La dismisura del prossimo disastro

Ieri il “New Yorker” ha pubblicato un articolo di Kathryn Schulz su un prossimo, catastrofico, terremoto che colpirà la costa occidentale nordamericana, in particolare la zona di Seattle e Vancouver, tra gli stati dell’Oregon e di Washington negli USA e del British Columbia in Canada. Già un “big one” è atteso in California, lungo la famosa faglia di Sant’Andrea, ma quest’altro è definito “the real big one“, si muoverà lungo la zona di subduzione della Cascadia, renderà “irriconoscibile” quella regione del continente e causerà la morte di 13.000 persone, nonché il ferimento di altre 27.000. Com’è ovvio, queste cifre sono fintamente precise, emergono da scenari non univoci ed hanno un notevole tasso di aleatorietà (per la prossima eruzione vesuviana, ad esempio, c’è una compagnia di assicurazione che parla di 8.000 morti, ma ci sono altre proiezioni, riprese soprattutto dai siti web sensazionalistici, che hanno cifre molto più alte). Insomma, l’articolo non svela nulla di particolarmente inedito e si ferma sul punto di sempre: l’indeterminatezza sul quando. Intanto, però, quel testo – ben scritto e documentato storicamente – produce già ora delle reazioni sociali. “BuzzFeed” ne ha raccolte alcune, pubblicate su Twitter da persone “andate fuori di testa“.
Ora, come dovremmo reagire?
C’è chi invita ad abbandonare quelle terre e chi insinua un’operazione di speculazione immobiliare per abbassare i prezzi delle case. Oppure c’è chi prospetta emergenze perenni, per cui si dovrebbe vivere in un costante stato di allerta, o addirittura complete ricostruzioni con criteri antisismici (ma per quale magnitudo di riferimento? qual è la soglia accettabile? e per delle città costiere come ci si difende da uno tsunami?).
Ma potremmo cogliere questa occasione per riflettere anche sulla qualità della nostra cultura scientifica, sul ruolo predittivo della scienza, nonché sull’uso che i massmedia fanno di tali notizie, alimentando un’elaborazione sociale che sempre più di frequente passa per i socialmedia, ovvero in uno spazio libero, ma anche sbandato.
Ebbene, siamo sicuri che questi drammatici scenari (che potrebbero avverarsi domani o tra mille anni) aiutino a “prendere consapevolezza”? E, poi, consapevolezza di cosa esattamente? Che il nostro pianeta è vivo e che la crosta terrestre su cui abitiamo si muove? O che le nostre città sono vulnerabili in sé? O che tutto ciò è solo un’ulteriore forma della “culture of fear” di cui sperimentiamo quotidianamente innumerevoli sfumature: dalla politica all’ecologia, dal cibo alla sanità, dalla convivenza interetnica a quella famigliare? C’è un’inquietudine diffusa che sta diventando condizione di vita: ci troviamo costantemente all’ultima spiaggia, siamo perennemente alla vigilia di un’apocalisse, non vengono prospettati che scenari fuori misura (solo ieri circolava la pseudonotizia di una glaciazione nel 2030 e una settimana fa la Nutella faceva venire terribili malattie).
Studiando il caso del Vesuvio, mi sono fatto l’idea che la continua rincorsa dell’eccesso e l’uso di toni esorbitanti non fa che produrre vaghezza e incredulità, che a loro volta alimentano una precisa forma mentis: il sospetto. Questo, però, non è uno scetticismo inteso come postura intellettuale, bensì qualcosa che assomiglia alla caratteristica dei totalitarismi: un’erosione sociale dall’interno, uno svuotamento di senso che rischia di inaridire tutti e tutto.
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Un sunto in francese è stato pubblicato da Slate.fr, mentre io ne ho scritto sul mio fb.

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Il 15 luglio 2015 “Il Post” ha pubblicato un lungo articolo in italiano sul pezzo del New Yorker: Il terremoto che arriverà.
Tra i link dell’articolo c’è questo, che porta al trailer del film catastrofico “San Andreas”:

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INTEGRAZIONE del 24 luglio 2015:
Il webjournal francese “Slate.fr” ha pubblicato un lungo testo del meteorologo Eric Holthaus sul grande sisma oggetto dell’articolo del “New Yorker”: «Un gigantesque tremblement de terre peut-il vraiment rayer Seattle de la carte?».

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AGGIORNAMENTO del 18 aprile 2016:
Kathryn Schulz, autrice dell’articolo pubblicato dal “New Yorker”, di cui ho parlato qui sopra, ha vinto il Premio Pulitzer 2016 per la categoria “Feature Writing”. La motivazione: “For an elegant scientific narrative of the rupturing of the Cascadia fault line, a masterwork of environmental reporting and writing“.

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One thought on “La dismisura del prossimo disastro

  1. Pingback: Il Vesuvio su “Wired”: The world’s most dangerous volcano may kill another city | Paesaggi vulcanici

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