L’innaturale disastro dell’uragano Matthew ad Haiti

La settimana scorsa l’uragano Matthew ha causato centinaia di morti ad Haiti (il numero è ancora incerto, ma compreso tra 500 e 1000). Ora c’è un fortissimo rischio di epidemie e, purtroppo, questa cifra aumenterà.
Ieri Jason von Meding e Giuseppe Forino hanno pubblicato su “The Conversation” un articolo che spiega quanto questa catastrofe sia poco naturale. Altri Paesi caraibici e gli Stati Uniti sud-orientali sono stati colpiti dalla tempesta, eppure in nessun altro luogo si è registrata una tale devastazione: come mai? Inoltre, aggiungono gli autori, com’è possibile che ciò accada in un Paese in cui dal 2010, dopo lo sconvolgente terremoto di Port-au-Prince, operano direttamente sul campo sia l’ONU, sia centinaia di ONG?

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Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo su “The Conversation”

L’esposizione al rischio e la vulnerabilità di Haiti, spiegano von Meding e Forino, hanno radici nella storia coloniale, nell’ingiustizia strutturale, nel capitalismo predatorio internazionale.
I disastri sono socialmente costruiti e la riduzione del rischio deve necessariamente considerare le cause che ne sono alla base, cioè – osserva il citato Jocelyn McCalla – deve passare per un radicale ripensamento dell’economia, del concetto di sviluppo, della governance.
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L’articolo è disponibile anche sul blog personale di Giuseppe Forino, con l’aggiunta di una premessa in italiano.

Postilla
Ad Haiti fu già estremamente complicato fornire un dato verosimile – per quanto ancora impreciso – sulle vittime del terremoto del 2010. Lo spiegò due anni fa Giovanna Salome in una relazione presentata al convegno SIAA di Rimini, poi pubblicata nel primo numero della rivista “Antropologia Pubblica”, curato da Mara Benadusi e dedicato alla “Antropologia dei disastri” (dicembre 2015): “Saperi mobili. Un’etnografia ibrida dell’emergenza abitativa post-sisma a Port-au-Prince“.

[Questo post è apparso anche su Fb]

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