Riti in emergenza e riti di commemorazione: un mio articolo su Lavoro Culturale

5 aprile 2017:

Essere pubblicati la vigilia dell’ottavo anniversario del terremoto dell’Aquila è una responsabilità e un onore. Quel sisma ha provocato immenso dolore e innumerevoli fratture ancora non riassorbite, eppure – come sostengono alcune studiose che ammiro molto – la catastrofe è anche generativa, infatti, almeno per le scienze sociali italiane, quel terremoto ha rappresentato un punto di svolta: sociologi, antropologi, geografi, storici, linguisti hanno cominciato a porre il disastro al centro delle loro analisi, producendo in pochi anni riflessioni preziose. Una generazione di ricercatori – impegnati e a vocazione internazionale – sta costruendo un sapere che spero venga ascoltato dalle istituzioni del nostro Paese per migliorare la preparazione agli eventi nefasti, la prevenzione, la mitigazione, la risposta, la comunicazione, la ricostruzione.
Partendo dai miei studi intorno al Vesuvio, in questo contributo nella sezione “Sismografie” di “Lavoro Culturale” spiego le ragioni dei “riti in emergenza”, che non sono pratiche di superstizione, bensì concrete strategie di sopravvivenza.

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Dopo circa un’ora dalla pubblicazione del testo, sono stato contattato da Valentina Risi di “Radio MPA” per invitarmi in diretta durante la sua trasmissione del mattino. Ebbene, il mio intervento è ascoltabile qui:

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Segnalo, inoltre, che l’articolo è corredato di un abstract esteso in inglese: “Protecting ourselves from earthquakes: emergency rituals and seismic memory“.

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Anche in questo caso l’articolo è stato molto condiviso su Fb. Riporto alcune presentazioni che ne hanno fatto i miei contatti:

Lavoro Culturale:
A otto anni dal terremoto dell’Aquila, Giogg si interroga sui “riti in emergenza”, ovvero quei dispositivi folklorici utili a riassorbire lo shock causato da un disastro e, allo stesso tempo, a tentare di tenere insieme una collettività dopo un trauma.

Sismografie:
Alla vigilia dell’ottavo anniversario del terremoto dell’Aquila, pubblichiamo una riflessione di Giogg sul ruolo dei riti di emergenza e di commemorazione prima, durante e dopo i disastri, a partire dall’analisi del caso Vesuviano e dei recenti terremoti che hanno colpito alcune aree del Centro Italia.
Per la prima volta, qui su “Sismografie”, anche un lungo abstract in inglese.

Giuseppe Forino:
Alla vigilia dell’ottavo anniversario del terremoto dell’Aquila, pubblichiamo su Sismografie la bella e approfondita riflessione di Giogg sul ruolo dei riti di emergenza e di commemorazione prima, durante e dopo i disastri, a partire dall’analisi del caso Vesuviano e dei recenti terremoti che hanno colpito alcune aree del Centro Italia.
Per la prima volta nella sezione di approfondimento dei disastri anche la versione inglese!

Massimiliano Coviello:
Riti in emergenza. Il folklore nella gestione dei traumi sismici.

Silvia Jop:
Su “Lavoro Culturale”, alla vigilia dell’ottavo anniversario del terremoto dell’Aquila: proteggersi dai terremoti: riti in emergenza e memoria sismica. Di Giogg.

Stefano Ventura‎:
Su “Sismografie” – il focus al quale contribuisco su “Lavoro culturale” – c’è un articolo molto interessante scritto dal bravo studioso Giogg in cui si parla dei riti collettivi che hanno accompagnato le emergenze nel corso della storia. Da leggere!

Fabio Carnelli:
This is a first attempt to publish articles in English by “Sismografie”, the section focusing on risk and disaster within “Lavoro Culturale”, a human science blog edited by a growing network of Italian social scientists. The “Sismografie” section has collected more than 60 articles on risks and disasters issues over 5 years. Giuseppe Forino (University of Newcastle), Stefano Ventura (University of Siena) and me (University of Milano-Bicocca) feel the urgency to promote a knowledge exchange between international and Italian scholars around risks and disasters issues. Our goal is that of reaching a large audience and promoting a public debate by using academic research in an interdisciplinary and applied perspective on a blog.
Today, you will find an extendend abstract of the article by the anthropologist Giogg on emergency rituals and seismic memory in Central Italy.
You can also contribute to Sismografie by submitting your article (3 pages) which will have an extended abstract in Italian.
“Protecting ourselves from earthquakes: emergency rituals and seismic memory” by Giogg.

Radio MPA:
A Radio MPA abbiamo ospitato il Professore Giogg dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e, a partire dal suo articolo pubblicato su “Lavoro Culturale”, abbiamo parlato dell’importanza dei riti di emergenza e di commemorazione per le comunità che subiscono un terremoto o altri eventi disastrosi.

Simone Valitutto:
I riti del rischio, quelli di ieri e quelli di oggi. Un altro fondamentale tassello della comprensione dell’attuale a firma di Giogg.

Altre condivisioni sono in alcuni gruppi-Fb, ad esempio: qui, qui e qui. Infine, tra i commenti ricevuti, segnalo questo di Alessandro Chiappanuvoli:

Dalle arrostate comunitarie nei giorni immediatamente successivi al 6 aprile 2009 (riti sacrificali per forzato scongelamento, soprattutto di agnelli e pecore) al rito di commemorazione per eccellenza che si riconfermerà questa notte nella fiaccolata, quanto c’è di sacro anche dove non sembra apparentemente. Ottimo articolo. Bello averlo letto proprio in questo giorno.
(E che bello vedere tante persone taggate! Già siamo una piccola comunità che può muovere grandi passi. Attiviamo una mailing list per discutere insieme eventuali idee per costituire una rete o un gruppo di pressione?).

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23 novembre, una data-monumento

Dalla pagina Fb “Rischio Vesuvio“:

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I luoghi parlano, i luoghi conservano la nostra memoria, i luoghi ci invitano ad una maggior consapevolezza: tali spunti di riflessione, che tentiamo di veicolare spesso attraverso questa pagina, ci sono stati suggeriti dalla fotografia allegata, originariamente pubblicata in un articolo dell’INGV sul sisma del 1980. Quella foto raffigura la scarpata di faglia sul monte Carpineta, nei pressi di Colliano (Salerno), prodotta appunto dal terremoto del 23 novembre 1980.
Questa data in Italia, specie in Campania e Basilicata, è ricordata da tutti e oggi in tanti stanno esprimendo un pensiero o una considerazione. Ci uniamo anche noi alla trasmissione della memoria, segnalandovi testi e iniziative di particolare interesse.
Oltre al testo scientifico cui abbiamo fatto riferimento qui sopra, intendiamo porre alla vostra attenzione anche gli editoriali odierni di Isaia Sales sul “Mattino” (in merito agli errori da non ripetere), dello storico Stefano Ventura sull'”Osservatorio Doposisma” (cosa vogliamo che domani siano i paesi dell’Appennino?) e del sociologo Gabriele I. Moscaritolo su “Lavoro Culturale” (a proposito della relazione tra memoria individuale e spazi collettivi).
Una galleria di fotografie di Mimmo Jodice sui drammatici giorni di 36 anni fa è proposta da Vincenzo Marasco, attento e appassionato studioso dell’area vesuviana.
I prossimi 25 e 26 novembre, inoltre, nella sede dell’INGV di Grottaminarda (Avellino) sarà esposta l’installazione “Fate Presto Project” dell’architetto Emanuela Di Guglielmo e dell’antropologa Marina Brancato.
Una mostra storica, invece, è quella della celebre “Collezione Terrae Motus“, curata da Lucio Amelio e attualmente visitabile alla Reggia di Caserta in un nuovo allestimento.
Infine, è da ricordare che il sisma del 23 novembre ebbe effetti drammatici anche a distanza dall’epicentro, come a Napoli, a Castellammare di Stabia e in Penisola Sorrentina [*].
Come i luoghi e grazie ai luoghi, anche noi non dimentichiamo.

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[*] Il 23 novembre 1980 è impresso anche nella memoria della Penisola Sorrentina, dove pure ci furono danni e morti. Negli ultimi anni è soprattutto Ciro Ferrigno a raccontare periodicamente quella data sui socialmedia: con una poesia, un ricordo, un’emozione, da poco raccolte nel libro “I racconti del Lunedì“.

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Pochi giorni dopo il sisma del 23 novembre 1980, nella seduta del 4 dicembre alla Camera dei Deputati, l’on. Franco Proietti, PCI, avanzò un’interrogazione al ministro dell’interno Virginio Rognoni, al fine di sapere «quali misure immediate intenda prendere per rimuovere questi anacronistici ed assurdi atteggiamenti burocratici che mortificano gli slanci di generosità di quelle comunità, che arrecano sfiducia verso le istituzioni e le sue capacità di agire, nei momenti di difficoltà quali questi, con adeguata snellezza e che, soprattutto, arrecano gravissimi danni fisici e morali a quelle popolazioni stordite dalla catastrofe».
Ponendo tale quesito, il deputato fece un riferimento concreto, questo: «i comuni di Amatrice, Leonessa e Rieti, già segnati dal terremoto del 19 settembre 1979, hanno sin da ieri 25 novembre messo a disposizione delle popolazioni delle zone meridionali provate dalla catastrofe causata dal terremoto 80 roulottes ed un autocarro pieno di tende militari».

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(Fonte: “Atti Parlamentari. Camera dei Deputati. VIII Legislatura. Discussioni. Resoconto stenografico della seduta del 4 dicembre 1980“, p. 20970)

Il dialogo tra comunità che abitano terre mobili attraversa il tempo e il dramma. Pochi giorni fa gli studenti di Caposele (Avellino) hanno organizzato un incontro solidale con le popolazioni colpite dai sismi degli ultimi mesi nell’Italia Centrale e, in quell’occasione, Simone Valitutto ha recuperato un testo di Alfonso Maria di Nola scritto un anno dopo il terremoto, il 22 novembre 1981. L’articolo, denso e attuale, è ititolato “Le culture distrutte” e apparve su “Il Mattino”.

Questo post è apparso su Fb in tre parti separate: qui, qui e qui.

Terremoto dell’Italia Centrale: bufale e détour dell’informazione

Dal punto di vista mediatico, due sono le caratteristiche principali delle scosse sismiche di fine di ottobre:

  1. la valanga di notizie false e di toni esasperati che fin dai primi minuti post-terremoto si è riversata sui socialmedia (e non solo);
  2. il puntuale détour nel discorso sul rischio che porta a parlare delle minacce geologiche che gravano su Napoli.

Per difendersi dalla prima degenerazione, ieri la pagina “Rischio Vesuvio…” ha pubblicato i link a vari debunker delle ultime bufale, nonché un vademecum per bonificare il nostro ambiente digitale:

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TERREMOTO DELL’ITALIA CENTRALE: COME DIFENDERSI DALLA DISINFORMAZIONE
Gli ultimi terremoti nell’Italia Centrale del 26 ottobre (a Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera) e del 30 ottobre (a Norcia, Preci e, ancora, Castelsantangelo sul Nera) sono stati forti (la seconda, addirittura, con una magnitudo che non veniva raggiunta dal 1980), ma per una serie di circostanze non hanno provocato morti, sebbene i danni ai centri abitati e alle attività economiche siano molto gravi, potenzialmente critici per la tenuta delle stesse comunità umane.
Dal punto di vista mediatico, uno dei dati che sono saltati agli occhi è stato il livello di diffusione, pervasività e insistenza di notizie false che sono circolate sui socialmedia (e non solo) fin dai primi minuti dopo le scosse sismiche.
Tra le principali, segnaliamo:
1) Una senatrice ha accusato il governo di truccare la magnitudo per non risarcire le vittime.
2) Un consigliere regionale se l’è presa con i petrolieri.
3) Un noto giornalista ha attaccato il Papa perché dovrebbe consacrare l’Italia alla Madonna.
Tra i tanti che hanno svelato queste bugie, consigliamo: Fabio Grandinetti su “L’Espresso”, così come Mario Munafò, Juanne Pili su “FanPage”, Davide Casati sul “Corriere della Sera”, Giuditta Mosca su “Wired” e, soprattutto, “Valigia Blu” che ha ricostruito il processo con cui è nata e si è diffusa la notizia falsa della magnitudo abbassata. Assodato che la disinformazione è inquinamento, tutto ciò non fa altro che confermare quel che sosteniamo da tempo, ovvero che siano necessarie ed urgenti una più profonda ed estesa alfabetizzazione al linguaggio scientifico e una più autorevole e costante comunicazione in merito ai rischi.
Per cominciare a migliorare il nostro ambiente (digitale e non solo), si potrebbero seguire i consigli per una sana convivenza sul web diffusi due settimane fa da “Valigia Blu“: «1. Prima di commentare aspetta la seconda o terza versione della notizia; 2. Se scopri di aver condiviso una notizia falsa, rettifica; 3. Prima di condividere una foto o un video accertati che siano autentici; 4. Prima di condividere controlla la fonte; 5. Prima di condividere controlla la data dell’articolo; 6. Ricordati di citare la fonte; 7. Non insultare, fa male a te e a chi partecipa alla conversazione».

Per razionalizzare il secondo punto, invece, stamattina ha ascoltato la direttrice dell’Osservatorio Vesuviano e il suo invito a focalizzare l’attenzione su ciò che, attualmente, desta reale preoccupazione:

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TERREMOTO DELL’ITALIA CENTRALE: QUALI EFFETTI SU NAPOLI?
Come era capitato già dopo il sisma del 24 agosto ad Amatrice, Accumoli ed Arquata del Tronto, così anche dopo le scosse telluriche di fine ottobre il tema del rischio si è esteso alla minaccia sismica e vulcanica che grava su Napoli e la sua provincia. In effetti, negli ultimi due mesi l’argomento è stato affrontato spesso: la Regione Campania e il Dipartimento della Protezione Civile, infatti, hanno presentato il Piano di Emergenza dei Campi Flegrei e il Piano di Evacuazione del Vesuvio. Inoltre, come abbiamo evidenziato noi stessi due settimane fa, ciò ha palesato la fragilità del capoluogo campano, completamente interessato dai vulcani ad est e ad ovest del suo nucleo urbano.
Per non dare corda ai ciarlatani, riteniamo fondamentale ascoltare le parole di chi studia questi fenomeni. A tal proposito segnaliamo che l’altro ieri “La Repubblica” ha intervistato Francesca Bianco, direttrice dell’Osservatorio Vesuviano.
La scienziata ha affermato che con le ultime scosse «abbiamo ballato, ma non c’è pericolo. E se il grande incubo dei napoletani è il Vesuvio, la nostra attenzione [dell’Osservatorio Vesuviano] è tutta puntata sui Campi Flegrei: nella zona della Solfatara e di Pisciarelli il livello di guardia è giallo». Dopo aver brevemente parlato anche del Vesuvio e del Marsili (che attualmente non destano preoccupazione), la dottoressa Bianco ha concluso dicendo: «Non è il terremoto che crea problemi, ma come l’uomo ha costruito nelle zone in cui avviene un terremoto. Noi siamo al nostro posto, incessantemente da 175 anni, ma occorrerebbe fare una sostanziale azione di messa in sicurezza del territorio a tutti i livelli, con un check up di tutti gli edifici e reali azioni preventive».
Per ciò che riguarda i sismi in Campania, è bene ricordare che le aree sismogenetiche più importanti sono quelle dell’Irpinia e del Sannio e che potranno provocare terremoti in futuro, per cui è essenziale, come ci ha spiegato un’altra geologa, che «in questo tempo dobbiamo tutti preoccuparci di rendere le nostre case, scuole e uffici, più sicuri e in grado di resistere a scosse forti».

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INTEGRAZIONE (con maggiori dettagli qui):
I movimenti tellurici della fine di ottobre 2016 che hanno scosso il Centro Italia hanno visto spuntare innumerevoli bufale, nonché varie interpretazioni legate al sacro (ne ho scritto almeno anche qui e qui):

  • il ministro israeliano per la Cooperazione, Ayooub Kara (druso, cristiano), ha detto che il terremoto è stata «una punizione divina all’Italia per essersi astenuta alla votazione dell’Unesco sulla Città Vecchia di Gerusalemme», che, a giudizio di Israele e delle comunità ebraiche del mondo, ha negato i legami millenari di Israele con l’ebraismo: 28 ottobre 2016. (Israele poi si è scusata).
  • il giornalista cattolico integralista Antonio Socci ha polemizzato contro Papa Francesco: «Il terremoto devasta la terra di San Benedetto (e di San Francesco) cuore dell’Europa cristiana. Invece di andare a rendere omaggio a Lutero che ha distrutto la cristianità, Bergoglio dovrebbe consacrare l’italia mettendola sotto il patrocinio della Madonna»: 30 ottobre 2016.
  • l’emittente cattolica “Radio Maria”, a poche ore dall’ultima scossa, ha fatto dire ad uno dei suoi speaker le seguenti parole: «Dal punto di vista teologico questi disastri sono una conseguenza del peccato originale, sono il castigo del peccato originale, anche se la parola non piace. […] Arrivo al dunque, castigo divino. Queste offese alla famiglia e alla dignità del matrimonio, le stesse unioni civili. Chiamiamolo castigo divino»: 3 novembre 2016.
    (Successivamente il Vaticano ha condannato Radio Maria attraverso monsignor Angelo Becciu, Segretario di Stato: “Chiediamo perdono è una affermazione pagana, non cristiana. L’emittente corregga i toni del suo linguaggio e si conformi di più al Vangelo“. Ma il conduttore radiofonico, padre Giovanni Cavalcoli, non si discosta dalla sua singolare posizione: evoca “Sodoma e Gommora” e ribatte “Il Vaticano? Si ripassino il catechismo“. Per cui Radio Maria ha ritenuto di prendere provvedimenti drastici perché “Ritiene inaccettabile la posizione di padre Cavalcoli riguardante il terremoto e lo sospende con effetto immediato dalla sua trasmissione mensile“).
    Va ulteriormente aggiunto che l’11 novembre 2016 un gruppo di 223 cattolici ha scritto una lettera aperta di solidarietà a padre Cavalcoli perché costui, si legge nel testo, “non ha collegato il terremoto alle unioni civili (una legge che riteniamo comunque ingiusta, perché va contro quell’ineliminabile pilastro della vera uguaglianza che si chiama diritto naturale), rispetto a cui si è limitato a dire che “creano molta difficoltà a noi credenti”. Ha invece ricordato che i disastri naturali “sono una conseguenza del peccato originale”, chiarendo inoltre che quello che chiamiamo “castigo divino” […] non va inteso “nel senso afflittivo, ma nel senso di richiamo alle coscienze”“.

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Cambiando epoca ed evento, segnalo che sul webjournal “Il Mediano” lo storico vesuviano Carmine Cimmino ha scritto il 6 novembre un articolo che rievoca un episodio della seconda metà del Settecento: “La “Radio Maria” del 1767: il Vesuvio si scatena per punire il re di Napoli che ha osato cacciar via dal Regno i Gesuiti” (la discussione su Fb).

Sant’Emidio protettore dell’Italia Centrale

L’altro giorno, dopo la scossa di Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera del 26 ottobre 2016, Goffredo Buccini del “Corriere della Sera” ha intervistato alcuni sopravvissuti. In particolare, ha ascoltato gli anziani coniugi Alberto e Nazzarena, i quali hanno detto:

Lui: «È Sant’Emidio, patrono di Ascoli, ci protegge dai terremoti».
Lei: «Eeeeh, ma è una cosa popolare, io non ci credo a Sant’Emidio!».
Lui: «Me devi lascia’ parla’! Da noi c’è il detto: ci protegge Sant’Emidio».
Lei: «E ci credi?».
Lui: «Ci credo e non ci credo… Stavolta si vede che s’è fatto vecchio pure Sant’Emidio».

Sant’Emidio visse nel terzo secolo, nacque a Treviri, nell’attuale Germania, e predicò nel Centro Italia, stabilendosi ad Ascoli Piceno, di cui divenne patrono cittadino. La protezione soprannaturale più nota attribuita a questo santo è quella contro i terremoti, una qualità che, come ha ricordato Aldo Maria Valli dopo il sisma del 24 agosto scorso,

«gli viene riconosciuta molti secoli dopo la sua morte, nel 1703. Quell’anno, nei mesi di gennaio e febbraio, l’Italia centrale è funestata da una serie di terremoti devastanti, che colpiscono in particolare Norcia, Amatrice e l’Aquila, ma Ascoli ne viene preservata: gli edifici infatti, nonostante la violenza delle scosse, subiscono danni piuttosto lievi. Inoltre gli ascolani che, per diverse ragioni, si trovano nei luoghi più colpiti, si salvano. Il merito di un fatto tanto sensazionale è subito attribuito al patrono della città e così nasce un culto che sarà sempre più diffuso».

Da allora la devozione per sant’Emidio si è allargata a tutta l’Italia e si è installata in numerose località del mondo, tutte soggette a sismicità (in California, Messico, Filippine, Nuova Zelanda…).
Su Google Books sono presenti varie agiografie d’epoca e la sua iconografia è davvero eloquente. La preghiera che gli è rivolta dai fedeli si conclude con questa invocazione:

«[…] Estendi su di noi, sulle nostre famiglie e sulla nostra città e diocesi la tua protezione affinché, preservati dal terremoto e da ogni altro flagello, possiamo trascorrere una vita quieta e tranquilla, tutta intesa a dare gloria a Dio e a rendere più sicura la salvezza delle nostre anime».

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A causa della scossa di ieri, 30 ottobre 2016, la cattedrale di sant’Emidio ad Ascoli Piceno è rimasta chiusa per precauzione, ma la celebrazione della messa si è tenuta ugualmente all’aperto, dinnanzi al tempio. (Ho letto che anche a Napoli c’è stato un appello a pregare questo santo). Qualcosa di simile si è verificato a Norcia, ma con ancora più drammaticità: nonostante il crollo della basilica di san Benedetto, ieri mattina numerose persone si sono inginocchiate a terra per pregare davanti alla facciata dell’antica chiesa, unico lato rimasto in piedi dopo la scossa delle 7h40.
In caso di disastro, il ricorso al sacro è frequente e anche su Fb molti utenti invitano a pregare. Qualche giorno fa, ad esempio, a Castel del Rio, in provincia di Bologna, il sindaco Alberto Baldazzi ha inteso recuperare un rito risalente al 1725, quando furono tenute delle preghiere collettive dopo alcuni eventi calamitosi in zona, stabilendo che

«ogni anno, in occasione dell’antivigilia di Ognissanti, ci sarà la Santa Messa nella chiesa di Sant’Ambrogio e la recita del rosario nell’oratorio della Beata Vergine del Sudore».

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La preghiera e i “riti in emergenza” sono dispositivi utili a riassorbire lo shock e a tenere insieme la collettività dopo un trauma, ma è bene sottolineare che la salvaguardia dei nostri paesi e delle nostre città – delle nostre vite – dipende da altro:

  • da una più profonda ed estesa alfabetizzazione al linguaggio scientifico che tenga al riparo tutti noi da ciarlatani e complottisti (che magari insistono pure);
  • da una maggior consapevolezza storica della natura del territorio italiano, come ha evidenziato stamattina Vito Teti;
  • da un vero e proprio «patto nazionale all’altezza dell’emergenza [che sia tenuto insieme da] una solidarietà nazionale che vada oltre il mesto bla-bla di circostanza», come ha scritto oggi Gian Antonio Stella;
  • da opere di messa in sicurezza preventiva per le abitazioni e le strutture pubbliche, ma anche per i monumenti e le chiese storiche.

Per concludere, ritornando a sant’Emidio, forse s’è fatto vecchio pure lui, come osserva il novantenne Alberto, tuttavia la sua invocazione mostra ancora, dinnanzi al senso d’impotenza attuale, il bisogno di unirsi e richiamare con forza un aiuto ultraterreno che storni il destino e addomestichi l’incontrollabile. O anche semplicemente il bisogno di trovare un conforto dinnanzi alla calamità e al suo riverberarsi a tempo indefinito. L’incertezza di un sisma che non passa stavolta sembra essere la principale fonte di preoccupazione, in un’emergenza che già conta decine di migliaia di sfollati (pare che si arriverà a 100mila!), che chissà quando potranno tornare alle loro vite.

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Clicca sullo screenshot per accedere al (brevissimo) video in cui si vedono frati e suore raccolti in preghiera a Norcia dopo la scossa che ha fatto crollare la cattedrale (“CorSera”, 30 0ttobre 2016)

[Una prima versione di questo post è su Fb]

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INTEGRAZIONE (con maggiori dettagli qui):
I movimenti tellurici della fine di ottobre 2016 che hanno scosso il Centro Italia hanno visto spuntare innumerevoli bufale, nonché varie interpretazioni legate al sacro (ne ho scritto almeno anche qui e qui):

  • il ministro israeliano per la Cooperazione, Ayooub Kara (druso, cristiano), ha detto che il terremoto è stata «una punizione divina all’Italia per essersi astenuta alla votazione dell’Unesco sulla Città Vecchia di Gerusalemme», che, a giudizio di Israele e delle comunità ebraiche del mondo, ha negato i legami millenari di Israele con l’ebraismo: 28 ottobre 2016. (Israele poi si è scusata).
  • il giornalista cattolico integralista Antonio Socci ha polemizzato contro Papa Francesco: «Il terremoto devasta la terra di San Benedetto (e di San Francesco) cuore dell’Europa cristiana. Invece di andare a rendere omaggio a Lutero che ha distrutto la cristianità, Bergoglio dovrebbe consacrare l’italia mettendola sotto il patrocinio della Madonna»: 30 ottobre 2016.
  • l’emittente cattolica “Radio Maria”, a poche ore dall’ultima scossa, ha fatto dire ad uno dei suoi speaker le seguenti parole: «Dal punto di vista teologico questi disastri sono una conseguenza del peccato originale, sono il castigo del peccato originale, anche se la parola non piace. […] Arrivo al dunque, castigo divino. Queste offese alla famiglia e alla dignità del matrimonio, le stesse unioni civili. Chiamiamolo castigo divino»: 3 novembre 2016.
    (Successivamente il Vaticano ha condannato Radio Maria attraverso monsignor Angelo Becciu, Segretario di Stato: “Chiediamo perdono è una affermazione pagana, non cristiana. L’emittente corregga i toni del suo linguaggio e si conformi di più al Vangelo“. Ma il conduttore radiofonico, padre Giovanni Cavalcoli, non si discosta dalla sua singolare posizione: evoca “Sodoma e Gommora” e ribatte “Il Vaticano? Si ripassino il catechismo“. Per cui Radio Maria ha ritenuto di prendere provvedimenti drastici perché “Ritiene inaccettabile la posizione di padre Cavalcoli riguardante il terremoto e lo sospende con effetto immediato dalla sua trasmissione mensile“).
    Va ulteriormente aggiunto che l’11 novembre 2016 un gruppo di 223 cattolici ha scritto una lettera aperta di solidarietà a padre Cavalcoli perché costui, si legge nel testo, “non ha collegato il terremoto alle unioni civili (una legge che riteniamo comunque ingiusta, perché va contro quell’ineliminabile pilastro della vera uguaglianza che si chiama diritto naturale), rispetto a cui si è limitato a dire che “creano molta difficoltà a noi credenti”. Ha invece ricordato che i disastri naturali “sono una conseguenza del peccato originale”, chiarendo inoltre che quello che chiamiamo “castigo divino” […] non va inteso “nel senso afflittivo, ma nel senso di richiamo alle coscienze”“.

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Cambiando epoca ed evento, segnalo che sul webjournal “Il Mediano” lo storico vesuviano Carmine Cimmino ha scritto il 6 novembre un articolo che rievoca un episodio della seconda metà del Settecento: “La “Radio Maria” del 1767: il Vesuvio si scatena per punire il re di Napoli che ha osato cacciar via dal Regno i Gesuiti” (la discussione su Fb).

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Cercando aggiornamenti sui “riti in emergenza“, in giro per il web mi sono imbattuto in varie preghiere cattoliche da recitare in tempo di calamità. Le riproduco di seguito:

Dal website “Preghiere per la famiglia“:

Preghiera nel tempo di terremoto
O Dio creatore, / noi crediamo che tu sei nostro Padre / e che ci vuoi bene / anche se la terra trema / e le nostre famiglie sono state sconvolte / dall’angoscia. / Non lasciarci soli nel momento della sventura. / Apri il cuore di molti nostri fratelli / alla generosità e all’aiuto. / A noi dona la forza e il coraggio / necessari per la ricostruzione / e l’amore per non abbandonare / chi è rimasto senza nessuno. / Così, liberati dal pericolo / e iniziata una vita nuova, / canteremo la tua lode.

In tempo di pubbliche calamità
O Gesù, Dio di pace, gettate uno sguardo di misericordia / su questa terra infelice; mirate quante lacrime si versano / nelle famiglie anche più innocenti. / Se avete scritto nei vostri decreti questo dolore, / ricordatevi che siamo figli, che per questo vi fermaste / in mezzo a noi sull’altare. / Pronunciate, o Signore, un’altra volta quella parola potente / che nel furore della tempesta fece tacere i venti, / ricompose le onde agitate, rese tranquillo e sereno il cielo. / Allora vedremo rifiorire questa terra e, mossi da viva gratitudine, / verremo al vostro altare per ringraziarvi con fede più viva, / più sicura speranza ed amore più riconoscente.

In tempo di tribolazioni
Vergine Santa, conforto degli afflitti e madre di consolazione, / a voi gridiamo dal fondo delle nostre tribolazioni: / Abbiate pietà di noi poveri infelici, che a voi la domandiamo. / O Maria, questo è il momento di mostrare, come è giusto il nome, / con cui vi invochiamo nostra madre. / Dimenticaste voi quelle ultime parole del vostro Gesù dalla Croce, / quella voce moribonda, quegli estremi sospiri, / coi quali a voi ci consegnava come figli? / O cara Madre udite il gemito di noi poveri peccatori sì, / ma figli vostri. Se voi non ci consolate, / a chi potremo noi domandare soccorso? / Deh voi dunque parlate di noi al vostro Gesù con quell’amore / che sempre lo vince. / Nel vostro seno deponiamo le nostre lacrime: / da voi aspettiamo la nostra consolazione; / e quando pure sapessimo che voi ce la negaste, / ancora rimarremo ai vostri piedi gridando: / Madre, consolateci, che siamo vostri figli.

Dal website “Ognissanti San Barnaba“:

Preghiera alla Madonna del terremoto
(A questa Madonna è dedicata una piccola chiesa di Mantova, in piazza Canossa, che «fu edificata nel 1754 a ricordo della protezione data dalla Madonna in occasione del terremoto del 1693»)
:
O beatissima Regina del cielo e della terra, / che mentre stavi sotto la croce di Gesù, tuo Figlio, / e la spada del dolore ti trapassava l’anima / per diventare la Madre di tutti i viventi, / hai sentito sotto i tuoi piedi tremare la terra, / soccorri i tuoi figli che gemono spaventati dal terremoto. / La terra rimbomba di un sordo boato, / attorno a noi crollano il presente e il passato / e le nostre anime smarrite si chiedono: / che cos’è l’uomo, perchè Tu, o Signore, te ne ricordi? / Fatto a immagine e somiglianza di Dio e circondato di gloria, / eppure ha divorato come un figlio dissoluto i doni del Padre, / ha tradito l’Amore di Gesù, ha spento lo Spirito Santo, / fino a meritare il castigo di Dio. / O Madre Santissima, piena di Grazia e di Misericordia, / intercedi per noi presso tuo Figlio: / prendi le nostre mani e guidaci a Lui, / perchè converta i nostri cuori e perdoni i nostri peccati. / Liberi dall’inquetitudine e dalla disperazione, / seguiremo la via della salvezza e canteremo / in eterno con te le meraviglie di Dio. / Amen

Dal website “Papaboys“:

Preghiera del cuore a Gesù Salvatore per tutte le famiglie coinvolte nel terremoto
(«Rivolgiamo questa preghiera al Signore del tempo e della storia, per tutte le popolazioni colpite dal terremoto del centro-Italia. Ti chiediamo Signore di avere pietà di tutti noi, di concedere conforto ai cuori di tutti coloro che sono in difficoltà e che vedono la propria casa di strutta. Per i bambini, per gli anziani e per tutti coloro che soffrono»)
O Dio creatore, noi crediamo che tu sei nostro Padre e che ci vuoi bene / anche se la terra trema e le nostre famiglie sono state sconvolte dall’angoscia / Non lasciarci soli nel momento della sventura. / Apri il cuore di molti nostri fratelli alla generosità e all’aiuto. A noi dona la forza e il coraggio necessari per la ricostruzione e l’amore per non abbandonare chi è rimasto senza nessuno. / Così, liberati dal pericolo e iniziata una vita nuova, canteremo la tua lode.

Dal website “Donna 10“:

Preghiere contro i terremoti: affidiamoci a Sant’Emidio d’Ascoli!
(«Ecco la preghiera che tutti dovremmo intonare, affinché Sant’Emidio ci protegga dal flagello dei terremoti»)
Sant’Emidio, accogli benigno la preghiera che fiduciosi ti rivolgiamo. Intercedi per noi presso il Signore affinché, a tua imitazione, la nostra fede, vivificata dalle opere, sia testimonianza di filiale amore a Dio e di fraterna carità per il prossimo. Spronati dal tuo esempio, promettiamo di vivere col cuore staccato dai beni della terra e disposti a sacrificare tutto pur di restare fedeli a Dio e alla Chiesa. Estendi su di noi, sulle nostre famiglie e sulla nostra città e diocesi la tua protezione affinché, preservati dal terremoto e da ogni altro flagello, possiamo trascorrere una vita quieta e tranquilla, tutta intesa a daregloria a Dio e a rendere più sicura la salvezza delle nostre anime.

Un video che raccoglie varie preghiere collettive dopo il sisma del 30 ottobre 2016:

Contributi sul terremoto dell’Appenino Piceno-Laziale

Sul terremoto che ha colpito l’Appennino Piceno-Laziale il 24 agosto 2016 ho redatto due articoli, uno a caldo sul racconto mediatico nei primi giorni dopo il sisma [pubblicato su “il Lavoro Culturale“, il 15 settembre, un paio di settimane dopo la sua scrittura] e un altro sulla necessità di una ricostruzione condivisa, non solo per quanto riguarda gli aspetti materiali [pubblicato su “Labsus” il 20 settembre].
Cliccando sui due screenshot in basso, si visualizzano i link ai rispettivi testi:

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INTEGRAZIONE del 7 ottobre 2016:
Il post-terremoto dell’Appennino Piceno-Laziale durerà a lungo, come ogni disastro di quell’entità. Ci vorrà tempo per ricostruire le case, le attività economiche, i legami spaziali e, soprattutto, quelli sociali e affettivi, così violentemente spezzati dalla scossa del 24 agosto scorso.
Delle varie fasi di un disastro, questo è il lungo momento in cui bisogna essere vigili sulle modalità della ricostruzione materiale: ad un mese dal sisma, Fabrizio Gatti ha già verificato i primi sprechi, senza benefici per la popolazione. Ma questo è anche il periodo in cui bisogna adoperarsi per la tenuta delle comunità sinistrate: come ha scritto ieri Stefano Portelli,

«Le conseguenze delle scelte che si faranno in questi giorni su Amatrice saranno profonde e durature. Ma quanto ne sono coscienti le autorità che gestiscono il post-sisma? Oltre alle esigenze immediate di casa, alimenti, scuole per i bambini, ci sono altri bisogni vitali per gli abitanti. Uno è quello di rimanere uniti, per evitare che i ricordi del 24 agosto si trasformino in ossessioni individuali, in famiglie disfunzionali, in traumi permanenti – insomma, in fantasmi».

E’ quanto testimonia anche Gaia Paolini, una giovane blogger di Arquata sul Tronto che, intervistata dalla BBC, dice:

«Stiamo tentando di conservare la memoria di questo luogo e di preservarne il futuro, quando verranno costruiti i nuovi edifici, speriamo al più presto».

Della necessità di una “antropologia dei momenti critici” (delle crisi, dei conflitti, delle rotture che scombussolano la vita sociale) era convinto anche Georges Balandier, come mostra questa intervista-lezione del 1995 (video di 1h37′), diffusa ieri dall’EHESS:

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Dopo un terremoto, pavlovianamente si parla di Vesuvio

Da osservatore della realtà vesuviana so che è un riflesso pavloviano: ogni volta che c’è un disastro da qualche parte, dopo poco si parla del rischio che corre Napoli. Penso sia una gran cosa, perché ci fa essere sempre sensibili al tema, eppure a tali avvisi non seguono mai politiche adeguate e fatti concreti. Dopo il drammatico terremoto del Centro Italia, negli ultimi giorni [fine agosto – inizio settembre 2016] la stampa e il web hanno scritto spesso della mancanza di piani d’emergenza comunali nei Campi Flegrei e intorno al Vesuvio, nonché dell’inadeguatezza di una larghissima parte degli edifici di Napoli e delle altre città della provincia. La pagina “Rischio Vesuvio” raccoglie buona parte di questi contributi, che vi invito a leggere.

“Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci”, 6 settembre 2016: qui.

Il drammatico terremoto del 24 agosto 2016 tra Lazio, Abruzzo, Marche e Umbria [ne abbiamo scritto anche noi] ha messo a nudo, come ogni disastro, le nostre fragilità strutturali: la nostra vulnerabilità urbana e sociale, l’inadeguatezza dei nostri edifici, la colpevole illusorietà di certi adeguamenti antisismici, il grande lavoro che abbiamo ancora da fare perché – oggi – una scossa di magnitudo 6 non può causare 300 morti e radere al suolo interi centri abitati.
Allo stesso tempo, questa prima fase del post-terremoto sta evidenziando alcune retoriche già messe in atto nelle precedenti esperienze, come osserva il geografo Giuseppe Forino, e la necessità di una ricostruzione inclusiva e partecipata, come sottolinea lo storico Stefano Ventura.
Ulteriore aspetto, anche questo ricorrente, è la sensibilizzazione (innanzitutto mediatica) alle scosse sismiche nell’area napoletana (tutte molto lievi, sotto la magnitudo 2): ne sono state avvertite nei Campi Flegrei e sull’isola d’Ischia [anche qui].
Il punto che, tuttavia, ci sembra di particolare importanza è quello che guarda al futuro, specie in provincia di Napoli: siamo pronti? come sono i piani di emergenza? le nostre case sono sicure?
A questo proposito negli ultimi giorni sono usciti quattro articoli considerevoli:
Luisiana Gaita (“Il fatto quotidiano”, 5 settembre 2016): «Bradisismo, mancano i piani d’emergenza ai Campi Flegrei. E se il Vesuvio eruttasse? “Nessuno saprebbe cosa fare”»;
Antonio Fiore (“Corriere del mezzogiorno”, 28 agosto 2016): «I paradossi del rischio Vesuvio. Fa una certa sensazione apprendere che, tra i (cento e passa) Comuni della regione Campania privi ancora dell’obbligatorio Piano di emergenza, spicca Pompei»;
MalKo (Blog “Rischio Vesuvio”, 2 settembre 2016): «Il piano di evacuazione non ce l’ha nemmeno Torre del Greco, il paese mediano da 100.000 abitanti, ma neanche Boscoreale»;
Roberto Saviano (“L’espresso”, 4 settembre 2016): «Dio non voglia che accada a Napoli. Nel capoluogo campano il 44 per cento degli edifici è a rischio sisma. Ma le istituzioni allargano le braccia. E puntano, come sempre, sulla fortuna».

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Il ritardo che abbiamo accumulato è una colpa, la speranza o la fortuna non salvano, bisogna agire e quel che possiamo fare noi, in quanto cittadini, è pretendere il rispetto della legge: che ciascun comune si doti di un piano di emergenza, che la protezione civile aumenti e migliori l’informazione e la comunicazione con la popolazione, che il governo garantisca il nostro diritto alla vita avviando politiche che permettano l’adeguamento sismico degli edifici e la riqualificazione urbana, che la gestione del territorio sia più partecipata ed inclusiva, ma soprattutto ecocompatibile ed equa.