La SS 268 del Vesuvio può davvero salvare qualcuno?

Ieri [2 ottobre 2016] l’ANAS ha chiuso alcuni km della Strada Statale 268 “del Vesuvio” a causa della pioggia. Si tratta dell’asse viario che andrebbe percorso in caso di allarme eruttivo. Le sue condizioni, però, sono così rovinate che ci si domanda con angoscia se possa davvero salvare qualcuno.

“Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci”, 3 ottobre 2016: qui.

La nostra interpretazione del rischio Vesuvio va oltre gli aspetti meramente emergenziali, quelli cioè legati al solo momento della futura eruzione, quando scatterà l’allarme e bisognerà lottare contro il tempo per fuggire il più lontano possibile. La nostra idea, infatti, inquadra il rischio come un discorso pubblico in divenire, come un percorso collettivo, dunque politico, scientifico, democratico, ecologico, urbanistico; in una parola: come un processo culturale.
Se ne parlano, i nostri politici (nazionali e locali, di maggioranza e opposizione) affrontano la questione esclusivamente in termini di evacuazione, al limite di esercitazioni e simulazioni, per cui stanziano fondi per elaborare piani di emergenza comunali (che spesso non vengono neanche redatti, contravvenendo alla legge) e per stampare brochure che restano a prendere polvere in qualche cassetto delle nostre abitazioni. Questo modo di affrontare il rischio rappresentato dal Vesuvio è trasversale: nessuno dei nostri eletti, infatti, si azzarda ad ampliare il tema a quello che, a nostro avviso, è il vero cuore della questione, ovvero la mitigazione del rischio. Questo punto, infatti, comporta che vengano toccati temi spinosi come la decementificazione, la riduzione dell’impatto antropico e il ripensamento delle nostre città, voracemente cresciute in decenni di speculazione (economica ed elettorale). Non è per nulla semplice trovare soluzioni, per carità, ma uno sforzo in più sarebbe davvero opportuno.
Siccome tentiamo di essere concreti, riteniamo che, nonostante i suoi difetti e le tante perplessità che solleva, l’attuale Piano di Emergenza Nazionale per il Vesuvio sia comunque un documento su cui ragionare, un punto da cui parire per quel percorso collettivo a cui alludevamo più sopra. In tal senso, il nostro contributo come gestori di questa pagina fb è di informare correttamente, ma anche di alimentare lo spirito critico di chi abita intorno al vulcano napoletano (e il discorso vale anche per chi vive in altre zone sismiche e vulcaniche della Campania).
Dunque, partendo dal Piano di Emergenza vigente, la “via di fuga” per eccellenza è la Strada Statale 268 (“del Vesuvio”, appunto), un asse pressoché circolare intorno al vulcano. Le sue criticità sono parecchie: dalla forma, appunto circolare e non radiante, alle sue dimensioni e al numero di carreggiate. Chi segue le vicende locali, inoltre, sa anche che quella strada è soprannominata “della morte” perché teatro di quotidiani incidenti automobilistici, purtroppo spesso letali (per umani e animali).
In autunno, poi, quell’asse viario diventa impercorribile durante i temporali: ieri [2 ottobre 2016], ad esempio, l’ANAS ne ha chiuso al traffico vari km a causa di vari allagamenti della carreggiata per la pioggia.
Come ha scritto tre anni fa Maurizio Caprino su «Strade sicure», il suo blog sul «Sole 24 Ore», la SS268 ha «difetti strutturali (per fare il suo strato di sottofondo, furono addirittura utilizzati rifiuti), la carreggiata stretta, le immissioni assurde, i rifiuti nelle piazzole, la pubblicità abusiva, le pendenze errate che facilitano l’accumulo di acqua, il limite di velocità a 70 e i divieti di sorpasso ovunque (anche in rettilineo con sufficiente visibilità e con la marea di mezzi pesanti che ci sono quale automobilista rispetta divieti del genere?)».
E’ per queste ragioni che, pragmaticamente, ci domandiamo: questa strada può davvero salvarci dall’eruzione del Vesuvio?

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Note:

  1. ulteriori informazioni tecniche e storiche della SS 268 sono su Wikipedia;
  2. su fb esiste una pagina dedicata alla viabilità proprio della “Statale 268 del Vesuvio” (non è aggiornatissima, ma speriamo possa crescere);
  3. l’immagine allegata, che evidenzia il tracciato della SS 268, è tratta da questa web-page;
  4. il signor Teodonno ha commentato linkando alcuni suoi servizi: questo, questo e un video.

Il pennacchio intossicato del Vesuvio

ssv_incendio-discarica_2015giugno-luglioLo vedi, ti lacrimano gli occhi.
Lo odori, ti pungono le narici.
Lo tocchi, ti si appiccica sulla pelle.
Lo assapori, ti brucia lo stomaco.
Lo senti, sebbene sia silenzioso.
Sì, ne avverti la presenza e non c’è riparo: ti chiudi in casa in questa afosa calura estiva che meriterebbe finestre spalancate e tende mosse dalla brezza, invece lo ritrovi ovunque, impregna tutto con la sua puzza grassa e nauseante.
Fino ad alcuni anni fa i medici di Napoli prescrivevano soggiorni lassù, alle pendici del vulcano, perché l’aria era fresca, buona, pulita, in grado di guarire tutte le forme d’asma e di rigenerare ogni fatica.
Il Vesuvio, uno dei monti più noti al mondo, celebrato per la sua forza e la sua bellezza, teoricamente protetto da un Parco Nazionale e da una “zona rossa”, oggi agonizza. E, con lui, chi vi abita e, soprattutto, chi lo ama.
Inutile ripercorrere la storia di saccheggio e di rapina ai danni del Vesuvio, la conosciamo tutti molto bene. Quel che forse è meno chiaro è che questo è solo l’ultimo episodio, gravissimo, di un disastro di lunga durata che denunciamo da decenni.
Il 30 giugno qualcuno ha appiccato il fuoco alla discarica illegale a cielo aperto dell’area Novelle-Castelluccio, nota a tutti e ripetutamente segnalata. Per almeno quattro giorni l’incendio non è stato domato, per cui sorge il sospetto che questa inefficacia sia un modo cinico e irresponsabile di risolvere un altro problema, quello del periodico smaltimento di un enorme cumulo di spazzatura che altrimenti non si saprebbe dove dislocare e che renderebbe impraticabile quella zona più di quanto non lo sia già.
Proviamo ad andare a ritroso e poniamoci qualche domanda: com’è possibile che non si sia spento immediatamente quel rogo inquinante? Com’è possibile che solo in pochi informino su tale notizia e che, comunque, non si sollevi un dibattito pubblico? Com’è possibile che amministratori e forze dell’ordine non agiscano? Forse loro non ne sentono la puzza e non ne colgono la pericolosità? Sembra davvero strano. Può darsi che attendano un’analisi chimica dell’atmosfera, ma è davvero così burocraticamente necessario un documento scritto, dinnanzi all’evidenza dell’esperienza diretta, sensoriale e mentale che a migliaia hanno vissuto negli ultimi giorni? Ancora, risalendo la catena di cause ed effetti di questo disastro ambientale – per nulla imprevisto ma, al contrario, preparato da tempo – com’è possibile che la località Novelle-Castelluccio, nel comune di Ercolano, ma a ridosso di San Sebastiano al Vesuvio, sia una zona franca dello Stato italiano, un luogo a legalità sospesa della nostra Repubblica? Com’è possibile che da decenni nessuno veda e risolva la piaga criminale dell’abbandono di rifiuti? Cumuli di immondizia d’ogni tipo – domestica e industriale, di risulta e a trattamento speciale – segnano la strada di terra battuta che attraversa quel territorio, la tracciano nel suo andamento dissestato, la inquadrano nella sua tortuosità. Com’è possibile che non sia mai stata fermata la mano di chi là, per negligenza o per interesse, getta scarti di ogni genere e poi, sempre lo stesso delinquente (è evidente) vi va periodicamente ad appiccare il fuoco per liberare spazio a nuovi futuri depositi? Qui sono responsabili tanto l’ecocriminale quanto le istituzioni cieche e indifferenti o, e forse è ancora peggio, vacue e inconcludenti, perché se così fosse, sarebbero anche inutili.
Dalla metà degli anni Sessanta denunciamo la violenza rappresentata dalla grande discarica a cui è stata ridotta questa zona, perché non c’è differenza alcuna tra la “collina del disonore” dell’Ammendola-Formisano e l’attigua corona di pattume di Novelle-Castelluccio: la violenza di questo immenso immondezzaio è ambientale, paesaggistica, sanitaria, biologica; nella sua fattualità è una violenza della criminalità, organizzata o individuale, ma nell’inoperosità delle istituzioni è anche una violenza politica, una violenza contro il buon senso e il senso della misura, una violenza contro la pazienza, il rispetto, la speranza. È una violenza simbolica e concreta che si riproduce da cinquant’anni, sia quotidianamente negli spargimenti occulti, sebbene sfacciati, sia stagionalmente, nella scellerata pratica incendiaria di cui in questi giorni si pagano le conseguenze.
Quel vasto territorio è in piena area naturale protetta e necessita di una profonda bonifica dal punto di vista naturalistico e legale: si tratta di un’urgenza ecologica, nonché di un imperativo morale. A meno che non venga esplicitamente detto che ci troviamo in un’eterna deroga, in un’infinta eccezione.
Quel pennacchio vesuviano intossica, nel duplice senso che possono cogliere i nostri conterranei: avvelena e fa ammalare, ma fa anche arrabbiare, inquina il rapporto con le istituzioni, contamina la convivenza reciproca e alimenta la sfiducia, la disaffezione, la delusione. Quel pennacchio di diossina è lo specchio in cui non vogliamo rifletterci perché temiamo ciò che vedremmo, ovvero i lineamenti di una società tossica e assuefatta, la fisionomia di una comunità – locale e nazionale – né solida (e solidale), né liquida (e resiliente), ma ormai pulviscolare, gassosa, volatile. Con tutta evidenza, è necessario un nuovo metro, un nuovo stile, una nuova filosofia: una ecosofia che ripulisca l’aria, la terra, le falde acquifere, che ridia dignità al paesaggio e ai sentieri, ma che sia anche in grado di ristabilire un principio di equità, di legalità, di misura in questa autolesionistica deriva etica che nessuno sembra in grado di arrestare.

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Un video di Ciro Teodonno:


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Altre pubblicazioni online su questo incendio:

  • “San Sebastiano al Vesuvio News”, 30 giugno: QUI;
  • “San Sebastiano al Vesuvio News”, tre foto dall’interno dell’incendio: QUI;
  • Ciro Teodonno, “Fuoco invisibile“, in “Il Mediano”, 1 luglio 2015: QUI;
  • Ciro Teodonno, “Ercolano: la Terra dei Fuochi e la politica marziana“, in “Il Mediano”, 5 luglio 2015: QUI.

La discarica SS268

La Strada Statale 268 è indicata come “via di fuga” in caso di emergenza vesuviana, ma in che modo una strada circolare possa permettere l’evacuazione di massa resta un mistero. Anzi, la SS268 “del Vesuvio” è una strada mortale in sé, sia per gli umani [1] che per gli animali.
Ciro Teodonno l’ha percorsa insieme a Mimmo Russo per documentarne e denunciarne un’altra criticità, quella dell’immondizia che ne riempie i bordi, le piazzole di sosta, ma soprattutto le stradine laterali e lo spazio sottostante i cavalcavia, spesso incendiata provocando altri ed ulteriori problemi. Si tratta di rifiuti d’ogni tipo, soprattutto industriali di aziende che lavorano in nero, in una catena di piaghe sociali ed ecologiche che si alimentano l’un l’altra. E’ un vero e proprio viaggio nell’abisso del nostro tempo, tra gli scarti di una modernità che sviluppa rovine e produce malattie.
L’articolo di Teodonno si intitola “SS 268, quello che non si vede” ed è stato pubblicato sul webjournal “Il Mediano” il 14 settembre 2014. Fanno parte integrante dell’inchiesta anche una galleria fotografica ed un videodocumentario di 47′:


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[1] Gli incidenti sono frequenti, talvolta tragici, come un paio nel 2013: a gennaio morirono 4 persone e a maggio un’intera famiglia.
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Raccolgo informazioni sulla SS268 in questo post privato.

L’agricoltura vesuviana a rischio

Il 16 giugno 2014 un violento temporale si è abbattuto sul versante nord e nord-occidentale del vesuviano. Vento, grandine e pioggia si sono scagliati con furia sullo storico orto botanico di Portici, devastandolo, e sull’intera produzione d’eccellenza di pomodorino del piennolo, albicocca e uva catalanesca, che è andata irrimediabilmente persa.

Immagine tratta da “Il Mattino”

Il disastro, però, è solo parzialmente imputabile alla natura; come ha scritto Ugo Leone, l’agricoltura (e quella vesuviana in particolare) soffre una continua estromissione: «Una emarginazione che è anche fisica a causa della costante riduzione del suolo agricolo consumato dalla espansione dell’inurbamento della popolazione e della conseguente diffusione della urbanizzazione». La sopravvivenza di molte aziende agricole vesuviane è a rischio, la situazione è allarmante, anche perché si aggiunge alla già fortemente penalizzante campagna mediatica sulla cosiddetta “Terra dei fuochi”, intorno alla quale c’è tutt’altro che chiarezza: esiste un censimento delle aree inquinate? si sa cosa è sepolto in quelle zone? l’aumento del tasso di mortalità in talune aree tra Napoli e Caserta è stato accertato, ma questo vale anche per il territorio vesuviano?

Mercoledì 9 luglio 2014, alle ore 10:00, presso la Biblioteca comunale di Massa di Somma si terrà una conferenza stampa sui danni subiti dall’agricoltura vesuviana e sullo stato di avanzamento delle procedure previste dalla legge per la concessione di aiuti agli agricoltori colpiti.
All’incontro, intitolato “Dal disastro alla rinascita: come risollevare l’agricoltura vesuviana“, parteciperanno Giovanni Marino (Presidente del Consorzio di Tutela del pomodorino del piennolo del Vesuvio dop), Ugo Leone (Commissario Straordinario dell’ente Parco Nazionale del Vesuvio), Luca Capasso (Presidente della Comunità del Parco nazionale del Vesuvio), Alessandro Mastrocinque (Presidente CIA Campania) e Michele Pannullo (Presidente Confagricoltura Campania).
Intanto, l’amministrazione comunale di Pollena Trocchia ha organizzato un mercatino a “chilometri zero”  per risollevare le sorti dell’agricoltura locale.

Convivere col vulcano. Un’intervista sulla “vesuvianità” oggi

Cos’è rimasto dello “Sterminator Vesevo” nell’immaginario collettivo? A 70 anni dall’ultima eruzione del Vesuvio, ne ho parlato in quest’intervista di Ciro Teodonno:

“Il mediano”, 31 marzo 2014, QUI

L’ANTROPOLOGO VESUVIANO
Un’interessante intervista a chi scientificamente s’è occupato della logica rischio. Una lunga conversazione sull’essenza dei vesuviani e del loro mondo.
di Ciro Teodonno

Circa tre anni fa, per le strade della cittadina di San Sebastiano al Vesuvio, si aggirava una figura armata di macchina fotografica e registratore.
Per mesi, incuriosendo i più e turbando qualche malpensante dalla coscienza sporca, ha studiato la realtà locale e le sue peculiarità vulcaniche, ma dal punto di vista antropologico, regalandoci una visione razionale di quello che siamo al di fuori di ogni tipo di luogo comune. Quell’antropologo è Giogg, sorrentino di nascita, cosmopolita per vocazione ma vesuviano d’adozione; con la sua tesi di dottorato, sul concetto del rischio vulcanico ci ha scrutati come nessuno ha forse mai fatto e a lui, oggi, per il settantesimo dell’ultima eruzione, chiediamo lumi su di noi e il nostro Vulcano
. […]

CONTINUA QUI (oppure QUI)

Il rischio è un tutto

Il senso sociale del rischio non è analizzabile come se fosse legato ad una minaccia episodica o isolata, ma va studiato in relazione al contesto. Questo è particolarmente evidente nel napoletano, dove rischi geologici, rischio ecologico [ne ho scritto qui, qui e qui] e altre tipologie di rischio [ne ho scritto qui, qui e qui] si sovrappongono e, paradossalmente, talvolta si celano gli uni agli altri, attivando così un processo di scotomizzazione.
E’ quanto emerge anche dal reportage pubblicato ieri da Antonello Caporale («Il Fatto Quotidiano», 9 novembre 2013), che si è mosso tra “Terra dei fuochi”, Campi Flegrei e Vesuvio, in un amaro elenco di orrori:

Napoli, la terra dei fuochi: aria infetta, rifiuti e tumori attorno al Vesuvio: «Viaggio nel cuore di una Campania alla ricerca di un riscatto impossibile tra edilizia selvaggia, criminalità e camorra. “Sono scappata da Afragola, non riuscivo a respirare”, spiega una giovane. Il geologo Benedetto De Vivo: “Stanno costruendo l’ospedale del mare dove, nel caso dovesse esserci l’eruzione, il flusso piroclastico, queste tremende bombe di terra e cenere, si riverserà. Si può essere più sciagurati?”».

Caporale intervista anche un paio di scienziati sociali: il sociologo Sergio Mantile («“Noi viviamo di piccole ma costanti paure, e di una bugia immensa, tossica, che produce solo fatalismo”») e l’antropologo Marino Niola («In una terra che non conosce verità, ma solo paura, il Vesuvio può essere fonte di disperazione? “Assolutamente no. La paura è polverizzata in mille atti quotidiani, distillata nelle forme consuete della vita familiare”»). Al testo del giornalista, tuttavia, manca la ricerca di una spiegazione del fenomeno che ha condotto alla condizione attuale, che evidentemente non può ridursi all’indicazione di una vaga «irragionevolezza» o all’osservazione che sulle pendici del vulcano «prende forma planetaria la teoria dell’irrilevanza della verità».

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AGGIORNAMENTI:

  • 26 ottobre 2013: manifestazione a Napoli contro la “Terra dei fuochi” (locandina) (“Il mediano”, 27 ottobre 2013, qui).
  • 9 novembre 2013: conferenza a Massa di Somma sull’incidenza di tumori nell’area vesuviana, promossa dal comitato di cittadini “Liberiamoci dal male” (“Il Mattino”, 5 novembre 2013, qui; “Il mediano”, 10 novembre 2013, qui [QUI].
  • 16 novembre 2013: manifestazione a Napoli (titolo: #fiumeinpiena) [Copia del comunicato di alcune associazioni che vi hanno partecipato: QUI].
  • 10 dicembre 2013: scoperte esalazioni tossiche a ridosso del PNV (“La Repubblica“).

Il National Geographic e il Vesuvio

Il “National Geographic Magazine” dedica spesso articoli e servizi fotografici al nostro vulcano (cercate all’interno del website la parola “vesuvius“: in questo momento emergono 999 risultati). Tempo fa consultai centinaia di numeri d’epoca nell’incredibile labirinto cartaceo del Cliff’s Books di Pasadena, uno dei luoghi di culto degli appassionati di libri usati; ero all’inizio del mio percorso di ricerca e mi stavo dedicando soprattutto alle modalità di comunicazione del sapere scientifico vesuviano. La rivista della National Geographic Society è sicuramente tra gli organi di divulgazione scientifica più antichi e di successo, soprattutto perché non è chiusa ad un àmbito di specialisti, tuttavia il suo stile giornalistico tendenzialmente sensazionalistico non sempre mi convince.
Comunque sia, ciò che mi interessa maggiormente è la sua edizione italiana, soprattutto a partire da un articolo di Stephen S. Hall del settembre 2007 intitolato “Vesuvio, l’eruzione che verrà” in cui l’autore, tra l’altro, scrive: “All’idea che il Vesuvio è ancora attivo, gli abitanti della zona reagiscono con filosofia, o, in termini psicologici, con la rimozione: ignorano il pericolo e, forse ancor più che in altre parti d’Italia, vivono alla giornata con una sorta di serafico fatalismo“.

In questo post, dunque, intendo raccogliere cronologicamente i principali articoli dedicati al Vesuvio (in italiano o in altre lingue) pubblicati dal NGM o da altre riviste simili. (Gli articoli rimanderanno alle rispettive versioni originali, quando possibile, ma saranno comunque tutti riprodotti tra i commenti qui in basso).

  • Stephen S. Hall, VESUVIO, L’ERUZIONE CHE VERRA’, “National Geographic Italia”, 30 settembre 2007, QUI (#01)
  • Conchita Sannino, RIFIUTI D’ORO, “National Geographic Italia”, 1 aprile 2008, QUI (#09)
  • Michele Gravino, VESUVIO, LA SCOMMESSA, “National Geographic Italia”, 1 febbraio 2009, QUI (#03)
  • Michele Gravino, PERICOLO VESUVIO: NG ITALIA L’HA SCRITTO NEL 2007, “National Geographic Italia”, 29 aprile 2010, QUI (#02)
  • Stefania Martorelli, COME MORIRONO I POMPEIANI? BRUCIATI, “National Geographic Italia”, 15 giugno 2010, QUI (#06)
  • Michele Gravino, I RIFIUTI SOTTO IL VULCANO, “National Geographic Italia”, 22 ottobre 2010, QUI (#07)
  • Katherine Barnes, EUROPE’S TICKING TIME BOMB, “Nature”, 12 maggio 2011 (#05)
  • senza autore, VESUVIO, LA BOMBA AD OROLOGERIA D’EUROPA, “National Geographic Italia”, 13 maggio 2011, QUI (#04)
  • Jacopo Pasotti, L’ULTIMA SORPRESA DEL VESUVIO: SI E’ SOLLEVATO, “La Repubblica”, 24 novembre 2011, QUI (#10)
  • Elena Dusi, L’ALLARME DEI SISMOLOGI: “POTREBBE DURARE ANNI”, «Repubblica.it», 30 maggio 2012, QUI (#11)

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INTEGRAZIONE del 5 agosto 2014:
Le-Scienze_n-552_agosto-2014_COPERTINA Il numero in edicola di “Le Scienze” (agosto 2014) ha la copertina dedicata al “Rischio Vesuvio” e, al suo interno, un articolo di Silvia Bencivelli intitolato “Vesuvio, la nuova zona rossa”, oltre all’editoriale di Marco Cattaneo “Occhio al Vesuvio” (disponibile qui o tra i commenti).
Non abbiamo letto la rivista, se non il suo indice e, appunto, l’editoriale, pertanto non possiamo esprimerci sull’articolo dedicato al nostro vulcano. Il testo di Cattaneo, dal canto suo, è giusto una presentazione e non svela nulla di nuovo, anzi rivela qualche falla: non è vero che c’è un nuovo piano di emergenza (sono stati cambiati i confini della zona rossa e rinnovati i gemellaggi, ma non si è ripensato o definito altro) e, soprattutto, non ci sono i piani di evacuazione dai singoli comuni. Viene detto che in tre giorni dovranno essere evacuate 700mila persone (altro dato incerto: il numero di potenziali sfollati non lo si conosce), ma il punto fondamentale è che non sappiamo con quali mezzi, per quali vie e con quali modalità si dovrà lasciare l’area di maggior pericolo. E infine, questione di non poco conto, l’allarme verrà lanciato con un tweet?

La soluzione finale

La “soluzione finale” viene evocata spesso e nei contesti più diversi. Se la urla un tifoso di calcio dagli spalti di uno stadio (“Vesuvio pensaci tu“) è intolleranza e violenza, ma se la invoca un intellettuale (“I problemi di Napoli li risolve il Vesuvio“) è una provocazione che dovrebbe stimolare il riscatto.
Mi viene in mente un episodio personale vissuto durante un seminario sul razzismo; nella discussione avevo notato un sottofondo ideologico per il quale tale fenomeno veniva considerato come una sorta di esclusiva destroide. Al fine di smontare e allontanare questa sensazione (purtroppo il razzismo è una malattia molto più democratica di quel che appare) portai un esempio che accostava la propaganda antiebraica e le critiche ad Israele: la medesima violentissima vignetta era usata sia da gruppi neonazisti, sia da movimenti neo/postcomunisti. Con un sorriso (che non capii se imbarazzato o di compassione nei miei confronti) mi fu risposto che nel primo caso era senza dubbio razzismo, nel secondo invece era (legittima) polemica politico-economico-sociale. Quest’ultima, inoltre, sarebbe ancor più legittima perché costretta a passare attraverso l’onta delle accuse di razzismo, costruite ad arte da una sorta di spectre mediatico-politico globale filoisraeliana (una tesi che però a me fa pensare solo ad una versione contemporanea di quella immane bufala criminale che furono i Protocolli dei savi anziani di Sion).
Lasciai perdere la questione, evidentemente la si era voluta avvitare su se stessa. Ma la mia considerazione della capacità di osservazione della realtà da parte del relatore crollò.

Relativamente a Napoli (e al Vesuvio) siamo su un piano attiguo: il rozzo tifoso da stadio e il raffinato economista per radio avranno anche due finalità diverse, ma evocano la medesima immagine e a mio avviso dimostrano entrambi la capacità argomentativa di un troglodita (spesso con la solita disgustosa e patetica aggiunta: “mia madre è napoletana, ti pare che non ami quella città?“).
Ascoltate i 3’16” di teoria da elettroshock con cui Oscar Giannino spiega ai microfoni di Radio24 (ieri, 1 luglio 2011) come sia auspicabile una immane tragedia per rifondare il senso della legalità a Napoli (“Ritualmente nella storia di quella città c’è sempre voluto e temo che ci risiamo“) (ritualmente?).

—>  ASCOLTA L’AUDIO  <—

Tutta la conurbazione partenopea e i suoi abitanti soffrono mali endemici di cui sono responsabili e non hanno in se stessi la forza e le qualità per riscattarsi, dice Giannino. Ecco, dunque, la necessità di un evento esterno (l’esercito non è stato sufficiente) che azzeri l’esistente (bello o brutto, buono o cattivo: tutto, evidentemente, a Napoli è scarso e sacrificabile) per illudersi di poter ricominciare in maniera diversa.

E’ la semplificazione biblica di Gomorra, della città colma di peccatori distrutta dal Dio Onnipotente, sia per punirla che per rimediare all’errore d’averla creata.
E’, in altre parole, la resa degli intellettuali di questo Paese, è la fuga dello Stato, oltre che l’evaporazione del rispetto.

PS: con uno sguardo più attento e delle parole più avvedute, Oscar Giannino si sarebbe accorto che a Napoli c’è una grandissima voglia di fare “Piazza pulita“.

Il rischio vulcanico e quello ecologico

SSV – cittadina definita dai suoi stessi abitanti ordinata e pulita, almeno rispetto ai comuni confinanti – è sovrastata non solo dal cratere del vulcano, ma a partire dalla seconda metà del Novecento anche da una enorme discarica di immondizia, la “Ammendola-Formisano”; una volta colmatasi l’omonima cava della zona alta del comune di Ercolano, con il progressivo accumulo di rifiuti è andata formandosi una vera e propria collina, la cui crescita è stata arrestata solo alla fine degli anni ’90. Sebbene la discarica sia ufficialmente dismessa, gli abitanti della zona ritengono che rappresenti ancora una minaccia alla salute, sia perché non è mai stata bonificata, sia perché è (stata) oggetto di continue deroghe: nel primo decennio degli anni Duemila, infatti, è stata riaperta ben due volte per far fronte all’emergenza napoletana e campana.
Il riferimento alla “Ammendola-Formisano” e ai suoi effetti (fetore, malattie, inquinamento) è emerso in molte delle interviste raccolte, spesso accompagnato dal contrasto con la virtuosità della raccolta differenziata sansebastianese (una delle più efficienti della provincia). Il frequente affiorare di tale argomento dai discorsi dei miei interlocutori, chiamati ad esporre il loro personale rapporto con il territorio, sembra concentrarsi in un luogo specifico dalle valenze simboliche (per di più vi si è sviluppato un piccolo culto popolare per la presenza di statuine, rosari e santini depositati in un incavo della roccia). Si tratta di una controversa fumarola, la “più bassa” del Vesuvio, a circa 1,5 km dal centro abitato di SSV. Sulle sue origini non c’è unanimità di pareri né tra i geologi, né tra gli amministratori: per qualcuno è un residuo del calore magmatico del 1944, per altri lo sfogo dei gas prodotti dalla discarica che dista poche centinaia di metri in linea d’aria.
Personalmente ritengo che, al di là della sua natura, la presunta fumarola rappresenti in maniera paradigmatica la compresenza – forse la commistione – tra due dimensioni del rischio, vulcanico ed ecologico, entrambi effetti di una modernità che in area vesuviana “esplode” dopo l’ultima eruzione del 1944. Il rischio è una condizione della società contemporanea (Beck, Giddens, Bauman) e, nel caso specifico vesuviano, è frutto di una rapida urbanizzazione lungo le falde del vulcano e di un aggressivo sfruttamento del territorio, prima con le cave estrattive, poi con il loro riempimento di rifiuti. A “certificare” l’esistenza di questa doppia insidia, nel 1995 sono stati istituiti due strumenti legislativi che potrebbero essere definiti come volti a difendere rispettivamente l’uomo dal vulcano (la Zona Rossa) e il vulcano dall’uomo (il Parco Nazionale del Vesuvio).
Al processo di scotomizzazione con cui gli abitanti rispondono al discorso sulla catastrofe annunciata (che altrimenti schiaccerebbe le loro vite in un angoscioso “non-esserci”), interviene principalmente l’ambiguità tra allarmismo e rassicurazione («il Vesuvio è il vulcano più pericoloso del mondo», ma è anche «il più monitorato sul pianeta»), supportata dalle nuove perimetrazioni del territorio, dai discorsi scientifici e mediatici, dalle scelte urbanistiche, da eventi storici particolari e da dinamiche politiche ed economiche.
L’aria pulita di SSV, che un tempo veniva raccomandata dai medici napoletani come cura ai propri pazienti, oggi è una preoccupazione: se la brezza spira in senso sfavorevole, il lezzo della «collina del disonore» (la discarica “Ammendola-Formisano”) o anche di altre realtà industriali («ieri ci siamo dovuti chiudere dentro per il fumo delle caldaie che il vento soffiava verso di noi», mi ha detto recentemente un testimone) costringe a ritirarsi in casa e a (pre)occuparsi della più imminente e quotidiana questione ecologica, rispetto al rischio vulcanico, ritenuto invece invisibile (le fumarole sono residuali e, comunque, osservabili esclusivamente in cima al cratere in giornate piuttosto fredde), impercettibile (se non alle sensibili strumentazioni scientifiche) e prodotto solo in termini di sapere (scientifico o anti-scientifico).
Come osserva Françoise Zonabend a proposito degli abitanti di La Hague – la “penisola nucleare” della Normandia –, «in questo contesto di modernità, […] gli stretti rapporti che la gente aveva con la natura si stanno rompendo. Il tempo, il vento, la pioggia e la nebbia, le nubi, le tempeste e i temporali, tutti questi fenomeni naturali di cui si lamentano rivelano, di fatto, che una civiltà, la loro civiltà, sta morendo».

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Queste sono riflessioni in itinere e da affinare, quindi da considerare assolutamente provvisorie e parziali.

Ma ho deciso di inserirle qui sul blog per le suggestioni ricevute da un articolo – pubblicato ieri da Ciro Teodonno sul “Mediano” – relativo alla voce che circola a SSV in questo periodo: una nuova presunta (e anche questa controversa) fumarola sarebbe emersa nella stessa zona di quella cui ho fatto riferimento: «ci siamo recati sul posto, che per altro conosciamo molto bene, per verificare di persona se ci fossero nuovi vapori all’orizzonte ma nulla di tutto ciò, solo una fessura incrostata e dal chiaro segno di una recente visitazione di qualche curioso, il tutto, a poca distanza dalla fumarola ufficiale, adibita ad edicola sacra da alcuni devoti del luogo». [Continua tra i commenti].

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AGGIORNAMENTO del 9 novembre 2013:
Antonello Caporale ha pubblicato un reportage (“Il Fatto Quotidiano”, 9 novembre, 2013, QUI) intitolato: Napoli, la Terra dei Fuochi: aria infetta, rifiuti e tumori attorno al Vesuvio. Viaggio nel cuore di una Campania alla ricerca di un riscatto impossibile tra edilizia selvaggia, criminalità e camorra. “Sono scappata da Afragola, non riuscivo a respirare”, spiega una giovane. Il geologo Benedetto De Vivo: “Stanno costruendo l’ospedale del mare dove, nel caso dovesse esserci l’eruzione, il flusso piroclastico, queste tremende bombe di terra e cenere, si riverserà. Si può essere più sciagurati?”.
Tra le altre testimonianze, il giornalista inserisce una battuta dell’antropologo Marino Niola.

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ALTRI AGGIORNAMENTI:

  • 26 ottobre 2013: manifestazione a Napoli contro la “Terra dei fuochi” (locandina) (“Il mediano”, 27 ottobre 2013, qui).
  • 9 novembre 2013: conferenza a Massa di Somma sull’incidenza di tumori nell’area vesuviana, promossa dal comitato di cittadini “Liberiamoci dal male” (“Il Mattino”, 5 novembre 2013, qui; “Il mediano”, 10 novembre 2013, qui [QUI].
  • 16 novembre 2013: manifestazione a Napoli (titolo: #fiumeinpiena) [Copia del comunicato di alcune associazioni che vi hanno partecipato: QUI].
  • 10 dicembre 2013: scoperte esalazioni tossiche a ridosso del PNV (“La Repubblica“).
  • 21 settembre 2014: raccolta di firme ad Ercolano contro la discarica Ammendola-Formisano [QUI, col testo della petizione].

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AGGIORNAMENTO del 23 febbraio 2014:
Il telegiornale regionale della Campania del 23 febbraio 2014, delle ore 19.00, ha trasmesso un servizio sulla discarica Ammendola-Formisano di Ercolano. Questo è il video:


Di questa situazione ne ha scritto anche l’Ansa (23 febbraio 2014) e Il Mediano (24 febbraio 2014).

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Anche oggi, 24 febbraio 2014 (h14), il TGR Campania ha dedicato un servizio (1’19”) alla discarica Ammendola Formisano, in pieno Parco Nazionale del Vesuvio:

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AGGIORNAMENTO del 24 marzo 2014
Ciro Teodonno riferisce di un convegno indetto due giorni fa da PD di Ercolano per affrontare il problema delle discariche: «molti dubbi e poche certezze» (QUI).