Evacuazioni in Grecia e in California: un paragone col Vesuvio

Dalla pagina-Fb “Rischio Vesuvio”:

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Come è noto, il Piano di Evacuazione del Vesuvio è uno dei più imponenti al mondo: in caso di allarme, in 72 ore 700mila persone dovranno allontanarsi autonomamente o con mezzi messi a disposizione dalle autorità. Chi conosce le strade dei comuni della zona rossa ha legittimamente molti dubbi, tuttavia, al momento, soluzioni alternative non ne sono emerse (anche perché chi preme perché si avvii un processo di mitigazione del rischio sembra non essere preso in considerazione). Non avendo a disposizione circostanze simili, riteniamo sia utile porre attenzione a quelle evacuazioni che, per entità e urgenza, possono essere paragonate, almeno in scala, al nostro caso.
Due giorni fa, ad esempio, a Salonicco, in Grecia, 75mila persone hanno lasciato le loro abitazioni per il disinnesco di una grossa bomba inesplosa della seconda guerra mondiale. Non era mai stato trovato un ordigno di quelle dimensioni in un’area così densamente popolata, per cui è stato necessario l’allontanamento della popolazione, reso possibile grazie al lavoro di un migliaio di poliziotti e 300 volontari. Stiamo parlando, cioè, di un caso che, numericamente, riguarda circa il 10% della popolazione che dovrebbe fuggire dal Vesuvio.
Contemporaneamente in California, la diga Oroville Dam, la più alta degli Stati Uniti, rischia di cedere a causa della piena del lago retrostante, così è stato ordinato agli abitanti delle città a valle di evacuare: con una certa urgenza, ieri 188mila persone hanno lasciato tutto per andare il più lontano possibile dal territorio che potrebbe essere inondato. Anche in questo caso, facendo un paragone con la zona rossa vesuviana, parliamo di circa il 25% di coloro che dovrebbero sfollare.
Soprattutto l’evento californiano è una vera emergenza a tempo indeterminato, infatti si stanno raccogliendo cuscini, coperte, prodotti da bagno, calze, acqua e integratori, nonché pannolini, culle, materassi ad aria e giochi per bambini e, ancora, kit di primo soccorso, prese multiple per collegare telefoni, torce elettriche e cibo per cani.
Come si può notare, un’emergenza, anche quando minimamente pianificata, è un “fatto sociale totale”.

PS: Come mi ha segnalato un amico, in questo articolo di BBC si spiega che molti californiani stanno offrendo ospitalità nelle proprie abitazioni agli sfollati del territorio di Oroville Dam: “Welcome at my home“.

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AGGIORNAMENTO del 15 febbraio 2017:
Le autorità californiane hanno permesso ai circa 200mila sfollati dell’area della diga Oroville Dam di tornare nelle loro abitazioni, ma li hanno anche avvisati che l’emergenza non può considerarsi ancora conclusa, infatti “devono tenersi pronti ad andarsene di nuovo se la situazione dovesse peggiorare“.
Questa fase d’allarme è durata pochi giorni, ed è un’altra differenza con il caso vesuviano, i cui tempi invece sarebbero decisamente più lunghi.

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Presentazione del Piano di Evacuazione del Vesuvio

Ieri [12 ottobre 2016] la Regione Campania e la Protezione Civile hanno presentato il “Piano di Evacuazione” della zona-rossa del Vesuvio. La pagina Fb “Rischio Vesuvio” ne ha scritto alcune considerazioni, al di là degli slogan e delle facili rassicurazioni, poi riportate anche dal website “Aucelluzzo“:

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L’attuale sistema di prevenzione del rischio per il vulcano Vesuvio prevede 4 diversi livelli di allerta:

  1. base (che ha un tempo indefinito ed è quello in cui ci troviamo adesso);
  2. attenzione (che ha un tempo indefinito o, comunque, non meno di alcuni mesi);
  3. preallarme (da mesi a settimane);
  4. allarme (da settimane a giorni).

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(Per ulteriori approfondimenti, rimandiamo a due articoli: qui e qui)

Facciamo questa premessa perché oggi il Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, e il Capo del Dipartimento di Protezione Civile, Fabrizio Curcio, hanno incontrato la stampa per illustrare il “Piano Evacuazione del Vesuvio”, come annunciato ieri. A rigore, la fase di evacuazione si compirebbe in due momenti: il primo spontaneo (durante il livello di “preallarme”) e il secondo obbligatorio (durante il livello di “allarme”). Questa specificazione oggi non è stata riportata dai giornali online che, invece, hanno sottolineato tutti un’affermazione di De Luca: «Mettiamo in salvo 700mila cittadini in 72 ore» [Repubblica, Il Mattino, Corriere del Mezzogiorno]. Questa frase non è nuova, l’hanno ripetuta tutti i governatori campani degli ultimi anni, almeno a partire dall’aggiornamento del Piano del 2003, e, tradotta in termini più accessibili, significa che, quando verrà decretato ufficialmente l’allarme dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, in (almeno) 3 giorni lasceranno le proprie case 10mila persone all’ora. A questo punto, per chi dovesse avere dei dubbi sull’attuabilità di tale proposito, segnaliamo le parole di Curcio in un servizio-video di “FanPage“: «il Piano è sostenibile con le infrastrutture [territoriali] che si hanno adesso». Il Capo della Protezione Civile, poi, ha lasciato intendere che, con adeguamenti futuri (sia delle infrastrutture, sia del Piano stesso), tale scenario potrebbe anche migliorare.

Il documento presentato oggi è disponibile sul sito-web della Regione Campania [pdf] e riguarda le modalità di sgombero della “zona rossa” secondo lo schema seguente:

  1. allontanamento: dalla propria abitazione alle “aree di attesa” (indicate nel Piano di Protezione Civile di ogni singolo comune) e poi alle “aree di incontro” fuori dalla zona di maggior rischio (ad opera della Regione Campania);
  2. trasferimento: dalle “aree di incontro” ai “punti di prima accoglienza” (organizzato dalla Regione ospitante);
  3. accoglienza: dai “punti di prima accoglienza” alle “strutture di accoglienza” (è un’operazione a cura della Regione ospitante che prevede l’uso delle reti ferroviaria, stradale, marittima e aerea).

Si tratta, in effetti, di un passo in avanti rispetto al “Piano di Emergenza“, il quale fornisce solo delle indicazioni generali, per quanto influenti (ad esempio, nel nostro caso, perimetra una “zona rossa” e una “zona gialla”, stabilisce dei gemellaggi e così via). Il “Piano di Evacuazione“, invece, indica – nel dettaglio – le strade, i mezzi, i tempi, gli organi, le modalità con cui far allontanare la popolazione.

(Sulla differenza, non solo terminologica, tra questi due strumenti,
suggeriamo il seguente approfondimento)

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Clicca sull’immagine per accedere al “Piano di Evacuazione del Vesuvio”

Ora, posto che tutto ciò sia attuabile (e ce lo auguriamo vivamente), vogliamo evidenziare due aspetti che ci sembrano lacunosi, se non addirittura assenti:

  • Alla catena di passaggi previsti da questo “Piano di Evacuazione” manca il primo, essenziale anello: non esistono ancora, infatti, tutti i “Piani di Emergenza Comunali” delle municipalità della “zona rossa”. Per essere concreti, in quale piazza del comune “X” (in quale “luogo di attesa”) dovrà farsi trovare uno dei 500 pullman messi a disposizione dalle istituzioni per caricare i residenti? Inoltre, quel bus quali strade dovrà percorrere per evacuare? Vi sembra una sciocchezza? Invece no, perché è il “Piano di Emergenza Comunale” a dover fornire questa informazione, che è possibile ricavare solo dopo un’attenta valutazione della vulnerabilità strutturale dei palazzi che si affacciano su una determinata strada, la quale potrebbe essere impercorribile a causa di crolli di edifici troppo vecchi e non resistenti ai sismi pre-eruttivi. Inoltre, è fondamentale un’armonizzazione dei singoli piani comunali, perché il bus del nostro esempio attraverserà comuni diversi, per cui è fondamentale che le vie di fuga di un paese siano razionalizzate con quelle della città adiacente.
  • Se anche tutto fosse già definito e preparato a livello burocratico e istituzionale, ci domandiamo: la popolazione ne è a conoscenza? Io, abitante del solito comune “X”, so dove recarmi per essere sfollato? Dove posso ricevere questa informazione? Esiste un ufficio, una brochure o un sito internet che me lo spieghi efficacemente? Ma, soprattutto, come può essere sostenibile un Piano che non è partecipato, che non è comunicato, che non è conosciuto? Come si può pensare che tutto filerà liscio se quanto progettato non ha mai neanche preso in considerazione la necessità di includere e di ascoltare le voci del territorio?

Noi vogliamo credere alle buone intenzioni di tutti, ma allora ci aspettiamo entro la fine di questo mese – la stessa scadenza annunciata dalle suddette autorità per il completamento definitivo del Piano – anche un preciso programma di informazione e comunicazione. Si potrebbe/dovrebbe aprire, ad esempio, un website regionale espressamente dedicato al rischio Vesuvio, chiaro e facilmente accessibile, oltre a dei canali di dialogo con la popolazione, magari sui socialmedia che, come dimostra questa nostra pagina Fb (autonoma e indipendente), sono uno dei canali privilegiati di accesso alle informazioni, nonché di formazione e diffusione della consapevolezza del rischio.

Postilla
Al contrario di quel che generalmente si ritiene, i numeri possono essere molto nebbiosi e, dunque, essere usati a proprio piacimento. In particolare, per il caso del Vesuvio la questione riguarda il numero preciso di abitanti da evacuare: quanti sono, esattamente? Il Piano presentato ieri prevede due tipi di allontanamento dalla “zona rossa”: il primo spontaneo e autonomo già nella fase di “preallarme” (secondo i dati della Protezione Civile si tratterebbe di metà della popolazione residente, dunque circa 350mila persone che si allontanerebbero con mezzi propri), il secondo obbligatorio e con mezzi messi a disposizione dalle istituzioni durante la fase di “allarme” (riguarderebbe i restanti 350mila residenti, da sfollare nelle famose 72 ore indicate da De Luca).
A questa precisazione va aggiunta una ulteriore considerazione: ad oggi non si sa quante persone abitino nel territorio entro la cosiddetta “linea Gurioli“, ovvero all’interno della “zona rossa”: tale perimetro, infatti, non segue i confini comunali, come nella precedente zonizzazione del 1995, e non è stato effettuato alcun censimento per conoscere il numero esatto di persone coinvolte. Inoltre, entrando nel merito, non sappiamo quante siano le persone con disabilità o con particolari necessità mediche, non sappiamo quanti siano gli anziani e quanti i bambini, non sappiamo quanti siano i nuclei familiari e così via: tutte informazioni essenziali per un’evacuazione operativa che, invece, al momento appare come una mera intenzione, un semplice annuncio verbale.

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INTEGRAZIONE del 5 novembre 2016:
Il 2 novembre il blogger MalKo ha pubblicato un post molto interessante in cui spiega i limiti del Piano di Evacuazione del Vesuvio: QUI.

La SS 268 del Vesuvio può davvero salvare qualcuno?

Ieri [2 ottobre 2016] l’ANAS ha chiuso alcuni km della Strada Statale 268 “del Vesuvio” a causa della pioggia. Si tratta dell’asse viario che andrebbe percorso in caso di allarme eruttivo. Le sue condizioni, però, sono così rovinate che ci si domanda con angoscia se possa davvero salvare qualcuno.

“Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci”, 3 ottobre 2016: qui.

La nostra interpretazione del rischio Vesuvio va oltre gli aspetti meramente emergenziali, quelli cioè legati al solo momento della futura eruzione, quando scatterà l’allarme e bisognerà lottare contro il tempo per fuggire il più lontano possibile. La nostra idea, infatti, inquadra il rischio come un discorso pubblico in divenire, come un percorso collettivo, dunque politico, scientifico, democratico, ecologico, urbanistico; in una parola: come un processo culturale.
Se ne parlano, i nostri politici (nazionali e locali, di maggioranza e opposizione) affrontano la questione esclusivamente in termini di evacuazione, al limite di esercitazioni e simulazioni, per cui stanziano fondi per elaborare piani di emergenza comunali (che spesso non vengono neanche redatti, contravvenendo alla legge) e per stampare brochure che restano a prendere polvere in qualche cassetto delle nostre abitazioni. Questo modo di affrontare il rischio rappresentato dal Vesuvio è trasversale: nessuno dei nostri eletti, infatti, si azzarda ad ampliare il tema a quello che, a nostro avviso, è il vero cuore della questione, ovvero la mitigazione del rischio. Questo punto, infatti, comporta che vengano toccati temi spinosi come la decementificazione, la riduzione dell’impatto antropico e il ripensamento delle nostre città, voracemente cresciute in decenni di speculazione (economica ed elettorale). Non è per nulla semplice trovare soluzioni, per carità, ma uno sforzo in più sarebbe davvero opportuno.
Siccome tentiamo di essere concreti, riteniamo che, nonostante i suoi difetti e le tante perplessità che solleva, l’attuale Piano di Emergenza Nazionale per il Vesuvio sia comunque un documento su cui ragionare, un punto da cui parire per quel percorso collettivo a cui alludevamo più sopra. In tal senso, il nostro contributo come gestori di questa pagina fb è di informare correttamente, ma anche di alimentare lo spirito critico di chi abita intorno al vulcano napoletano (e il discorso vale anche per chi vive in altre zone sismiche e vulcaniche della Campania).
Dunque, partendo dal Piano di Emergenza vigente, la “via di fuga” per eccellenza è la Strada Statale 268 (“del Vesuvio”, appunto), un asse pressoché circolare intorno al vulcano. Le sue criticità sono parecchie: dalla forma, appunto circolare e non radiante, alle sue dimensioni e al numero di carreggiate. Chi segue le vicende locali, inoltre, sa anche che quella strada è soprannominata “della morte” perché teatro di quotidiani incidenti automobilistici, purtroppo spesso letali (per umani e animali).
In autunno, poi, quell’asse viario diventa impercorribile durante i temporali: ieri [2 ottobre 2016], ad esempio, l’ANAS ne ha chiuso al traffico vari km a causa di vari allagamenti della carreggiata per la pioggia.
Come ha scritto tre anni fa Maurizio Caprino su «Strade sicure», il suo blog sul «Sole 24 Ore», la SS268 ha «difetti strutturali (per fare il suo strato di sottofondo, furono addirittura utilizzati rifiuti), la carreggiata stretta, le immissioni assurde, i rifiuti nelle piazzole, la pubblicità abusiva, le pendenze errate che facilitano l’accumulo di acqua, il limite di velocità a 70 e i divieti di sorpasso ovunque (anche in rettilineo con sufficiente visibilità e con la marea di mezzi pesanti che ci sono quale automobilista rispetta divieti del genere?)».
E’ per queste ragioni che, pragmaticamente, ci domandiamo: questa strada può davvero salvarci dall’eruzione del Vesuvio?

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Note:

  1. ulteriori informazioni tecniche e storiche della SS 268 sono su Wikipedia;
  2. su fb esiste una pagina dedicata alla viabilità proprio della “Statale 268 del Vesuvio” (non è aggiornatissima, ma speriamo possa crescere);
  3. l’immagine allegata, che evidenzia il tracciato della SS 268, è tratta da questa web-page;
  4. il signor Teodonno ha commentato linkando alcuni suoi servizi: questo, questo e un video.

Radio Anch’io sul Vesuvio

Stamattina ho condiviso sul mio fb una breve lezione di filosofia della scienza tenuta per TED da Naomi Oreskes, che in premessa esprime un concetto fondamentale:

«Non possiamo quasi mai giudicare gli assunti scientifici da soli. E questo è vero anche per gli scienziati fuori dall’ambito delle loro specializzazioni. Se ci pensate, un geologo non può dirvi se un vaccino sia sicuro oppure no. La maggior parte dei chimici non è esperto di teoria evolutiva. Un fisico non può dirvi se il tabacco provochi o meno il cancro».

Nella mia presentazione su fb ho usato il plurale, “scienze”, perché appunto esistono numerosi ambiti e tante specialità. Sembra un’ovvietà, eppure non è così, allora continuo: tra le tante discipline scientifiche ci sono anche quelle sociali (apertamente disprezzate dal quel genio di Sheldon Cooper, certo), che a loro volta hanno ulteriori specializzazioni: sociologia, psicologia sociale, antropologia culturale e sociale e così via.
Ora, oggi ho recuperato una puntata di due giorni fa della trasmissione “Radio Anch’io” (Rai Radio 1) dedicata al Vesuvio e ad altri vulcani italiani, diffusa in diretta dalla sede storica dell’Osservatorio Vesuviano, con ospiti vulcanologi, esponenti della Protezione Civile e politici regionali. La si può ascoltare in streaming, dura 1h15′.

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Clicca sulla foto per accedere al tweet da cui è tratta.

Tra l’altro, si è parlato anche del rischio vulcanico e della sua prevenzione in area napoletana. Al di là della retorica sull’esistenza del piano di emergenza, dei tempi di preavviso e delle modalità di evacuazione, le difficoltà di attuazione che tutti intuiamo sono dovute, secondo gli intervenuti, sostanzialmente a due fattori: ad un deficit di comunicazione con la popolazione e ad una impreparazione (talvolta definita “inconsapevolezza”) degli abitanti della zona rossa vesuviana. Posto che ciò sia vero (a mio avviso i motivi di preoccupazione sull’efficacia di una fuga di massa organizzata sono anche altri e, comunque, va sottolineato che l’evacuazione non mitiga il rischio, che è una questione del tutto taciuta), ebbene queste non sono cause, bensì prodotti storici.
Ogni disastro (anche se solo annunciato) è tale perché risulta dalla combinazione di tre elementi: l’evento calamitoso (una scossa sismica, un’alluvione, un’eruzione vulcanica…), la propensione al danneggiamento (la vulnerabilità, cioè, ad esempio, come sono state costruite le abitazioni) e la presenza umana (che rimanda alla sfera sociale, psicologica e culturale). Questi fattori hanno solo in parte attinenza con la vulcanologia, perché poi riguardano altri ambiti, come l’ingegneria e, appunto, le scienze sociali. Fa un certo effetto, dunque, sentir parlare di “consapevolezza” o di “fatalismo” chi non ha dimestichezza con tali concetti, col risultato che la puntata riproduce ancora una volta una stigmatizzazione degli “ignoranti” da parte dei “sapienti” (che sapienti non sono in determinati campi), veicolando un’idea della scienza per “fede” e non per “autorevolezza” che continuerà ad erodere la fiducia della gente.
Sarà un problema degli scienziati sociali, evidentemente, che devono partecipare al dibattito pubblico con maggior spirito di servizio, ma è anche vero che sia all’Osservatorio Vesuviano che alla Protezione Civile sono a conoscenza di studi socio-antropologici sul caso vesuviano e sul rischio in generale (a settembre uscirà un numero monografico di una nuova rivista di antropologia applicata, interamente dedicato al rischio e ai disastri). Allora perché continuare ad ignorarli? Davvero possiamo continuare a raccontarci la favola che la gente è indifferente alla natura del territorio in cui vive? Che c’è bisogno di maggiore “cultura del rischio”? Che bisogna comunicare di più? Ma la lingua del posto la conoscono? E le voci locali le hanno mai ascoltate?
La trasmissione avrebbe dovuto prevedere l’intervento di qualcuno che spiegasse perché reagiamo come reagiamo dinnanzi ad un pericolo, perché sembra che ci sia disinteresse rispetto ai catastrofici scenari prospettati, perché il piano di emergenza non è conosciuto (e dunque inapplicabile) e così via. Solo il geologo Fosco d’Amelio, intervenuto telefonicamente sul finire della puntata, ha posto attenzione al “fattore umano”, ma ormai il tempo era in scadenza e, allora, ancora una volta sarà per la prossima volta.

Il mare come possibile via di fuga

A parità di condizioni, la fascia costiera vesuviana è quella a maggior rischio perché è stretta tra mare e vulcano. Al centro di questo spazio c’è la città di Torre del Greco che, per una eventuale evacuazione dei cittadini, ha direzioni di marcia pressoché obbligate.

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Clicca sull’immagine per accedere al post di MalKo.

MalKo, esperto di sicurezza e tra gli organizzatori di un’esercitazione nel 2001, analizza la possibilità che ci si possa mettere al riparo sul mare, percorrendo alcune miglia verso il largo. Per rendere attuabile questa strategia, tuttavia, è necessario dotarsi di mezzi adeguati, di mettere in piedi una speciale organizzazione e di sistemare i porti e i loro fondali: “Rischio Vesuvio: Torre del Greco comune mediano della fascia costiera“.

Simulazioni d’emergenza intorno al Fuji

Il “piano di emergenza” dall’area del monte Fuji, il vulcano simbolo del Giappone, prevede l’evacuazione di 1.200.000 persone (750mila dai 14 comuni della “zona rossa” e 470mila dalla zona dove sono previste cadute di cenere) [qui e qui].
Il Fuji non erutta dall’inverno del 1707-1708 [qui], ma pochi giorni fa – anche in seguito allo shock dovuto alle decine di morti per l’eruzione del vulcano Ontake [qui] – c’è stata una esercitazione che ha coinvolto circa 2500 abitanti di 26 diverse municipalità [qui].
Sono state sperimentate varie possibilità di fuga: veicoli privati su strade specifiche (soprattutto nelle zone poco servite dal trasporto pubblico), “evacuazione prioritaria” per le persone con problemi di mobilità, apposizione di grossi blocchi di cemento per simulare le barriere che potrebbero deviare o contenere le colate di lava [qui e qui].

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Mi sembra che le similitudini col caso del Vesuvio siano più di una (il numero di persone interessate dal piano di emergenza e lo scenario eruttivo preso in considerazione, innanzitutto), ma con una differenza bella grossa: in Giappone le esercitazioni le fanno.

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AGGIORNAMENTO:
In serata un utente di FB ha lasciato un commento che solleva un dubbio comprensibile:

Non per fare quello che ha sempre qualcosa da dire su tutto, ma 2500 abitanti su un totale di 1milione e settecentomila sono meno del 5%. Davvero non mi è chiara la valenza di un’esercitazione che coinvolga un numero così esiguo di persone. Rispettando tale proporzione basterebbe coinvolgere 1500 persone intorno al Vesuvio, pari a 25 autobus GT e siamo con la coscienza a posto?

Ho risposto così:

Le esercitazioni sono sempre su un campione della popolazione: servono a testare le forze, le strategie, le risorse. La loro ripetizione, anno dopo anno, permette a un numero sempre maggiore di abitanti di conoscere le procedure di emergenza. Il problema è quando le esercitazioni vengono effettuate una tantum o addirittura una volta sola.
Ad esempio, nell’ottobre 2006 la Regione Campania e la Protezione Civile effettuarono MESIMEX (Major Emergency Simulation Exercise), un’esercitazione che coinvolse circa 2000 abitanti della zona rossa vesuviana. Si trattò di un’esperienza importante, per quanto possa sembrare numericamente limitata. La questione preoccupante è che non venne ripetuta (e corretta), per cui ci troviamo a realizzare solo esercitazioni molto più piccole ed episodiche, generalmente di livello comunale (Somma Vesuviana nel 1999, Portici nel 2001, Pollena Trocchia nel 2004 e nel 2011).

Linee guida per la pianificazione dell’emergenza

Cittadini ed esperti hanno spesso sottolineato l’assenza di una adeguata pianificazione dell’emergenza per la zona rossa del Vesuvio [ad esempio, qui], soprattutto a livello comunale [qui]. In genere le istituzioni hanno pressoché taciuto tale preoccupazione, sottolineando, piuttosto, che il Piano di Emergenza generale c’è ed è condiviso (lo ha fatto, con grande risonanza mediatica, anche il numero di agosto 2014 de “Le Scienze” [qui e qui]).
Chi segue con regolarità la vicenda, invece, sa bene che le lacune sono tante, soprattutto a livello locale, come si evince chiaramente dal fatto che alcuni mesi fa la Regione Campania ha lanciato un bando di finanziamento dei piani comunali di protezione civile. Ma la situazione è delicata anche a livello più ampio se solo oggi, 25 settembre 2014, sono state approvate le “Indicazioni per l’aggiornamento delle pianificazioni di emergenza per la zona rossa del Vesuvio” [pdf]. In altre parole, solo oggi sono state chiarite le modalità con cui dovranno essere redatti i piani d’emergenza comunali (le “aree di attesa” e i “punti di incontro”), regionali (i “punti di prima accoglienza”) ed extra-regionali (le “strutture di accoglienza”).

—>  Linee guida per la pianificazione dell’emergenza vesuviana  <—
(versione parziale, pdf)

Ne hanno scritto vari organi di stampa, compresi “Il Giornale della Protezione Civile” e il “Corriere del Mezzogiorno“. Quel che nessuno scrive, mi sembra, è come si dovranno raggiungere i vari punti di incontro e le strutture di accoglienza. Con mezzi propri? E allora a cosa servono le aree di attesa? E chi non è autosufficiente o ha bisogno di cure mediche o non possiede un’automobile? Ma soprattutto, sappiamo chi sono costoro, quanti sono e dove sono? Insomma, queste “indicazioni per la pianificazione” in cosa consistono, nella ripartizione delle fasi di allerta e nell’organizzazione della catena di comando?
Ancora una volta l’entusiasmo istituzionale e mediatico va preso con molta cautela e scremato da ogni lettura semplicistica. Come ho letto in un commento online,

«si parla di ipotetici “aree di incontro” per censire la popolazione in uscita. Lo si può fare se gli sfollati salgono su un treno o su un pullman, a cui si può imporre di dirigersi verso queste aree, ma chi si sposta a decine di migliaia contemporaneamente con le proprie automobili, ma come si pensa di censirle?? Non certo in partenza, come scritto su questo documento, ma semmai unicamente una volta giunto a destinazione (sempre che qualcuno lo abbia informato quale sia la regione di destinazione).
Altro quesito: come gestisco il nucleo familiare es. di Pompei che mi giunge con la propria macchina sul litorale pontino, perché non ne vuole sapere di recarsi in Valle D’Aosta (sua Regione di destinazione secondo la pianificazione), visto che è a 800 Km di distanza da casa sua e visto che, sempre la pianificazione, prevede l’accoglienza nel Lazio unicamente degli abitanti di Ottaviano e di tre quartieri di Napoli? Che facciamo, chiamiamo i Carabinieri per cacciarli via?».

Le criticità sono e restano molte, ma aspetto di leggere il documento ufficiale completo per poter esprimere un parere ponderato e documentato. Intanto, però, un po’ di onestà intellettuale da parte dei rappresentanti istituzionali quando qualcuno denuncia delle falle non sarebbe male.

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AGGIORNAMENTO del 7 dicembre 2014:
MalKo spiega il ruolo dei comuni nella pianificazione dell’emergenza in caso di allarme vesuviano: “Il sindaco è l’autorità locale di protezione civile ed ha il compito di garantire la sicurezza ad ogni cittadino residente o di transito sul territorio amministrato a prescindere dalla nazionalità e dallo stato giuridico“. I comuni della zona rossa dovranno pubblicare entro il 31 dicembre 2015 i piani di protezione civile (anche online), così da permettere alla popolazione di venirne a conoscenza.