Radio Anch’io sul Vesuvio

Stamattina ho condiviso sul mio fb una breve lezione di filosofia della scienza tenuta per TED da Naomi Oreskes, che in premessa esprime un concetto fondamentale:

«Non possiamo quasi mai giudicare gli assunti scientifici da soli. E questo è vero anche per gli scienziati fuori dall’ambito delle loro specializzazioni. Se ci pensate, un geologo non può dirvi se un vaccino sia sicuro oppure no. La maggior parte dei chimici non è esperto di teoria evolutiva. Un fisico non può dirvi se il tabacco provochi o meno il cancro».

Nella mia presentazione su fb ho usato il plurale, “scienze”, perché appunto esistono numerosi ambiti e tante specialità. Sembra un’ovvietà, eppure non è così, allora continuo: tra le tante discipline scientifiche ci sono anche quelle sociali (apertamente disprezzate dal quel genio di Sheldon Cooper, certo), che a loro volta hanno ulteriori specializzazioni: sociologia, psicologia sociale, antropologia culturale e sociale e così via.
Ora, oggi ho recuperato una puntata di due giorni fa della trasmissione “Radio Anch’io” (Rai Radio 1) dedicata al Vesuvio e ad altri vulcani italiani, diffusa in diretta dalla sede storica dell’Osservatorio Vesuviano, con ospiti vulcanologi, esponenti della Protezione Civile e politici regionali. La si può ascoltare in streaming, dura 1h15′.

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Clicca sulla foto per accedere al tweet da cui è tratta.

Tra l’altro, si è parlato anche del rischio vulcanico e della sua prevenzione in area napoletana. Al di là della retorica sull’esistenza del piano di emergenza, dei tempi di preavviso e delle modalità di evacuazione, le difficoltà di attuazione che tutti intuiamo sono dovute, secondo gli intervenuti, sostanzialmente a due fattori: ad un deficit di comunicazione con la popolazione e ad una impreparazione (talvolta definita “inconsapevolezza”) degli abitanti della zona rossa vesuviana. Posto che ciò sia vero (a mio avviso i motivi di preoccupazione sull’efficacia di una fuga di massa organizzata sono anche altri e, comunque, va sottolineato che l’evacuazione non mitiga il rischio, che è una questione del tutto taciuta), ebbene queste non sono cause, bensì prodotti storici.
Ogni disastro (anche se solo annunciato) è tale perché risulta dalla combinazione di tre elementi: l’evento calamitoso (una scossa sismica, un’alluvione, un’eruzione vulcanica…), la propensione al danneggiamento (la vulnerabilità, cioè, ad esempio, come sono state costruite le abitazioni) e la presenza umana (che rimanda alla sfera sociale, psicologica e culturale). Questi fattori hanno solo in parte attinenza con la vulcanologia, perché poi riguardano altri ambiti, come l’ingegneria e, appunto, le scienze sociali. Fa un certo effetto, dunque, sentir parlare di “consapevolezza” o di “fatalismo” chi non ha dimestichezza con tali concetti, col risultato che la puntata riproduce ancora una volta una stigmatizzazione degli “ignoranti” da parte dei “sapienti” (che sapienti non sono in determinati campi), veicolando un’idea della scienza per “fede” e non per “autorevolezza” che continuerà ad erodere la fiducia della gente.
Sarà un problema degli scienziati sociali, evidentemente, che devono partecipare al dibattito pubblico con maggior spirito di servizio, ma è anche vero che sia all’Osservatorio Vesuviano che alla Protezione Civile sono a conoscenza di studi socio-antropologici sul caso vesuviano e sul rischio in generale (a settembre uscirà un numero monografico di una nuova rivista di antropologia applicata, interamente dedicato al rischio e ai disastri). Allora perché continuare ad ignorarli? Davvero possiamo continuare a raccontarci la favola che la gente è indifferente alla natura del territorio in cui vive? Che c’è bisogno di maggiore “cultura del rischio”? Che bisogna comunicare di più? Ma la lingua del posto la conoscono? E le voci locali le hanno mai ascoltate?
La trasmissione avrebbe dovuto prevedere l’intervento di qualcuno che spiegasse perché reagiamo come reagiamo dinnanzi ad un pericolo, perché sembra che ci sia disinteresse rispetto ai catastrofici scenari prospettati, perché il piano di emergenza non è conosciuto (e dunque inapplicabile) e così via. Solo il geologo Fosco d’Amelio, intervenuto telefonicamente sul finire della puntata, ha posto attenzione al “fattore umano”, ma ormai il tempo era in scadenza e, allora, ancora una volta sarà per la prossima volta.

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7 thoughts on “Radio Anch’io sul Vesuvio

  1. Ho notato anche io la stessa cosa e anche il fatto che la critica per il fattore umano era rivolta proprio a un rappresentante della PC. Quello che ho trovato più assurdo è che, oltre all’accenno alla mancata informazione dei vesuviani (chi dovrebbe informarli?) si sottolineava l’uso delle automobili per evacuare le zone interessate. Praticamente una genialata! E ci volevano gli scienziati per sancire quello che chiunque avrebbe fatto per scappare da un vulcano in eruzione! E poi infine la scuola, sempre la scuola! C’era chi sottolineava il mancato ruolo delle scuole in questo contesto. Io, come sai, sono un insegnante e in ogni contesto scolastico che ho frequentato si è trattato l’argomento rischio vulcanico e si facevano prove d’evacuazione, alla meno peggio, certo ma si facevano e si fanno ancora. A me pare che quello della scuola sia un jolly che al momento opportuno usano tutti quelli che non sanno più cosa fare e dire in argomenti come questi ma lo stesso vale in ambito di legalità e ambiente. Se non sai più cosa dire, parla di giovani che l’applauso nessuno te lo nega!

    • Grazie della tua testimonianza, Ciro. Si, le esercitazioni a scuola vengono effettuate (vi partecipai anche io, quando soggiornavo a SSV), ma il problema, come osservi, è che vengono fatte SOLO a scuola. E negli uffici pubblici? E nelle aziende? E nei condomini? Si, la scuola viene utilizzata come un jolly da politici e faccendieri (e viene utilizzata anche male).

    • Grazie per il link, malKo. Meglio capirlo tardi che mai…
      Ho apprezzato moltissimo il brano musicale dal minuto 27’47” al minuto 31’18”, una tarantella del Vesuvio eseguita dai Solis String Quartet. E’ anche su YouTube e va conservata:

  2. Il piano di evacuazione non è applicabile non perchè non è conosciuto ma perchè non esiste! La sicurezza in Italia è affidata alle istituzioni che hanno un solo grande problema: non litigano mai… Nel prossimo articolo cercherò di illustrare l’esperimento formativo e informativo che tentammo a Portici a proposito del rischio Vesuvio attraverso un mega progetto interdisciplinare faticosissimo ma pieno di risultati (I°,II°,III°,IV e V circolo didattico uno dopo l’altro e poi le scuole medie e alcune superiori). La mia ricerca sulle metodologie di formazione della popolazione è valsa a confermarmi l’utilità non scontata del passaggio tramite le scuole, e soprattutto quelle elementari che sono una vera fucina civica. Se c’è qualche scuola elementare che vuole che si faccia un progetto di aggiornamento formativo per gli insegnanti diverso dalle solfe abituali che gli propinano dall’alto, siamo disponibili quali esperti della sicurezza ad attuarlo tra l’altro a titolo completamente gratuito.

    • Caro malKo, proprio tu mi hai fatto capire bene la differenza tra “piano di emergenza” (che fornisce le linee-guida, diciamo così) e “piano di evacuazione” (che si occupa degli aspetti operativi, concreti). E si, questo secondo non c’è (fermo restando che pure il primo, quello di emergenza, ha le sue criticità). Come avrai notato, gli intervenuti nella trasmissione radiofonica ripetono spesso, quasi con insistenza, che sono i comuni ad essere in ritardo, sono loro che non hanno redatto i singoli piani di evacuazione, ma per fortuna la Regione (quella della precedente Giunta) ha stanziato milioni di euro perché le amministrazioni della zona rossa si adeguino. Io ho varie curiosità:
      1) tutti i comuni d’Italia devono dotarsi di un piano di emergenza/evacuazione locale, per cui perché spacciano questo finanziamento regionale come un’azione di prevenzione del rischio vulcanico? E’ un atto dovuto, no? Inoltre, i comuni vesuviani non dovrebbero averlo “naturalmente” un piano di evacuazione? Possibile che nel 2015 ancora non siano stati redatti (da tutti) e talvolta siano incompleti? Non si potrebbe dare loro, ad esempio, 6 mesi di tempo, pena il commissariamento?
      2) questi piani di emergenza/evacuazione dei comuni vesuviani saranno tutti e 25 diversi, è una cosa che ha senso in un caso unico come il Vesuvio? Non dovrebbero essere redatti INSIEME alla Protezione Civile regionale/nazionale? Non so, io evacuo da Boscoreale e dove vado? Ognuno va dove gli pare? Ogni comune prevede un’evacuazione personale? E non si crea un caos a raggiera? Inoltre, non è che uscendo da Boscoreale, stando all’esempio, intralcio il flusso di profughi che sta evacuando da Pompei? Insomma, direi che in questa storia il coordinamento sia basilare, giusto?
      3) Allora cosa stanno finanziando con 15 milioni di euro? Roba che non servirà a nulla?
      Si, sono d’accordo che le scuole sono luoghi fondamentali e privilegiati per formare cittadini più consapevoli, anche sul piano del rischio sismico e vulcanico, ovvero sul rapporto con la natura del nostro territorio, ma ritengo che sia anche solo il primo passo di un percorso che dovrebbe proseguire anche dopo la scuola. Uno dei problemi enormi del nostro Paese è, come al solito, la perseveranza: siamo specialisti in eventi, molto meno nella continuità.

  3. I tre punti non fanno una piega. I piani di emergenza comprensivi di quelli di evacuazione possono anche stilarsi senza nessun costrutto operativo come temo. Non voglio però fare un processo alle intenzioni e quindi aspetto i contenuti per giudicare. La formazione e l’informazione nelle scuole va bene se è piena di buoni esempi quotidiani. Ebbero grande successo le iniziative che producemmo in quel di Portici perchè c’era sinergia con l’amministrazione più vicina ai cittadini: il comune. E’ ovvio che la sicurezza si misura affrontando il rischio Vesuvio ma anche quelli ordinari quali incendi,alluvioni,ecc…per una questione di credibilità istituzionale. In quel periodo ogni scuola aveva l’insegnante responsabile della sicurezza. Oggi si appalta all’esterno l’incarico… che grande errore. Ci sono poi domande che attendono risposte:
    1) perchè per anni i media e anche testate scientifiche ci hanno propinato magnificenze in tema di organizzazione nel vesuviano vantando tra l’altro un piano di evacuazione inesistente?
    2) perchè sono state abolite le politiche di prevenzione delle catastrofi?
    3) perchè il consiglio di stato invoca il principio di precauzione sull’affaire Boscoreale e non lo invoca per Poggiomarino e Scafati ?
    4) perchè l’autorità scientifica ha obliato completamente un’eruzione VEI 5 (Pliniana) ?
    5) perchè si è adottato la linea di deposito Gurioli come limite di pericolo deterministico?
    6) perchè nessuno dice che i vecchi comuni della zona rossa sono mantenuti integralmente in zona rossa altrimenti il dato saliente sarebbe stato un palese restringimento della zona rossa Vesuvio?
    Un altro dato importante: PERCHE’ DEVE ESSERE IL DIPARTIMENTO DELLA PROTEZIONE CIVILE A DICHIARARE LA FASE DI ATTENZIONE VULCANICA,VISTO CHE NON E’ ALTRO CHE UN MOMENTO DI SPICCO DI MONITORAGGIO DEL VULCANO A CURA DELL’OSSERVATORIO VESUVIANO? Riflettete attentamente su questo punto e rispondetevi…

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