Il terremoto è una questione politica e culturale

27 marzo 2017:

Da mesi Alessandro Chiappanuvoli racconta su “Internazionale” l’ultimo, infinito, terremoto nell’Italia Centrale. Pochi giorni fa ha pubblicato un nuovo testo, che però va oltre la cronaca e, anzi, può essere considerato come una riflessione socio-politica sulla prevenzione sismica. L’operazione è ambiziosa: cambiare il paradigma secondo cui il terremoto sia un fenomeno in primo luogo fisico, tecnico ed economico, per proporne, invece, un altro in cui tale problema sia affrontato innanzitutto come culturale, dunque politico e sociale.

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L’articolo è ricco di spunti di riflessione, nonché di contributi da parte di studiosi come Antonello Ciccozzi, Stefano Ventura, Fabio Carnelli (e, niente meno, io stesso).
Nel caso non l’abbiate ancora letto, ve lo consiglio: riguarda tutti noi, nessuno escluso.

giogg-citato-su-internazionale_2017-marzo(Questo secondo screenshot mi è stato inviato dall’Inghilterra, da un’amica che non ne sapeva nulla)

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Su Fb l’articolo è stato molto condiviso e commentato. Ecco alcune presentazioni fatte dai miei contatti:

Alessandro Chiappanuvoli:
Vi prego la massima condivisione, il problema della prevenzione sismica deve diventare una questione nazionale.
Nell’articolo sono citate le persone che mi hanno aiutato a scriverlo: Antonello Ciccozzi, Fabio Carnelli, Stefano Ventura, Giogg, Samanta Di Persio; che ringrazio ancora. In sostanza, da mio nonno e il mio paese, Cansatessa, si introducono alcune delle questioni più rilevanti in tema di prevenzione sismica. La prevenzione è in primo luogo un problema culturale, quindi ci riguarda tutti.

Fabio Carnelli:
Oggi su “Internazionale”, “Oltre il rischio sismico” viene preso in considerazione ed usato per ragionare in modo trasversale sul rischio sismico in Italia (questo era lo scopo del libro).
Grazie ad Alessandro Chiappanuvoli, con Stefano Ventura si è provato anche a dare degli stimoli a partire dalle riflessioni di “Sismografie/Lavoro Culturale” e dal lavoro che che ogni giorno facciamo nel nostro quotidiano.

Giuseppe Forino:
Ieri “Internazionale” ha pubblicato un articolo, molto ben scritto, che rivendica la necessità di ripensare al rischio sismico (e a tutti i tipi di rischi, aggiungerei) come qualcosa che, prima ancora di scienza e tecnica, sia un problema culturale e politico. L’articolo rende giustizia agli accademici che cercano anche di andare oltre l’accademia e attinge a piene mani da un testo importante di Fabio Carnelli e Stefano Ventura, autori di “Oltre il rischio sismico” nonché animatori dei dibattito in corso su “Sismografie/Lavoro Culturale”, e dalle riflessioni dell’antropologo Giogg.
“Dobbiamo comprendere che il problema del rischio sismico deve diventare culturale e politico, e soltanto poi tecnico ed economico”.

Pietro Saitta (tra i commenti di una condivisione):
Molto buono, Alessandro. Anche se non sono affatto convinto che debba diventare un allarme come il fumo o altro. Quelli sono meccanismi neoliberali per eccellenza, che si accompagnano al ritiro dello Stato e alla responsabilizzazione dell’individuo. Insomma dove c’è quel tipo allarme di solito non c’é piú controllo sui processi, né uguaglianza è tantomeno razionalitá. Ma per il resto é davvero ottimo.

Sul commissariamento dell’Osservatorio Vesuviano

Dalla pagina Fb “Rischio Vesuvio“:

Il 17 febbraio 2016 il Consiglio di Amministrazione dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), a quel tempo presieduto da Stefano Gresta, commissariò Giuseppe De Natale, allora direttore dell’Osservatorio Vesuviano (che è la sede napoletana dell’ente) per «gravissime criticità nella Direzione della Sezione, in ordine all’organizzazione, al funzionamento e alla gestione di vari servizi anche essenziali, al riconoscimento della leadership dirigenziale e al benessere organizzativo della Sezione». La notizia fu data da tutti i giornali campani e nazionali: “Il Mattino“, “La Repubblica“, “Corriere del Mezzogiorno“.
L’attività di monitoraggio dei vulcani Vesuvio e Campi Flegrei non è mai stata a rischio, perché il provvedimento ha riguardato solo aspetti amministrativi, tuttavia per gran parte del 2016 all’interno dell’OV non si è respirata un’atmosfera serena. Per lunghi mesi si è passati tra sospensioni del commissariamento e nuove ri-sospensioni, tra ricorsi alla giustizia amministrativa e attesa del pronunciamento, che è finalmente avvenuto il 12 ottobre scorso. In tale sentenza il TAR Campania ha dichiarato illegittimo il commissariamento [la sentenza è disponibile anche qui], tuttavia De Natale non potrà comunque tornare alla direzione, in quanto nel frattempo è giunta la scadenza naturale dei tre anni dell’incarico. In ogni caso, potrebbe avviare un’azione risarcitoria, che però lui stesso esclude in un’intervista rilasciata ieri a “Il Mediano”.

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Come ci hanno insegnato i filosofi della scienza e gli scienziati sociali, anche la comunità scientifica (o, per dirla con Pierre Bourdieu, il campo della scienza) è attraversata da lotte furibonde al proprio interno: pensare che i ricercatori siano tutti uniti e con lo sguardo teso all’orizzonte della conoscenza è una visione ingenua e falsa, perché in realtà sono altamente competitivi tra loro e, nella gestione del potere, talvolta anche irrazionali o non adeguati al ruolo. Bisognerebbe, dunque, anche domandarsi perché si è arrivati al commissariamento, perché nel febbraio scorso l’Osservatorio Vesuviano abbia ricevuto un colpo così duro, in seguito a proteste e dimissioni [anche qui]. Ciò che speriamo è che questa vicenda, in futuro, serva da lezione per tutti.
Intanto, dagli inizi di settembre il nuovo direttore dell’OV è la dottoressa Francesca Bianco, esperta di sismologia, a cui auguriamo buon lavoro.

INTEGRAZIONE:
La vicenda giuridica accennata nel post è piuttosto complessa e per comprenderla a pieno sarebbe necessario leggere ed ascoltare di più. Per limitarci ai documenti pubblici, ci sembra opportuno segnalare la Delibera del Consiglio di Amministrazione dell’INGV n. 285, del 29 novembre 2016, con la quale le parti si impegnano a «sottoscrivere un accordo transattivo con il Dott. Giuseppe De Natale, [attraverso il quale costui] si impegna a non esperire qualsivoglia azione giudiziaria nei confronti di INGV in merito ai provvedimenti che avevano determinato il Commissariamento della Sezione di Napoli»: pdf [il download è diretto; l’elenco delle delibere 2016 è qui].

Della necessità di un osservatorio sulla disinformazione

Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci, 8 dicembre 2016:

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Ieri, 7 dicembre 2016, “Il Giornale” ha pubblicato un articolo su un recente convegno dell’Ordine degli Ingegneri di Napoli («Vulcano rischio napoletano») e ha riportato una dichiarazione del capo dei Vigili del Fuoco regionale, Michele Maria La Veglia.
Il tutto è stato presentato con questo titolo:

«Vesuvio, l’allarme degli esperti: “Se erutta 600mila vittime in 300 secondi”. Secondo i dati emersi dal convegno sul Vesuvio organizzato dall’Ordine degli Ingegneri una possibile eruzione del vulcano provocherebbe una strage»

La notizia ci è stata segnalata nel gruppo-Fb “Associazione Nazionale Disaster Manager“, dove è stata criticata per i toni sensazionalistici.

Come sa chi segue la nostra pagina Fb, questo tipo di linguaggio, nel caso del Vesuvio, è ciclico. Nel corso degli anni, abbiamo conservato molti articoli volti a suscitare scalpore, spesso diffusi da pseudo-webjournal, talvolta addirittura da siti internet momentanei che hanno l’unico interesse a moltiplicare e convogliare audience per monetizzare in brevissimo tempo, grazie ai banner pubblicitari. Riteniamo sia una vera e propria deriva della comunicazione contemporanea che, purtroppo, ha coinvolto anche i giornali veri (che piaccia o no la loro linea editoriale), come in questo caso. Lo si verifica ad ogni minima scossa sismica nel Sannio o in Irpinia, per stare alla Campania, che osserviamo con più attenzione. La particolarità è che non sono quasi mai bufale, ma esasperazione di notizie reali.
Il fenomeno va denunciato, ma anche analizzato, così da riconoscerne alcuni elementi ricorrenti:

  1. i giornalisti che si occupano di rischi e di disastri (di origine naturale o antropica) spesso non sono alfabetizzati a quel tema e al suo linguaggio specifico;
  2. le testate giornalistiche non si fanno scrupoli a lanciare titoli eclatanti al fine di creare emozione (che porta al click o alla vendita di qualche copia cartacea in più);
  3. gli intervistati (siano essi scienziati, ingegneri, tecnici o operatori di protezione civile e dei vigili del fuoco) devono essere più cauti nelle loro dichiarazioni mediatiche (poi, certo, alcuni invece sono pienamente consapevoli del tono usato proprio perché vogliono creare effetto);
  4. i lettori (i cittadini) sono spesso indifesi dinnanzi a tanto clamore, che proprio chi fa narrazione del presente dovrebbe in qualche modo mediare e interpretare, ovvero saper raccontare.

E’ in occasioni di questo tipo che sentiamo tantissimo la mancanza di un osservatorio sulla disinformazione scientifica e sul rispetto della deontologia giornalistica. Andrebbe istituito e, se può essere utile, noi siamo disponibili a contribuirvi.

Il post con cui abbiamo saputo di questa notizia:

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Terremoto dell’Italia Centrale: bufale e détour dell’informazione

Dal punto di vista mediatico, due sono le caratteristiche principali delle scosse sismiche di fine di ottobre:

  1. la valanga di notizie false e di toni esasperati che fin dai primi minuti post-terremoto si è riversata sui socialmedia (e non solo);
  2. il puntuale détour nel discorso sul rischio che porta a parlare delle minacce geologiche che gravano su Napoli.

Per difendersi dalla prima degenerazione, ieri la pagina “Rischio Vesuvio…” ha pubblicato i link a vari debunker delle ultime bufale, nonché un vademecum per bonificare il nostro ambiente digitale:

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TERREMOTO DELL’ITALIA CENTRALE: COME DIFENDERSI DALLA DISINFORMAZIONE
Gli ultimi terremoti nell’Italia Centrale del 26 ottobre (a Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera) e del 30 ottobre (a Norcia, Preci e, ancora, Castelsantangelo sul Nera) sono stati forti (la seconda, addirittura, con una magnitudo che non veniva raggiunta dal 1980), ma per una serie di circostanze non hanno provocato morti, sebbene i danni ai centri abitati e alle attività economiche siano molto gravi, potenzialmente critici per la tenuta delle stesse comunità umane.
Dal punto di vista mediatico, uno dei dati che sono saltati agli occhi è stato il livello di diffusione, pervasività e insistenza di notizie false che sono circolate sui socialmedia (e non solo) fin dai primi minuti dopo le scosse sismiche.
Tra le principali, segnaliamo:
1) Una senatrice ha accusato il governo di truccare la magnitudo per non risarcire le vittime.
2) Un consigliere regionale se l’è presa con i petrolieri.
3) Un noto giornalista ha attaccato il Papa perché dovrebbe consacrare l’Italia alla Madonna.
Tra i tanti che hanno svelato queste bugie, consigliamo: Fabio Grandinetti su “L’Espresso”, così come Mario Munafò, Juanne Pili su “FanPage”, Davide Casati sul “Corriere della Sera”, Giuditta Mosca su “Wired” e, soprattutto, “Valigia Blu” che ha ricostruito il processo con cui è nata e si è diffusa la notizia falsa della magnitudo abbassata. Assodato che la disinformazione è inquinamento, tutto ciò non fa altro che confermare quel che sosteniamo da tempo, ovvero che siano necessarie ed urgenti una più profonda ed estesa alfabetizzazione al linguaggio scientifico e una più autorevole e costante comunicazione in merito ai rischi.
Per cominciare a migliorare il nostro ambiente (digitale e non solo), si potrebbero seguire i consigli per una sana convivenza sul web diffusi due settimane fa da “Valigia Blu“: «1. Prima di commentare aspetta la seconda o terza versione della notizia; 2. Se scopri di aver condiviso una notizia falsa, rettifica; 3. Prima di condividere una foto o un video accertati che siano autentici; 4. Prima di condividere controlla la fonte; 5. Prima di condividere controlla la data dell’articolo; 6. Ricordati di citare la fonte; 7. Non insultare, fa male a te e a chi partecipa alla conversazione».

Per razionalizzare il secondo punto, invece, stamattina ha ascoltato la direttrice dell’Osservatorio Vesuviano e il suo invito a focalizzare l’attenzione su ciò che, attualmente, desta reale preoccupazione:

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TERREMOTO DELL’ITALIA CENTRALE: QUALI EFFETTI SU NAPOLI?
Come era capitato già dopo il sisma del 24 agosto ad Amatrice, Accumoli ed Arquata del Tronto, così anche dopo le scosse telluriche di fine ottobre il tema del rischio si è esteso alla minaccia sismica e vulcanica che grava su Napoli e la sua provincia. In effetti, negli ultimi due mesi l’argomento è stato affrontato spesso: la Regione Campania e il Dipartimento della Protezione Civile, infatti, hanno presentato il Piano di Emergenza dei Campi Flegrei e il Piano di Evacuazione del Vesuvio. Inoltre, come abbiamo evidenziato noi stessi due settimane fa, ciò ha palesato la fragilità del capoluogo campano, completamente interessato dai vulcani ad est e ad ovest del suo nucleo urbano.
Per non dare corda ai ciarlatani, riteniamo fondamentale ascoltare le parole di chi studia questi fenomeni. A tal proposito segnaliamo che l’altro ieri “La Repubblica” ha intervistato Francesca Bianco, direttrice dell’Osservatorio Vesuviano.
La scienziata ha affermato che con le ultime scosse «abbiamo ballato, ma non c’è pericolo. E se il grande incubo dei napoletani è il Vesuvio, la nostra attenzione [dell’Osservatorio Vesuviano] è tutta puntata sui Campi Flegrei: nella zona della Solfatara e di Pisciarelli il livello di guardia è giallo». Dopo aver brevemente parlato anche del Vesuvio e del Marsili (che attualmente non destano preoccupazione), la dottoressa Bianco ha concluso dicendo: «Non è il terremoto che crea problemi, ma come l’uomo ha costruito nelle zone in cui avviene un terremoto. Noi siamo al nostro posto, incessantemente da 175 anni, ma occorrerebbe fare una sostanziale azione di messa in sicurezza del territorio a tutti i livelli, con un check up di tutti gli edifici e reali azioni preventive».
Per ciò che riguarda i sismi in Campania, è bene ricordare che le aree sismogenetiche più importanti sono quelle dell’Irpinia e del Sannio e che potranno provocare terremoti in futuro, per cui è essenziale, come ci ha spiegato un’altra geologa, che «in questo tempo dobbiamo tutti preoccuparci di rendere le nostre case, scuole e uffici, più sicuri e in grado di resistere a scosse forti».

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INTEGRAZIONE (con maggiori dettagli qui):
I movimenti tellurici della fine di ottobre 2016 che hanno scosso il Centro Italia hanno visto spuntare innumerevoli bufale, nonché varie interpretazioni legate al sacro (ne ho scritto almeno anche qui e qui):

  • il ministro israeliano per la Cooperazione, Ayooub Kara (druso, cristiano), ha detto che il terremoto è stata «una punizione divina all’Italia per essersi astenuta alla votazione dell’Unesco sulla Città Vecchia di Gerusalemme», che, a giudizio di Israele e delle comunità ebraiche del mondo, ha negato i legami millenari di Israele con l’ebraismo: 28 ottobre 2016. (Israele poi si è scusata).
  • il giornalista cattolico integralista Antonio Socci ha polemizzato contro Papa Francesco: «Il terremoto devasta la terra di San Benedetto (e di San Francesco) cuore dell’Europa cristiana. Invece di andare a rendere omaggio a Lutero che ha distrutto la cristianità, Bergoglio dovrebbe consacrare l’italia mettendola sotto il patrocinio della Madonna»: 30 ottobre 2016.
  • l’emittente cattolica “Radio Maria”, a poche ore dall’ultima scossa, ha fatto dire ad uno dei suoi speaker le seguenti parole: «Dal punto di vista teologico questi disastri sono una conseguenza del peccato originale, sono il castigo del peccato originale, anche se la parola non piace. […] Arrivo al dunque, castigo divino. Queste offese alla famiglia e alla dignità del matrimonio, le stesse unioni civili. Chiamiamolo castigo divino»: 3 novembre 2016.
    (Successivamente il Vaticano ha condannato Radio Maria attraverso monsignor Angelo Becciu, Segretario di Stato: “Chiediamo perdono è una affermazione pagana, non cristiana. L’emittente corregga i toni del suo linguaggio e si conformi di più al Vangelo“. Ma il conduttore radiofonico, padre Giovanni Cavalcoli, non si discosta dalla sua singolare posizione: evoca “Sodoma e Gommora” e ribatte “Il Vaticano? Si ripassino il catechismo“. Per cui Radio Maria ha ritenuto di prendere provvedimenti drastici perché “Ritiene inaccettabile la posizione di padre Cavalcoli riguardante il terremoto e lo sospende con effetto immediato dalla sua trasmissione mensile“).
    Va ulteriormente aggiunto che l’11 novembre 2016 un gruppo di 223 cattolici ha scritto una lettera aperta di solidarietà a padre Cavalcoli perché costui, si legge nel testo, “non ha collegato il terremoto alle unioni civili (una legge che riteniamo comunque ingiusta, perché va contro quell’ineliminabile pilastro della vera uguaglianza che si chiama diritto naturale), rispetto a cui si è limitato a dire che “creano molta difficoltà a noi credenti”. Ha invece ricordato che i disastri naturali “sono una conseguenza del peccato originale”, chiarendo inoltre che quello che chiamiamo “castigo divino” […] non va inteso “nel senso afflittivo, ma nel senso di richiamo alle coscienze”“.

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Cambiando epoca ed evento, segnalo che sul webjournal “Il Mediano” lo storico vesuviano Carmine Cimmino ha scritto il 6 novembre un articolo che rievoca un episodio della seconda metà del Settecento: “La “Radio Maria” del 1767: il Vesuvio si scatena per punire il re di Napoli che ha osato cacciar via dal Regno i Gesuiti” (la discussione su Fb).

Il Vesuvio radiofonico: giugno 2016

“Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci”, 24 giugno 2016: qui.

Ieri, 23 giugno, Radio 1 ha trasmesso una puntata dedicata al Vesuvio: dura 20′ e vi consigliamo di ascoltarla, perché è sempre importante rinnovare la conoscenza del nostro vulcano.
Almeno una considerazione, però, va fatta su questo tipo di comunicazione.
In trasmissione c’è stato un collegamento con gli Scavi di Pompei e sono intervenuti prestigiosi esponenti della scienza (Osservatorio Vesuviano e Università) e della protezione civile (tecnici e politici). Costoro hanno presentato le caratteristiche geologiche e storiche del vulcano, hanno esposto i princìpi del piano di emergenza nazionale e hanno spiegato alcune lacune del sistema di sicurezza, che tuttavia sarebbero superabili coinvolgendo le scuole (certo, la scuola è l’alfa e l’omega di tutto, lo sappiamo). Infine, è stato citato anche l’abusivismo, tuttavia nessuno ha parlato dell’urbanizzazione legale, a cui è imputabile la gran parte dell’attuale esposizione al rischio.
Anche questa volta è mancata completamente la voce degli urbanisti (si può “aggiustare” la “città vesuviana”?) e degli scienziati sociali (gli abitanti del posto sono pazzi?), ma soprattutto è mancata un’analisi delle cause, individuate le quali è possibile elaborare delle soluzioni. Ancora una volta, dunque, si è risolto tutto nei soliti discorsi, triti e ritriti (almeno, per chi come noi segue costantemente l’argomento).
Insomma, riteniamo che passi in avanti vadano compiuti anche nella comunicazione.

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Clicca sullo screenshot per accedere allo streaming-audio.

Commenti:
FodA: Oltretutto l’unica cosa specifica che hanno detto rimane fumosa e imprecisa: i gemellaggi. Il piano nel 2013 era questo: decisa l’evacuazione, gli abitanti vengono portati in “zone limitrofe della Campania” in alberghi, scuole e alloggi IN ATTESA dell’eruzione. Avvenuta poi l’eruzione, si verifica quali paesi sono stati distrutti o danneggiati, e solo allora si trasferiscono le persone nelle regioni gemellate. Per come ne hanno parlato, sembra che il trasferimento alle regioni avvenga prima dell’eruzione. E non è la prima volta che su questo punto non c’è chiarezza. E non è poco dal punto di vista sociale e gestionale
Giogg: Non si sa nemmeno quanta gente evacuare: la “zona rossa 1” non coincide con i confini amministrativi dei comuni, ma è pressoché circolare, per cui quanti sono i residenti entro la “linea Gurioli”? Si dovrebbe effettuare un censimento strada per strada, ma zero anche qui.
FodA: sprecano i soli 10 minuti a spiegare cos’è il Vesuvio, se è addormentato, che scenario eruttivo sarà (e non lo possono sapere neanche loro), che c’è un monitoraggio, che c’è un piano di emergenza… se avessi tempo e pazienza, raccoglierei tutte le trasmissioni che ho sentito sul Vesuvio negli ultimi 10 anni e farei un blob per dimostrare ch non si muovono di un punto.

Informare meglio, ricostruire meglio

Il 28 aprile 2016 ho scritto queste considerazioni sulla pagina-Fb “Rischio Vesuvio”:

Le scosse di terremoto in Italia fanno sempre notizia. Giustamente.
Ma su questo genere di eventi ci sono modi diversi per informare, che spesso dipendono dalla professionalità del giornalista/blogger o dal grado di cinismo della testata.
13096183_1801395410080348_5117880619416061710_nIeri ci ha molto colpito il «Corriere del Mezzogiorno» che, lungi dal fare un minimo di analisi e dal chiedersi cosa succederebbe se ci fosse un terremoto serio
, ha pubblicato la cruda notizia di una scossa sismica in Irpinia. Notate la differenza di toni tra:
A) il titolo: «Terremoto in Irpinia alle 9.46. Paura nei paesi dell’Avellinese»;
B) il sottotitolo: «La scossa di lieve entità, magnitudo 2.4, è stata comunque avvertita dalla popolazione»;
C) il testo (comunque brevissimo e senza alcuna analisi): «Una scossa di terremoto, questa mattina alle 9.46, è stata avvertita in Irpinia tra i comuni di Zungoli, Flumeri, San Sossio e San Nicola Baronia. Nonostante la lieve entità, magnitudo 2.4, la popolazione ha comunque avvertito il sisma che, nell’epicentro nel comune di Villanova del Battista, si è verificato a una profondità di 25 chilometri. Non ci sono stati danni o feriti ma soltanto paura tra la gente».

La soglia di avvertibilità di un sisma è considerata la magnitudo 2.5, anche un po’ meno se la scossa è superficiale, ma comunque molto lieve per i sensi umani. Lo spiegano bene i giapponesi, che hanno elaborato una particolare scala per indicare questo parametro “esperienziale”: lo «shindo», di cui tempo fa parlammo anche noi, qui.
Ora, giusto qualche breve considerazione:

  • la prima è che se anche un giornale autorevole e di ampia tiratura segue la logica del clickbait su argomenti così delicati per la popolazione, allora c’è un problema serio nel campo giornalistico, specie nel settore della comunicazione del rischio;
  • la seconda è che bene hanno fatto l’INGV e l’Ordine dei Giornalisti della Campania ad organizzare ad Ariano Irpino (Avellino) il 24 febbraio 2016 un seminario intitolato «La deontologia del giornalismo scientifico: diffamazione, rettifiche/repliche, responsabilità del direttore»;
  • la terza è che dal 23 novembre 1980 sono passati quasi 36 anni e, sebbene gli effetti del terremoto siano ancora presenti sul territorio e nelle vite di chi abita nei paesi di quello che allora fu chiamato “Cratere”, la memoria di quel tragico evento si sta affievolendo e, proprio per un futuro migliore, sarebbe necessario evitare di dimenticare [*].

Con tutta evidenza, dunque, lo sforzo per un maggiore rispetto della deontologia giornalistica, per quanto lodevole, non è ancora sufficiente, per cui è necessario continuare ad insistere, a migliorare, ad ampliare, a diffondere, a coinvolgere.

[*] Sul debole processo di costruzione della memoria del terremoto in Irpinia e Basilicata del 1980, si veda il saggio di Stefano Ventura, “Il terremoto in Irpinia del 1980: memorie individuali e collettive del sisma“, in Pietro Saitta (a cura di), “Fukushima, concordia e altre macerie. Vita quotidiana, resistenza e gestione del disastro“, Editpress, Firenze, 2015, pp. 187-196: qui.

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Nel pomeriggio dello stesso 28 aprile, Lara Tomasetta di “Orticalab” mi ha chiesto un’intervista sui rischi del click facile:

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Clicca sullo screenshot per accedere all’intervista.

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Infine, il 4 maggio 2016 ho scritto sul mio Fb alcune ulteriori considerazioni sulla comunicazione del rischio sismico (tra Italia e Francia), segnalando due articoli interessanti sulla ricostruzione in Ecuador e la prevenzione in Giappone:

In Italia c’è una sensibilità al rischio sismico piuttosto alta: i giornali e i blog rilanciano ogni minima scossa e, in assoluto, questa è una buona cosa, anche se si porta dietro altri tipi di problemi. Il principale è mediatico: decine di organi di stampa, amplificate dai social-media, diffondono non necessariamente bufale, bensì toni sensazionalistici, in una crescente ricerca del clamore giustificata solo dalla delirante rincorsa all’audience. Ne abbiamo avuto un esempio lampante la settimana scorsa, quando anche il “Corriere del Mezzogiorno” ha titolato con fragore su una flebile scossa di magnitudo 2.4 in Irpinia.
L’effetto sociale, come ho detto in un’intervista a “Orticalab”, è quello per cui c’è «il rischio che questi articoli che oggi producono “like” e click diventino un rumore di fondo, ovvero nel medio-lungo periodo producano disaffezione rendendo progressivamente necessario l’innalzamento dell’asticella dei toni dell’allarme». Non a caso, infatti, il tema dell’adeguamento sismico delle abitazioni non è considerato una “grande opera” dai governi, così sensibili a ciò che “vuole” la popolazione.
Negli stessi giorni (e ancora l’altro ieri), in Francia si sono avute due scosse ben più forti, 5.2 (poi ribassata a 4.9) nel dipartimento Charente-Maritime e 4.2 nel dipartimento Indre-et-Loire, un po’ più all’interno, ma sempre sulla costa atlantica.
Non ci sono state vittime, né danni, ma non c’è stata nemmeno una copertura mediatica così esaustiva e attenta. La Francia continentale non è un Paese particolarmente sismico, sicuramente non come l’Italia e men che meno come il Giappone, ma soprattutto è un Paese che non ha percezione di essere esposto al rischio di terremoti [alcune testimonianze sulla recente scossa], che tuttavia nella sua storia non sono mancati. L’11 giugno 1909, ad esempio, a Lambesc (Bouches-du-Rhône) un terremoto di magnitudo 6.2 uccise 46 persone e ne ferì 250, come ha ricordato “Le Monde”, senza specificare tuttavia che oggi quella stessa area è molto più urbanizzata e popolata.
Dal 2011 c’è un sistema centralizzato sul rischio sismico per tutta la Francia (nella mappa qui sotto si possono visualizzare i terremoti avvenuti nell’ultimo anno), ma esistono anche degli osservatori locali più di dettaglio, come ad esempio nelle Alpes-Maritimes, il dipartimento di Nizza, dove tuttavia la memoria collettiva è ancora piuttosto debole, detenuta solo da qualche storico locale.

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Clicca sullo screenshot per accedere alla mappa dei terremoti in Francia durante il 2015-2016.

Intanto, cambiando località e scenari, in Ecuador, dopo i 700 morti del 17 aprile scorso, i sopravvissuti cominciano a ricostruire i propri luoghi e le proprie vite, ma, secondo un reportage di “Napoli Monitor”, evitando il cemento.
A Tokyo, infine, si sa che arriverà un grosso sisma, ma non quando, per cui lo stesso governo nazionale sta cercando di intervenire «rinforzando più case, adottando misure anti-incendio e provando a diminuire la densità di popolazione nelle zone con il maggiore rischio sismico».