercizio proposto dal website “Cracked.com“, il quale “ha chiesto ai lettori di inviare immagini sul tema “Che cosa succederebbe se i cellulari scomparissero all’improvviso” (alcuni l’hanno interpretata nella variante: “Se non fossero mai esistiti”). Prima conseguenza: dovremmo mandare gli sms via telegramma“. Ne riferisce il “Corriere della Sera” con una galleria fotografica (43 immagini) a cura di Paolo Ottolina (12 febbraio 2014).
            • In occasione del 1° aprile 2014, Leonardo Tondelli ha raccontato come funziona la “fabbrica delle bufale”: «[…] Ogni tanto qualcuno su internet scrive una storia smaccatamente falsa, volutamente paradossale (ad esempio un popolo rettile extraterrestre ha invaso la terra secoli fa e si nasconde tra noi); qualcuno la legge, la apprezza, la segnala ai suoi contatti; la storia si propaga finché non incontra esponenti di quella minoranza statistica che non riesce a capire la differenza tra cronaca e fiction. Purtroppo sono più di quelli che crediamo, e se a loro manca il senso critico, non fa difetto l’energia per indignarsi e trasmettere la loro indignazione: una volta arrivata fino a loro, la storia si spoglia di tutti quei tratti che ci consentivano di identificarla immediatamente come finzionale, e viene irradiata sotto forma di storia vera, da condividere con chi non crede alla realtà ufficiale!!1! […] Questa gente esiste, e oggi pubblicherà contenuti ridicoli, esponendosi al pubblico ludibrio. La questione però è molto meno divertente di quel che sembra, e forse dovrebbe stimolare un dibattito sull’atteggiamento di chi divulga notizie in rete: quanto è giusto usare l’ironia in un contesto in cui il 20% non la capisce? È chiaro che chi sta qui per far satira continuerà a farla, ma chi invece si veste di una relativa serietà fino a che punto può permettersi di usare un linguaggio figurato? Anche chi accusa Napolitano di golpe probabilmente all’inizio stava scherzando; se dopo qualche mese però si trova costretto a chiedere un procedimento di impeachment, è evidente che qualcosa sta sfuggendo di mano pure a lui. Disseminare storie false su internet è un passatempo che con gli anni mi sembra sempre meno divertente e sempre più pericoloso […]» (“ComUnità”, 31 marzo 2014, QUI).
            • A chi giovano le bufale e le teorie del complotto? Lo spiega (con linguaggio forte e colorito) Fabrizio Leone sul blog “Gente con le PalleQuadre” in un post del 2 aprile 2014, Complottisti: le contraddizioni e chi guadagna realmente: «[…] non fanno altro che sputare su grosse aziende e multinazionali, denigrando il concetto stesso di lavoro e tutto il resto, ma lo fanno intascando bei soldoni da Google (multinazionale) che mostra pubblicità di grosse aziende […]».
            • Razzismo, bufale e complottismo si mischiano nell’ultima notizia falsa che circola sul web, quella di una presunta epidemia di ebola in Italia – ovviamente taciuta dal governo, secondo i diffusori di questa disinformazione – per arginare la quale bisognerebbe chiudere le frontiere e bloccare l’immigrazione, soprattutto dall’Africa. Ne ha scritto ampiamente Leonardo Bianchi su “Vice” del 16 aprile 2014: In Italia non c’è nessuna epidemia di ebola (l’articolo è linkato anche da “Il Post”: Le bufale su ebola in Italia). Io ne ho conservato traccia in questo commento.
            • “Il Post” ha tradotto (27 maggio 2014) un articolo di Jesse Walker per “Slate” sugli studi relativi al complottismo, che evidenziano quanto nessuno sia “davvero immune alle teorie cospirazioniste“: E’ tutto un complotto.
            • Ecco una nuova bufala apocalittica che i webjournal rilanciano senza la minima verifica: “Il 10 novembre ci sarà una catastrofe”, l’allerta dal web terrorizza gli utenti” (“Leggo”, 3 novembre 2014). Non mi dilungo, anche perché il lavoro di smentita lo ha già fatto egregiamente “Bufale un tanto al chilo”: QUI.

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AGGIORNAMENTO del 10 aprile 2014:
Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini (“La Repubblica”, 9 aprile 2014, via-Associazione Luca Coscioni) spiegano perché «irrazionalità, fanatismo, emotività, tecnofobia, antimodernismo, anti-industrialismo, populismo» (in merito al caso Stamina, alla sperimentazione animale, al presunto ruolo dei vaccini nell’eziologia dell’autismo e alla ricerca e coltivazione di ogm) sono «una corda alla quale si sta impiccando il futuro di questo Paese», l’Italia. «La confusione sistematica e strumentale tra quel che si può credere, desiderare o preferire soggettivamente, e quel che si può provare o che è stato controllato e accertato oggettivamente, avrà un impatto diseducativo e destabilizzante sul piano di un presupposto culturale e civile che è da secoli il fondamento per una sana e funzionale convivenza democratica: la fiducia nelle istituzioni e quindi anche nella politica». «Manipolare i fatti è pericoloso anche perché si rischia di aizzare le deboli menti impreparate». (Si veda anche “Il Post“).
Giulio Finotti (blog “Dai diamanti non nasce niente”, su “L’Espresso”, 9 aprile 2014), a proposito di bufale, pone l’accento su «cosa produce o rischia di generare questo sistema di pseudo-informazione, che per aumentare i profitti, inietta nella rete informazioni false, spesso inventate di sana pianta, che continuano ad essere poi diffuse anche per anni». Se ci rifacciamo ai soli website di news, la ragione per cui si producono e/o si diffondono notizie false «non può che essere quella legata al marketing virale. Si creano appositamente contenuti dal potenziale virale, ovvero che hanno un’alta probabilità di essere condivisi e diffusi attraverso gli stessi utenti sul web, al solo scopo di generare traffico. Anche se poi la notizia può essere smentita in un secondo momento, l’effetto è ormai ottenuto». Il problema, però, è a lungo termine: «cosa produrrà una tale massa di informazioni false? […] Penso alla sostituzione della realtà che viene effettuata, forse spesso inconsapevolmente (chissà) attraverso queste operazioni. [E’ così che pian piano si crea] il nostro universo percettivo. Come vediamo il mondo, che idea abbiamo di ciò che ci circonda».
In un articolo prettamente politico, Fabio Avallone (“Huffington Post Italia”, 10 aprile 2014) parla della disinformazione a fini elettorali perpetrata da un partito italiano e spiega che le conseguenze di tale “strategia” sono pericolose, a livello sociale: «Sotto il profilo del nostro essere comunità e della fiducia nelle istituzioni, invece, questo atteggiamento è devastante. Instillare la certezza che non si possa credere più a niente, che le istituzioni sono composte da bande di malfattori, falsari e bugiardi, pronti a fregarci con il più classico dei giochi delle tre carte, non può che portare ad un peggioramento della vita di tutti noi».

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AGGIORNAMENTO del 24 aprile 2014:
Solo oggi ho recuperato lo streaming video di una tavola rotonda dell’ “International Journalism Festival” del 2013 dedicata al complotto: “Con il supporto della Storia scopriremo cosa sia un complotto, come si organizza una congiura e cosa occorre fare perché funzioni. Così da separare quali vicende dei giorni d’oggi possano nascondere dei complotti e quali invece sono solo questioni complicate, dove la teoria del complotto serve a dare una chiave di lettura semplice ma fuorviante. Vedremo che cosa offre spazio alla formulazione di teorie complottiste misleading e qualche esempio pratico di teorie del complotto demolite dai fatti“. Ne parlano Paolo Attivissimo, Andrea Boda, Gaia Giorgio Fedi.

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AGGIORNAMENTO del 29 aprile 2014:
Pietro Minto ha spiegato su “Rivista Studio” (29 aprile 2014) cosa c’è dietro le notizie false e, in particolare, come «il vivacissimo ecosistema delle bufale [abbia] trovato un habitat perfetto nei social media: c’è chi ha fiutato il business e i click e ha fatto della disinformazione la sua linea editoriale, e non solo». Esistono la hoax (la notizia-farsa), la bufala (che punta a contrastare ogni svelamento, mirando all’ambiguità, alla palude tra il vero e il falso), la frovocation (la provocazione falsa), la notizia assurda-ma-credibile, il prodotto di fiction, la anti-notizia creata per far ridere, non per disinformare, la bullshit (che è pronunciata da chi «non sta ne dalla parte della verità né dalla parte del falso. I suoi occhi non guardano in nessun modo»).
Tutto ciò si basa sulla «superficialità che contraddistingue la lettura degli articoli online: letture non completate, condivisioni fatte senza aver letto veramente il pezzo, un torrente continuo di informazioni delle quali abbiamo sempre meno il controllo. Un modello di business basato sulla quantità e su dei lettori poco attenti: è l’Eden delle frottole».
Insomma, «l’idea di stampare bufale per aumentare lettori è vecchia quanto la stampa commerciale» e tra i suoi massimi esponenti c’è Mark Twain, che cominciò proprio così. QUI (o qui).

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AGGIORNAMENTO del 20 ottobre 2014:
Michael Allen ha raccontato su “Vice” (20 ottobre 2014, QUI) la storia di Chris Bovey, l’uomo che ha trollato i fan della teoria delle scie chimiche.

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AGGIORNAMENTO del 18 gennaio 2015:
“Repubblica” ha curato una inchiesta intitolata “Come ti costruisco una bufala sul web” (8 gennaio 2015), presentata con queste parole: “Il segreto della viralità dei falsi su internet si annida su Facebook. Perché qui si tende a fare amicizia con persone simili a noi che fruiscono i nostri stessi contenuti. Con i like che ne attirano altri succede che alcuni post palesemente farlocchi finiscano per acquistare un successo sorprendente. Le bugie diventano verità, i fake soggetti reali. Per un motivo che gli esperti ci spiegano in modo scientifico. Eccolo“. Il dossier, curato da Rosita Rijtano e Riccardo Staglianò, è diviso nelle parti seguenti: 1) Una battaglia contro la disinformazione; 2) “L’informazione è un virus”; 3) La giungla dei falsi cresciuta in rete; 4) Come evitarle? Verificare, sempre; 5) Un glossario per capire; 6) Ecco come ho ingannato tutti.

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AGGIORNAMENTO del 22 aprile 2015:
Raphael Zanotti racconta la vicenda di due avvocati che da alcuni anni sfornano bufale riprese dai mass-media e rilanciate sul web con il solo scopo di farsi pubblicità (“La Stampa”, 22 aprile 2015, QUI).

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INTEGRAZIONE del 17 marzo 2016:
Le complotisme, c’est du sérieux. Et, aujourd’hui, il a pris une dimension préoccupante, au point que le Gouvernement français a lancé une campagne intitulée «On te manipule».

Jonathan Bouchet-Petersen n’a écrit sur “Libération”: Le grand complot qui est-il, quel est son réseau ? Alimenté par la défiance envers les institutions, répandu via Internet, le conspirationnisme se renforce, en particulier chez les moins diplômés.

Tuttavia, “La Stampa” riferisce che con quelli “de coccio” pare che non ci sia niente da fare: Perché smentire le bufale è inutile, una completa perdita di tempo.

Secondo i debunker italiani, però, smascherare le bufale online non è inutile. Paolo Attivissimo (Il disinformatico), Michelangelo Coltelli (Bufale un tanto al chilo) e David Puente (Bufale.net) lo spiegano in un articolo di Chiara Severgnini su “La Stampa” del 17 marzo 2016.