Il Piano di Emergenza del Comune di Napoli

Dalla pagina Fb “Rischio Vesuvio:

Da un paio di giorni il website del Comune di Napoli ha aggiornato la sua sezione dedicata ai rischi del territorio, recentemente affrontati dal Piano di Emergenza Comunale.
Le nuove perimetrazioni del rischio vulcanico flegreo e vesuviano hanno coinvolto il capoluogo della Campania, il cui territorio ne risulta interamente interessato (potete vederlo dalla mappa che abbiamo come copertina o potete rileggere ciò che scrivemmo alcune settimane fa). Il rischio vulcanico e il rischio sismico sono, infatti, due dei cinque rischi cui risponde il Piano napoletano; gli altri sono i rischi idrogeologico, industriale e degli incendi boschivi.
La lettura è lunga e non sempre agevole, ma se abitate o lavorate a Napoli vi consigliamo di dargli uno sguardo.

Gli 8 buoni comportamenti in caso di inondazione

4 ottobre 2016

Il dissesto idrogeologico è tra i problemi più gravi e frequenti d’Italia: come scriveva circa un anno fa Gian Antonio Stella, negli ultimi cinquant’anni abbiamo avuto almeno «5.455 morti, 98 dispersi, 3.912 feriti e 752.000 sfollati» in 2.458 comuni nei disastri causati dall’acqua; e i costi per affrontare i danni e i disagi superano la cifra di 7 miliardi l’anno dal dopoguerra a oggi (dal 1951, il bilancio sarebbe di 448 miliardi di euro, con una accelerazione di anno in anno più marcata).
Secondo un altro calcolo, dal 1960 al 2012 in Italia si sono avute oltre 4.200 tra frane e alluvioni.
Com’era noto già a Leonardo da Vinci, per capire dove si abbatterà il prossimo disastro bisogna conoscere la storia del territorio. Siamo in ottobre, in Italia sta per piovere e i luoghi più esposti sono tanti, ma tutti ben conosciuti. Tra questi anche la Penisola Sorrentino-Amalfitana, della quale tempo fa elencai i principali disastri idrogeologici avvenuti dal 1910 al 2010 (mancano i casi più recenti e dovrei aggiornare la cronologia almeno con la frana del Capo di Sorrento, nel marzo 2014).
Come ho già evidenziato ieri per l’anniversario dell’alluvione in Costa Azzurra, gli “imputati” principali di questa fragilità sono essenzialmente tre:

  1. l’abbandono delle terre, specie quelle collinari;
  2. il riscaldamento climatico che provoca fenomeni metereologici improvvisi e violenti;
  3. l’urbanizzazione eccessiva.

Già nel 1973 Antonio Cederna scriveva che «la difesa dell’ambiente, la sicurezza del suolo, la pianificazione urbanistica» sono «il problema di fondo e il più trascurato della politica italiana». Nel frattempo la consapevolezza del consumo di suolo si è fatta largo, ma intanto, come ricorda Fabio Balocco, «dal 1956 ad oggi la superficie impermeabilizzata dal cemento e dall’asfalto in Italia è aumentata del 500%». Ed è con questo stato delle cose che dobbiamo fare i conti.
Non sono un sostenitore dell’approccio emergenziale, ritengo che i disastri possano essere evitati o, almeno, attenuati aumentando la cura del territorio e il coinvolgimento popolare, ma siccome il meteo è più regolare di un orologio svizzero, in tanti luoghi a rischio d’Italia il prossimo acquazzone può rivelarsi pericolosissimo e, in questo momento, non c’è altro da fare che limitare al massimo il rischio personale e collettivo. Così, ho deciso di condividere con voi un cartello diffuso dal Ministero dell’Ambiente francese in cui sono elencate le otto buone pratiche da seguire in caso di allarme idrogeologico. Non so se ne esista uno anche italiano, probabilmente si, ma non avendolo incrociato, vi propongo questo:

14495294_708778179274078_4135345266960772014_n1) mi informo ascoltando la radio;
2) non prendo la mia auto e segnalo i miei spostamenti;
3) non percorro una strada allagata, sia in auto che a piedi;
4) mi allontano dai corsi d’acqua e non mi fermo sulle rive o sui ponti;
5) non esco durante i temporali;
6) non scendo in cantina, ma mi rifugio ai piani alti;
7) mi occupo dei miei familiari, dei miei vicini e delle persone vulnerabili;
8) non vado a prendere i miei figli a scuola in caso di allagamento, loro sono al sicuro.

La SS 268 del Vesuvio può davvero salvare qualcuno?

Ieri [2 ottobre 2016] l’ANAS ha chiuso alcuni km della Strada Statale 268 “del Vesuvio” a causa della pioggia. Si tratta dell’asse viario che andrebbe percorso in caso di allarme eruttivo. Le sue condizioni, però, sono così rovinate che ci si domanda con angoscia se possa davvero salvare qualcuno.

“Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci”, 3 ottobre 2016: qui.

La nostra interpretazione del rischio Vesuvio va oltre gli aspetti meramente emergenziali, quelli cioè legati al solo momento della futura eruzione, quando scatterà l’allarme e bisognerà lottare contro il tempo per fuggire il più lontano possibile. La nostra idea, infatti, inquadra il rischio come un discorso pubblico in divenire, come un percorso collettivo, dunque politico, scientifico, democratico, ecologico, urbanistico; in una parola: come un processo culturale.
Se ne parlano, i nostri politici (nazionali e locali, di maggioranza e opposizione) affrontano la questione esclusivamente in termini di evacuazione, al limite di esercitazioni e simulazioni, per cui stanziano fondi per elaborare piani di emergenza comunali (che spesso non vengono neanche redatti, contravvenendo alla legge) e per stampare brochure che restano a prendere polvere in qualche cassetto delle nostre abitazioni. Questo modo di affrontare il rischio rappresentato dal Vesuvio è trasversale: nessuno dei nostri eletti, infatti, si azzarda ad ampliare il tema a quello che, a nostro avviso, è il vero cuore della questione, ovvero la mitigazione del rischio. Questo punto, infatti, comporta che vengano toccati temi spinosi come la decementificazione, la riduzione dell’impatto antropico e il ripensamento delle nostre città, voracemente cresciute in decenni di speculazione (economica ed elettorale). Non è per nulla semplice trovare soluzioni, per carità, ma uno sforzo in più sarebbe davvero opportuno.
Siccome tentiamo di essere concreti, riteniamo che, nonostante i suoi difetti e le tante perplessità che solleva, l’attuale Piano di Emergenza Nazionale per il Vesuvio sia comunque un documento su cui ragionare, un punto da cui parire per quel percorso collettivo a cui alludevamo più sopra. In tal senso, il nostro contributo come gestori di questa pagina fb è di informare correttamente, ma anche di alimentare lo spirito critico di chi abita intorno al vulcano napoletano (e il discorso vale anche per chi vive in altre zone sismiche e vulcaniche della Campania).
Dunque, partendo dal Piano di Emergenza vigente, la “via di fuga” per eccellenza è la Strada Statale 268 (“del Vesuvio”, appunto), un asse pressoché circolare intorno al vulcano. Le sue criticità sono parecchie: dalla forma, appunto circolare e non radiante, alle sue dimensioni e al numero di carreggiate. Chi segue le vicende locali, inoltre, sa anche che quella strada è soprannominata “della morte” perché teatro di quotidiani incidenti automobilistici, purtroppo spesso letali (per umani e animali).
In autunno, poi, quell’asse viario diventa impercorribile durante i temporali: ieri [2 ottobre 2016], ad esempio, l’ANAS ne ha chiuso al traffico vari km a causa di vari allagamenti della carreggiata per la pioggia.
Come ha scritto tre anni fa Maurizio Caprino su «Strade sicure», il suo blog sul «Sole 24 Ore», la SS268 ha «difetti strutturali (per fare il suo strato di sottofondo, furono addirittura utilizzati rifiuti), la carreggiata stretta, le immissioni assurde, i rifiuti nelle piazzole, la pubblicità abusiva, le pendenze errate che facilitano l’accumulo di acqua, il limite di velocità a 70 e i divieti di sorpasso ovunque (anche in rettilineo con sufficiente visibilità e con la marea di mezzi pesanti che ci sono quale automobilista rispetta divieti del genere?)».
E’ per queste ragioni che, pragmaticamente, ci domandiamo: questa strada può davvero salvarci dall’eruzione del Vesuvio?

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Note:

  1. ulteriori informazioni tecniche e storiche della SS 268 sono su Wikipedia;
  2. su fb esiste una pagina dedicata alla viabilità proprio della “Statale 268 del Vesuvio” (non è aggiornatissima, ma speriamo possa crescere);
  3. l’immagine allegata, che evidenzia il tracciato della SS 268, è tratta da questa web-page;
  4. il signor Teodonno ha commentato linkando alcuni suoi servizi: questo, questo e un video.

In Francia si è aperto il processo sulle conseguenze della tempesta Xynthia

Nella notte del 27-28 febbraio 2010 in Vandée e in Charente-Maritime, sulla costa atlantica francese, 53 persone morirono a causa della tempesta Xynthia, di cui 29 nella sola località di La Faute-sur-Mer. Qui, una cittadina turistica dalla forte urbanizzazione tra gli anni ’90 e 2000, la maggior parte delle vittime fu colta nelle proprie case, allagate dopo l’inondazione di una diga [Wikipédia].

Dopo anni di indagini, alla fine dell’agosto 2013 è stata annunciata l’incriminazione del sindaco di La Faute-sur-Mer (primo cittadino dal 1989 al 2014) e di altri esponenti delle istituzioni e delle imprese edili-immobiliari locali [Libération].
Il processo, cominciato il 15 settembre 2014, li giudicherà per omicidio colposo, un reato che, ritiene l’accusa, è stato perpetrato a causa di una condotta amministrativa quanto meno negligente, ovvero per aver concesso premessi di costruzione in zone pericolose, per aver rifiutato di prendere delle misure di sicurezza e, la fatidica notte, per aver ignorato l’allarme della tempesta in arrivo [Le-Monde] [Chroniques-Judiciaires] [Libération].
La sentenza è prevista per il 12 dicembre 2014.

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PS: raccolgo notizie sui processi ai disastri in QUESTO post.

Le mappe del rischio nelle scuole, per cominciare

In vista di un convegno del Consiglio Nazionale dei Geologi, lo studioso Giovanni Calcagnì ha affermato: «L’Italia è un paese sismico, molto pericoloso. 26 milioni di italiani vivono in aree ad altissimo rischio sismico e altri 25 in zone a medio rischio. […] Su 791 Kmq di località abitate in Italia, la quasi totalità dei territori analizzati (l’83%) presenta potenziali amplificazioni forti e ben il 12%, presenta anche fenomeni di instabilità cosismiche, come frane, liquefazioni e cedimenti in caso di sismi intensi» [QUI].
Sono numeri impressionanti, quasi tutti gli italiani (51 milioni su 60 dell’intera popolazione) vivono in zone sismiche. Per la verità, però, due anni fa i numeri erano minori e, sebbene sempre nell’ordine di grandezza di milioni, non si capisce come sia possibile una tale sfasatura: «Ben 3 milioni di persone abitano in zone ad alto rischio sismico, 21 milioni quelle che abitano in zone a rischio medio. Le zone ad elevato rischio sismico sono circa il 50% del territorio nazionale. I comuni potenzialmente interessati da un alto rischio sismico sono 725, quelli a rischio medio sono 2.344. Gli edifici che si trovano in zone a rischio sismico sono poco più di 6 milioni mentre le abitazioni sono più di 12 milioni» [Fonte: rapporto “Terra e Sviluppo” del Consiglio Nazionale dei Geologi, diffusi il 20 maggio 2012 da Gian Vito Graziano, allora presidente del Cng: QUI].
Ma le preoccupazioni, in Italia, non provengono solo dai terremoti, al contrario, le varie tipologie di rischio naturale si sommano tra loro e – come evidenziato sopra – frane, allagamenti, inondazioni, liquefazioni, cedimenti e così via sono rischi che coinvolgono un numero esorbitante di persone. Secondo le stime della Coldiretti, l’82% dei comuni del Paese si trova in zone a rischio idrogeologico, ovvero ne sono interessati più di 5 milioni di italiani: «a causa delle frane e delle alluvioni sono morte oltre 4mila persone dal 1960 ad oggi, mentre gli sfollati e i senzatetto per le sole inondazioni superano rispettivamente i 200 mila e i 45 mila» [QUI]. In questo caso si è propensi a individuare la principale responsabilità nei cambiamenti climatici che stanno provocando precipitazioni pluviali sempre più intense e frequenti, con trombe d’aria, grandinate e vere e proprie “bombe d’acqua”. Tuttavia l’incuria può essere più matrigna della natura: come osserva Fausto Guzzetti, direttore dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Cnr, «quello che ci differenzia rispetto agli stati europei confinanti non è tanto la geologia quanto la disattenzione al territorio. [La soluzione, dunque, starebbe nel prevenire e mitigare anziché nel riparare e piangere i danni, ma per fare ciò bisognerebbe] innanzitutto investire sui piccoli progetti di manutenzione anziché sulle grandi opere» [QUI].
Vi sono tre leve che devono essere mosse contemporaneamente per mitigare il rischio e aumentare la resilienza:

  1. la conoscenza scientifica dei fenomeni, dunque la capacità previsionale di un evento e la sua gestione sociale;
  2. l’adeguamento delle infrastrutture: essenzialmente la gestione del territorio, con piani urbanistici rispettosi dei luoghi, edifici resistenti, vie di fuga, segnaletica, sistema informativo esteso e un corpo di protezione civile sempre più capillare e reattivo;
  3. la preparazione della popolazione, ovvero la capacità di far fronte ad un’emergenza, di riconoscerne i segnali e di comprenderne le risposte più efficaci, in buona sostanza una maggiore consapevolezza.

Ciascuno di questi tre ambiti è, in sé, enorme e, probabilmente, l’unico che fa sensibili passi in avanti è il primo, quello scientifico (inteso non solo come corpus di discipline “tecniche”, ma anche “sociali”). Il problema è che questo sapere fa fatica a diventare forma mentis diffusa e, di conseguenza, ad alimentare il pensiero e le azioni politiche.
Forse, come auspica Marco Cattaneo per il caso vesuviano, bisognerebbe affiggere la mappa della zona rossa del vulcano napoletano in ogni aula scolastica, ma probabilmente anche in ogni ufficio, ospedale, condominio…

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Rischio vesuviano: zona rossa.

Ma, con tanti rischi, le mappe sono numerose e riguardano tutta Italia, per cui diffonderle sarebbe un primo passo nel lungo percorso di (ri)costruzione della conoscenza del territorio. Per cominciare, i ministri dell’Ambiente e dell’Istruzione, insieme al capo della Protezione Civile, dovrebbero far appendere in tutti i luoghi pubblici, comprese appunto le scuole proprio adesso che comincia l’anno di studio, la mappa dei terremoti degli ultimi 30 anni e quella del rischio idrogeologico:

Ecosistema Rischio, dossier 2013

E’ stato presentato il dossier “Ecosistema Rischio 2013“, a cura di Legambiente e del Dipartimento di Protezione Civile:

ECOSISTEMARISCHIO2013

Clicca sull’immagine per scaricare il pdf.

Dal documento emerge, ancora una volta, che il dissesto idrogeologico è alla base del principale rischio del nostro Paese: l’82% dei comuni italiani presenta aree franose e alluvionali. In dieci anni, ha dichiarato Franco Gabrielli, «è cambiato poco o nulla, urge passare dalla parole ai fatti» [QUI].
E’ da osservare, inoltre, che i rischi spesso si sommano tra loro: il comune con il punteggio più basso è San Giuseppe Vesuviano, in piena “zona rossa” vulcanica, che non solo non ha avviato sufficienti attività per la mitigazione del rischio (di frane e alluvioni), ma non ha intrapreso nemmeno un’adeguata organizzazione del sistema comunale di protezione civile (pp. 11-12).

Ho scritto e archiviato di frane e alluvioni nei seguenti post: QUI, QUI e, più in generale, nei post segnati da questo tag.

La Campania finanzia i Piani Comunali di protezione civile

Il Piano di Emergenza Nazionale del Vesuvio è decisamente controverso (e altrove se ne è scritto diffusamente). Altrettanto problematici, però, sono i Piani Comunali di Evacuazione della “zona rossa”: si sa quali sono i punti d’incontro in caso di allarme? e dove fuggire o ripararsi? per quali vie? gli abitanti sanno dove reperire maschere antigas?
Le lacune locali, tuttavia, si inseriscono in un quadro di inadeguatezza più ampio e diffuso. In Campania, infatti, «al 17 dicembre 2013, solo 214 Comuni su 551, pari al 39%, disponevano di un piano di protezione civile comunale», ha dichiarato l’assessore Edoardo Cosenza.
Ieri la Giunta Regionale ha emesso un bando di finanziamento per 15 milioni di euro: le richieste devono pervenire entro 60 giorni. E’ data priorità ai comuni vesuviani e a quelli ad alto rischio idrogeologico: Bando Regione Campania per il finanziamento dei Piani Comunali di protezione civile (oppure QUI, pdf).

Ne ha scritto “Il Giornale della Protezione Civile”: “Campania: dalla Regione 15 milioni di euro per i piani comunali di protezione civile” (3 febbraio 2014).

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Sui costi dei disastri e sulla “convenienza” ad investire in prevenzione, ho scritto due post: QUESTO e QUESTO.

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AGGIORNAMENTO del 20 aprile 2014:
In merito al finanziamento dei piani comunali d’emergenza, MalKo ha pubblicato l’articolo seguente: Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: soldi per i piani d’emergenza (“Hyde Park”, 20 aprile 2014).

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AGGIORNAMENTO del 17 settembre 2014:
Il “Corriere del Mezzogiorno” del 16 febbraio 2014 riferisce che il comune di Terzigno riceverà 1,4 milioni di euro per migliorare una via di fuga in caso di allarme vulcanico. L’assessore regionale alla Protezione Civile Edoardo Cosenza ha dichiarato: «Avanti con azioni concrete per la sicurezza dei cittadini della “zona rossa”», QUI.

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AGGIORNAMENTO del 7 dicembre 2014:
MalKo spiega il ruolo dei comuni nella pianificazione dell’emergenza in caso di allarme vesuviano: “Il sindaco è l’autorità locale di protezione civile ed ha il compito di garantire la sicurezza ad ogni cittadino residente o di transito sul territorio amministrato a prescindere dalla nazionalità e dallo stato giuridico“. I comuni della zona rossa dovranno pubblicare entro il 31 dicembre 2015 i piani di protezione civile (anche online), così da permettere alla popolazione di venirne a conoscenza.