Il Vesuvio su “Wired”: The world’s most dangerous volcano may kill another city

«Se sei un vulcanologo, nulla può farti più paura del pensiero della prossima eruzione del Vesuvio». Così comincia un articolo pubblicato il 29 luglio 2015 da Erik Klemetti sull’edizione statunitense di “Wired”: The world’s most dangerous volcano may kill another city. Il testo discute la grande pericolosità del vulcano napoletano, ma è ricco di esempi in giro per il mondo, specie negli USA, come l’area di Seattle, soggetta alla possibilità d’un terremoto apocalittico, come ha recentemente evidenziato il “New Yorker” [ne ho scritto qualche breve riflessione qui].
Il testo di “Wired” fornisce dati e link di approfondimento, per cui ne consiglio la lettura integrale; tuttavia di seguito ne estrapolo (e traduco) i passaggi che si riferiscono più esplicitamente a condizioni politico-sociali: il rapporto tra spazio urbano e rischio vulcanico, la comunicazione tra istituzioni e popolazione, l’entità dei possibili danni (e vittime) ed eventuali ripercussioni più ampie, la necessità di una preparazione all’emergenza e di una mitigazione del rischio.

Vesuvius_WIRED_2015lug29

Clicca sull’immagine per accedere all’articolo di Wired.

Il Vesuvio non è “vicino” come il Rainer a Seattle o il Popocatépetl a Città del Messico, ma è un vulcano letteralmente dentro un’area metropolitana di oltre 3 milioni di abitanti: «il cratere sommitale del Vesuvio si trova a circa 12km dal centro di Napoli. [Per cui] Napoli e l’Italia devono prepararsi ad una inimmaginabile eruzione del Vesuvio [in cui la comunicazione fa la differenza, se non si vuole finire] con catastrofi come Armero o L’Aquila».
Stante questa situazione, però, sorge una domanda che può mettere i brividi: «sarebbe possibile un’evacuazione di milioni di persone nel corso di una grande eruzione del Vesuvio?». La più grande evacuazione della storia degli Stati Uniti si è avuta nel 2005 per l’uragano Rita, quando più di 3 milioni di persone furono evacuate da un’ampia area tra Texas e Louisiana, in gran parte dalla zona metropolitana di Houston. Ma si trattava di una evacuazione temporanea, rientrata dopo pochi giorni dalla tempesta. «Immaginate cosa potrebbe succedere se tutta Napoli dovesse essere evacuata dinnanzi ad una turbolenza del Vesuvio che potrebbe protrarsi per mesi o anni».
Attualmente, sulla zona considerata di maggior rischio vivono oltre 675mila abitanti. Con una grande eruzione, tuttavia, l’area ricoperta di cenere vulcanica sarebbe anche di centinaia di chilometri, per cui avrebbe un impatto su almeno 6 milioni di persone.

«Secondo alcune stime, una grande eruzione del Vesuvio potrebbe uccidere oltre 10.000 persone, ma se dovesse esserci un’evacuazione a lungo termine, il numero potrebbe salire a causa di malattie legate alla precarietà delle condizioni in alloggi temporanei. Il colpo per l’economia italiana potrebbe essere più di 20miliardi di dollari… e questo è probabilmente una stima per difetto che non include le spese di ricovero, potenzialmente per milioni di profughi di origine vesuviana».

Direi che il quadro è piuttosto apocalittico, ma l’autore del pezzo non si ferma a questo stadio deprimente e, invece, tenta di rispondere alla seguente domanda: quindi non c’è alcuna speranza?
Al contrario, risponde Klemetti: «Ecco cosa deve essere fatto perché Napoli (o qualsiasi grande città, vicino a un vulcano) sia pronta per la prossima grande eruzione»:

1) Monitoraggio del vulcano: significa che bisogna avere sia strumenti sufficienti per misurare ogni attività del vulcano, sia – ed è ancora più importante – persone addestrate ad interpretare i segnali.
2) Mitigazione: la pianificazione dell’emergenza deve essere fatta ora, anche per un disastro che potrebbe non avvenire durante la nostra vita. Il piano deve essere chiaro e facile da seguire. in quanto verrà trasmesso a nuove persone nel corso degli anni. Inoltre deve essere costantemente riveduto, ogni volta che sono disponibili nuove informazioni o quando è la città stessa a cambiare.
3) Comunicazione: gli scienziati devono comunicare in modo efficace e in maniera chiara al pubblico a proposito della minaccia rappresentata dal vulcano. Tra gli scienziati, i progettisti, i coordinatori dell’emergenza e il pubblico dev’esserci fiducia – e la comunicazione è la chiave di questa fiducia.
4) Pratica: i piani sono strumenti utili, ma la pratica e le esercitazioni lo sono ancor di più. Un ottimo esempio è rappresentato dal vulcano Rabaul in Papua Nuova Guinea, dove la pratica ha salvato delle vite nel corso di una imponente eruzione.

Evidentemente, ognuno di questi punti andrebbe sviscerato e sviluppato, magari anche criticamente (le esercitazioni, ad esempio, sono spesso delle vere e proprie macchine per la costruzione di consenso, non per la prevenzione). Ma come conclude l’articolo, per quanto i vulcani possano essere pericolosi e mortali, oltre che belli e imponenti, «essere preparati alla prossima eruzione è la chiave che può rendere o meno il vulcano più pericoloso del mondo nel più mortale».
Credo, tuttavia, che manchi un quinto elemento, ovvero una seria e profonda riflessione sul modello di “sviluppo” che ha concretamente prodotto l’entità del rischio (l’enorme vulnerabilità) dell’area vesuviana. E’ un punto pochissimo dibattuto, che invece reputo centrale, specie se oltre a prepararci all’emergenza intendiamo anche mitigare il rischio per le generazioni future. Come ho scritto altrove (il mio contributo uscirà a settembre):

«Il Vesuvio, prima ancora che questioni sulla sicurezza e sulla prevenzione, ci pone delle domande epocali sul nostro modello economico, sul nostro rapporto col territorio, l’ambiente e l’ecosistema, sul nostro modo di costruire e vivere le città, sulle nostre istituzioni, sulla rappresentanza e la partecipazione».

E questo vale per Napoli quanto per Seattle e qualsiasi altra città del mondo.

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INTEGRAZIONE del 3 agosto 2015:
L’utente fb Fabrizio Centonze ha commentato uno status della pagina “Rischio Vesuvio…” che linkava a questo post. Le sue osservazioni precisano alcuni passaggi dell’articolo originale su “Wired”:

L’articolo originale contiene 2 errori. L’eruzione del 1631 è una VEI 4. L’eruzione di Rabaul bisogna eliminarla dai successi delle protezioni civili perchè è stata un evacuazione spontanea nella notte. Bisogna anche dire che De Natale non era al corrente di questo (io Si) ma i suoi colleghi hanno provveduto ad informarlo. Detto questo l’articolo contiene degli ottimi spunti. Nessun vulcanologo al mondo conosce il tipo di eruzione che farà il vesuvio semplicemente perchè non si può conoscere prima. Si parla di Probabilità per questo. Personalmente preferisco gli scenari. Se parliamo di scenari eruttivi allora vengono fuori tutte le magagne del piano di emergenza.

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